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Riceviamo un articolo Guido Armellini, che
ha partecipato fin dai primi incontri alle attività della
Sezione Emilia Romagna di ADI-SD.
L'articolo - già uscito per "Insegnare" (febbraio
2002) - offre spunti di riflessione stimolanti sul tema che verrà
espressamente trattato nel seminario dell'8 novembre.
"II verbo leggere non sopporta l'imperativo, avversione che
condivide con alcuni altri verbi: il verbo "amare"
il verbo "sognare". - scrive Daniel Pennac in Come
un romanzo - I libri non sono stati scritti perché mio
figlio, mia figlia, i giovani, li commentino, ma perché,
se ne hanno voglia, li leggano". E prescrive all'insegnante
di letteratura: "Non porre la benché minima domanda.
Non dare alcun compito. Non aggiungere una sola parola a quella
delle pagine lette. Nessun giudizio di valore, nessuna spiegazione
del lessico, nessuna analisi testuale, nessuna indicazione bibliografica".
Se prendessimo alla lettera queste direttive, noi insegnanti di
italiano dovremmo dare in massa le dimissioni. Fare il nostro lavoro
senza mai dire: "Leggi da qui a qui!", senza mai azzardare
un commento o una domanda, mi pare un'impresa impossibile.
Per quel che mi riguarda, confesso senza vergogna di aver pervicacemente
ordinato di leggere (qualche volta persino minacciando sanzioni),
e anche di aver compiuto, sia pure con moderazione, tutte le operazioni
che Pennac condanna senza appello. Il fatto è che il verbo
"leggere" sopporta tranquillamente l'imperativo. Il verbo
che non può essere impunemente trasformato in un ordine è
un altro: il verbo "provare piacere", con tutti i suoi
sinonimi e affini. Non posso intimare a una ragazza o a un ragazzo:
"Prova il piacere della lettura!", "Desidera
di leggere un libro!", "Appassionati per i Promessi
sposi!", ed aspettarmi che queste ingiunzioni ottengano
l'effetto sperato. Si tratta infatti di "prescrizioni paradossali",
che, per la loro stessa natura, non possono essere eseguite dai
destinatari: gli esseri umani sono congegnati in modo da provare
piacere, desiderio, passione, solo spontaneamente, e non si può
essere spontanei a comando. Insomma, il piacere di leggere non può
essere trattato come una "competenza misurabile con una prova"
("Se ami Dante, ti do otto; se non lo ami, ti do quattro!"):
l'ammirazione obbligatoria produce inevitabilmente una reazione
di rigetto. Da questo punto di vista un insegnante può insegnare
a leggere, ma non può insegnare a provare il piacere
di leggere.
Se il piacere di leggere non si può insegnare, si può
però imparare: me lo dice la mia esperienza di insegnante,
e anche di padre. Il piacere di leggere scocca quasi sempre in modo
inatteso e nei momenti più impensati, come uno straordinario
apprendimento. Non si sa come, non si sa perché. Il minore
dei miei tre figli l'ha scoperto a tredici anni, durante una vacanza
per lui molto noiosa, di fronte a una monumentale biografia di Francesco
Giuseppe che aveva comprato per disperazione. Un mio alunno si è
innamorato delle poesie di Rimbaud perché a suo parere somigliavano
alle canzoni di Vasco Rossi. A volte il piacere di leggere è
una scoperta retroattiva: non è raro, per noi insegnanti
sufficientemente vecchi, incontrare ex-alunni coi quali ci sembrava
di aver fatto totale fallimento, che ricordano con trasporto le
letture scolastiche, e dichiarano di essere diventati lettori abituali
grazie a quelle esperienze, che sul momento sembravano lasciarli
del tutto indifferenti. In ogni caso lo scoccare del piacere di
leggere non è l'effetto necessario di qualche strategia didattica
precostituita, che si possa applicare come una ricetta sicura. Da
questo punto di vista l'educazione letteraria non è tanto
una trasmissione di conoscenze/competenze/capacità, quanto
una scommessa sulla capacità della letteratura di parlare
alle ragazze e ai ragazzi di oggi, attraverso strade misteriose,
che un insegnante non può pretendere di conoscere in anticipo.
Come in ogni altra scommessa, anche in questa il successo non è
garantito; ma si può fare il possibile per cercare di vincerla.
Si tratta di creare le condizioni perché il piacere di leggere
possa scoccare, se vuole, e perché non sia soffocato, se
c'è già. Ci sono per esempio ragazzi che appaiono
totalmente refrattari alla letteratura canonica, ma leggono spontaneamente
e con soddisfazione centinaia di pagine di un autore "paraletterario"
come Stephen King. Sarebbe un errore sminuire questa loro passione.
Solo se dimostreremo interesse e curiosità per i loro gusti,
potremo contare sul fatto che loro provino curiosità per
i nostri (tra l'altro Stephen King - che ho imparato a conoscere
grazie ai miei studenti - è uno scrittore tutt'altro che
disprezzabile). Questo non significa che un insegnante debba inseguire
le mode e corteggiare incondizionatamnente le propensioni estetiche
dei suoi studenti. Anche i conflitti culturali, se vissuti con passione,
cordialità, disponibilità a mettersi in gioco, possono
suscitare il desiderio di esplorare le ragioni e le emozioni dell'altro.
Ci sono prodotti della cultura di massa per noi insignificanti o
addirittura squallidi, attorno ai quali si addensano aspirazioni,
paure, rabbie, desideri che ci possono sembrare del tutto sproporzionati:
credo che sia importante saper distinguere tra la scarsa qualità
degli oggetti di consumo culturale, dai quali può essere
utile prendere le distanze, e il valore delle emozioni che le ragazze
e i ragazzi proiettano su di essi, che meritano di essere considerate
e accolte con rispetto e simpatia.
Qualcosa di simile vale per la lettura dei grandi autori e delle
grandi opere. Non credo che il compito dell'insegnante consista
nel far convergere la sua classe verso le interpretazioni canoniche
e precostituite, ma nel creare le condizioni perché dal dialogo
con i testi possano scaturire interpretazioni "nuove"
(è fin troppo evidente che ripetere un'interpretazione
altrui è un'operazione molto diversa dall'interpretare).
Da un lato gli studenti devono essere messi in grado di accostarsi
agli orizzonti culturali delle opere, riconoscendone la distanza
e l'alterità; dall'altro le opere, a contatto con questo
pubblico nuovo e per molti versi "illetterato", possono
caricarsi di significati inattesi, non registrati dalla storiografia
letteraria e dalle antologie della critica. Questo secondo momento
(fondamentale nell'esperienza di chi legge chiedendosi: cosa significa
per me?) può rivelarsi un terreno propizio perché
in qualche ragazza o ragazzo scocchi il piacere di leggere, che
poi è il piacere di scoprire che lo sguardo di un altro ci
dice, su noi stessi e sul mondo, qualcosa di nuovo e di vitale,
che non ci aspettavamo.
Più in generale, mi sembra che, quanto più un essere
umano è indotto a mettere in campo la propria intelligenza
e la propria immaginazione, tanto più è probabile
che possa trovare in ciò che fa una certa gratificazione.
Questo meccanismo può essere innescato da trucchi banali,
che a volte però producono risultati sorprendenti. Qualche
anno fa, in una terza dell'istituto tecnico nel quale insegnavo,
la lettura di Petrarca si stava rivelando una scommessa inesorabilmente
perduta: prima di cedere le armi, mi è venuto in mente di
manipolare un sonetto del Canzoniere che non avevamo letto
in classe, disponendo i versi in ordine sparso, e di sottoporre
il testo così ottenuto agli studenti, perché lo rimettessero
in ordine. La cornice era quella di un compito in classe, della
durata di un'ora, valido a tutti gli effetti dal punto di vista
della valutazione. Tutti sono riusciti - chi prima, chi dopo - a
ricostruire il sonetto; ma l'esito più sorprendente è
stato che si sono dichiarati estremamente divertiti dall'esercitazione,
e mi hanno chiesto se potevo fargliene fare altre simili. Sulla
scia di questa svolta inattesa, la lettura di Petrarca, che stava
agonizzando, si è protratta assai più a lungo del
previsto, e alla fine sono stato indotto dalla classe ad adottare
l'edizione a 1000 lire del Canzoniere, perché ogni
studente potesse esplorarla a suo piacimento. Grazie a un giochetto
quasi enigmistico e al metodo scientifico del "vediamo cosa
succede se", un autore indigesto si era inopinatamente trasformato
in uno scrittore degno di interesse e di ammirazione. Inutile dire
che, con altri esseri umani, o con gli stessi esseri umani in un
altro momento della loro storia, l'esito della medesima tattica
poteva rivelarsi nullo. La non insegnabilità del piacere
di leggere è un'occasione per ricordarci che le ragazze e
i ragazzi che abbiamo di fronte sono "macchine non banali",
con modi di funzionamento imprevedibili, e che possiamo sperare
di insegnargli davvero qualcosa solo se siamo disposti a imparare
qualcosa da loro.
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