Rossella D'Alfonso, Tradurre, riscrivere

Leggere


Non è mai semplice, nell’insegnare letteratura, dire cosa resti negli studenti di quelle parole, di quelle sfumature, di quelle evocazioni che ci hanno spinto a dedicare tanta parte della nostra vita a leggere, a meditare, a spiegare, a condividere con loro testi che a noi paiono importanti, e che invece sono spesso colti con fatica, talora con disinteresse e lontananza.

Eppure, non ci stanchiamo di proporre versi o prosa che a noi sembra possano rappresentare una realtà dell’anima umana come nessun’altra parola. Dare luce alla realtà, a una realtà, non solo per chi l’ha scritta ma anche per chi è davanti a quella pagina e può di colpo esserne illuminato e dire “è esattamente così, non si poteva esprimere in nessun altro modo”. Insegnare il rigore della parola, di quella parola, della giuntura, di quella giuntura, della figura e solo di quella figura: l’assoluta definitezza e insieme il potere di far apparire alla mente e al cuore un’immagine per così dire infinita.

Quante volte ci siamo scontrati con la trasandatezza di una lettura coatta, con l’opacità dell’ascolto. Ma quante volte, anche, un pensiero formulato con un
entusiasmo nuovo, un’intuizione, una cura inedita ci hanno rivelato che il lettore giovane sta facendo suo il testo, lo mette in relazione con il suo mondo sentimentale e razionale, lo fa diventare alimento per la sua vita quotidiana.

Così, nella pratica didattica, non ci si può stancare né di inventare strade nuove per raggiungere qualcuno che ascolti davvero, né di ripercorrere quelle vecchie, di incrociare le une e le altre e sempre sfidare la noia, le mode, gli attentati continui alla riflessione, all’interiorità, alla comunicazione vera da cui siamo investiti.

La parola poetica come antidoto, come medicina. La parola poetica come impegno difficile e controcorrente. Noi lo sappiamo. Ma come farlo sapere anche a loro, ai nostri allievi e allieve che fuori dell’ultima moda da “alternativi” sembrano, e sottolineo sembrano, non vedere nulla? Che invece poi diverranno
informatici, economisti, ingegneri? Che cercheranno occupazioni più “utili” e lucrose? Che spesso sono soli, confusi, arrabbiati?

Scrivere


Uno di modi di accostare al leggere (molti l’hanno rilevato) è scrivere: si impara a fare attenzione alle parole, a sceglierle come se da questa scelta dipendesse qualcosa di molto, molto importante. Chi scrive soppesa, cancella, riscrive, sposta, corregge. Questo accade anche se si tratta di un semplice messaggio per posta elettronica, ma tanto di più se si deve scrivere una lettera
d’amore (se si usano ancora), una pagina di diario (i loro, di diari, sono pieni di pensieri, magari intrecciati a disegnini e fotografie) e persino il fatidico compito in classe (sia un’analisi testuale, un saggio, un articolo o qualcos’altro ancora).

In una società che legge poco e scrive male, il bisogno di scrivere è insopprimibile. Quello di leggere va educato. Eppure nella nostra scuola il tempo che si dedica a scrivere in classe, nel senso di imparare a scrivere, anche insieme, è sempre assai poco. E alla lettura libera ed alla libera discussione su quanto letto se ne dedica ancor meno.

Così, a me piace ogni anno inventare almeno un percorso, un gioco, ma dagli scopi terribilmente seri, che metta insieme lettura e scrittura, e mi permetta di rispondere alla domanda dalla quale sono partita: cosa diventa il testo nella lettura dei miei allievi e allieve? Cosa ha suscitato, al di là degli (inevitabili) commenti, guidati o meno, che li aiutino a districarsi fra analisi tematiche e stilistiche? Come posso capire tra le righe la loro reazione autentica?

Non è questa la sede per affrontare il tema della scrittura, cui ho accostato i ragazzi in maniere diverse e complementari, dalla scrittura funzionale alla scrittura creativa, se non per le implicazioni che ha la traduzione come esercizio di riscrittura e scrittura vera e propria, se perseguita a un certo grado di consapevolezza delle scelte linguistiche nella lingua d’arrivo. Nella fattispecie, la lingua italiana.

Mi concentrerò pertanto sul percorso di traduzione e riscrittura che come testo di partenza aveva un brano in latino delle Metamorfosi ovidiane, il mito di Piramo e Tisbe.

Tradurre, riscrivere

Insegnare il latino è sempre più difficile, soprattutto in un liceo scientifico. Motivare al suo studio, ancora di più. Mi interessava dunque incoraggiare la lettura di quel passo con un esercizio che andasse al di là della solita versione e del corredo d’analisi testuale e contestualizzazione, e utilizzare il brano per mostrare concretamente la vita del testo al di là del tempo che l’aveva visto nascere: far vedere come e perché Ovidio era stato amato nel
Medioevo (già in terza classe ne avevamo avute ripetute occasioni leggendo Dante) e poi, per motivi diversi, nell’umanesimo (o pre-umanesimo) tardotrecentesco e oltre; perché, in particolare, il mito di Piramo e Tisbe (questo il brano prescelto) era così amato nel Rinascimento e nel Seicento, da ispirare opere artistiche anche d’uso quotidiano (un cofanetto per nozze conservato al Museo Medievale di Bologna) nonché ben due opere scespiriane, il
Sogno d’una notte mezza estate (in cui gli operai mettono in scena il mito per il duca d’Atene) e il celeberrimo Romeo e Giulietta, che racconta la stessa storia d’amore contrastato.

Alla fine della terza classe avevamo letto il testo latino, ne avevamo fatto una traduzione corrente, avevo verificato che il significato fosse stato colto e nella sua globalità e nei dettagli linguistici. Avevamo poi rintracciato e commentato i passi di Dante e di Boccaccio che richiamavano questo mito, come esempi della fruizione dell’antico nel Medioevo pieno e in quello declinante.

All’inizio della quarta, ci siamo valsi dell’eccellente lavoro proposto nell’aula didattica del Museo Civico medievale di Bologna, che ha studiato le fonti letterarie delle formelle che componevano le facce di un bellissimo cofanetto di nozze in avorio d’età bentivolesca: oltre la visita, i ragazzi sono stati invitati a rifare il percorso, a individuare la corrispondenza fra le scene rappresentate e la fonte latina, scoprendo così che alcune facce non corrispondevano a nessun passo di Ovidio, ma a segmenti di un cantare trecentesco che interpolava Ovidio, aggiungendo o togliendone elementi[1]. La
prima scoperta è stata così, sulla scorta del materiale didattico fornito dal Museo, che la vitalità di un testo consiste anche nella sua infinita possibilità di essere riprodotto, tradotto, riscritto, modificato perché divenga significativo per l’età che lo riceve.

All’Archiginnasio, la celebre biblioteca bolognese, un gruppo di ragazzi ha cercato il testo del cantare, e con scrupolo e pazienza ha rintracciato le corrispondenze fra il cantare e Ovidio da una parte, fra il cantare e il cofanetto dall’altro, riconoscendo che l’egregio scultore (della Bottega famosa degli Embriachi di Firenze) ha mescolato la fonte latina al più “popolare” e noto cantare, o forse si è servito solo di quest’ultimo. Ma quali scene erano state scelte? E perché su ciascuna compariva una figura, allegorica presumibilmente, che con Ovidio nulla aveva che fare? Le scene erano quelle salienti della drammatica storia dei due giovani innamorati, e grande risalto veniva dato ai loro genitori, che ne avevano osteggiato l’amore; le figure allegoriche rappresentavano le virtù, che o Piramo e Tisbe, o i genitori non avevano esercitato, determinando così la fine tragica del loro amore e della loro vita. Monito alla coppia cui il cofanetto andava come dono di nozze a viver saggiamente l’amore, il matrimonio, l’educazione dei figli: il discorso sulle virtù che si veniva a creare pareva desunto dai Libri della famiglia dell’Alberti.

Non starò a ripercorrere nei dettagli tutte le tappe del lavoro, che è stato condotto sia in gruppi in classe a casa, sia attraverso apporti individuali. Dirò solo che alla fine ho proposto, allorché il testo, l’opera da cui era tratto e la sua “fortuna” erano stati esplorati, di ritradurlo, ma in modo diverso: in versi o in prosa curata, in modo da restituire il senso nuovo e personale di un itinerario comune.

Il mio intendimento era, oltre a quello di lavorare sul lessico e la sintassi (nell’ambito dell’educazione linguistica) e di padroneggiare meglio le strutture del poema cavalleresco e del cantare (nell’ambito della traduzione letteraria), anche quello di avvicinare gli studenti in modo attivo all’endecasillabo, di cui avevo fornito pochissime regole basilari: volevo stimolarli a cercare con
acribia le parole, ogni parola, sia per costruire le rime o rendere una prosodia, sia per trasmettere il senso preciso e il tono che a ciascun passaggio volevano attribuire: potevano rendere il testo patetico o tragico, lirico o addirittura comico. Li lasciavo liberi di scegliere che impostazione dargli, che registro, ma volevo che lo facessero consapevolmente e, nel corso del lavoro, coerentemente.


Divisi in piccoli gruppi, in classe ma anche a casa propria, hanno sudato e combattuto con sineresi e accenti, con iperbati e chiasmi. Chi più, chi meno, si sono scontrati con la durezza della lingua a dire quel che avevano in mente, hanno sbuffato, riflettuto, riso, hanno anche odiato alla fine, un po’, Piramo e Tisbe. Ma li hanno capiti. E spesso li hanno anche condivisi, talvolta si sono identificati nel gioco e nel dramma eterno dell’amore e dell’adolescenza impaziente (chi non è mai stato contrastato dai genitori?).

La storia di Piramo e Tisbe

Vediamo dunque, attraverso una piccola antologia delle traduzioni, la storia narrata.

Gli endecasillabi sciolti (di Lorenzo Lelli, Francesco Roffi e Giovanni Battista Saccone) tracciano con rigorosa aderenza al testo, non scevra di latinismi, l’inizio della storia:

Piramo e Tisbe, lui affascinante,
Lei tra le più belle dell’orªente,
Abitavano in case contigue,
Laddove la regina Semiramis
Cinse Babilonia con mura in pietra.
E vicini conobbero l’amore
Che un dì sperato li avrebbe congiunti.
Furono proibiti dai genitori,
che ritenevano le loro menti
prigioniere delle più fitte nebbie.
Segreti erano i loro sentimenti,
Parlavano attraverso gesti e cenni.

Mentre la divertente apertura di Chiara Fazio e Nicola Pedrazzi si dimostra memore della lezione del cantare:


I.
In questa assai celebre novella
nota a molti, a Ovidio soprattutto,
s’imbatteron un giovin e una puella.
I due, per non studiarla con rilutto
(poiché il latino anche cosa bella
capace è di trasformare in brutto),
decisero in ottave di tradurla
rischiando della prof terribil urla.

II.
Or sanza più esitar Nicola e Chiara,
ingegno l’un e l’altra clara musa,
vi parleranno della storia amara,
che nelle Metamorfosi è inclusa,
e del destino triste che separa
Piramo e Tisbe fino a mortal chiusa.
Speriam di non commettere misfatto;
non più parole ormai, veniamo al fatto!


Ed ecco come le ottave, più trepide e “cinquecentesche” di un altro gruppo (Giacomo Frascaroli, Vasco valenti, Michele Zappoli e Simone Zocca) narra la sortita notturna di Tisbe dalla città per incontrar Piramo al sepolcro di Nino, presso il fatale gelso:

VI.
Nel buio della notte uscia furtiva
Col volto celato agli altrui sguardi:
Delle oscure minacce già soffriva,
Ma resa audace dell’amore ai dardi
Nel luogo convenuto ella veniva.
Avida fiera dei feroci pardi
Ella vedea famelica arrivare
E nel buio di un antro per salvare

VII.
Se stessa e l’amor suo si rifugiava,
Ma il manto nella fuga ella perdeva
Che la belva affamata dilaniava.
Piramo ignaro quel mantel vedeva
E nel cuore e nel corpo si straziava;
Poi per seguirla in morte si uccideva
Per la pena crudele e pel dolore
D’aver perduto l’agognato amore.

Altra la reazione ha avuto di fronte allo scempio, quasi divertita e resa in toni leggeri e scanzonati, un gruppetto che ha scelto le più disinvolte quartine (Nicolò Lewanski, Marco Turrini e Stefano Vason):

Quand’ecco a turbare la situazione
Una selvaggia bestiaccia affamata,
Con la bocca da poco insanguinata,
Per dissetarsi giunse là un leone.

Tisbe la vede e scappa dal timore
Ma allora questa concitata azione
La fa un po’ difettar dell’attenzione:
Dal capo il velo cade per errore.

Con toni toccanti descrivono invece Ilaria Cataldo, Jiniththa Ganesalingam e Chiara Lorenzini la reazione di Piramo che, giunto tardi, trova il velo insanguinato dell’innamorata:

Piramo, giunto più tardi al cortile,
A terra della fiera vide l’orme
E, visto il velo di Tisbe gentile,
Vinto fu da un dolore così enorme
Da urlar: <<Una notte due innamorati
Ha ucciso. Lei innocente ora dorme
Per sempre pei consigli ch’io le ho dati
In questi luoghi di venir paurosi
Pria ch’io venissi.. Ma dilaniati
Saranno dai leoni numerosi
Entrambi i nostri corpi, anche il mio,
Poiché vile sarebbe, inoperosi,
Avere della morte il sol disio.>>


Ed ecco il tremore di Tisbe che dopo la morte di questi giunge di nuovo al gelso i cui frutti intanto hanno assunto il cupo colore del sangue del ragazzo:

L’ingannava dei frutti il cambiamento.
Esitò dunque, e, terrorizzata,
Del sangue vide il pulsare cruento;
Indietreggiò tutt’in viso sbiancata,
Rabbrividì come s’increspa ‘l mare.

 

E così si conclude l’episodio nella versione in bella prosa di Riccardo
Belluzzi, Alessandro Berti, Filippo Carnevali e Luca Gentile:

Solo allora lei riconobbe la sua veste e scorse il fodero d'avorio privo del pugnale:
"La tua, la tua mano e il tuo amore ti hanno perso, infelice! Ma per questo anch'io ho mano ferma," disse, "e ho il mio amore: esso mi darà la forza d'uccidermi. Nell'oblio ti seguirò; si dirà che per sciagura fui io causa e compagna della tua fine. Solo dalla morte, ahimè, potevi essermi strappato, ma neanche da quella potrai esserlo ora.
Pur travolti dal dolore esaudite almeno, voi che genitori siete d'entrambi, la preghiera che insieme vi rivolgiamo: non proibite che nello stesso sepolcro vengano composte le salme di chi un amore autentico e l'ora estrema unirono.
E tu, albero che ora copri coi tuoi rami il corpo sventurato d'uno solo di noi e presto coprirai quelli di entrambi, serba un segno di questo sacrificio e mantieni i tuoi frutti sempre parati a lutto in memoria del nostro sangue!" Questo disse, e, rivolto il pugnale sotto il suo petto, si lasciò cadere sulla lama ancora calda di sangue. E almeno la preghiera commosse gli dei, commosse i genitori: per questo il colore delle bacche, quando sono mature, è nero e ciò che resta del rogo in un'unica urna riposa”.


Le traduzioni comparate: un esempio

Ma vediamo ora più nel dettaglio lo stile dei traduttori, che come si è già osservato hanno scelto toni assai differenti. Consideriamo dunque un punto particolarmente drammatico della storia, quando Tisbe trova l’amato esanime e pronuncia la propria preghiera, ai genitori di essere con lui seppellita, e all’albero di serbare imperituro ricordo della loro fine. Si tratta di Ovidio, Metamorfosi, vv. 147- 161, di cui in particolare vedremo la resa degli ultimi
quattro versi, l’allocuzione al gelso:

'Quae postquam vestemque suam cognovit et ense
vidit ebur vacuum, "tua te manus" inquit "amorque
perdidit, infelix! est et mihi fortis in unum
hoc manus, est et amor: dabit hic in vulnera vires. 150
Persequar extinctum letique miserrima dicar
causa comesque tui: quique a me morte revelli
heu sola poteras, poteris nec morte revelli.
Hoc tamen amborum verbis estote rogati,
o multum miseri meus illiusque parentes 155
ut, quos certus amor, quos hora novissima iunxit,
conponi tumulo non invideatis eodem;
at tu quae ramis arbor miserabile corpus
nunc tegis unius, mox es tectura duorum,
signa tene caedis pullosque et luctibus aptos
160
semper habe fetus, gemini monimenta cruoris."


Solo allora lei riconobbe la sua veste e scorse il fodero d'avorio privo del pugnale: "La tua, la tua mano e il tuo amore ti hanno perso, infelice! ma per questo anch'io ho mano ferma," disse, "e ho il mio amore: esso mi darà la forza d'uccidermi. nell'oblio ti seguirò; si dirà che per sciagura fui io causa e compagna della tua fine. Solo dalla morte, ahimè, potevi essermi strappato, ma neanche da quella potrai esserlo ora. Pur travolti dal dolore esaudite almeno, voi che genitori siete d'entrambi, la preghiera che insieme vi rivolgiamo: non proibite che nello stesso sepolcro vengano composte le salme di chi un amore autentico e l'ora estrema unirono. E tu, albero che ora copri coi tuoi rami il corpo sventurato d'uno solo di noi e presto coprirai quelli di entrambi, serba un segno di questo sacrificio e mantieni i tuoi frutti sempre parati a lutto in memoria del nostro sangue!"

(gruppo1: prosa)

 

E il fodero vuoto notato, disse:
“Ti uccisero la tua mano e l’amore.
Sia tenace almeno una volta ancora
La mano, per l’amore verso di te:
Mi dia questo la forza di uccidermi.
E tu che da me, solo con la morte
Ti saresti potuto separare,
Neppure con quella ci riuscirai.
Esaudite le preghiere di entrambi,
Miseri genitori nostri, in nome
Del grande amore che all'ultimo ci unì,
Soffrite insieme e cacciate l'invidia!
Coi rami, o albero, miserabili
Custodisci tu questi nostri corpi;
Restino in eterno lutto i tuoi frutti
Di questo colore crudo di sangue.


(gruppo 2: endecasillabi sciolti)


“Triste, infelice, malvagio destino!
Sol con la morte divider potevi
due amanti uniti come notte al mattino!
Povero Piramo, ieri ridevi,
avevi il mio sogno poco fa sino!
Io amavo te che lo stesso facevi.
Vi prego, parenti sia miei che suoi,
insiem seppellite chi fu caro a voi”.

Ciò detto, basta, non vuol più esitare.
E priva ormai di ragioni di vita:
“Veloce il mondo sì voglio lasciare!”
Prende la spada: “Addio, è finita!
Arrivo, mio amore, so cosa fare!”
Respira a fondo, contrae le dita...
Pria di morire: “O pianta del lutto,
sia rosso in ricordo il tuo infausto frutto”.
E Piramo col nome dell’amata
Aprì e richiuse gli occhi con fatica.
E Tisbe disse, vista l’arma ingrata:
“l’amore ha perso te, anima amica,
Ma seguirò la fine sciagurata
Che scelse te, e non altra nemica.
La morte, sola in grado di staccarci,
Non avrà più il poter di separarci.

Esaudite, o cari genitori,
La preghiera che noi vi rivolgiamo:
Non permettete che i nostri cuori
Sian separati, poiché noi ci amiamo.
O albero, che coprirai coi fiori
Il corpo mio e quello di Piramo,
Tieni le bacche a lutto parate
Per le lacrime da noi versate.

All’ombra delle fronde tue pietose,
Sul punto di coprir le nostre spoglie
Per le vicende oscure e dolorose
Ch’hanno spezzato dell’amor le voglie,
Conserva nel color le pene ascose
Del frutto nero per le nostre doglie.

Così Tisbe pregava già morente,
Ormai trafitto il petto col fendente.


(gruppo 4: ottave )

Ma chiuse gli occhi, pesanti per fine.
E poi che riconobbe lì il suo velo
E vide il foder vuoto, verso il cielo
Questi furon gli ultimi motti, infine:

“La tua mano e il tuo amor t’han rovinato!
Ma per fortuna anch’io ho una mano forte
E mi darà l’amor con lei la morte
Per farmi uscire da cotanto iato.

Così diceva Tisbe addolorata
Che non voleva lasciare il suo amore,
Perciò decise con grande dolore
Di raggiungerlo come suicidata.

Il suo ultimo infelice pensiero
Fu per i genitori sventurati:
“Che noi saremo insieme lasciati
Almeno nella tomba, questo spero.

E tu, albero, che sei testimone,
Ricopri i corpi e ricorda tutto:
Porta rami e foglie in segno di lutto
E adempi questo triste mio sermone
”.

(gruppo 5: quartine)


Vide dal fodero mancar la lama,
E steso a terra il suo velo leggero
<< Per tua scelta d’amor>> disse la dama,
<<Moristi, mio infelice. ma davvero
Decisa io sarò in questo piano
Quant’è forte ‘l mio amor per te sincero
Per lui mi ferirò, per lui lontano
Ti seguirò, fin anche nella morte:
Della tua morte, >> tenendol per mano
<<Compagna e causa son per triste sorte;
E tu nemmen da morte scellerata
Sarai strappato a me se sarò forte.
Almen ricorda, madre sfortunata,
Di seppellirci nello stesso posto,
Ché dall’amor nell’ora sventurata
Congiunti siamo omai ad ogni costo.
E tu, che copri coi tuoi rami ancora
Piramo, che giace qui celato,
Conserva ‘l ricordo, i frutti colora
Di cupo, rammenta il sangue versato.
>>

(gruppo 6: terzine)

Se il primo gruppo ha privilegiato una prosa dagli accenti seri e trattenuti, priva d’enfasi, il secondo ha scritto endecasillabi sciolti il cui pathos è affidato all’iperbato (“miserabili … corpi”) in posizione forte di fine verso e all’asciuttezza, ma originale, dell’aggettivo “crudo” attributio al colore dei frutti.

Il terzo gruppo sceglie la breve levità della rima baciata in un solo veloce distico, di sapore canterino, il cui tono rapido è stato caratteristico di tutta la traduzione; mentre il quarto sottolinea la drammaticità del momento attraverso l’espansione dei quattro versi ovidiani in ben dieci endecasillabi, costruendo un sapiente travalicare di un'ottava nell'altra e costuendo rime dense e anche difficili e piene di echi della tradzione letteraria
(“pietose:dolorose:ascose”; “spoglie:voglie:doglie”).

Una tonalità cantata, vicina alla vivacità dell’orale e memore della tradizione cavalleresca canterina, presenta anche la quartina, i cui versi rimano secondo lo schema ABBA, del quinto gruppo, prezioso nella selezione del lessico (“adempi”, “sermone”). Le terzine del sesto gruppo si snodano poi rallentate da un esperto enjambement (“colora / di cupo”) e rese più fosche dall’antitesi fra il corpo “celato” e il sangue “versato”, in quattro versi solenni.

Epilogo

Come si vede, gli stili differenti e personali si individuano con chiarezza, e sarebbe interessante poter seguire anche gli apporti dei singoli nelle dinamiche di ciascun gruppo, che ha comunque espresso un medium ponderato e coerente, riuscendo ad amalgamare in maniera organica i contributi di ognuno.

Voglio concludere con le parole dei ragazzi (nella fattispecie Chiara e Nicola, memori della tradizione dei cantari), che sperando di non avere stancato troppo l’uditorio faccio mie:

Portata a conclusione la tragedia,
finisce il nostro ruolo di poeti,
improvvisato sì, ma che non tedia
chi l’ha dovuto far, senza segreti!
Posiam la penna e alziamoci da sedia;
addio gentil poetar, o versi quieti!
E se vi è piaciuto poco, nulla osta...
chi sta scrivendo non l’ha fatto apposta[2]!

Bologna, 8 novembre 2004

[1] I cantari di Piramo e Tisbe, a cura di F.A. Ugolini, in “Studi romanzi”, XXIV, pp. 100-120.
[2] Nell’originale, Chiara e Nicola non l’han fatto apposta.

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