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Il mio intervento si compone: della segnalazione di
un problema, una carenza, una sofferenza; dell'adesione a un modello di
comportamento, a un tipo di sguardo; della proposta di utilizzo di questo
sguardo e di piccolissimi esempi che semplicemente segnalano la possibilità
di seguire- con mezzi migliori dei miei- l'approccio proposto.
Il problema
Cosa rimane, di tutto il lavoro di un insegnante di italiano
in un lungo anno scolastico? Di tutte le spiegazioni, le analisi, i commenti,
le correzioni, gli approfondimenti? Delle modalità tradizionali (lezione
frontale, ecc.) e di quelle trasversali, aperte.
Le verifiche puntuali, scritte o orali, somministrate subito dopo il termine
di un'unità o di un modulo; sono poco attendibili, testimoniano le tracce
mnestiche recenti, lo studio finalizzato. Non assicurano la "lunga durata".
Di più; non danno all'insegnante il polso della situazione, la consapevolezza
dell'efficacia della propria proposta. E dunque si rischia di ripetere
stilemi senza verifica della qualità del proprio lavoro. A ciò
segue l’insoddisfazione sottile, la nevrosi da mancanza di prodotto
finito, lo scollamento tra il tanto studiato all’università
dal docente e il poco recepito dallo studente, l’incognita del risultato.….
“Di tutto quel cupo tumulto
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell’umida sera” (…)[1]
Limitazione dell’ambito
Gli ultimi esami di stato mi hanno dato da riflettere sul fatto che un
prodotto da cui à rébour risalire sul proprio operato lo
abbiamo: la prima prova scritta, in particolare la tipologia B[2]. Escludo
la tipologia A perché troppo condizionata alla conoscenza diretta
dei contenuti richiesti; è più una verifica mirata, consente
poca rielaborazione personale. Mi interessa invece la B di argomento artistico-letterario,
ma non solo, in particolare nell’ultimo esame di stato in cui dal
ministero gli ambiti erano stati assolutamente confusi, userei alcuni
testi prodotti dalla mia quinta sul tema del tempo. Inoltre il testo d’esame
è il prodotto più vicino al livello universitario, ultima
produzione scritta della scuola superiore e quasi test d’ingresso
per la facoltà di lettere…. Nella tipologia B a documenti
dati vanno giustapposte conoscenze pregresse ed approfondimenti personali
(“capacità di utilizzare l’apparato documentario”:
sto citando le griglie di valutazione generalmente usate nelle scuole,
ma anche “integrazione dei dati con informazioni congruenti”)
Saranno queste le tracce da ricercare.
Se non si chiede direttamente di parlare di un certo autore, ma alcuni
suoi versi o temi affrontati nell’anno compaiono nel saggio breve
o articolo prodotto dal candidato in prova d’esame; se vengono citati
passi di autori non “scolastici”; se si è piegata la
parola letteraria ad una propria argomentazione, tutto questo conduce
a quel percorso a ritroso, a quella ricerca indiziaria che “segna”
di sé non solo il percorso individuale dello studente, ma anche
quello del docente.
Proposta di uno sguardo
Maestro di sguardi per noi è ancora Italo Calvino: “Ce ne
siamo accorti da un pezzo: il magazzino dei materiali accumulati dall’umanità
(….) non si riesce più a tenerlo in ordine. (…) Vorremmo
far nostro lo sguardo dell’archeologo e del paleoetnografo, così
sul passato come su questo spaccato stratigrafico che è il nostro
presente, disseminato di produzioni umane frammentarie e mal classificabili:
industrie metalliche, megaliti, veneri steatopigie, scheletri di ecatombe,
feticci. Nel suo scavo l’archeologo rinviene utensili di cui ignora
la destinazione, cocci di ceramica che non combaciano, giacimenti di altre
ere da quella che s’aspettava di trovare lì: suo compito
è descrivere pezzo per pezzo
anche e soprattutto ciò che non riesce a finalizzare in una storia
o in un uso, a ricostruire in una continuità o in un tutto.”[3]
Ecco la proposta minimale: l’occhio allenato dell’insegnante
, come quello dell’archeologo, vada alla ricerca degli oggetti letterari
nelle produzioni scritte degli studenti. Ripuliti dalla terra, scoprirà
che gli appartengono. Cocci, lacerti, schegge, minimalia, frusaglie gaddiane,
con cui certo non fare un atlante letterario, ma tutt’al più
una mappa di emergenze. Tracce al limite dell’incoscienza, forse,
citazioni, rielaborazioni individuali nella scrittura degli allievi che
testimonino l’avvenuto passaggio insegnamento/apprendimento. Reperti
che restituiscano un senso del proprio lavoro di insegnante.
Il caso
Esame di stato 2004[4]
Prima Prova-Italiano - Tipologia B, ambito tecnico-scientifico
Argomento: il tempo della natura, i tempi della storia e quelli della
poesia, il tempo dell’animo: variazioni sul mistero del tempo.
Argomento non di pertinenza esclusivamente letteraria, dunque,
in cui i documenti proposti: Mann-Camilleri- Odifreddi – Bevilacqua
– Tabucchi - Braudel – Vagheras – Levi, erano già
in sé complessi.
Liceo delle scienze sociali Laura Bassi di Bologna- quinta A.
L’argomento è stato scelto da vari studenti, ma la consegna
non ha prodotto testi di particolare spessore, l’ambito ha messo
in crisi, i documenti (cinque letterari, uno storico, uno scientifico)
hanno spiazzato. Diciamo che i risultati in termine di valutazione sono
stati in linea con il rendimento usuale. Non è qui il luogo per
analizzare pregi e difetti della scrittura documentata; essa però
ha sicuramente il vantaggio di rimandare al concetto e alla pratica della
intertestualità, legata alla lezione raimondiana[5] “Nell’intertestualità
il museo delle letture, dei <remembered readings>, dei frammenti
di letture ricordate, torna sempre alla luce, ma è ormai dissolto,
diffuso e ricreato nell’intreccio profondo della memoria. Nel momento
in cui
scopriamo che in un testo ci sono i segni di altri testi, esso non è
più
isolato, ma fa parte di una comunità, determina la propria comunità,
entra in una costellazione”
La sfida dell’abituare gli studenti all’uso della tipologia
B, oltre alle
competenze di composizione testo, induce a dare loro il senso che non
di giustapposizione e di uso corretto dei connettivi si tratta, ma di
un gioco di rimandi in cui la citazione diretta si alterni a quella obliqua,
nascosta, si mescoli alla citazione personale. Si lavora per far capire
che un testo è fatto di molte voci in un sapiente intreccio.
La classe in questione era stata abituata alla messa in comune di opinioni
e punti di vista; l’antologia di letteratura italiana in adozione
parla di comunità interpretante e a questo principio si è
fatto riferimento; per due anni poi ci si è avvalsi dell’apporto
creativo e vitale dell’esperienza di tirocinio Ssis. E’ diventata
pratica comune lavorare insieme e vedere il testo scritto come risultato
di intrecci tra il nuovo, l’acquisito, il proprio. Per dirla con
le parole di R. W. Emerson, ancora in Raimondi, “ogni uomo è
una citazione da tutti i suoi predecessori, i suoi antenati”[6]
ed efficacemente alla maniera barocca del Gran Lombardo, “le parole
nostre sono un collutorio comune che più o meno bravamente ci gargarizziamo,
risputandone ognuno in bocca all’altro e finalmente tutti in un
guazzo…[7]”
Gli esempi
Il primo autore di cui si registra menzione nei testi prodotti in sede
d’esame è l’onnipervasivo Montale: per quei codici
segreti secondo cui era ben conosciuta nella classe (tenuta per cinque
anni) la predilezione della docente per Montale e citarlo equivaleva ad
una captatio sicura.
Ecco infatti comparire la modalità più facile: alcune citazioni
dirette di versi montaliani[8], usati come excipit ad effetto:
“Se un’ombra scorgete…,, Yesan)
“Il viaggio finisce qui…” (Giulia)
Ma compare anche un Montale indiretto “non c’è tempo
perché <il cuore salpi per l’eterno>” (Giulia);
ed uno obliquo: “Dovremo essere coscienti del breve tratto di tempo
che ci è dato di vivere ed agire su di esso attraverso la nostra
mente che unisce e disunisce, come ci insegna Montale” (Vera)
Più rielaborati risultano gli apporti da altri autori, da altri
testi. In una prova che sceglie la forma dell’articolo letterario,
un’allieva fa parlare il Tempo in prima persona e gli fa dire “Come
un poeta, ho dato il nome
alle cose”(Yesan). E’ qui evidente il riferimento al testo
del fanciullino
pascoliano[9] che era stato a lungo analizzato tra novembre e dicembre
dell’ultimo anno. Nel secondo quadrimestre Italo Svevo aveva occupato
parecchie lezioni. Ed ecco che nel proprio saggio breve un ‘altra
allieva innesta, sulla citazione di Camilleri <quando finirà
il tempo?> la profezia sveviana: “Ci viene in aiuto Svevo e la
profezia che un giorno, in seguito all’uso sciagurato di un ordigno,
ci sarà un mondo senza uomini e malattie[10]” (Vera).
La pagina finale della Coscienza era stata letta in classe con emozione,
anche perché correlata all’altra terribile del leopardiano
Cantico del Gallo Silvestre. Citare Svevo risulta poi utile alla candidata
per procedere ad una riflessione sui due tempi, quello esteriore e quello
della coscienza. Ma senza voler proseguire in uno sterile elenco, che
vale solo come esemplificazione di ricorrenze, conviene invece soffermarsi
su una modalità di citazione tutta particolare, usata da una studentessa
che aveva sempre manifestato letture e interessi propri (specialmente
dalla letteratura spagnola) ed un linguaggio, un idioletto, altamente
metaforico. Il testo d’esame inizia con questa periodo: “<La
noia è come l’aria> diceva Giacomo Leopardi; forse sarebbe
più giusto dire il tempo è come l’aria:affiliati dalla
medesima impalpabilità. Il tempo occupa per cicli lo spazio e lo
spazio dell’aria, come onda sulla rena, va e viene. E occupa tutti
gli interstizi.” (Selene)
All’inizio della quinta era stato condotto un breve modulo incentrato
su
Leopardi e Baudelaire rispetto al tema della noia. In particolare di Leopardi
si era letto il dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, nel
quale il poeta dice tra l’altro “a me pare che la noia sia
della natura dell’aria…Tutti gli intervalli della vita umana
sono occupati dalla noia.”[11] Ecco che quel brano diventa nel nuovo
testo occasione di entrare in argomento attraverso una citazione amplificata,
condotta su una similitudine: “il tempo è come l’aria”,
quasi un’eco. Fili provenienti da epoche e testi diversi vanno a
far parte di un testo
contemporaneo, personale.
Ma questi esempi hanno un significato ed un senso solo per me docente,
entrano nella logica della comunità interpretante che è
la propria classe, nella –diversa ogni volta – relazione docente/studenti,
l’irripetibile serie di lezioni che è alla fine esperienza
vissuta. Qui la mia esperienza conduce semplicemente ad indicare uno sguardo
possibile, propone un’attenzione in più agli oggetti letterari,
alle citazioni che in uscita popolano la scrittura degli allievi, nella
fiducia che sì, qualcosa rimane.
E anch’io chiudo citando versi di Mario Luzi che negli ultimi giorni
di lezione avevo consegnato come viatico alla classe; una specie di exergo
per loro e per me:
“(…)
Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto”
Raramente qualche gabbiano appare.”[12]
Note
[1] Giovanni Pascoli “La mia sera” in Myricae,
Milano, Arnoldo Mondadori 1974
[2] “Redazione di un saggio breve o articolo. Consegne: sviluppa
l’argomento
scelto in forma o di saggio breve o di articolo di giornale, utilizzando
i
documenti e i dati che lo corredano…..”
[3] Italo Calvino “Il mestiere dell’archeologo” in Una
pietra sopra, Milano,
Arnoldo Mondadori 1995, p.318 e segg.
[4] Vedi nel sito Miur:
http//www.istruzione.it/argomenti/esamedistato/prove/2004/as2004.htm
[5] Ezio Raimondi La metamorfosi della parola. Da Dante a Montale, Milano,
Bruno
Mondadori, 2004, p. 120
[6] E. Raimondi, cit, p. 70
[7] Carlo Emilio Gadda “Come lavoro” in I viaggi la morte,
Milano, Garzanti,
1977, p.18“
[8] Eugenio Montale,Ossi di seppia,Milano, Arnoldo Mondadori, 1991
[9] Giovanni Pascoli, Il fanciullino,Milano, Feltrinelli 1992
[10] Italo Svevo,La coscienza di Zeno, Milano, Dall’Oglio 1976
[11] Giacomo Leopardi Operette Morali,Milano, Feltrinelli 1992
[12] Mario Luzi “La notte lava la mente” in Tutte le poesie,Milano,
Garzanti
1993
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