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«Nessun poeta, nessun artista di nessuna arte, isolatamente
preso, ha in sé tutto il proprio senso» (T. S. Eliot, Il
bosco sacro). L’affermazione di Eliot si presta ad essere intesa
come suggerimento operativo ed equivale ad uno sprone: indica innanzitutto
la buona prassi di rapportare sempre ogni autore, presentato
ai discenti, al pertinente contesto sociale e culturale e induce indirettamente
a spingersi sempre un po’ oltre rispetto al punto cui si credeva
di poter arrivare. Il rapporto tra insegnamento e apprendimento è
infatti basato sulla precisa volontà di progredire, perché,
come ogni attività di ricerca, è sempre in fieri
e non omologabile, in quanto scaturisce dalla collaborazione stabilita
tra gli individui in essa coinvolti.
Il percorso tracciato nel presente contributo è stato
ideato nel corso dell’A.S. 2003 – 2004 per una classe quarta
del Liceo Scientifico N. Copernico di Bologna, nell’ambito di un
approfondimento dedicato ai carmi del poeta latino Valerio Catullo, e
si compone delle seguenti sezioni:
- La città del poeta: una rassegna dei principali
monumenti della Verona romana;
- Venusta Sirmio: i resti della villa romana denominata Grotte di Catullo;
-Un testo e la sua parodia: Virgilio imita Catullo e ‘ispira’
un gioco di scrittura creativa;
- Notazioni di un grammatico: il carme XCII e una inopportuna analisi
testuale di molti secoli fa;
- Catullo come personaggio di un romanzo: romanzieri moderni psicanalizzano
il poeta;
- Un’interpretazione musicale dei carmi: una lettura cantata dei
versi latini.
La città del poeta
Che cosa cercano i ragazzi in un classico? Oltre le parole,
o meglio, attraverso i testi, forse sperano di incontrare un autore, anzi,
un uomo. In questa prospettiva non è del tutto inutile provare
a presentare un artista anche in relazione ai luoghi nei quali è
vissuto, perché un ambiente, naturale o urbano, offre pur sempre
una chiave di lettura per raccogliere informazioni adatte a sottrarre
gli scrittori latini da quella indiscriminata e un po’ generica
appartenenza alla romanità che può risultare falsante rispetto
alle aspettative del lettore.
Prima di diventare scrittore di Roma, Catullo è vissuto
a Verona. Il nome della città natale (colonia latina dall’89
sino al 49 a.C., allorché divenne Municipio romano) è infatti
espressamente citato in 5 suoi componimenti.
Peraltro nel carme 17, in particolare, il poeta rammenta un ponte di Colonia[1]
dal quale vorrebbe scaraventare un marito poco avveduto che, dopo aver
sposato una avvenente fanciulla, se ne disinteressa e non s’accorge
dei tradimenti.
XVII
O Colonia
O Colonia, che ami far festa sul tuo ponte lungo
e l’hai già preparato alle danze,
ma temi che le gambe malferme di quel ponticello
costruito con assi rifatte,
lo faccian cadere riverso tra l’acqua ed il fango,
possa, com’è nei tuoi voti, il ponte servire
ad accogliere i giochi dei Salii danzanti:
tu fammi godere uno scherzo
da riderne fuor di misura.
Un tale, mio compaesano, vorrei che dal ponte
cadesse, capo e piedi, nel fango,
proprio là, dove di tutta la trista palude
l’acqua è più nera e più fonda.
È insulso davvero e ha il giudizio
di un bimbo di un anno,
che dorma cullato in braccio a suo padre.
Ha sposato un fior di ragazza, appena sbocciata,
una ragazza più delicata di un caprettino da latte,
da custodire con molta più cura
dell’uva più dolce e matura.
E lascia, lo sciocco, che faccia quello che vuole,
senza darsi il minimo affanno;
per quanto sta in lui,
non s’alza nemmeno per sogno
ma sta sempre disteso, come ontano in un fosso,
abbattuto da Ligure scure, tutto ignorando
come se nulla accadesse.
Così quel mio ottuso paesano non vede mai nulla,
non ode mai nulla, non sa neppure egli stesso chi sia
e ignora persino d’essere al mondo.
Perciò dal ponte lo voglio gettare, se mai possa,
per il colpo improvviso, cacciar via
quel suo assurdo torpore, lasciando
il suo animo fiacco giù, nel grave pantano,
come lascia i ferri la mula nel fango pesante.
(Trad. Alessandro Natucci)

Ponte Pietra
Le due arcate originali di epoca romana, adiacenti al colle di San Pietro,
si erano conservate sino al 1945, allorché l’esercito tedesco
in ritirata minò l’intero ponte.
La menzione del ponte, indicata dal carme di Catullo, suggerisce
dunque un segno importante da ricercare nell’impianto urbanistico
della città, attraversata dall’Adige.
Innanzitutto occorre fare una premessa storica, valendosi della testimonianza
di Plinio il Vecchio, che indica Verona quale città «Raetorum
et Euganeorum» (Naturalis Historia, III, 130). L’agglomerato
vanta dunque origini antichissime, come attesta peraltro il suffisso –ona,
riscontrabile anche nei centri etruschi, Cortona, ad esempio. La cartografia
imperiale pone Verona come crocevia di alcune rilevanti direttrici viarie:
via Claudia Augusta (da Mutina verso la Germania), via Gallica (Augusta
Taurinorum – Aquileia), via Postumia (Genova – Aquileia),
vico veronensium (Verona – Ostiglia).
Forse nello stesso 89 a.C., ottenuto il riconoscimento di colonia, fu
edificato ponte Pietra per mettere in comunicazione le due sponde del
fiume: l’una in corrispondenza con il colle di San Pietro, dove
era ubicato un tempio, dedicato a Giove, l’altra disposta in una
zona pianeggiante che progressivamente andò ordinandosi in un reticolato
di quartieri disposti lungo il decumano massimo, l’asse viario di
porta Borsari, e il cardo massimo, contraddistinto dalla presenza di porta
Leoni, facente parte di una cinta muraria nella quale fu ritrovata una
iscrizione con i nomi di Valerius, Caecilius, Servilius
e Cornelius, ossia i nomi dei magistrati cittadini appartenenti
alle famiglie più in vista dell’urbe.
Nel 49 a.C. Verona, divenuta municipio romano, si valse dei medesimi privilegi
giuridici spettanti ai cittadini di Roma. Da tale momento in poi cominciò
la costruzione dei più importanti monumenti: porta Jovia, arco
dei Gavi, porta Leoni, il teatro e l’anfiteatro. Benché nessuno
di tali edifici costituisca la scenografica cornice ambientale del poeta,
la loro immagine restituisce almeno un tramite ideale rispetto alla più
antica storia della città.
All’età cesariana risale la costruzione delle mura in mattoni
sesquipedali, parallelepipedi, legati tra loro con malta ed esternamente
disposti in serie di riseghe. Ancora oggi sono visibili le due porte urbiche:
porta Borsari sul decumano massimo e porta dei Leoni sul cardo.
Un tempo denominata porta Iovia, data la vicinanza con il tempietto di
Giove Lustrale (i cui resti furono demoliti dopo il 1926, nel corso degli
ampliamenti di via Diaz), porta Borsari deve l’attuale nome alla
presenza dei bursarii, che in epoca medievale esigevano le imposte
sulle merci commerciate in città.

La facciata è articolata in tre ordini: il primo
è costituito da due fornici, delimitati da colonne a capitelli
corinzi, reggenti una trabeazione, sormontata da timpano; il secondo ordine
ha una sequenza di sei finestre, ornate da colonne, lesene e timpani;
anche il terzo e ultimo ordine ha sei finestre incluse in cornici di foggia
rettangolare.
La via che si dipartiva da porta Iovia immetteva
nel foro, attuale piazza delle Erbe.
La facciata marmorea di porta dei Leoni è il risultato di un rivestimento
del I sec. d.C., applicato ad una struttura difensiva di età tardorepubblicana.

L’articolazione dello scenografico edificio, che enfatizzava
l’imbocco del cardo massimo, è stata oggetto di studio da
parte di famosi architetti, quali Sebastiano Serlio e Palladio.

Porta Leoni
Ricostruzione dell’arco dei Gavi ad opera di Sebastiano Serlio.
L’immagine è tratta dall’opera Palladio e Verona,
catalogo della mostra, Verona 1980
Al I sec. d.C. risale anche l’arco dei Gavi; originariamente
posto sulla via Postumia, fu demolito nel XIX secolo e poi ricostruito
nel 1932 nella piazza adiacente Castelvecchio.
I Gavi si resero peraltro benemeriti nei confronti dei loro concittadini,
partecipando alla costruzione dell’acquedotto.
Una iscrizione menziona l’architetto:
“L - VITRVVIVS - L - L – CERDO ARCHITECTVS”,
ossia il liberto Lucio Vitruvio Cerdone.
Il più celebre edificio monumentale della città è
sicuramente l’anfiteatro, meglio noto come Arena di Verona.
La pianta ellittica è orientata in base al tracciato urbano tardo
repubblicano. L’anfiteatro fu costruito nella prima metà
del I secolo d.C. ed è il terzo per dimensioni dopo il Colosseo
e l’edificio campano di Capua. Con una capienza di trentamila persone,
la cavea dell’arena è costituita da quarantaquattro gradoni,
poggianti su setti radiali. La cinta esterna ha un rivestimento in ordine
tuscanico, in origine composto da tre registri sovrapposti, fino a raggiungere
una sopraelevazione di oltre trenta metri: ne rimane solamente un tratto,
la cosiddetta Ala, a quattro arcate. Le successive strutture elissoidali
dell’anfiteatro sono in opus quadratum per pareti e volte
e in opus cementicium per le restanti parti.

Nella incisione del Caroto, si osserva una
ripresa prospettica delle gallerie; sulla sinistra sono evidenziate le
quattro arcate dell’ala.
L’immagine è tratta dall’opera Palladio e Verona,
catalogo della mostra, Verona 1980.
Venusta Sirmio
Nella provincia di Brescia, Sirmione è una penisola
posta sulla riva meridionale del lago di Garda: a questo incantevole luogo
Catullo ha dedicato uno dei componimenti più luminosi della sua
intera produzione.
XXXI
Pupilla delle isole,
e delle penisole, quali nei laghi lucenti
e nel vasto mare sostiene l'onnipossente Nettuno,
con quanto piacere, con quanta letizia ti rivedo,
Sirmione,
io che a stento posso credere di aver lasciato la Tinia e i campi Bitini,
e, sicuro, posso contemplarti di nuovo.
Che cosa c'è di più bello,
quando, sciolti da ogni cura, la mente depone ogni fastidio
e, stanchi del viaggio e delle fatiche,
torniamo ai nostri Lari,
abbandonandoci nel letto
a lungo sospirato?
Questo, soltanto questo, dopo tante fatiche.
Io ti saluto, bellissima Sirmione,
e tu gioisci del signore che ritorna.
Gioite anche voi, onde del lago di Lidia
e tutti quanti ridete, sorrisi della mia casa.
(Trad. Alessandro Natucci)
Abitata fin dall’antichità, Sirmione conserva
imponenti resti di un edificio adibito a villa, provvisto anche di stabilimento
termale, denominato, erroneamente, grotte di Catullo.

In realtà, è tuttora sconosciuto il nome del
proprietario. Costruito in corrispondenza di un importante mansio, sul
tracciato viario tra Brescia e Verona, l’edificio, di età
augustea, a pianta rettangolare, è articolato su tre livelli ed
ha due avancorpi a carattere residenziale sui lati brevi. L’entrata
era posizionata sul lato meridionale, dov’era pure il settore termale.

In corrispondenza dei lati esposti a est ed ovest erano
lunghi porticati affacciati sul lago, uniti a nord mediante una terrazza
belvedere, che permettevano l’incantevole veduta panoramica del
Garda.

Al centro si trova un vasto peristilio-viridario, sul cui
lato meridionale trova posto una grande cisterna, coperta da un pavimento
in opus spicatum. Sulla destra rispetto all’ingresso, il
museo offre alla vista dei visitatori reperti di affreschi, stucchi, oggetti
d’uso quotidiano e la pianta della villa.
Un testo e la sua parodia
Un altro modo per incontrare Catullo secondo un’ottica
alternativa, rispetto all’uso canonico dei testi del canzoniere,
consiste nel rileggere un rifacimento in chiave parodica di un suo carmen
ad opera di un altro artista: protagonista del componimento originario
è il vascello del poeta, nel calco dell’appendix virgiliana
compare invece un mulattiere che, dopo aver faticato a lungo per le strade
tra Mantova e Brescia, riesce a sedere in cattedra.
IV
Il naviglio che proprio qui vedete, ospiti miei,
dice che fu tra le navi tutte velocissimo
e superò lo slancio di qualsivoglia legno galleggiante,
servendosi dei remi o, se facesse al caso, delle vele.
E ciò del pari dicono le Cicladi e l’ Adriatico denso di
minacce,
Rodi nobilissima, l’aspra Tracia
Propontide e il golfo Pontico,
dove questo legno, poi veloce naviglio,
fu prima una chiomata selva;
talché spesso sul giogo del Cytoro
sibilando suonò la verdeggiante chioma.
Pontica Amastri! Cytoro fertile di bossi,
ciò ti fu sempre noto, al dire del naviglio:
sulla tua vetta ebbe infatti i natali,
e i remi, al varo, immerse nel tuo mare,
di qui portando il suo padrone poi
per onde e per tempeste, spirasse da levante il vento o da ponente,
o con pari forza soffiasse Giove propizio su i capi delle vele.
E giura ancora il mio prode naviglio
che mai dèi litorali ebbe a pregare,
quando da un mare lontanissimo
venne fin qui, a questo lago sereno.
Ma tutto ciò fu un tempo; ora invecchia tranquillo in un cantone
e a te Castore e al gemello di Castore, raccomanda se stesso.
(Trad. Alessandro Natucci)
Il rifacimento che compare nell’appendix vergiliana
consiste in una sequenza di versi spiccioli (catalepton) che
allude forse ad un genere di esercitazione che i ragazzi dovevano sperimentare
nel corso della loro istruzione letteraria.
Sabino il mulattiere
Quel famoso Sabino che vedete, o ospiti,
dice di essere stato il più celere dei mulattieri,
e che mai l’impeto di un alato carretto
poté superarlo, sia che bisognasse volare
a Mantova, sia a Brescia.
E nega che possa negare ciò la nobile casa del rivale
Trifone o il caseggiato di Cerilo,
dove costui, poi «chiamato» Sabino, prima Quinzione,
dice di aver tosato ai muli con la forbice a due denti
i chiomati colli, affinché l’ispida criniera, sotto la pressione
del giogo citorio, non producesse piaghe.
Sabino afferma, o fredda Cremona, o fangosa Gallia,
che queste cose vi erano state e vi sono notissime;
dice che fin dalla sua lontana origine
è stato nelle vostre voragini,
che ha deposto nella palude i suoi bagagli,
e che di là, per tante miglia tracciate dalle ruote
ha portato il giogo, sia che la mula di sinistra o quella di destra
sia che †l’uno o l’altro <animale> cominciasse
ad impuntarsi;
e che nessun voto avesse offerto alle divinità dei sentieri
eccetto questo recentissimo:
le paterne briglie e la †vicina† striglia.
Ma questi fatti accaddero prima: ora egli siede
su un eburneo seggio e si dedica a te,
o gemello Castore, e a te, gemello di Castore.
(Appendix Vergiliana, Prefazione di L. Canali,
a cura di M. G. Iodice, Mondatori, Milano, 2002)
Sulla scorta dell’ originale di Catullo e del rifacimento
riportato dall’appendix, tale esercizio di riscrittura è
replicabile in classe, sotto forma di attività individuale oppure
di gruppo.
Durante l’anno scolastico 2002-2003 sono stati realizzati calchi,
che alcune allieve del Liceo Copernico di Bologna hanno proposto in formato
powerpoint.
Sono riportati due testi a titolo d’esempio.
La statua
Quella statua che vedete, o amici,
dice di essere stata la scultura più ammirata
di ogni altro monumento,
e aggiunge di non essere mai stata superata in bellezza
dalla dea Venere.
Afferma anche che non possono negare ciò
i più grandi artisti quali Donatello,
Michelangelo o Canova,
conosciuta come la dea Nike,
donna mitologica dalle soffici e possenti ali,
nate dalle esperte mani dello scultore di Samotracia.
O famosa Rodi e magnifica Pergamo,
Nike celebra le vostre valorose vittorie su Antioco III re di Siria;
rievoca l’aspro scontro
fomentato da Marte, dio della guerra,
imperversando sia sul lato sinistro, sia destro
o su ambedue gli schieramenti,
e asserisce che da parte sua non sono stati pronunciati voti
a Cronos, dio del tempo.
Pur essendo nata da un insignificante blocco di pietra,
è sopravvissuta fino a oggi,
alle numerose intemperie.
Ma queste cose sono accadute in precedenza: ora ciò
che rimane di lei è un corpo privo di testa; per questo lei si dedica
a te,
gemello Castore, e a te gemello di Castore.
(Giorgia Grandi, Monica Trippodo, Tatiana Sandrolini)
Il cantante
Quel cantante che voi vedete, o amici,
dice di essere stato il lavavetri più preciso di Roma
e di non essersi lasciato influenzare
dalle più sofisticate e moderne tecnologie per la pulizia.
Riusciva infatti a rendere i vetri talmente puliti e lucidi,
che persino di notte i raggi lunari si rispecchiavano in essi.
Per non annoiarsi, inoltre cantava allegri motivetti spesso da lui inventati.
Tutto ciò lo possono confermare le migliaia di vetri di ogni singola
casa e di ogni grattacielo
su cui è passata la sua impeccabile spugna
e anche il talent-scout che un pomeriggio lo ha sentito cantare
rimanendo estasiato dalla sua bellissima voce.
Non sono mai state pronunciate preghiere verso gli dei della pulizia ad
alta quota
tranne quando ha donato loro gli attrezzi del suo mestiere.
Ma tutto questo è passato.
Adesso infatti tiene tra le mani, al posto della spugna, un nero microfono
e non è più circondato dalle nuvole del cielo ma da folle
in delirio.
Le sue canzoni sono ispirate da te gemello Castore e da te gemello di Castore.
(Chiara Gaetti, Margherita Cavallari)
Peraltro il calco di un testo di Catullo è riscontrabile
anche in un’epoca a noi più vicina: è il caso, ad
esempio, del carmen 42, adeste hendecasyllabi quot estis, ripreso
da Charles Bukovsky, «To the whore who took my poems»: in
entrambi i casi i poeti recriminano contro la perfida, definita sgualdrina
- moecha turpis / whore - che ha sottratto le composizioni
poetiche dell’ amante.
Notazioni di un ‘grammatico’: distopia
di senso
La mala abitudine di selezionare le parole di un testo letterario
per renderle oggetto di una dissertazione erudita, o pseudo tale, ha origini
remote. Nemmeno Catullo si è salvato da questa pratica, che anticipa
dunque di qualche secolo le sevizie subite dall’ autore classico
nelle aule delle nostre scuole.
L’esempio lo fornisce Aulo Gellio, a proposito della accezione della
parola deprecor, nel carme 92: attribuire anche ad una sola parola
una sfumatura di senso differente, rispetto alle intenzioni del poeta,
equivale ad appiattire l’efficacia comunicativa dell’intera
composizione. Di più: la scarsa competenza in fatto di regole e
stile diventa oggetto d’ironia da parte di Gellio (Noctes Atticae,
VII, 16, 1-5) e offre lo spunto ai lettori per riflettere sull’opportunità
di fare rilievi critici, dotandosi di strumenti adeguati (conoscenza del
contesto, riconoscimento dei moduli espressivi e delle forme retoriche,
ricerca dei modelli intertestuali e delle peculiarità individuali).
Verbum ‘deprecor’ a poeta
Catullo inusitate quidem, sed apte positum et proprie; deque ratione
eius verbi exemplisque veterum scriptorum.
7.16.1 Eiusmodi quispiam, qui tumultuariis et inconditis
linguae exercitationibus ad famam sese facundiae promiserat neque
orationis Latinae usurpationes <rationes> ve ullas didicerat,
cum in Lycio forte vespera ambularemus, ludo ibi et voluptati fuit.
7.16.2 Nam cum esset verbum ‘deprecor’
doctiuscule positum in Catulli carmine, quia id ignorabat, frigidissimos
versus esse dicebat omnium quidem iudicio venustissimos, quos subscripsi:
Lesbia mi dicit semper male nec tacet umquam de me: Lesbia me
dispeream nisi amat. Quo signo? Quia sunt totidem mea: deprecor
illam
assidue, verum dispeream nisi amo.
7.16.3 ‘Deprecor’ hoc in loco vir bonus
ita esse dictum putabat, ut plerumque a vulgo dicitur, quod significat
‘valde precor’ et ‘oro’ et ‘supplico’,
in quo ‘de’ praepositio ad augendum et cumulandum valet.
7.16.4 Quod si ita esset, frigidi sane versus forent.
7.16.5 Nunc enim contra omnino est: nam ‘de’
praepositio, quoniam est anceps, in uno eodemque verbo duplicem
vim capit. Sic enim ‘deprecor’ a Catullo dictum est,
quasi ‘detestor’ vel ‘exsecror’ vel ‘depello’
vel ‘abominor’ [...]
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Sul verbo deprecor e l’uso,
insolito sì ma coerente e appropriato, che ne fece il poeta
Catullo. Spiegazione di questo verbo; esempi di scrittori antichi.
7.16.1 Ci trovavamo, una sera, a passeggiare nel
Liceo’, e un tale, uno di quei tipi che per avere fatto una
pratica approssimatíva e disordinata della lingua si sentono
destinati alla fama dell’eloquenza senza avere imparato gli
usi e le regole dello stile latino, ci fornì un’occasione
di divertimento e di spasso. 7.16.2 C’è
una poesia di Catullo dove si trova il verbo deprecor in
un’accezione piuttosto ricercata: e quello, che non lo sapeva,
tacciava di scipitaggine estrema i versi che qui cito e che tutti
giudicano bellissimi:
Lesbia parla sempre male di me, non sta mai zitta su di me:
Lesbia, possa io morire se non è vero che mi ama. La prova?
Ma perché altrettanto faccio io:la maIedico continuamente,
ma possa io morire se non è vero che l’amo.
7.16.3 Il brav’uomo pensava che in questo
passo deprecor stia nel senso usualmente corrente, di «prego
vivamente», «scongiuro», «supplico»,
dove il prefisso de- indica un accrescimento, una maggiorazione:
7.16.4 se così fosse, quei versi sarebbero davvero insipidi.
7.16.5 Invece è tutto il contrario: perché
il prefisso de- è bivalente, e in una stessa identica parola
assume un duplice significato; Catullo infatti usa deprecor col
valore di «detesto», «esecro», «caccio
via», «respingo come infausto» [...]. (Trad. G.
Bernardi Perini) |
Catullo come personaggio di un romanzo
È questo un approccio discretamente arbitrario, ma
la componente fantastica che consente di dar voce ad un classico, immaginandolo
coinvolto in vicende del quotidiano o in una conversazione, rende, paradossalmente,
più apprezzabile il rigore filologico con il quale, di solito,
le opere di un autore sono analizzate nell’ambito di una lezione
più o meno tradizionale.
Si può iniziare con Idi di marzo di Thorton
Wilder; si tratta di un romanzo epistolare giocato su un deliberato anacronismo:
stando alle fonti, al tempo del complotto contro Giulio Cesare il nostro
poeta era di certo già morto, la libertà creativa lo rende
invece un sorvegliato speciale per conto del dittatore, che vuole condurre
un’inchiesta in merito all’amore.
Tra le lettere, ne compare una di Clodia, Lesbia, che, molto risentita
a seguito di tutte le recriminazioni di Catullo contro di lei, professa
la sua volontà di agire come meglio gradisce: «È troppo
noioso avere a che fare con un bambino isterico. Non cercare più
di vedermi. Non permetto che mi si parli in questo modo. Non ho mancato
a nessuna promessa perché non ne ho fatta nessuna. Voglio vivere
come mi pare»(Traduzione di F. Pivano).
A ciò si aggiunga il Catullo dimezzato,
protagonista di un episodio del testo di Luca Canali, Ciascuno soffre
la sua ombra: un Catullo che ha una conversazione con Musa, medico dell’anima.
Anche Musa sottolinea l’aspetto del ‘piccolo’ Catullo
che convive con l’adulto e continua a recitare «magistralmente
la parte appresa sul palcoscenico familiare»; oltretutto la relazione
con Lesbia replica “la relazione di disparità, di attaccamento
e insieme di insofferenza, insomma di ambivalenza, che c’è
tra il bambino e la madre”.
Un’interpretazione musicale dei carmi
In Altro Altrove, Angelo Branduardi ha ripreso
il carmen LI Ille mi par esse deo videtur e canta il
testo latino originale, su una base musicale connotata da una certa drammaticità.
Non è la prima volta che questo carme si sposa alla musica leggera,
la trasposizione è stata infatti compiuta nel 1966 dal cantautore
armeno Charles Aznavour: la versione italiana è intitolata E io
fra di voi; la reminiscenza classica non è involontaria, bensì
intenzionale.
Decisamente più complessa l’ideazione musicale di Carl Orff
che nel 1930 selezionò dieci carmina [2], inserendoli
in una struttura musicale rappresentata sotto forma di pantomima danzata
in tre atti. Manca una trama vera e propria, ma esiste piuttosto l’evocazione
di un sentimento amoroso che attraversa fasi di ardente passionalità,
per poi estinguersi.
L’opera si apre con la praelusio: sulla scena sono presenti
a sinistra un gruppo di giovani, a destra le fanciulle, al centro gli
anziani. I testi del poeta sono proposti all’interno di una cornice
nella quale agiscono gli amici del poeta contrapposti ad un gruppo di
anziani che esprimono il loro disappunto nei confronti degli scherzi dei
giovani. L’opposizione anziani/giovani è dunque affiancata
alle altre coppie antitetiche del canzoniere catulliano: odi/amo,
noctes/dies, mors/vita. La postlusio
chiude la composizione e i giovani esclamano gioiosi «ascendite
faces».
Note
[1] Una iscrizione, posta sull’architrave di Porta
Borsari, menziona Verona quale Colonia Augusta Nova Gallieniana.
[2] LXXXV Odi et amo; V Vivamus, mea Lesbia, atque
amemus; LI Ille mi par esse deo videtur; LVIII Caeli, Lesbia nostra; LVV
Nulli se dicit mulier mea nubere malle; XXXII Amabo, mea dulcis Ipsitilla,
meae deliciae, mei; XLI Anneiana puella; VIII Miser Catulle desinas ineptire;
LXXXVII Nulla potest tantum se dicere amatam; LXXV Huc est mens deducta
tua, mea Lesbia, culpa.
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