Fabia Zanasi, Tra congetture e grammatica l’avventura di un classico

 

«Nessun poeta, nessun artista di nessuna arte, isolatamente preso, ha in sé tutto il proprio senso» (T. S. Eliot, Il bosco sacro). L’affermazione di Eliot si presta ad essere intesa come suggerimento operativo ed equivale ad uno sprone: indica innanzitutto la buona prassi di rapportare sempre ogni autore, presentato ai discenti, al pertinente contesto sociale e culturale e induce indirettamente a spingersi sempre un po’ oltre rispetto al punto cui si credeva di poter arrivare. Il rapporto tra insegnamento e apprendimento è infatti basato sulla precisa volontà di progredire, perché, come ogni attività di ricerca, è sempre in fieri e non omologabile, in quanto scaturisce dalla collaborazione stabilita tra gli individui in essa coinvolti.

Il percorso tracciato nel presente contributo è stato ideato nel corso dell’A.S. 2003 – 2004 per una classe quarta del Liceo Scientifico N. Copernico di Bologna, nell’ambito di un approfondimento dedicato ai carmi del poeta latino Valerio Catullo, e si compone delle seguenti sezioni:

- La città del poeta: una rassegna dei principali monumenti della Verona romana;
- Venusta Sirmio: i resti della villa romana denominata Grotte di Catullo;
-Un testo e la sua parodia: Virgilio imita Catullo e ‘ispira’ un gioco di scrittura creativa;
- Notazioni di un grammatico: il carme XCII e una inopportuna analisi testuale di molti secoli fa;
- Catullo come personaggio di un romanzo: romanzieri moderni psicanalizzano il poeta;
- Un’interpretazione musicale dei carmi: una lettura cantata dei versi latini.

La città del poeta

Che cosa cercano i ragazzi in un classico? Oltre le parole, o meglio, attraverso i testi, forse sperano di incontrare un autore, anzi, un uomo. In questa prospettiva non è del tutto inutile provare a presentare un artista anche in relazione ai luoghi nei quali è vissuto, perché un ambiente, naturale o urbano, offre pur sempre una chiave di lettura per raccogliere informazioni adatte a sottrarre gli scrittori latini da quella indiscriminata e un po’ generica appartenenza alla romanità che può risultare falsante rispetto alle aspettative del lettore.

Prima di diventare scrittore di Roma, Catullo è vissuto a Verona. Il nome della città natale (colonia latina dall’89 sino al 49 a.C., allorché divenne Municipio romano) è infatti espressamente citato in 5 suoi componimenti.
Peraltro nel carme 17, in particolare, il poeta rammenta un ponte di Colonia[1] dal quale vorrebbe scaraventare un marito poco avveduto che, dopo aver sposato una avvenente fanciulla, se ne disinteressa e non s’accorge dei tradimenti.

XVII
O Colonia

O Colonia, che ami far festa sul tuo ponte lungo
e l’hai già preparato alle danze,
ma temi che le gambe malferme di quel ponticello
costruito con assi rifatte,
lo faccian cadere riverso tra l’acqua ed il fango,
possa, com’è nei tuoi voti, il ponte servire
ad accogliere i giochi dei Salii danzanti:
tu fammi godere uno scherzo
da riderne fuor di misura.
Un tale, mio compaesano, vorrei che dal ponte
cadesse, capo e piedi, nel fango,
proprio là, dove di tutta la trista palude
l’acqua è più nera e più fonda.
È insulso davvero e ha il giudizio
di un bimbo di un anno,
che dorma cullato in braccio a suo padre.
Ha sposato un fior di ragazza, appena sbocciata,
una ragazza più delicata di un caprettino da latte,
da custodire con molta più cura
dell’uva più dolce e matura.
E lascia, lo sciocco, che faccia quello che vuole,
senza darsi il minimo affanno;
per quanto sta in lui,
non s’alza nemmeno per sogno
ma sta sempre disteso, come ontano in un fosso,
abbattuto da Ligure scure, tutto ignorando
come se nulla accadesse.
Così quel mio ottuso paesano non vede mai nulla,
non ode mai nulla, non sa neppure egli stesso chi sia
e ignora persino d’essere al mondo.
Perciò dal ponte lo voglio gettare, se mai possa,
per il colpo improvviso, cacciar via
quel suo assurdo torpore, lasciando
il suo animo fiacco giù, nel grave pantano,
come lascia i ferri la mula nel fango pesante.

(Trad. Alessandro Natucci)

Ponte Pietra
Le due arcate originali di epoca romana, adiacenti al colle di San Pietro, si erano conservate sino al 1945, allorché l’esercito tedesco in ritirata minò l’intero ponte.

La menzione del ponte, indicata dal carme di Catullo, suggerisce dunque un segno importante da ricercare nell’impianto urbanistico della città, attraversata dall’Adige.
Innanzitutto occorre fare una premessa storica, valendosi della testimonianza di Plinio il Vecchio, che indica Verona quale città «Raetorum et Euganeorum» (Naturalis Historia, III, 130). L’agglomerato vanta dunque origini antichissime, come attesta peraltro il suffisso –ona, riscontrabile anche nei centri etruschi, Cortona, ad esempio. La cartografia imperiale pone Verona come crocevia di alcune rilevanti direttrici viarie: via Claudia Augusta (da Mutina verso la Germania), via Gallica (Augusta Taurinorum – Aquileia), via Postumia (Genova – Aquileia), vico veronensium (Verona – Ostiglia).
Forse nello stesso 89 a.C., ottenuto il riconoscimento di colonia, fu edificato ponte Pietra per mettere in comunicazione le due sponde del fiume: l’una in corrispondenza con il colle di San Pietro, dove era ubicato un tempio, dedicato a Giove, l’altra disposta in una zona pianeggiante che progressivamente andò ordinandosi in un reticolato di quartieri disposti lungo il decumano massimo, l’asse viario di porta Borsari, e il cardo massimo, contraddistinto dalla presenza di porta Leoni, facente parte di una cinta muraria nella quale fu ritrovata una iscrizione con i nomi di Valerius, Caecilius, Servilius e Cornelius, ossia i nomi dei magistrati cittadini appartenenti alle famiglie più in vista dell’urbe.
Nel 49 a.C. Verona, divenuta municipio romano, si valse dei medesimi privilegi giuridici spettanti ai cittadini di Roma. Da tale momento in poi cominciò la costruzione dei più importanti monumenti: porta Jovia, arco dei Gavi, porta Leoni, il teatro e l’anfiteatro. Benché nessuno di tali edifici costituisca la scenografica cornice ambientale del poeta, la loro immagine restituisce almeno un tramite ideale rispetto alla più antica storia della città.
All’età cesariana risale la costruzione delle mura in mattoni sesquipedali, parallelepipedi, legati tra loro con malta ed esternamente disposti in serie di riseghe. Ancora oggi sono visibili le due porte urbiche: porta Borsari sul decumano massimo e porta dei Leoni sul cardo.
Un tempo denominata porta Iovia, data la vicinanza con il tempietto di Giove Lustrale (i cui resti furono demoliti dopo il 1926, nel corso degli ampliamenti di via Diaz), porta Borsari deve l’attuale nome alla presenza dei bursarii, che in epoca medievale esigevano le imposte sulle merci commerciate in città.

La facciata è articolata in tre ordini: il primo è costituito da due fornici, delimitati da colonne a capitelli corinzi, reggenti una trabeazione, sormontata da timpano; il secondo ordine ha una sequenza di sei finestre, ornate da colonne, lesene e timpani; anche il terzo e ultimo ordine ha sei finestre incluse in cornici di foggia rettangolare.
La via che si dipartiva da porta Iovia immetteva
nel foro, attuale piazza delle Erbe.
La facciata marmorea di porta dei Leoni è il risultato di un rivestimento del I sec. d.C., applicato ad una struttura difensiva di età tardorepubblicana.

L’articolazione dello scenografico edificio, che enfatizzava l’imbocco del cardo massimo, è stata oggetto di studio da parte di famosi architetti, quali Sebastiano Serlio e Palladio.

Porta Leoni
Ricostruzione dell’arco dei Gavi ad opera di Sebastiano Serlio.
L’immagine è tratta dall’opera Palladio e Verona, catalogo della mostra, Verona 1980

Al I sec. d.C. risale anche l’arco dei Gavi; originariamente posto sulla via Postumia, fu demolito nel XIX secolo e poi ricostruito nel 1932 nella piazza adiacente Castelvecchio.
I Gavi si resero peraltro benemeriti nei confronti dei loro concittadini, partecipando alla costruzione dell’acquedotto.
Una iscrizione menziona l’architetto:

“L - VITRVVIVS - L - L – CERDO ARCHITECTVS”, ossia il liberto Lucio Vitruvio Cerdone.
Il più celebre edificio monumentale della città è sicuramente l’anfiteatro, meglio noto come Arena di Verona.
La pianta ellittica è orientata in base al tracciato urbano tardo repubblicano. L’anfiteatro fu costruito nella prima metà del I secolo d.C. ed è il terzo per dimensioni dopo il Colosseo e l’edificio campano di Capua. Con una capienza di trentamila persone, la cavea dell’arena è costituita da quarantaquattro gradoni, poggianti su setti radiali. La cinta esterna ha un rivestimento in ordine tuscanico, in origine composto da tre registri sovrapposti, fino a raggiungere una sopraelevazione di oltre trenta metri: ne rimane solamente un tratto, la cosiddetta Ala, a quattro arcate. Le successive strutture elissoidali dell’anfiteatro sono in opus quadratum per pareti e volte e in opus cementicium per le restanti parti.

Nella incisione del Caroto, si osserva una ripresa prospettica delle gallerie; sulla sinistra sono evidenziate le quattro arcate dell’ala.
L’immagine è tratta dall’opera Palladio e Verona, catalogo della mostra, Verona 1980.

Venusta Sirmio

Nella provincia di Brescia, Sirmione è una penisola posta sulla riva meridionale del lago di Garda: a questo incantevole luogo Catullo ha dedicato uno dei componimenti più luminosi della sua intera produzione.

XXXI

Pupilla delle isole,
e delle penisole, quali nei laghi lucenti
e nel vasto mare sostiene l'onnipossente Nettuno,
con quanto piacere, con quanta letizia ti rivedo,
Sirmione,
io che a stento posso credere di aver lasciato la Tinia e i campi Bitini,
e, sicuro, posso contemplarti di nuovo.
Che cosa c'è di più bello,
quando, sciolti da ogni cura, la mente depone ogni fastidio
e, stanchi del viaggio e delle fatiche,
torniamo ai nostri Lari,
abbandonandoci nel letto
a lungo sospirato?
Questo, soltanto questo, dopo tante fatiche.
Io ti saluto, bellissima Sirmione,
e tu gioisci del signore che ritorna.
Gioite anche voi, onde del lago di Lidia
e tutti quanti ridete, sorrisi della mia casa.
(Trad. Alessandro Natucci)

Abitata fin dall’antichità, Sirmione conserva imponenti resti di un edificio adibito a villa, provvisto anche di stabilimento termale, denominato, erroneamente, grotte di Catullo.

In realtà, è tuttora sconosciuto il nome del proprietario. Costruito in corrispondenza di un importante mansio, sul tracciato viario tra Brescia e Verona, l’edificio, di età augustea, a pianta rettangolare, è articolato su tre livelli ed ha due avancorpi a carattere residenziale sui lati brevi. L’entrata era posizionata sul lato meridionale, dov’era pure il settore termale.

In corrispondenza dei lati esposti a est ed ovest erano lunghi porticati affacciati sul lago, uniti a nord mediante una terrazza belvedere, che permettevano l’incantevole veduta panoramica del Garda.

Al centro si trova un vasto peristilio-viridario, sul cui lato meridionale trova posto una grande cisterna, coperta da un pavimento in opus spicatum. Sulla destra rispetto all’ingresso, il museo offre alla vista dei visitatori reperti di affreschi, stucchi, oggetti d’uso quotidiano e la pianta della villa.

Un testo e la sua parodia

Un altro modo per incontrare Catullo secondo un’ottica alternativa, rispetto all’uso canonico dei testi del canzoniere, consiste nel rileggere un rifacimento in chiave parodica di un suo carmen ad opera di un altro artista: protagonista del componimento originario è il vascello del poeta, nel calco dell’appendix virgiliana compare invece un mulattiere che, dopo aver faticato a lungo per le strade tra Mantova e Brescia, riesce a sedere in cattedra.

IV

Il naviglio che proprio qui vedete, ospiti miei,
dice che fu tra le navi tutte velocissimo
e superò lo slancio di qualsivoglia legno galleggiante,
servendosi dei remi o, se facesse al caso, delle vele.
E ciò del pari dicono le Cicladi e l’ Adriatico denso di minacce,
Rodi nobilissima, l’aspra Tracia
Propontide e il golfo Pontico,
dove questo legno, poi veloce naviglio,
fu prima una chiomata selva;
talché spesso sul giogo del Cytoro
sibilando suonò la verdeggiante chioma.
Pontica Amastri! Cytoro fertile di bossi,
ciò ti fu sempre noto, al dire del naviglio:
sulla tua vetta ebbe infatti i natali,
e i remi, al varo, immerse nel tuo mare,
di qui portando il suo padrone poi
per onde e per tempeste,
spirasse da levante il vento o da ponente,
o con pari forza soffiasse Giove propizio su i capi delle vele.
E giura ancora il mio prode naviglio
che mai dèi litorali ebbe a pregare,
quando da un mare lontanissimo
venne fin qui, a questo lago sereno.
Ma tutto ciò fu un tempo; ora invecchia tranquillo in un cantone
e a te Castore e al gemello di Castore, raccomanda se stesso.
(Trad. Alessandro Natucci)

Il rifacimento che compare nell’appendix vergiliana consiste in una sequenza di versi spiccioli (catalepton) che allude forse ad un genere di esercitazione che i ragazzi dovevano sperimentare nel corso della loro istruzione letteraria.

Sabino il mulattiere

Quel famoso Sabino che vedete, o ospiti,
dice di essere stato il più celere dei mulattieri,
e che mai l’impeto di un alato carretto
poté superarlo, sia che bisognasse volare
a Mantova, sia a Brescia.
E nega che possa negare ciò la nobile casa del rivale
Trifone o il caseggiato di Cerilo,
dove costui, poi «chiamato» Sabino, prima Quinzione,
dice di aver tosato ai muli con la forbice a due denti
i chiomati colli, affinché l’ispida criniera, sotto la pressione
del giogo citorio, non producesse piaghe.
Sabino afferma, o fredda Cremona, o fangosa Gallia,
che queste cose vi erano state e vi sono notissime;
dice che fin dalla sua lontana origine
è stato nelle vostre voragini,
che ha deposto nella palude i suoi bagagli,
e che di là, per tante miglia tracciate dalle ruote
ha portato il giogo, sia che la mula di sinistra o quella di destra
sia che †l’uno o l’altro <animale> cominciasse ad impuntarsi;
e che nessun voto avesse offerto alle divinità dei sentieri
eccetto questo recentissimo:
le paterne briglie e la †vicina† striglia.

Ma questi fatti accaddero prima: ora egli siede
su un eburneo seggio e si dedica a te,
o gemello Castore, e a te, gemello di Castore.

(Appendix Vergiliana, Prefazione di L. Canali, a cura di M. G. Iodice, Mondatori, Milano, 2002)

Sulla scorta dell’ originale di Catullo e del rifacimento riportato dall’appendix, tale esercizio di riscrittura è replicabile in classe, sotto forma di attività individuale oppure di gruppo.
Durante l’anno scolastico 2002-2003 sono stati realizzati calchi, che alcune allieve del Liceo Copernico di Bologna hanno proposto in formato powerpoint.

Sono riportati due testi a titolo d’esempio.

La statua

Quella statua che vedete, o amici,
dice di essere stata la scultura più ammirata
di ogni altro monumento,
e aggiunge di non essere mai stata superata in bellezza
dalla dea Venere.
Afferma anche che non possono negare ciò
i più grandi artisti quali Donatello,
Michelangelo o Canova,
conosciuta come la dea Nike,
donna mitologica dalle soffici e possenti ali,
nate dalle esperte mani dello scultore di Samotracia.
O famosa Rodi e magnifica Pergamo,
Nike celebra le vostre valorose vittorie su Antioco III re di Siria;
rievoca l’aspro scontro
fomentato da Marte, dio della guerra,
imperversando sia sul lato sinistro, sia destro
o su ambedue gli schieramenti,
e asserisce che da parte sua non sono stati pronunciati voti
a Cronos, dio del tempo.
Pur essendo nata da un insignificante blocco di pietra,
è sopravvissuta fino a oggi,
alle numerose intemperie.
Ma queste cose sono accadute in precedenza: ora ciò
che rimane di lei è un corpo privo di testa; per questo lei si dedica a te,
gemello Castore, e a te gemello di Castore.

(Giorgia Grandi, Monica Trippodo, Tatiana Sandrolini)

Il cantante

Quel cantante che voi vedete, o amici,
dice di essere stato il lavavetri più preciso di Roma
e di non essersi lasciato influenzare
dalle più sofisticate e moderne tecnologie per la pulizia.
Riusciva infatti a rendere i vetri talmente puliti e lucidi,
che persino di notte i raggi lunari si rispecchiavano in essi.
Per non annoiarsi, inoltre cantava allegri motivetti spesso da lui inventati.
Tutto ciò lo possono confermare le migliaia di vetri di ogni singola casa e di ogni grattacielo
su cui è passata la sua impeccabile spugna
e anche il talent-scout che un pomeriggio lo ha sentito cantare
rimanendo estasiato dalla sua bellissima voce.
Non sono mai state pronunciate preghiere verso gli dei della pulizia ad alta quota
tranne quando ha donato loro gli attrezzi del suo mestiere.
Ma tutto questo è passato.
Adesso infatti tiene tra le mani, al posto della spugna, un nero microfono
e non è più circondato dalle nuvole del cielo ma da folle in delirio.
Le sue canzoni sono ispirate da te gemello Castore e da te gemello di Castore.

(Chiara Gaetti, Margherita Cavallari)

Peraltro il calco di un testo di Catullo è riscontrabile anche in un’epoca a noi più vicina: è il caso, ad esempio, del carmen 42, adeste hendecasyllabi quot estis, ripreso da Charles Bukovsky, «To the whore who took my poems»: in entrambi i casi i poeti recriminano contro la perfida, definita sgualdrina - moecha turpis / whore - che ha sottratto le composizioni poetiche dell’ amante.

Notazioni di un ‘grammatico’: distopia di senso

La mala abitudine di selezionare le parole di un testo letterario per renderle oggetto di una dissertazione erudita, o pseudo tale, ha origini remote. Nemmeno Catullo si è salvato da questa pratica, che anticipa dunque di qualche secolo le sevizie subite dall’ autore classico nelle aule delle nostre scuole.
L’esempio lo fornisce Aulo Gellio, a proposito della accezione della parola deprecor, nel carme 92: attribuire anche ad una sola parola una sfumatura di senso differente, rispetto alle intenzioni del poeta, equivale ad appiattire l’efficacia comunicativa dell’intera composizione. Di più: la scarsa competenza in fatto di regole e stile diventa oggetto d’ironia da parte di Gellio (Noctes Atticae, VII, 16, 1-5) e offre lo spunto ai lettori per riflettere sull’opportunità di fare rilievi critici, dotandosi di strumenti adeguati (conoscenza del contesto, riconoscimento dei moduli espressivi e delle forme retoriche, ricerca dei modelli intertestuali e delle peculiarità individuali).

Verbum ‘deprecor’ a poeta Catullo inusitate quidem, sed apte positum et proprie; deque ratione eius verbi exemplisque veterum scriptorum.
7.16.1 Eiusmodi quispiam, qui tumultuariis et inconditis linguae exercitationibus ad famam sese facundiae promiserat neque orationis Latinae usurpationes <rationes> ve ullas didicerat, cum in Lycio forte vespera ambularemus, ludo ibi et voluptati fuit.
7.16.2 Nam cum esset verbum ‘deprecor’ doctiuscule positum in Catulli carmine, quia id ignorabat, frigidissimos versus esse dicebat omnium quidem iudicio venustissimos, quos subscripsi:
Lesbia mi dicit semper male nec tacet umquam de me: Lesbia me dispeream nisi amat. Quo signo? Quia sunt totidem mea: deprecor illam
assidue, verum dispeream nisi amo.
7.16.3 ‘Deprecor’ hoc in loco vir bonus ita esse dictum putabat, ut plerumque a vulgo dicitur, quod significat ‘valde precor’ et ‘oro’ et ‘supplico’, in quo ‘de’ praepositio ad augendum et cumulandum valet. 7.16.4 Quod si ita esset, frigidi sane versus forent.
7.16.5 Nunc enim contra omnino est: nam ‘de’ praepositio, quoniam est anceps, in uno eodemque verbo duplicem vim capit. Sic enim ‘deprecor’ a Catullo dictum est, quasi ‘detestor’ vel ‘exsecror’ vel ‘depello’ vel ‘abominor’ [...]

Sul verbo deprecor e l’uso, insolito sì ma coerente e appropriato, che ne fece il poeta Catullo. Spiegazione di questo verbo; esempi di scrittori antichi.
7.16.1 Ci trovavamo, una sera, a passeggiare nel Liceo’, e un tale, uno di quei tipi che per avere fatto una pratica approssimatíva e disordinata della lingua si sentono destinati alla fama dell’eloquenza senza avere imparato gli usi e le regole dello stile latino, ci fornì un’occasione di divertimento e di spasso.
7.16.2 C’è una poesia di Catullo dove si trova il verbo deprecor in un’accezione piuttosto ricercata: e quello, che non lo sapeva, tacciava di scipitaggine estrema i versi che qui cito e che tutti giudicano bellissimi:
Lesbia parla sempre male di me, non sta mai zitta su di me: Lesbia, possa io morire se non è vero che mi ama. La prova? Ma perché altrettanto faccio io:la maIedico continuamente, ma possa io morire se non è vero che l’amo.
7.16.3 Il brav’uomo pensava che in questo passo deprecor stia nel senso usualmente corrente, di «prego vivamente», «scongiuro», «supplico», dove il prefisso de- indica un accrescimento, una maggiorazione: 7.16.4 se così fosse, quei versi sarebbero davvero insipidi.
7.16.5 Invece è tutto il contrario: perché il prefisso de- è bivalente, e in una stessa identica parola assume un duplice significato; Catullo infatti usa deprecor col valore di «detesto», «esecro», «caccio via», «respingo come infausto» [...]. (Trad. G. Bernardi Perini)

Catullo come personaggio di un romanzo

È questo un approccio discretamente arbitrario, ma la componente fantastica che consente di dar voce ad un classico, immaginandolo coinvolto in vicende del quotidiano o in una conversazione, rende, paradossalmente, più apprezzabile il rigore filologico con il quale, di solito, le opere di un autore sono analizzate nell’ambito di una lezione più o meno tradizionale.

Si può iniziare con Idi di marzo di Thorton Wilder; si tratta di un romanzo epistolare giocato su un deliberato anacronismo: stando alle fonti, al tempo del complotto contro Giulio Cesare il nostro poeta era di certo già morto, la libertà creativa lo rende invece un sorvegliato speciale per conto del dittatore, che vuole condurre un’inchiesta in merito all’amore.
Tra le lettere, ne compare una di Clodia, Lesbia, che, molto risentita a seguito di tutte le recriminazioni di Catullo contro di lei, professa la sua volontà di agire come meglio gradisce: «È troppo noioso avere a che fare con un bambino isterico. Non cercare più di vedermi. Non permetto che mi si parli in questo modo. Non ho mancato a nessuna promessa perché non ne ho fatta nessuna. Voglio vivere come mi pare»(Traduzione di F. Pivano).

A ciò si aggiunga il Catullo dimezzato, protagonista di un episodio del testo di Luca Canali, Ciascuno soffre la sua ombra: un Catullo che ha una conversazione con Musa, medico dell’anima. Anche Musa sottolinea l’aspetto del ‘piccolo’ Catullo che convive con l’adulto e continua a recitare «magistralmente la parte appresa sul palcoscenico familiare»; oltretutto la relazione con Lesbia replica “la relazione di disparità, di attaccamento e insieme di insofferenza, insomma di ambivalenza, che c’è tra il bambino e la madre”.

Un’interpretazione musicale dei carmi

In Altro Altrove, Angelo Branduardi ha ripreso il carmen LI Ille mi par esse deo videtur e canta il testo latino originale, su una base musicale connotata da una certa drammaticità. Non è la prima volta che questo carme si sposa alla musica leggera, la trasposizione è stata infatti compiuta nel 1966 dal cantautore armeno Charles Aznavour: la versione italiana è intitolata E io fra di voi; la reminiscenza classica non è involontaria, bensì intenzionale.
Decisamente più complessa l’ideazione musicale di Carl Orff che nel 1930 selezionò dieci carmina [2], inserendoli in una struttura musicale rappresentata sotto forma di pantomima danzata in tre atti. Manca una trama vera e propria, ma esiste piuttosto l’evocazione di un sentimento amoroso che attraversa fasi di ardente passionalità, per poi estinguersi.
L’opera si apre con la praelusio: sulla scena sono presenti a sinistra un gruppo di giovani, a destra le fanciulle, al centro gli anziani. I testi del poeta sono proposti all’interno di una cornice nella quale agiscono gli amici del poeta contrapposti ad un gruppo di anziani che esprimono il loro disappunto nei confronti degli scherzi dei giovani. L’opposizione anziani/giovani è dunque affiancata alle altre coppie antitetiche del canzoniere catulliano: odi/amo, noctes/dies, mors/vita. La postlusio chiude la composizione e i giovani esclamano gioiosi «ascendite faces».

Note

[1] Una iscrizione, posta sull’architrave di Porta Borsari, menziona Verona quale Colonia Augusta Nova Gallieniana.

[2] LXXXV Odi et amo; V Vivamus, mea Lesbia, atque amemus; LI Ille mi par esse deo videtur; LVIII Caeli, Lesbia nostra; LVV Nulli se dicit mulier mea nubere malle; XXXII Amabo, mea dulcis Ipsitilla, meae deliciae, mei; XLI Anneiana puella; VIII Miser Catulle desinas ineptire; LXXXVII Nulla potest tantum se dicere amatam; LXXV Huc est mens deducta tua, mea Lesbia, culpa.