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Gianfranco Lauretano

Prendo volentieri spunto per questa riflessione sul ruolo della poesia oggi dalle parole di Marco Marangoni nel suo testo “Intimità”. Come ci ricorda Marangoni, l’intimità “consiste in una relazione “io-altro” irrinunciabile, perché originaria”. E, citando F. Jullien: “non siamo tanto intimi a noi stessi, quanto rispetto ad un altro. La parte più interna di noi, come insegna Agostino – “interior intimo meo” – è abitata da un Altro”. Vorrei per stavolta tener fuori Agostino d’Ippona, ma solo perché è la più centrata delle chiamate in causa. Agostino parla della Trinità, cioè dell’essenza di Dio così come è alle radici della nostra civiltà: Dio è unico, non polimorfico (e noi non siamo politeisti) ma contiene nell’insé l’altro in unità talmente stretta da essere Uno. Alla fine tutte le intuizioni, sempre poetiche anche quando fatte da filosofi, scorgono questo fuoco centrale e originario. Che c’entra questo con la poesia? Ma la poesia è questo. Il suo valore e la sua ragion d’essere consistono nel compito di toccare quel determinato livello della coscienza di sé per cui, giungendoci, si tocca l’altro, cioè il mondo. Il poeta Davide Rondoni ha affermato che la poesia è il luogo in cui oggetto e soggetto coincidono, eliminando di fatto il problema della loro discrasia. Un’affermazione del genere è giustificabile solo con la sorprendente (per come sorge dal tumulto delle sue parole) affermazione di Rimbaud: io è un altro. L’intimità è il campo di battaglia in cui si svolge la lotta per giungere a questa coscienza, l’alcova in cui oggetto e soggetto scoprono che solo dal loro incontro può nascere qualcosa. Anche l’eros va ripensato. Proprio così, siamo a immagine e somiglianza di Dio, quindi anche noi tante piccole trinità. Ma non occorre attingere alle soglie della metafisica per entrare nel campo di coscienza di cui sto parlando. Basti pensare alla dinamica di esternazione per poesia di ciò che si incontra nell’intimità. I poeti innanzitutto scrivono, poi pubblicano. E quanta fatica, quanto sforzo di relazioni e di economia affinché ciò avvenga. Perché? Si risponde ancora una volta all’altro che incontriamo nel mondo e in quel brandello di mondo così affascinante che è il nostro io. La relazione è il fattore più affascinante e costruttivo di noi. E la parola è lo strumento principale e più misterioso (per le infinite implicazioni che scaturiscono dal suo uso) per entrare in relazione. Si aggiunga che la relazione attraverso la parola è di tipo estetico –ascolto i poeti la cui parola risulta bella. Tutto questo ri-costruisce la società. Per forza la poesia è politica e per forza una società improntata da relazioni quasi esclusivamente di potere la ignora. Ad esempio, la parola è senza colpa: il potere oggi ha come strumento fondamentale il senso di colpa (niente a che vedere col senso del peccato). Si legga tutto Sereni, nel bene e nel male. Ma questo è un altro tema.

Pubblicato il 22 agosto 2016
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