Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso
Giorgia Gastaldon

Il linguaggio del silenzio in Fabio Mauri

Recentemente mi è capitato di visitare la retrospettiva che il Museo Madre di Napoli ha dedicato a uno degli artisti italiani più interessanti e ancora non abbastanza studiati del secolo scorso: Fabio Mauri (1926-2009). Questa mostra è interessante sotto molteplici aspetti, uno dei quali concerne la possibilità data allo spettatore (addetto ai lavori o meno) di vedere dal vero, e non solo in riproduzione dunque, una buona quantità di lavori della produzione più precoce di Mauri, che è spesso trascurata o totalmente assente nelle mostre più recenti dedicate a quest’artista o in collettive e retrospettive che includono sue opere.
Della ricerca degli esordi di Mauri mi ha sempre colpito il lavoro sugli “schermi”, iniziato alla fine degli anni Cinquanta: questa riflessione prese avvio dalle serie dei fumetti e dei The End, realizzate tra il 1958 e il 1960. In particolare in uno di questi lavori del 1959 possiamo osservare come il disegno a tecnica mista realizzato dall’artista con chiari echi informali vada a cancellare – con le sue vorticose pennellate nere – un testo scritto a macchina sul foglio che ospita l’intero intervento. Solo una scritta si salva dalla furia “cancellatoria” di Mauri: una scritta che recita, per l’appunto, l’espressione The End. Il riferimento agli schermi (televisivi e cinematografici) è già tutto presente in questa formula, che era solita apparire alla fine dei programmi o delle proiezioni di film. In questo caso, però, l’immagine della “fine della narrazione” è l’unica immagine che ci viene proposta: nulla resta infatti del racconto, del contenuto di cui quest’immagine è la fine, poiché la narrazione è negata, cancellata; l’attenzione dell’osservatore spostata sul dopo – la conclusione, per l’appunto – sul momento in cui non vi è più nulla da dire. Il contesto storico in cui si muoveva Fabio Mauri quando realizzò questa serie di disegni non può ovviamente essere trascurato: siamo alla fine degli anni Cinquanta, momento in cui, in Italia, si mescolano la ricostruzione postbellica e l’avvento della società della comunicazione di massa, momento in cui convivono l’orrore per il passato ancora troppo prossimo per poter essere commentato (o narrato) e la nascita embrionale di una nuova economia basata anche sull’immagine e la ridondanza del messaggio pubblicitario. Per Fabio Mauri, evidentemente, siamo di fronte alla fine di qualcosa – la guerra, la fame, la morte, l’ideologia, il caso con cui ci si è salvati – ma non si è ancora giunti a poter parlare di nuovi inizi: resta solo la fine della narrazione, il silenzio che segue una proiezione cinematografica.
Questo clima caratterizzerà la produzione dell’artista ancora per qualche anno e porterà alla realizzazione della serie degli Schermi, il primo dei quali pubblicato nel 1960 in un catalogo dal titolo avanguardista: Crack (“crack” qualcosa che si rompe, “crack” una frattura irrecuperabile, “crack” una nuova situazione cui adeguare le proprie riflessioni e ricerche). In queste nuove opere Fabio Mauri realizza oggetti che non sono né quadri né sculture, ma “oggetti”, per l’appunto. Attraverso l’assemblaggio di telai aggettanti ricoperti di tele o carte monocrome bianche egli realizza opere tridimensionali che vanno a parete e alludono ad oggetti di uso comune come gli schermi televisivi o cinematografici. Ancora una volta, però, queste “superfici da proiezione” non hanno nulla di proiettato su di sé: anche la scritta “the end”, infatti, è ormai sparita, lasciando posto al silenzio più muto e/o ammutolito. Siamo di fronte a uno schermo azionato pronto a mostrarci un’immagine, o a un televisore dimenticato acceso dopo che le trasmissioni si sono concluse? La narrazione si è già conclusa o deve ancora iniziare? A queste domande, ovviamente, non c’è risposta. Lo scopo che Fabio Mauri si prefigge con questi lavori, d’altronde, non è certo quello di portare avanti una riflessione sulla narrazione: egli, piuttosto, desidera porci quesiti su cosa si possa dire e narrare, ma anche, e forse soprattutto, su quanto il linguaggio del silenzio abbia un peso comunicativo più forte di un qualsiasi discorso affermativo (in fin dei conti il silenzio sarà sempre un’istanza universale, tanto quanto un discorso sarà sempre dominato dalla soggettività di chi lo pronuncia). Allo stesso tempo, ovviamente, in questi lavori vi è una (muta) riflessione sul potere crescente esercitato sulle masse dai nascenti mezzi di comunicazione, cinema e televisione in primis (perché Fabio Mauri è pur sempre un artista visivo e di immagini dunque tende ad occuparsi). In questa riflessione non può mancare anche un riferimento al recente uso propagandistico che di questi mezzi (cinema e radio su tutti) ha fatto il regime fascista, tema che tanto occuperà le riflessioni artistiche di Fabio Mauri nei decenni a venire. Uno schermo cinematografico che pare dire, dunque, “non ti ascolto più”, “scelgo di non ascoltarti più”: un messaggio questo diretto tanto alla passata propaganda fascista che al nascente sistema consumistico e capitalista.
Fabio Mauri, dunque, in questa sua fase d’esordio sceglie la grammatica del silenzio per affermare, rinunciando però al narrare. Oggi, in quest’epoca di “sovracomunicazione”, di ridondanza assillante di messaggi, di ampliamenti sconfinati dei soggetti che “prendono la parola” (grazie alla democrazia aggressiva e violenta del web e dei social network), di rumore perenne e sfiancante, il “silenzioso mutismo” degli Schermi di Fabio Mauri ci colpisce per la sua impressionante attualità, e ci rapisce con un’alternanza di sentimenti: dal riposo ristoratore per i nostri occhi, all’inquietudine di essere osservati da un oggetto come uno schermo che, normalmente, siamo noi a guardare a nostro piacimento, ma dal quale rischiamo di essere rapiti al di là della nostra volontà.

Pubblicato il 31 dicembre 2016
Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION