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Antonio Biasutto

Il padre di Liliana

Il padre di Liliana – Lily per tutti fin dalla più tenera età – gestiva un locale da ballo vicino alla ferrovia. Era l’epoca in cui le coppie, ma anche i singoli, si recavano nelle sale da ballo in bicicletta, con la ragazza sul ferro, e solo i più fortunati con la Lambretta, o la Vespa, ma solo con il bel tempo. Quando invece pioveva o nella brutta stagione tutti sceglievano il treno. Per questo il locale aveva prosperato per decenni, e anche quando le motorette erano state sostituite dalle automobili, le 600, le 500, ancora c’era chi sceglieva il treno per arrivare. Scendevano nella piccola stazione distante duecento metri, due soli binari, uno per l’andata e uno per il ritorno, e lungo il viale ombreggiato dai tigli, – nemmeno asfaltato, una strada bianca buia e fangosa d’inverno – c’era pure l’occasione per qualcosa di particolare, o per un battibecco.

Ma poi per il locale erano cominciati tempi difficili. Nelle periferie delle città si erano aperti grandi locali da ballo, formati da più piste, in ciascuna delle quali si poteva ascoltare un genere musicale diverso. E quasi tutti avevano l’automobile, e ci si poteva spostare da un locale all’altro, in una sorta di pellegrinaggio del divertimento, fino alle ore piccole del mattino. Infine le ferrovie ristrutturarono la linea, sopprimendo la stazioncina, sostituendola con un meccanismo del tutto automatizzato. Il locale cercò di resistere, dapprima trasformandosi in un locale di lap dance, attirandosi una brutta fama di prostitute e magnaccia, poi, addirittura, in uno spazio in affitto per feste private, cene, compleanni, matrimoni e altri avvenimenti. Era una soluzione disperata. Non poteva funzionare. Non funzionò. Il colpo di grazie glielo diede il Comune che modificò la viabilità, fece il sottopasso stradale e chiuse il passaggio a livello. Tutta quella strada divenne via senza uscita, con tanto di cartello stradale che avvisava gli automobilisti.
Nel giro di un paio d’anni chiuse. Il padre di Lily morì poco dopo. La madre gli sopravvisse di qualche anno. Il locale venne abbattuto. Ora al suo posto c’è una schiera di villette bifamiliari con tanto di giardinetto, che i proprietari definiscono tranquille, nonostante il viavai dei treni. Con il denaro ricavato dalla vendita del locale, la famiglia aveva acquistato due appartamenti, uno per Lily, l’altro per il fratello e la sua famiglia, ma poi la cognata se n’era andata portandosi dietro la figlia, e il fratello era rimasto solo, anche lui, nel grande appartamento che divise con la madre, finché lei visse, poi con un grosso cane di nome Falcone Maltese. In quanto a Lily, lei aveva avuto un fidanzato, ancora ai tempi del locale da ballo. Era molto giovane, non si sentiva pronta per il matrimonio, e quando lui cercò di forzare la situazione, tentando di fregarla, mettendola incinta, lei si ribellò e lo mandò a quel paese. Da allora non volle più relazioni stabili con gli uomini.

Quando ero adolescente mi piaceva la fotografia e Lily fu la mia prima modella. L’avevo invitata a casa mia, un giorno che i miei genitori erano assenti. Lei si era sistemata su una seggiola a dondolo. Si usciva dall’inverno, allora, era forse marzo. C’era il caminetto acceso, ed io spostai la sedia della scrivania per sedermi accanto a lei, davanti al fuoco. La luce che entrava dalle finestre era ancora fredda, ma c’era nell’aria un pizzicorino nuovo, frizzante, eccitante. Bevemmo qualcosa, per rilassarci. Feci qualche scatto. Parlammo a ruota libera.
Lei in quel periodo s’era messa a dipingere – e forse per questo aveva accettato subito l’idea di farmi da modella per i miei primi scatti. I quadri erano belli, colorati, con pennellate lunghe, sinuose, avvolgenti. Ampie spirali che si avvolgevano su se stesse, regni di pesci e di onde di mare, torri e antiche mura sullo sfondo di un cielo esploso di stelle multicolori.

Lily poi l’ho persa di vista e l’ho incontrata di nuovo solo alcuni anni dopo, in una sorta di piano bar, in cui ero arrivato con alcuni amici. Lei, con altre giovani donne, accompagnava il pianista cantante, una specie di coro che mi sembrò né accurato né affiatato. Non mi chiesi cosa stessero a fare lì, né il perché di quella singolare esibizione. Stavano semplicemente mettendosi in mostra. Esibendosi per i clienti.
Io finsi di non riconoscerla, lo stesso lei fece con me.
Ma l’essersi rivisti generò una nuova situazione per noi due, cosicché quando alcuni giorni dopo la ritrovai camminando in una strada del centro, mi fermai a salutarla.
– Ciao, dissi.
– Ciao, mi rispose.
Forse perché, per ripararci dal vento insistente, ci eravamo ritirati in un androne vuoto di un palazzo, all’improvviso ritrovai lo stesso sentimento avvolgente e caldo di quel pomeriggio con il caminetto acceso, la luce fredda e frizzante.
– Quanto tempo è che non ci si vede?
– Oh, una vita.
Lei mi guardò negli occhi. Volle su di sé tutta la mia attenzione. Si creò un silenzio tutto attorno a noi, nemmeno il vento c’infastidiva. Mi prese le mani e disse:
– Bisogna stare bene con se stessi.
Io non riuscivo a capire. Lei ripeté.
– Bisogna stare bene con se stessi.
Capii che mi stava invitando a casa sua – che in effetti era a pochi passi da lì.
Lasciò cadere le mie mani. Il vento riprese a fischiare e la luce di quella giornata di marzo sfumò. Non la rividi più.

(5/7/2016)

Pubblicato il 1 agosto 2016
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