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Giacomo Vit

Intimità, silenzio, parola nel poeta dialettale

Quando il poeta dialettale chiude occhi e orecchi per isolarsi dal baccano, dalla chiacchiera inutile, si tuffa con la mente dentro la propria intimità, fra le onde del silenzio, e lì, a poco a poco, affiorano antichi suoni, parole, espressioni, i quali sono giunti dall’inconscio collettivo: claps, fluns, sòpis, patùs… ( sassi, fiumi, zolle, alghe…) E il poeta, allora, raccoglie quei brandelli di un passato che non può tornare, e li rivitalizza, li carica di un senso più attuale, affinché possano illuminare presente e futuro: “dialèt, lumìn inpiàt cul vuoli dal timp zut /par la not fonda dal avignì… ” (… dialetto, lumicino acceso con l’olio del passato / per la notte profonda del futuro…) La lingua materna, così ricostruita, sarà il suo pendolo rabdomantico per districarsi fra linguaggi fosforescenti, di dura plastica: “Cu la me lenga… i passi pai trois / strès di chista nustra etàt…” (Con la mia lingua… passo per i viottoli / stretti di questa nostra epoca…) Fondamentale, quindi, il silenzio per raggiungere l’intimità, per riappropriarsi della propria autenticità.

Pubblicato il 14 giugno 2016
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