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Alessandro Carrera

Medicina per poeti stressati

Questo scritto è adattato dalla prefazione alla nuova edizione ampliata del mio libro I poeti sono impossibili. Come fare il poeta senza diventare insopportabile (Premio Bertolucci per la Critica Letteraria 2006), ora ripubblicato dall’editore Sossella (Roma, giugno 2016).

 

Rispetto ai problemi della poesia, che non erano piccoli neanche ai suoi tempi, Leopardi consigliava un solo rimedio: l’immaginazione. L’unico progetto della poesia è l’immaginazione.
Ce n’è, in giro, d’immaginazione? E se non c’è, che cosa c’è invece?
Vediamo.
Nell’introduzione alla prima edizione del mio libro, I poeti sono impossibili, Filippo La Porta scriveva che le mie pagine costituivano “un invito a comprare, leggere, imparare poesia molto più che a scriverla”. Sottoscrivo le sue parole e intanto mi chiedo se da dieci anni in qua è cambiato qualcosa nella terra desolata della poesia italiana. Ma anche voi che mi leggete conoscete la risposta: non è cambiato nulla, se non in peggio. Le grandi case editrici hanno ristretto ancora di più lo spazio dedicato alla poesia, che per conto suo ha accelerato il suo movimento di colata lavica, digradante verso la totale irrilevanza nel panorama della cultura.
Il che, però, non è necessariamente un male. Anzi.
Mi servo per praticità di un esempio americano: un anno fa, nella mia università, una importante studiosa di anglistica e letteratura post-coloniale è venuta a tenere un seminario. Finito il quale, una collega del dipartimento d’inglese ha fatto sapere ai presenti quanto fosse rimasta stupita nel sentire la famosa studiosa di letteratura post-coloniale citare W. B. Yeats e Joseph Conrad. “Ma sono così canonici!” ha esclamato con una punta di stupefatta indignazione nella voce. È chiaro che intendeva dire: perché citare due “maschi defunti di razza bianca” invece di scrittori donne, scrittori non bianchi, scrittori non europei? Fin qui, non avrei avuto nulla da obiettare. Eppure c’era una cosa che volevo chiedere alla mia collega così scandalizzata che nelle università si parli ancora di Conrad e di Yeats. Purtroppo l’incontro volgeva alla fine e non ne ho avuto il tempo.
Volevo chiederle: ma siamo davvero sicuri di sapere che cosa è “canonico”? Quanti, in questo agglomerato urbano di quattro milioni e più di abitanti che è Houston, hanno mai sentito parlare o sentiranno mai parlare di Yeats e di Conrad fuori dalle mura di un’università? Oggi, canonico è Harry Potter, canonico è Star Wars, canoniche sono le serie televisive che non sono ancora arrivate alla fine della prima stagione e hanno già generato un traffico mediatico che nessun romanziere dell’Ottocento si è mai sognato. Questa oggi è la “cultura”, e la mia è solo una constatazione, non un giudizio, né tantomeno un giudizio sprezzante. Voglio solo far notare che oggi proporre Yeats e Conrad, anche se sono solo due dead white males, significa fare controcultura. Un dipartimento d’inglese in cui si studia Yeats, così come un dipartimento d’italianistica in cui si studiano i classici del Novecento, oggi fa controcultura, non cultura. Esattamente come negli anni sessanta faceva controcultura chi proponeva di leggere i beatniks invece di Robert Lowell, o ascoltava Jimi Hendrix invece di studiare Carducci. Ma da allora il mondo è cambiato. Ciò che era popular culture è diventato mainstream, e ciò che un tempo era mainstream sta rapidamente diventando underground. Non c’è nulla di male e non c’è nulla di bene, niente dura per sempre, è finito anche l’impero romano, basta sapere su che barca stiamo navigando.
Bisogna insomma saper distinguere tra controcultura, sottocultura, e mancanza totale di cultura. “La poesia è solitudine, rischio, silenzio, assenza di qualsiasi garanzia”, scriveva La Porta nella sua introduzione di dieci anni fa. “Ed è l’esatto contrario di autopromozione, apparenza, TV, spettacolo, audience”. Tutto vero. Infatti nulla, assolutamente nulla al mondo, è più patetico del poeta situazionista che si arrampica sui pali della luce per urlare i suoi versi alla città sorda e indifferente. Nulla è più sconfortante del poeta giullare e barbonesco che sventola la sua “marginalità” (nonché la sua ignoranza) come una bandiera stracciata, sapendo benissimo che solo grazie a una posa così inoffensiva un giorno verrà chiamato anche lui in televisione a godere i suoi quindici minuti di fama.
“Il narcisismo dei poeti è insopportabile”, cito ancora La Porta. “Ma ha veramente senso emendare la poesia (e i poeti) da questa ipertrofia dell’io? Avremo forse cittadini migliori e più responsabili ma una poesia normalizzata.” Certo, se non fosse che è stata proprio l’ipertrofia a normalizzarsi, ma non verso l’alto, come una mongolfiera, bensì verso il basso, di fatto accettando che la poesia venga ad occupare, nella vita culturale, lo stesso spazio che nei palinsesti televisivi viene riservato al trash. Avete mai visto uno stormo di gabbiani appollaiati su una montagna di guano da loro stessi prodotto, come si lanciano richiami che sembrano d’amore, di guerra o di fame? Si stanno dicendo il mio guano è meglio del tuo guano, non c’è guano migliore del mio, non avrai altro guano all’infuori di me. E se mai avete visto un poeta “offendersi” perché gli è stato tolto anche un centimetro quadrato di spazio trash, allora avete imparato il linguaggio degli uccelli.
Poteva essere altrimenti? Forse no, forse non è colpa di nessuno, ma perché in Italia è andata così mentre in altre parti del mondo, ad esempio in varie nazioni del Sudamerica, la poesia gode ancora di un ruolo di tutto rispetto? Non ho una risposta, ma chiedo comunque di fare attenzione: non diamo il poeta per perso, perché quando si tocca davvero il fondo, posto che lo si tocchi davvero, c’è sempre qualcosa da imparare.
E che cosa può imparare un poeta de profundis? Che cosa può comunicare a noi che lo contempliamo sgomenti, laggiù nella sua spelonca?
Qualcosa sul suo desiderio infinito, tanto per cominciare. Desiderio di gloria come di abiezione, desiderio isterico, mai contento di niente, e insieme negazione paranoide di ogni soddisfazione transeunte, sempre vista come impedimento malevolo a una soddisfazione più grande, grandissima, olimpica, cosmica, che non verrà mai e nella cui attesa la vita si consuma e tutta la legna è diventata cenere. Eppure, se non si fa esperienza di questa insoddisfazione sublime, impossibile da ricondurre a una qualche norma di vivere civile, forse non si può sperare di essere poeti, né (che è la cosa più importante) si può sperare di tradurla in poesia.
“No, non è questo!” esclamava Rimbaud nella “Lettera del veggente”. Un vero poeta non può mai accontentarsi di “questo”. Non di “questo” libro, non di “questo” premio, non di “questa” lode. Il libro che vuole scrivere dev’essere al di là di ogni libro, la lode che si aspetta di ricevere deve essere al di là di ogni concepibile lode, il premio che sente di meritare dev’essere al di là di ogni riconoscimento puramente umano. Se un poeta sa fare di questo immenso sogno di sconfitta il vero argomento della sua poesia, allora vale la pena di andare a cercarlo in fondo al pozzo in cui si è cacciato. E non per tirarlo fuori, assolutamente no, ma per sedersi lì con lui e starlo ad ascoltare.

Pubblicato il 24 maggio 2016
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