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Giuseppe Zoppelli

Poethica

Non si può non concordare con i timori di Marco Marangoni relativamente alla perdita – in interiore homine – di quell’“intimità” necessaria tanto alla relazione con l’Altro quanto al germogliare della parola poetica e – all’esterno – di quel “silenzio che abita il linguaggio” nell’assordante universo mediatico; così come non essere preoccupati per le sorti della letteratura e della lingua, tanto di quella standard sempre più impoverita quanto di quella invadente del linguaggio tecnologico, e per le sorti della stessa parola poetica. In realtà molte altre sono le preoccupazioni, anche solo rimanendo sul piano culturale e letterario, che richiederebbero però un minimo di analisi della condizione storica di postmodernità (da non confondere col postmoderno culturale, in quanto logica del tardo capitalismo, e col postmodernismo artistico-letterario) e della compiuta trasformazione dell’arte, della letteratura, della poesia in merce, e una fra le tante dell’industria culturale e dei loisirs, e della relativa critica in spot pubblicitario di un qualche ufficio marketing dell’editoria, schiacciata quella militante tra la critica iperspecialistica dell’Accademia e quella servile delle recensioni. Ma, come affermava un inveterato e intransigente pessimista come Fortini, può forse scomparire la biblioteca storica della critica letteraria e dei suoi istituti, ma non può sparire l’atto della comprensione e della valutazione. E se la poesia, come vuole Iosif Brodskij, è “il nostro imperativo biologico” (1), allora non dobbiamo – nonostante il “reo tempo” e “finché il sole risplenderà sulle sciagure umane” – temere di perderla. Non saranno, insomma, l’assenza di silenzio e di intimità a spegnere la critica e la poesia: da questa semplice constatazione occorre ripartire; e forse dalla svolta etica che si è manifestata in questi ultimi tempi nel campo delle lettere, dopo decenni di formalismo, semiotica, strutturalismo e derive ermeneutiche. Ciò che sembra caratterizzare infatti – tra le altre cose – alcune scritture letterarie dell’ipermodernità (2), tanto nella narrativa in prosa quanto nella poesia, a partire dalla metà circa degli anni ’90, e che le contraddistingue dalla contemporanea cultura e letteratura postmoderna, è la loro rinnovata visione della scrittura come responsabilità etica, senza peraltro cadere nel moralismo o cedere al semplicismo e alla semplificazione dell’ambiguo e complesso rapporto tra etica e letteratura, o alla disimpegnante giustificazione di comodo della fine delle ideologie. Ferma restando, comunque la si voglia chiamare – e che certamente non comporta una fuoriuscita dal sistema capitalistico e dal neoliberismo – l’attuale condizione storica di postmodernità, a cui peraltro alcuni studiosi, che non condividono tale termine, contrappongono o la semplice dicitura di globalizzazione, di cui le scritture ipermoderne sono una delle possibili facce letterarie, o le etichette di tardo capitalismo (Jameson), modernità liquida (Bauman), surmodernité (Augé), società del rischio (Beck) o, appunto, di ipermodernità (secondo la quale, in realtà, non saremmo mai davvero usciti dalla Modernità) ecc. ecc.
Ha contribuito in parte al passaggio dall’ilare postmoderno (con la sua rinuncia alla realtà, al soggetto e alla verità, che non sarebbero altro che strategie discorsive, e con il suo io grammaticalizzato, incorporeo, non empirico o testimoniale in grado di assumersi la responsabilità di quanto afferma) all’ipermodernità critica – a livello macro – la coscienza storica che il crollo del Muro di Berlino (1989), la dissoluzione dell’URSS (1991), la fine dell’impero sovietico e, conseguentemente, del sistema bipolare, della lunga guerra fredda e della contrapposizione politico-ideologica, socio-culturale e militare tra Est e Ovest non ha significato affatto, come qualcuno aveva ingenuamente creduto, la fine della storia né tantomeno l’instaurazione di una kantiana pace perpetua ma, al contrario, l’esplosione nell’ultimo ventennio di nuovi conflitti, di continue guerre calde – anche fratricide – e del terrorismo locale e internazionale, con la loro insanguinata scia di vittime civili. Coscienza acuita, anche simbolicamente, da un terribile e violento schiaffo di realtà: dal tragico crollo delle Twin towers l’11 settembre 2001. Così come la globalizzazione, dapprima economica e dei mercati, e poi via via tecnologica, culturale, ecologica, dei trasporti, dei consumi, del web (la ragnatela che tutti avvolge e avviluppa) ecc., favorita dalle autostrade informatiche, se ci ha reso consapevoli della mondializzazione di un’economia senza confini e che i problemi dell’umanità sono ormai di ordine e dimensione globali, non ha però portato con sé quello sviluppo delle aree depresse e sottosviluppate del mondo che qualcuno ottimisticamente aveva prospettato, ad una più equa redistribuzione della ricchezza e ad una maggiore uguaglianza, ma all’aumento della forbice e del divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri, a continue ondate migratorie verso il Nord del mondo, a migliaia e migliaia di disperati annegati nel Mediterraneo, alla fuga dai Paesi in guerra e all’aumento del numero dei profughi e dei rifugiati, nonché allo sfruttamento della manodopera, in particolare femminile e infantile nei Paesi del Terzo e Quarto Mondo. E intanto prosegue inesorabile il saccheggio delle risorse del pianeta e sempre più alto si leva l’allarme per l’emergenza ecologica e climatica. Abbiamo anche compreso che la globalizzazione stessa e il McMondo presentano un viluppo tale di contraddizioni, di discontinuità e di frammentazioni di varia natura da non poter essere racchiuse nei processi della sola omogeneizzazione, per cui è forse meglio parlare di glocalismo, in cui frammentazione e globalizzazione, occidentalizzazione e rivendicazione di identità particolari (etniche, religiose, nazionali ecc.) rappresentano le due facce dello stesso fenomeno. La recente débacle del finanzcapitalismo ha poi ulteriormente contribuito a ricordarci che l’irresponsabilità della finanza, la delocalizzazione, le continue innovazioni tecnologiche, la robotica, l’informatizzazione dei processi produttivi e le periodiche crisi del nostro sistema economico continuano a creare, nei paesi industrializzati, nuove povertà e disuguaglianze, perdita di posti di lavoro, disoccupazione, precarizzazione del lavoro, emarginazione delle giovani generazioni ecc. A livello micro, poi, le nostre vite non illustri di uomini comuni (e furono “uomini comuni” quelli capaci di attuare la soluzione finale (3) ), chiuse tra forzato consumismo, divertimento coatto, protagonismo ad ogni costo e spettacolarizzazioni varie dal dolore all’orrore, sembrano dibattersi anguste e anestetizzate tra ansia, paura, disagio, indifferenza, conformismo, anaffettività, incertezza, insicurezza ed elevato consumo di ansiolitici e di psicofarmaci.
In poesia, per tempo, questa svolta etica della letteratura è stata segnalata dalle sensibili antenne dell’almanacco-osservatorio annuale «Poesia» (1994-2011), curato dapprima – con coraggio critico nei suoi condivisibili giudizi di valore – da Giorgio Manacorda, grazie ai suoi editoriali e alle sue analisi; in collaborazione con Paolo Febbraro poi e, da ultimo – fino a quando l’iniziativa editoriale ha avuto vita – quest’ultimo in sodalizio critico con Matteo Marchesini. Svolta etica nelle lettere, peraltro, avvertita da altri critici, sia in veste di analisti militanti, tra i quali si distingue Romano Luperini (4), sia nel vivo della ricerca. Si prendano a mo’ di campione il libro sintomatico di Pier Vincenzo Mengaldo La vendetta è il racconto. Testimonianze e riflessioni sulla Shoah (5) e le riflessioni degli ultimi anni di Cesare Segre raccolte, in tempi di bilanci storico-esistenziali e finesecolari, proprio nel volume Tempo di bilanci. La fine del Novecento (6), in particolare nel capitolo Etica e letteratura. Ma poi, in realtà, nomi di critici, autori, poeti e titoli di libri e di saggi, a tale riguardo, si potrebbero moltiplicare. Tra i poeti nostrani (la svolta etica operata dall’ipermodernità riguarda, tuttavia, anche altre letterature occidentali, in primis quella statunitense; significativa appare inoltre la palinodia critica di Tzvetan Todorov) possiamo almeno menzionare gli stessi Manacorda, Febbraro e Marchesini, nella pratica delle loro scritture poetiche in proprio, e poi Umberto Fiori, Fabio Pusterla, Enrico Testa, Antonella Anedda, Edoardo Zuccato e altri neodialettali (a cominciare da quelli friulani e dalla loro attenzione per gli ultimi e gli umili: le pantianes di Tavan, i bíntars di Giacomini e i piardùts di Manfrin) ecc.; e, tra gli studiosi, oltre ai suddetti critici e solo per ricordare alcuni degli ultimi contributi, Pino Menzio (7), Antonello Perli (8), Arturo Mazzarella (9) ecc. ecc.
Vero è che negli ultimi anni e negli ultimissimi mesi l’aria che la letteratura respira è da “malato terminale”; anzi, la letteratura sembra non respirare affatto: soffoca, e la sua voce nella società massmediologica è sempre più flebile; sembra sopravvivere grazie all’ossigeno che qualche volenteroso e irriducibile scrittore o critico ancora le somministra in limine mortis. Ci hanno insegnato da tempo a considerare la letteratura con il prefisso post: si è parlato di letteratura postmoderna o – meglio ancora – postuma; insomma che viene “dopo”. Negli ultimi tempi, poi, i titoli apparsi in libreria sono ancora più allarmanti e il clima ancora più irrespirabile: La letteratura in pericolo ha avvertito quasi strillando Todorov (10); a cui sembra rispondere Ferroni con un laconico e liquidatorio Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero (11), come dire vuoti a perdere, appunto; Contro la letteratura sentenzia e tuona minaccioso Davide Rondoni (12). E ancora, con tono da viaggiatore cerimonioso, Letteratura addio saluta nostalgico Daniele Gorret (13); e il sempre attento e militante Filippo La Porta chiede Meno letteratura, per favore! (14). E sembra fargli eco, con lo stesso tono ingiuntivo, Berardinelli: Non incoraggiate il romanzo (15); mentre la poesia si estingue tra gli ultimi poeti, così Ferroni definisce Giudici e Zanzotto (16), e le pagine scritte usate – con nichilistica frivolezza e futilità – come carte da sandwich, come dice in una sua poesia Attilio Lolini (17). Anche solo leggerli in rapida carrellata, questi titoli si rivelano indicativi di un clima culturale generale: a metterli in fila si rischia di sentirsi improvvisamente sfiduciati e depressi. Le estati, poi, vengono quasi sempre surriscaldate dal fuoco delle solite polemiche stagionali à la page e à la plage; si prenda a mo’ di campione quella del 2011: la crisi della poesia (rinfocolata, nel luglio di quell’anno, soprattutto sul «Corriere della Sera» e su «il Manifesto»), la crisi dell’editoria, con relativa proposta di diminuire il numero di titoli (su «Repubblica» e ancora su «il Manifesto»), la crisi dei festival letterari (le critiche a La Milanesiana, alla cui difesa si è distinto «il Giornale»), l’ennesima crisi del romanzo (nata da un’intervista a Philip Roth e ripresa su «Repubblica» da Eco), la scomparsa dello stile (su «Domenica-Il Sole 24 Ore») ecc. ecc. Della crisi della poesia sappiamo molto e davvero poco c’è da aggiungere, ma – verrebbe da dire – eppur si muove, a testimoniare l’evidenza della sua vitalità, mercato o non mercato, e verrebbe da concludere – con Berardinelli –: «Come ai tempi di Saba, resta da fare «la poesia onesta», perché, comunque, non può essercene altra. In poesia, in qualsiasi arte, in ogni forma di pensiero critico, solo l’onestà è geniale»18. E il bello è – nonostante le critiche negative dello stesso Berardinelli alla poesia contemporanea – che c’è chi la fa: si tratta solo di prendersi la briga e fare la fatica di scovarla e riconoscerla.
Ma poi, a rimettere tutto in discussione, arriva un libriccino del poeta maghrebino Mohammed Bennis: Il Mediterraneo e la parola. Viaggio, poesia, ospitalità (19). Noi diciamo che la letteratura è postuma, noi scriviamo contro la letteratura, noi ci congediamo da essa: letteratura addio, appunto; e arriva un intellettuale e poeta arabo a ricordarci a quale tradizione apparteniamo, da quale cultura europea discendiamo e a restituire un possibile senso alla letteratura. Dobbiamo sentirci grati a Bennis, ma anche in colpa per aver tradito: che sia questo il vero tradimento degli intellettuali chierici? Quando poi gli intellettuali stessi, come nel romanzo di Roberto Bolaño 2666, che verte sul rapporto tra letteratura e male, non si siano resi, a causa della loro inettitudine, complici della barbarie. Certo, la poesia, dopo secoli di dominio letterario – almeno nella nostra tradizione (non a caso l’italiano è stato definito da qualcuno “lingua da sonetti”) – vive una condizione catacombale: è in crisi prima di tutto la letteratura, sempre più emarginata all’interno dell’universo massmediologico, ma poi la poesia è surclassata da altri generi (in primis dal romanzo e dal best seller), sostituita nei consumi culturali dei più giovani dal surrogato delle canzonette (a cui qualche critico sta dando eccessivo credito), sempre meno pubblicata e promossa dalle grandi case editrici, scarsamente recensita sulle pagine culturali e, per finire, letta da pochi fedeli appassionati. Ma è poi un male per la poesia questa condizione catacombale? Una marginalità che non necessariamente significa autoreferenzialità, perché a volte la forza, culturale e morale, deriva – per dirla con Goffredo Fofi – da una “vocazione minoritaria” e dalle minoranze etiche (20), a cui si può senz’altro ascrivere la poesia stessa, indubbiamente oggi a vocazione minoritaria e minoranza etica.
Cosa ci ricorda Bennis che noi oggi abbiamo dimenticato? È sufficiente estrapolare qualcuna delle sue condivisibili considerazioni, consapevoli del rischio che corriamo estraendole e isolandole dal loro contesto: la prima, in verità, è in parte una citazione da Gadamer; scrive Bennis: «Il dialogo è la nostra giusta voce: “ascoltare l’altro mi sembra essere la vera elevazione dell’uomo all’umanità”»; la seconda, sulla scia della precedente, dice: «La poesia concorre a preservare l’umano. Un atto di resistenza». La terza afferma che «La cultura non può essere lasciata nelle mani dei tecnocrati. È l’officina degli intellettuali che s’impegnano a tramandare i grandi valori dell’umanità»; la quarta e ultima considerazione dichiara: «La terra della poesia è sempre una terra altra, plurale, futura, nel futuro. Accogliere l’altro, con gioia, è l’etica della poesia moderna» (21). Verrebbe da dire, con Orazio e con Kant: «sapere aude», abbi il coraggio di sapere e di pensare liberamente, il coraggio intellettuale e illuministico di vincere la pigrizia e la viltà, così ampiamente dispensate a piene mani nella società dello spettacolo tra dittatura dell’ignoranza e “barbarica” sottocultura dominante (22); e di affermare la verità della poesia, contro ogni strumentale pensiero debole. Quel coraggio che, a quanto pare, a molti di noi oggi manca. In fondo le prime due considerazioni di Bennis sono riassumibili in un unico punto: l’elevazione dell’uomo all’umanità, l’umanizzazione dell’umano, la poesia che concorre a preservare l’umano. Il discorso è molto semplice: umani si diventa: è il processo di antropogenesi, è l’umanizzazione dell’uomo, è il divenire umano nell’uomo. Se l’uomo ha un fine, e non parlo di un fine teleologico ma storico, assegnatosi peraltro dall’uomo stesso, è il dantesco seguir virtute e canoscenza (23). Ciò che davvero importa (e potrà sembrare strano a qualcuno che non si dica: la poesia) è il processo storico di antropogenesi e di umanizzazione dell’umano, di cui la cultura, l’arte e l’educazione estetica – per quanto importanti (ma non essenziali) – sono solo un aspetto, mentre assolutamente prioritari sono l’insegnamento morale e la dimensione etica, come tristemente e tragicamente insegna la Shoah, perpetrata nel cuore della progredita civiltà europea ed occidentale, nella Germania di Goethe, di Hegel, di Beethoven. Basterebbe ricordare quanto scritto da George Steiner: «Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz» (24). E di rincalzo, sull’impotenza – a volte – della cultura e sui limiti dell’arte, scrive Filippo La Porta: «Con la prima guerra mondiale è caduta per sempre la fede nel progresso, nelle magnifiche sorti dell’umanità. Secoli di tradizione classica, di sublime artistico, di umanesimo, non hanno evitato gli orrori di un conflitto immane e inutile. E poi il nazismo, sorto non nell’Africa subtropicale, ma nella culla della filosofia idealistica e della musica romantica, ha mostrato come la cultura stessa non sia di per sé una forza umanizzatrice. I suoi anticorpi, gli argini che riesce a costruire si rivelano ben poca cosa di fronte al potere e al fanatismo. Ciò che con il nazismo si manifesta in modo esemplare è una inarrestabile volontà di potenza, che prevale quasi ovunque sulle idee, sulla ragione, su ogni credenza genuina e che affonda le sue radici nel fondo oscuro della nostra civiltà» (25).
Cosa può fare la poesia? Anche senza più mandato sociale la poesia può ritenere, quasi presso di sé, il suo valore veritativo in quanto luogo delle verità umane. Il suo compito etico è, da una parte – in negativo –, di preservare un poco di umanità (anche laddove regnano l’inumano e il disumano, come nei campi di sterminio, nei gulag, nei laogai cinesi, nei campi di prigionia della Corea del Nord, nel carcere di Abu Ghraib o negli altri luoghi contemporanei dell’orrore o nelle attuali pratiche di disumanizzazione dell’umano) e, dall’altra – in positivo – di educare all’umano (alla libertà e alla dignità e, una volta si sarebbe detto, alla nobiltà di spirito): «la poesia può aiutare l’uomo a essere umano», ha scritto la poetessa May Swenson; così come la narrativa e la letteratura tutta: «Il racconto guarisce, il racconto fa passare dalla morte alla vita, dal disumano all’umano. Il racconto umanizza» (26). La “vocazione esistenziale” della letteratura, la sua “funzione antropologica”, proprio perché oggi periferica e marginale, ha scritto Ezio Raimondi è «[…] di trasformare la memoria in esperimento, in costruzione dell’uomo» (27) o, per dirla con Todorov, la letteratura «[…] permette a ciascuno di rispondere meglio alla propria vocazione di essere umano» (28). In fondo, anche il poeta, non diversamente dagli altri uomini, deve solo saper fare, come vuole Charles Péguy, il suo mestiere d’uomo: “Il faut sur la terre faire son métier d’homme”, e imparare ad abitare umanamente il mondo; per questo l’arte può solo contribuire, come voleva Brecht, alla più grande di tutte le arti: l’arte di vivere. Per questo ha ragione il poeta veneto Giacomo Noventa a preferire all’arte e alla gloria l’onor: «Dove i me versi me portarìa, / Acarezandoli come voialtri, / No’ so fradeli. / Tocai i limiti del me valor, / Forse mi stesso me inganarìa, / Crederìa sacra l’arte, e la gloria, / Più che l’onor» (Dove i me versi… in Versi e poesie). Un poeta tanto più necessario rileggere oggi, proprio perché non crede all’assoluto della poesia ma rende evidenti i limiti del verso: «No’ tuto quelo che penso e vedo / Vol i me versi spiegar e dir… // Ma la parola che pur me resta / Xé sugerirve: çerché più in là» (Mi me son fato…) (29).
Rob Riemen, nel saggio aLa nobiltà di spirito. Elogio di una virtù perduta, ricorda l’occasione in cui nacque l’idea del libro, in particolare l’incontro a New York, nel novembre 2001 all’indomani dell’attentato terroristico alle Torri gemelle, con un amico di Elisabeth Mann Borgese, figlia di Thomas Mann e moglie dello scrittore e critico italiano Giuseppe Antonio Borgese. Joseph Goodman, sconosciuto musicista, stava allora componendo su testo di Walt Whitman una Cantata Sinfonica per voce solista, coro e orchestra dal titolo Nobiltà di Spirito. Opera rimasta incompiuta e poi distrutta dal suo autore in un attacco di depressione e di furia autodistruttiva, prima di morire improvvisamente di lì a poco. Così ne parla a Riemen, appena conosciuto quella sera a cena: «Nobility of spirit, la nobiltà di spirito, è l’idea fondamentale. Essa è alla base della realizzazione della vera libertà, perché la democrazia, un mondo libero, non possono esistere senza questo fondamento morale. Il capolavoro di Whitman, la sua intera visione consistono proprio in questo: la vita è un cammino alla ricerca della verità, della bellezza, della bontà e dell’amore. È l’arte di diventare esseri umani, di coltivare l’anima dell’uomo» (30). Un cammino – aggiungiamo – mai finito, mai concluso una volta per tutte, da ricominciare ogni volta da capo, con fatica ad ogni generazione; un cammino che non offre facili consolazioni, fideistiche certezze o salvezze, e il cui esito e la cui realizzazione non potranno mai essere garantiti da nulla e da nessuno. Anzi, per dirla con Agamben: «[…] il processo [di antropogenesi] è sempre in corso, perché l’uomo non cessa di diventare umano e di restare inumano, di entrare e uscire dall’umanità» (31).
Con l’arte e la letteratura noi compiamo un’esperienza di verità, anzi la poesia è il luogo della verità umana, espressione dell’umana condizione. La scrittura poetica deve però essere pensata come impegno etico e non come un sistema di segni autoreferenziali o come un congegno linguistico (semmai come un potente congegno emotivo) in cui la parola è tanto più incantatoria e carismatica quanto più è oscura, disanimata, “disumanizzata”, intraducibile. La poesia che antepone la parola al discorso, nella fobia del significato, cancella ogni valore etico: dall’ipertrofia stilistica – dunque – alla parola condivisa e ordinaria di Primo Levi in grado di attestare l’inattestabile, dall’oscurità come gergo della modernità a un punto d’equilibrio tra senso estetico e senso comune, dalla parola poetica enigmatica ridotta al solo significante alla parola come cibo, nutrimento e comunione. Questo è il manifesto mai scritto o declamato di una poesia onesta, in italiano e in dialetto, che anche oggi esiste ed è vitale, e che occorre riconoscere e saper ascoltare nel bailamme della lirica contemporanea; sono la poetica e l’estethica che, implicitamente o esplicitamente, alcuni autori condividono. Il fotografo Mario Dondero, recentemente scomparso, soleva ripetere che troppa estetica rischia di uccidere la verità: dichiarazione forte di poetica e un’idea chiara di arte, che pochi oggi sembrano possedere, valida anche per la parola e per la poesia. È stato un fotoreporter attratto dal sentore di umano che sembrava cresciuto alla scuola delle Annales; lo storico Marc Bloch affermava che oggetto della storia, anche quando sembra fredda e distaccata, sono gli uomini: «l’oggetto della storia è per sua natura l’uomo. O meglio: gli uomini […]. Il buono storico somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda» (32). Ecco noi, nelle foto di Dondero – nelle tante persone e nei molti volti ritratti, ma anche nelle cose e nei luoghi – annusiamo come l’orco carne umana, la presenza dell’uomo. (E sia detto en passant, al di là di orfismi, sperimentalismi, avanguardismi, parole innamorate, intellettualismi noi vorremmo sentire nella poesia di oggi un po’ più odor di cristianucci, vorremmo che la deshumanizaciòn del arte non finisse per cancellare ogni traccia umana).
Oggi molti poeti, per una malintesa lezione novecentesca (tra incomunicabilità, residui strutturalistici e derive ermeneutiche), hanno paura di comunicare e di essere letti, quasi ne venisse sminuita e svalorizzata la loro opera letteraria. La grande scommessa della lirica contemporanea (moderna o postmoderna che sia), nel tempo del dopo-Auschwitz e del dopo-Hiroshima, è come conciliare – ammesso e non concesso che lo si voglia – la forte soggettivizzazione del dettato poetico (espressivismo tematico ed espressivismo formale) con il valore – comunque – dialogico e sociale della poesia. La poesia, se non si vuole alienare ulteriori possibili lettori, deve tornare a stipulare con essi un nuovo patto comunicativo. La poesia pura, la ricerca di un linguaggio assoluto, quanto più possibile distante dalla lingua d’uso e dalla lingua comune, il primato del significante, l’aspirazione a concorrere con l’asemantica musica, l’oscurità come gergo della modernità, l’assenza di un caldo nucleo emotivo, l’ideologia del Testo e le pratiche struttural-formaliste che lo hanno dissezionato come corpo morto, hanno finito per restituirci una poesia “disumana” e “disumanizzata”, disincarnata (il suono della lirica assoluta «non sembra più provenire da alcuna bocca umana, non ha più bisogno di penetrare in alcun orecchio umano»), che “prescinde dall’umanità”: «La lirica moderna elimina non soltanto la persona privata, ma anche la normale umanità» (33). Mallarmé ha avviato quel processo di disumanizzazione della poesia che troverà poi molti accoliti e compagni di strada lungo tutto il Novecento: le parole di Salomè pronunciate nell’Hérodiade, «Du reste, je ne veux rien d’humain», non solo fungono da motto per l’intera opera mallarmeana ma riassumono lo spirito di molta poesia contemporanea. Può anche darsi che una poesia totalmente disumanizzata non sia, in realtà, umanamente possibile, e che sempre – anche quella più illeggibile, impersonale, astratta e astrusa – trasmetta qualcosa di umano, fosse anche solo l’impotenza della lingua; ma i nodi della illeggibilità di molta poesia contemporanea, dell’ipertelia del linguaggio poetico e dell’esaurimento del senso a causa della crescita del segno, della volontà o meno di comunicare dell’autore, della sua responsabilità etica nei confronti della lingua e dell’Altro, del suo dover dar conto di ciò che ha scritto, della comprensibilità o dell’oscurità del testo poetico, restano inaggirabili e non pretestuosi.
L’eccessiva attenzione nei confronti della singola parola, delle sue alchimie sonore, della sua incantatoria catena di fonemi, l’eccesso di gourmanterie nell’assaporarne la squisitezza musicale, l’accento posto sul piacere tutto derivante dal suono, dal suo alone fonosimbolico, l’enfasi sulle accensioni, sulle epifanie e sulle illuminations, non solo sono avvenuti a discapito del significato e dei tanto bistrattati temi, ma hanno sacrificato il “discorso”, al quale si è anteposta la “parola” ridotta al suo significante, quasi privandola dell’interfaccia del significato. È stato il trionfo della parole sulla langue della tribù: «Donner un sens plus pur aux mots de la tribu» (ancora Mallarmé). Il linguaggio della lirica si è voluto talmente oscuro, puro e assoluto, lontano dalla disprezzata lingua comune e da una realtà impoetica sempre più dimidiata, da cancellare ogni valore etico; ha ragione Barthes: «siamo di fronte a un linguaggio la cui violenza di autonomia distrugge ogni portata etica», ad una pratica poetica – suggerisce Agamben – irresponsabile: «Quando la poesia era una pratica responsabile, era inteso che il poeta fosse ogni volta in grado di dar ragione di ciò che aveva scritto» (34). Alcuni poeti a cavallo del millennio hanno saputo trovare un punto d’equilibrio tra senso estetico e senso comune, rifiutando il gioco sterile dell’“arte che imita l’arte” (Tolstoj) e quello autoreferenziale della letteratura che si nutre di altra letteratura e non della realtà, rifiutando la fuga nello stile e nella performance formale, l’assenza della voce nascosta e deformata dalla maschera dello stile, il manierismo della letteratura, la volontà combinatoria, il gioco retorico, l’oscurità programmata come gergo della modernità, la crescita ipertrofica del segno, la superstizione che il linguaggio sia tutto, rifiutando di anteporre la parola al discorso. Sono poeti che hanno coraggiosamente accettato la sfida della comunicazione e dell’atto comunicativo e che non hanno timore di risultare “leggibili”: per dirla con Antonio Porta hanno accettato la «sfida orizzontale della comunicazione» (35).
Un altro punto di questa poethica concerne il potere della parola e, di conseguenza, la responsabilità etica del poeta nei suoi confronti. Come si conciliano i versi di Fortini («[…]. La poesia / non muta nulla […]», Traducendo Brecht) con il potere della parola poetica? E come si conciliano le affermazioni di Berardinelli («Non diversamente dalla poesia, la critica “non fa succedere niente”. Non cambia il mondo») e del filosofo Givone (con l’esperienza estetica non accade nulla: «La nostra vita rimane esattamente quella di prima») con la censura e l’autocensura, con la reclusione degli scrittori nei gulag, con gli intellettuali e i poeti assassinati da un qualche potere? Se la parola (anche quella poetica) non ha valore di verità e di testimonianza, non ha peso, non ha alcun potere sul lettore o sull’ascoltatore, perché minacciare di morte Salman Rushdie o Roberto Saviano? perché assassinare la Politkovskaja? perché condannare a morte un poeta come Ken Saro-Wiwa? perché portare in tribunale Baudelaire, Flaubert, Wilde, Lawrence, Pasolini, tra i tanti? perché rinchiudere nei gulag Osip Mandel’stam, Solzenicyn, Salamov e il “parassita” Brodskij o condannare a dieci anni di lavori forzati il poeta albanese Visar Zhiti? Se le parole fossero davvero inoffensive e non avessero un qualche potere non sarebbero esistite e non esisterebbero la censura e l’autocensura, e nemmeno i tentativi maldestri di purgare e sterilizzare le opere letterarie per renderle innocue e politically correct. E sarebbe un grave errore credere che in età moderna e contemporanea la censura interessi solo i regimi dittatoriali e totalitari, e non anche i sistemi politici liberali e democratici. Tutta la storia della letteratura ha in realtà a che fare con qualche forma di censura.
Occorre, io credo, riconoscere senza riserve e timidezze il potere della parola. E riconoscere il potere della parola (che non va confuso con la lingua del potere o con il linguaggio oppressivo e dell’oppressione o, ancora, con la forza della lingua come strumento di omologazione del sentire comune e di propaganda, di cui ha parlato Klemperer (36)) presuppone – contemporaneamente – il prendersi cura della parola stessa. Un eccesso vorticoso della circolazione delle parole – nella logosfera in cui tutti siamo immersi e inviluppati tra media e web, attraversati come siamo da flussi continui di informazioni – non può che creare, per una semplice legge economica, un fenomeno inflattivo che finisce per depotenziare, svuotare, usurare e logorare la parola stessa inflazionata e per deresponsabilizzare il locutore che non risponde più di quel che dice. E così la parola perde peso, valore e potere d’acquisto nei confronti del reale. Il rischio è uno svuotamento della parola, la falsificazione del significato delle parole, la loro “manomissione”. Il linguaggio pubblico e la Lingua Nostrae Aetatis, come la definisce Gustavo Zagrebelsky (37), sono spesso uniformi, omologanti, ripetitivi, stereotipati, kitsch, infarciti di convenzioni verbali, impoveriti dal punto di vista lessicale, impregnati di aziendalismo e produttivismo, di tic linguistitici e di tormentoni, rivelatori dello stato di salute di una lingua; e il grado di civiltà di un popolo si misura anche dallo stato della sua lingua. La parola poetica, invece, mantiene una manutenzione continua del linguaggio anchilosato dei media, della pubblicità e della propaganda politica, più propensi questi ultimi – per dirla con Carofiglio (38) – alla manomissione delle parole: insomma il discorso poetico “sloga” lo slogan, attua una slogatura delle articolazioni e delle giunture irrigidite e arrugginite della lingua. La parola poetica, proprio perché fatta della stessa volatile materia del linguaggio, è un efficace e potente antidoto alla sclerotizzazione, all’anchilosi, alla paralisi, allo svuotamento, alla sordità, alla narcotizzazione del linguaggio mediatico, di quello pubblicitario e del discorso politico. Assumerne anche solo una minima dose giornaliera può avere il salutare e benefico effetto di mitridatizzare il veleno e le tossine della lingua di plastica. Il poeta è, per riprendere un racconto di Kafka, la sentinella insonne che veglia sulla lingua. Scrive il poeta Mark Strand: «La poesia rappresenta quindi una difesa contro la dipendenza anestetizzante dagli slogan e dai cliché che contraddistingue la società, contro la povertà di linguaggio dei nostri politici e dei nostri telegiornali. In ogni epoca essa offre nuovi modi per dire ciò che ha sempre detto e per ricordarci che, ieri come oggi, siamo sempre essere umani» (39).
La cura delle parole, è bene rammentarlo, non è mai fine a sé stessa: la parola è azione (anche solo comunicativa) e le parole producono realtà e provocano effetti, le parole inducono al movimento (innanzitutto, come vuole Manzoni, al movimento della mente). Ridare senso alle parole, liberarle dalle convenzione verbali e dai non significati vuol dire «[…] cercare di dare senso alle cose, ai rapporti fra le persone, alla politica intesa come categoria nobile dell’agire collettivo» (40). Le parole fanno le cose, sia quando hanno valore performativo con effetti diretti nel mondo materiale e nei rapporti umani, sia quando – come quelle narrative, descrittive, informative – creano e costruiscono, modellandola, letteralmente la realtà. Le parole plasmano le coscienze: che poi è l’uso perverso che ne hanno fatto le dittature e i regimi totalitari, ma la forza omologante del linguaggio e la sua forza conformatrice del senso comune sono attive anche nelle odierne democrazie; e d’altra parte in nessun altro regime politico come quello democratico le parole sono essenziali. Proprio per questo «La democrazia richiede […] un’etica della parola, una assunzione della responsabilità della parola» (41), tanto più che «Prendere coscienza dello statuto della parola e della responsabilità che essa richiede, rientra nel cammino di umanizzazione che è il compito di ogni umano. Compito che comprende anche la lotta per uscire dalla volgarità della parola, dalla superficialità, dalla banalità, dalla stupidità, dalla manipolazione della parola. Infatti, solo un uso appropriato della parola rende intelligibile il mondo e vivibili le relazioni umane» (42). Carla Benedetti, contro la cultura dell’epoca tardomoderna che misconosce la forza agente della parola letteraria e contro la disillusa e incredula critica letteraria, secondo la quale i libri non cambiano il mondo e non agiscono nella società, ribadisce proprio il potere della parola, che chiama forza agente: «[…] forza agente della letteratura: forza di verità, forza eversiva, forza rigenerante della parola» (43).

1 «Se la parola è ciò che ci distingue dalle altre specie, allora la poesia – l’operazione linguistica per eccellenza – è il nostro scopo antropologico» (Iosif Brodskij, Conversazioni (2002), a cura di Cynthia L. Haven, Milano, Adelphi, 2015, p. 160).
2 Cfr. Raffaele Donnarumma, Ipermodernità. Dove va la narrativa contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2014.
3 Christopher R. Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia, Torino, Einaudi, 1995.
4 Romano Luperini, La fine del postmoderno, Napoli, Guida Editore, 2005; Id., Tramonto e resistenza della critica, Macerata, Quodlibet, 2013.
5 Pier Vincenzo Mengaldo La vendetta è il racconto. Testimonianze e riflessioni sulla Shoah, Torino, Bollati Boringhieri, 2007.
6 Cesare Segre, Tempo di bilanci. La fine del Novecento, Torino, Einaudi, 2005.
7 Pino Menzio, Nel darsi della pagina. Un’etica della scrittura letteraria, Torino, Libreria Stampatori, 2010.
8 Antonello Perli, La morale della forma. Etica letteraria nel primo Novecento, Giorgio Pozzi Editore, Ravenna 2013.
9 Arturo Mazzarella, Il male necessario. Etica ed estetica sulla scena contemporanea, Torino, Bollati Boringhieri, 2014.
10 Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo, Milano, Garzanti, 2008.
11 Giulio Ferroni, Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, Roma-Bari, Laterza, 2010.
12 Davide Rondoni, Contro la letteratura. Poeti e scrittori una strage quotidiana a scuola, Milano, il Saggiatore, 2010.
13 Daniele Gorret, Letteratura addio, Brescia, Ass. Edizioni L’Obliquo, 2010.
14 Filippo La Porta, Meno letteratura, per favore!, Torino, Bollati Boringhieri, 2010.
15 Alfonso Berardinelli, Non incoraggiate il romanzo. Sulla narrativa italiana, Venezia, Marsilio, 2011.
16 Giulio Ferroni, Gli ultimi poeti. Giovanni Giudici e Andrea Zanzotto, Milano, Il Saggiatore, 2013.
17 Attilio Lolini, Carte da sandwich, Torino, Einaudi, 2013.
18 Alfonso Berardinelli, Manca la passione d’essere letti in «Corriere della Sera», 14 luglio 2011.
19 Mohammed Bennis, Il Mediterraneo e la parola. Viaggio, poesia, ospitalità, a cura di Francesca Corrao e Maria Donzelli, Roma, Donzelli, 2009.
20 Goffredo Fofi, La vocazione minoritaria. Intervista sulle minoranze, a cura di Oreste Pivetta, Roma-Bari, Laterza, 2009.
21 Mohammed Bennis, Il Mediterraneo e la parola. Viaggio, poesia, ospitalità cit., pp. 9, 61, 23, 43.
22 Cfr. Pier Aldo Rovatti, Noi, i barbari. La sottocultura dominante, Milano, Raffaello Cortina, 2011.
23 Scrive Vito Mancuso a conclusione della sua La vita autentica: «Penso però che per tutti valgano le celebri parole dell’Ulisse dantesco, secondo le quali, alla luce della nostra essenza di uomini, la vita autentica è quella vissuta all’insegna del bene (virtute) e dell’amore per la verità (canoscenza). Impostare tutte le relazioni sulla base di questi valori è la più grande fortuna che possa capitare nella vita» (Milano, Raffaello Cortina, 2009, p. 171).
24 George Steiner, Prefazione a Id., Linguaggio e silenzio. Saggi sul linguaggio, la letteratura e l’inumano, (1967), Milano, Garzanti, 2006 (2001), p. 9 (ma già Rizzoli, 1972).
25 Filippo La Porta, Maestri irregolari. Una lezione per il nostro presente, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, p. 20.
26 Luciano Manicardi, Raccontami una storia. Narrazione come luogo educativo, Padova, Edizioni Messaggero Padova, 2012, p. 101.
27 Ezio Raimondi, Un’etica del lettore, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 76.
28 Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo cit., p. 17.
29 Giacomo Noventa, Versi e poesie, a cura di Franco Manfriani, Venezia, Marsilio, 1986.
30 Rob Riemen, La nobiltà di spirito. Elogio di una virtù perduta , Milano, Rizzoli, 2010, p. 30.
31 Giorgio Agamben, Il fuoco e il racconto, Roma, Nottetempo, 2014, p. 23.
32 Marc Bloch, Apologia della storia, Torino, Einaudi, 1981, p. 41.
33 Hugo Friedrich, La struttura della lirica moderna. Dalla metà del XIX alla metà del XX secolo, (1956), Milano, Garzanti, 1983 (1958), p. 115.
34 Giorgio Agamben, Idea del dettato in Id., Idea della prosa, Milano, Feltrinelli, 1985, p. 32.
35 Cit. da Maurizio Cucchi, Introduzione a Antonio Porta, Poesie 1956-1988, a cura di Niva Lorenzini, Milano, Mondadori, 1998, p. VI.
36 Victor Klemperer, LTI La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, Firenze, Giuntina, 2011 (Quarta edizione riveduta e annotata).
37 Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente, Torino, Einaudi, 2010.
38 Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, Milano, Rizzoli, 2010.
39 Mark Strand, Ritrovarsi sull’isola dei poeti in «Domenica – Il Sole 24 Ore», 3 luglio 2011.
40 Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole cit., p. 16.
41 Luciano Manicardi, Raccontami una storia. Narrazione come luogo educativo cit., p. 89.
42 Ibid., p. 88.
43 Carla Benedetti, Disumane lettere. Indagini sulla cultura della nostra epoca, Roma-Bari, Laterza, 2011, p. 118.

Pubblicato il 24 maggio 2016
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