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Francesca Piovesan

Riflessioni su Intimità, Silenzio, Parola

Il linguaggio: una questione centrale nell’analisi della società attuale.
Esso, oggi, rappresenta il “termometro” attraverso il quale possiamo misurare l’incredibile velocità di evoluzione della società. I cambiamenti avvengono a ritmi esponenziali e di ciò si rende ben conto soprattutto chi opera nell’ambito dell’educazione, nel mondo della scuola. Stare al passo con i giovani non è semplice. Il loro linguaggio va modificandosi di continuo, soggetto alle mode che imperversano nel web. Il suo impoverimento si evidenzia sempre più e, certamente, dipende anche da una “disabilità” all’utilizzo corretto della lingua che coinvolge in primo luogo il mondo degli adulti, anch’esso snaturato dall’impatto delle nuove tecnologie comunicative. Si manifesta, infatti, una diffusa svalutazione della parola e della sua valenza, del suo straordinario potere. Una parola che andrebbe ricercata nel silenzio interiore dell’anima. Il problema è, però, che proprio il silenzio oggi è abborrito, fa paura, inquieta ed è rifuggito dai più. Quel silenzio che è, invece, origine ineludibile del pensiero, discorso interiore, atto a trasformarsi in parola comunicativa, che ci pone in relazione con l’altro da sé. Il frastuono, che ci accompagna nella vita quotidiana e ci ottenebra la mente, ci fa percepire il silenzio, laddove lo incontriamo, in modo amplificato. Il silenzio diventa per la maggior parte delle persone “rumore del silenzio”, quasi fastidio; “densità silente”, invece, per chi ha imparato ad amarlo. L’uomo odierno teme il silenzio perché esso lo allontana dal mero agire, lo costringe a mettersi in relazione col sé più profondo, lo conduce ad esplorare le infinite distese del proprio essere, lo spinge a cogliere le proprie contraddizioni interiori, a fare i conti con esse e lo invita a porsi in discussione nel tentativo di raggiungere un’utopica sintesi. Generalmente le persone preferiscono confondersi col frastuono del nulla, piuttosto che divenire intime a se stesse e, di conseguenza, all’altro. Chi non sa ascoltare se stesso, tuttavia, come può saper ascoltare l’altro? Ne deriva un’incomunicabilità di fondo. Ecco perché, a mio parere, è tanto importante educare i ragazzi a sviluppare uno sguardo poetico attraverso il quale osservare tacitamente la realtà che li circonda, spingendosi oltre le apparenze. Prenderli per mano e far riemergere in loro lo “sguardo fanciullino” che aiuta a ritrovare il senso di stupore dinanzi a ciò che costella la nostra realtà quotidiana. Renderli sensibili alla percezione delle sottili analogie che trascorrono la Natura, al senso del Tutto che in essa si nasconde. Solo così potranno vivere se stessi e il mondo in modo consapevole. Inoltre è necessario educarli al valore della “parola poetica”, quella che nel suo essere connotativa dice anche ciò che non si vede, quella che si cela nello spazio tipografico bianco come la pausa in uno spartito. E’ compito degli adulti riappropriarsi di se stessi, del mondo e del linguaggio.
Il silenzio è il tutto, il frastuono è il nulla.

Pubblicato il 7 giugno 2016
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