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Pierangela Rossi

Siamo abitati da parole

Come poeti, siamo abitati da parole. Il Logos, gli spiriti, le voci, la letteratura, la musica, l’arte, gli altri, la coscienza, l’inconscio e il super-io ci parlano continuamente ma sommessamente. Così sommessamente che percepiamo il silenzio che ci circonda, muto, prima che le cose e le parole vengano a esistenza. E’ da questo silenzio che si mormorano da sole parole che forse, se scriviamo, se limiamo, se comprendiamo, se ci corrispondono, se accettiamo, se accogliamo, diverranno prima appunti e poi poesie da donare, forse.
Ma quando a questo connaturato silenzio originario abitato da parole si sovrappone il flusso della rete – notizie, social network, internet, la bolla di fatto infinita delle chiacchiere virtuali, a cui bisogna porre un freno, dare un limite di tempo nelle nostre giornate – ecco che anche la poesia che ci abita si confonde, si mescola ad altri gerghi, perde di intimità. In interiore homini si svaluta se è messo continuamente su un palcoscenico che proprio quello vuole, succhia, insieme al nostro tempo. L’intimità è il palcoscenico oggi.
Come preservare l’intimità perché, mescita ad altro, distilli poesia?
Sta a noi, come sempre. Da un atto di volontà, originario e fondante, che può avere incrinature ma che non si sfalda mai del tutto. Siamo in fieri, cannibalizzati dalla rete. Sta a noi preservare silenzio e intimità. Fin dove possiamo. Tanto, comunque, la poesia arriva. L’intimità vera ci appartiene comunque. Sapremo coglierla, farne cernita, nel contemporaneo diluvio della rete?

Pubblicato il 24 maggio 2016
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