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Salvatore Ritrovato

Silenzio intimità parola

Non esiste tema più adatto a capire la poesia come il silenzio. Ma che cos’è il silenzio? È probabile che qualsiasi definizione si voglia dare, possa purtroppo nuocergli, togliendogli quel senso di raccoglimento e attesa che dispone all’ascolto e al dialogo. Io direi che il silenzio non è questo ma è come qualcosa. Per esempio: il silenzio è come lo spazio bianco che circonda la poesia, o meglio dal quale emergono le parole della poesia. Non è possibile, leggendo dei versi, ignorare il bianco della pagina che avanza ai bordi e intorno: quel bianco è lo spazio nel quale l’autore dei versi ha rinunciato alla parola, è il silenzio che occorre leggere così come leggiamo le parole, riconoscendogli un suo perché, che vale più di una pausa all’interno di una battuta musicale: rappresenta il silenzio di colui che, davanti al testo, è pronto ad ascoltare le parole dell’altro, ad accoglierle, a farle sue. Senza il silenzio del lettore la poesia non potrebbe esistere, e un lettore, senza silenzio, non saprebbe mettersi in ascolto: è come un silenzio da respirare, come l’aria che permette ai suoni di essere percepiti e intesi, l’ambiente naturale delle parole.
Oggi invece succede che le parole, e non solo quelle della poesia, sono sommerse da un brusio incessante e asfissiante, finiscono in un ininterrotto blob massmediatico, non anti-estetico, anzi an-estetico, in cui, private del loro spazio naturale, si depauperano, si accartocciano come foglie secche, diventano polvere; e allora la poesia moderna, che non ritrova più la comunione con il silenzio (dal momento che questo non c’è più), si muove alla sua ricerca, lo invoca, per sospendere il brusio, lo proclama contro il secolo del rumore. Il rumore produce solo afasia, incapacità di produrre linguaggio o di comprenderlo, ma anche di meditare sul silenzio e sul senso di impotenza della parola di fronte al mistero. Mi viene in mente un film di qualche anno fa, di straordinaria intensità, Die Grosse Stille (‘Il grande silenzio’), che racconta, senza crogiolarsi in trame banali, né cadere in una tentazione voyeuristica, la vita quotidiana dei monaci nella Grande Chartreuse vicino Grenoble. Un film di 162 minuti senza parole. Basta il silenzio a commentare le immagini, perché il silenzio è già una forma di espressione, e può raggiungere, senza tradursi in segni verbali, l’espressione della poesia.
Su questo aspetto la poesia oggi dovrebbe tornare a meditare. Non so se essa sia ancora in grado di rivelare un significato originario o di risalirvi come a una fonte di purezza; sicuramente, per riuscire a dire qualcosa di nuovo, dovrà strappare le sue parole al mondo, sottrarle all’inquinamento acustico, e ridonarle agli uomini mettendole al centro della loro vita, e riportarle sulla terra, sotto il cielo che custodisce la nostra storia, in un luogo in cui il silenzio, inteso non come assenza ma come attesa di suono, di voci, ha ancora senso.
La parola dell’uomo non è quella di Dio che crea le cose; però può farle esistere, dal momento che le nomina e le spiega, ne narra l’esistenza; e il poeta conosce il segreto intimo (che non significa “puro”) di ogni parola, in cui si annida tanto la luce quanto il buio, in vitale contraddizione. La parola non può limitarsi a interrogare solo se stessa: occorre che guardi al mondo, e lo sappia interrogare, orientandosi nel suo sguardo, distinguere e apprezzare i dettagli, cogliere le sfumature, raccoglierci in una penombra, dove abita il silenzio, ed è ancora possibile coltivare la verità.

Pubblicato il 7 giugno 2016
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