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Marco Marangoni

Intimità

Nel saggio La poesia del pensiero ( trad.it., Milano, Garzanti, 2012) G. Steiner si domanda che ne sarà della letteratura in un mondo in cui le tecnologie comunicative sempre più tenderanno ad annullare il nucleo di silenzio che abita il linguaggio. Un linguaggio appiattito, senza spessore, si correla ad un impoverimento significativo dell’espressione, in cui ne va dell’essere che siamo. Il silenzio come fondo primordiale della parola (così direbbe Merlau-Ponty), sembra obliato da un rumore di fondo ininterrotto che è la chiacchiera della rete planetaria. L’accesso ad un “più profondo” sembra barrato. La parola ci giunge spogliata di ogni forza propria di risonanza; spogliata in qualche modo di “sovranità”. Siamo alla “parola” inter-detta? Siamo alla poesia inter-detta, terreno in cui la parola dovrebbe invece trovare la restituzione della sua vis-virtus?
Ma il tema si articola nella necessità di considerare, oltre alla sparizione del silenzio, la sparizione dell’intimità.
Quest’ultima consiste in una relazione “io-altro” irrinunciabile, perché originaria. Ci ricorda F. Jullien ( Sull’intimità, trad. it. Raffaello Cortina Editore, 2014), che non siamo tanto intimi a noi stessi, quanto rispetto ad un altro. La parte più interna di noi, come insegna Agostino – “interior intimo meo” – è abitata da un Altro. L’intimità -mentre l’intimismo è un kitsch, e dell’intimo piuttosto una “perversione”- è condizione soggettiva quanto politica per reagire all’ odierna, anonima spettacolarità. L’intimità è ciò che più lo spettacolo della società, il circo mass-mediatico nasconde, e che esige, per potersi esprimere, un aggiramento della prepotenza narcisistica ma anche di quella erotica, frastornante, del soggetto. Un “distacco”, un “lasciar-essere” (Gelassenheit), un’ “arte dello scomparire” ( P. Zaoui) deve intervenire, per dare luogo all’ascolto, all’altro che tanto ci dis-loca quanto ci con-voca e ridesta a una forma che si fa responsabilità e parola. Parola-medium, ecco come potrebbe valere la poesia, tra la parte più interna di noi, e il Fuori, il Mondo; parola che esprime un processo di attenzione-concentrazione – F. Savater, in una conversazione con i giovani incontrati in alcuni istituti scolastici spagnoli, si domanda se sia possibile accedere ad atti etici o scientifici senza la cultura dello sforzo e della concentrazione, ( Piccola bussola etica per il mondo che viene, trad it., Laterza, Roma-Bari, 2014).
Un farsi “centro” del linguaggio, dunque; ma quale “centro” ? se questo dovrà porsi al di là del “soggetto”, mentre lo coinvolge al tempo stesso?
Wallace Stevens scrive: “the light/ In which I meet your, in which we sit at rest,/For a moment in the central of our being” ( “ luce […]In cui t’incontro, e riposiamo,/ Per un istante al centro di noi stessi”).

Pubblicato il 24 maggio 2016
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