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Indice

Poeti del Nordovest:
Poesie
Alessandro Mantovani

Preghiera estiva sulle memorie di una breve vita

Benedette sere estive
di notti pastose come il miele
di cieli pieni di significato,
rotte impossibili da sondare
che ancora voglio non sapere,
del mare eterno e dei suoi scogli
di letto alle mie movenze
che chiamavo amorevoli.

Benedetto il sentirsi perno,
centro incrostato di salsedine,
l'essere cuore ampio e contenitore
di quel viola di dubbio senso
tra le cabine dei vacanzieri
e poi uccelli volazzanti in aria
e ragazzini nudi, esperti in giochi
che -non ricordo- ho imitato.

Benedette stelle oculate
nei movimenti, le lune timide
dai colori plurivoci, che mi incitavano
a parlarti, tra le spalle del mondo,
i prati mutolenti, i clivi discendenti
di cui non vidi mai il finale.

Benedetti sentieri improvvisati
al fresco delle conifere,
la vibrosa fibra della terra sotto le mani,
e l'asfalto ancora caldo
premuto sulla schiena bianca
che potevo baciarti, previo le confusioni.

Benedette donne tra le mani,
tenute accolte perdute, fin da
non poter più vedere nemmeno le ombre,
che mi avete inciso il cuore
a tacche per insegnargli la misura.

Benedetta libertà di accettare
gargantuosi a bocca aperta
il fiume sfamatore, ingollare
il suo sale rigeneratore,
godere dell'arsura sui corpi
tra i tendini tentati
di avvicinarsi ancora un poco
al tuo naso così perfettibile
ora dappresso.

Benedetto il pieno del bicchiere
bevuto con ingordigia
e il suo fondo, senso di vita
deglutito che ci prende la testa
come il vino rovesciato d'impeto
sulle tovaglie di carta, tra il pesce fritto,
i colori della festa
e i sussurri dopo, trapelati oggi
per non so quale via,
non so quale cuore.

Benedetta mia madre
la sua lungimiranza non intenzionale,
e mio padre troppo tardi,
i fratelli omessi e i voli tracotanti
da autodidatta.

Benedetti gli amici, lance in resta,
cavalieri desublimati
ex-voto della vita, mutuali spalle
immortali, ganci, colonne, leali,
con le nostre illusioni di semprità
cozzanti sui rivolgimenti del tempo.
Benedetti quelli con cui spezzo
ancora pane e altri
decaduti nell'inane vuoto del mito.

Benedetto l'umano fragile
che incontro all'angolo, la parola
sconosciuta d'intreccio destinale al mio,
il passaggio raccolto, l'ospite accolto
e l'accidente di scoprirsi sintonie.

Benedette le debolezze dell'animo
le fierezze dei peccati e
la ricchezza degli errori
(quelli pure non ancora commessi),
l'ostinata volontà del perdente
e il parlare concitato, il confronto sbagliato
il bersaglio mancato e poi detto
di cui ora mi sei custode, badante,
sacerdote.

Benedetta libagione d'apprendimento,
il primato dell'esperienza
le azioni non pervenute ancora
all'elenco degli io voglio
che ci smussano la sterilità.

Benedetti i compagni del liceo,
braghe corte, quadrettate,
le foto sulle tavolate,
le facce implumi e tutte quelle
prime mani rubate alle innocenze.
Poi le compagne desiderate
e belle nelle gonne
coi petti ansimanti, esplorarle
con nuovi metri da capire,
io in affanno, loro fresche anche a giugno.

Benedetta Genova di salita e arenaria,
Madrid di pioggia saltuaria e Porto
sulle nostalgie del fiume
dove sono già rinato
e poi Bologna di torre e di frontiera.

Benedetto il desiderio impossibile
che da così lontano non basta
a remare dietro ad ogni costa
della vita che ho toccato, ora io,
fiore edotto ed impalato nel bagliore
di questo caldo indisciplinato.

Benedetto e santo tutto
nella memoria, dove vite ripetute
sempre gli stessi gesti,
dove sono sempre anch'io,
cambiando leve colori cornici
i volti della gente, scolorati nella sera.
A volte vedo il mare
                                         anche dove non c'era.

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