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Indice

Poeti del Nordovest:
Poesie
Beppe Mariano

Monvisana

Ad ogni cima superata altra ti si propone.
Ogni monte ascendi per capire,
estendi i sensi, la ragione.
E se t’insidia l’eco d’una campana
sbattezzata, storni lo sguardo
dal girasole presuntuoso, dall’adescante
miosòtide, impugni un cardo
fino a sanguinare. L’esorcismo è certo.

Tuo companatico, nella bisaccia
entrano di concerto le nuvole,
tua maestosa povertà. Devi giungere
oltre l’ansa che ha trattenuto le nevi,
oltre il primo cielo disertato, oltre…
Per te lo vuoi, per i lari della baita,
per sortilegio tuo e dei tuoi cari
a te simili d’animo e di volti.

Sarà bin la vita ‘n mal ardriss,
com a dis col liber gròss?

Ad ogni cima segue il suo rovescio:
al pensiero la deiezione,
alla realtà l’irreale vero.
Affacciandoti sul dirupo della mente
hai scorto della tua vita la fine.
Dopo aver corso, da te stesso impaurito,
con la goffaggine dell’orso, ti fermi
ad una sorgiva, e qua bevi dalle tue mani
a coppa, memoria viva di tuo padre.

Il papavero infiltratosi tra le segali
ne ravvivava l’uniforme: loglio che
imbandierava il dorso sottano di Elva.
“Erbagrama”, biascicava tuo padre cipiglioso.
Ma era anche macula gioiosa.
Lasciarsi prendere dalle segali,
immergervisi dopo estenuante corsa:
era il tuo gioco di ragazzo.

Ël fieul a dev fé esperiensa
amparé la siensa dël vive:
parej a dis la moral dij vej.

Pochi a quei tempi avevano visto il mare:
ed erano i più sfortunati, poiché
costretti ad emigrare. Ogni tanto
tornavano per raccontare, alla maniera
d’un antica moralità. Vi era chi reduce
dall’Argentina raccontava che laggiù
di mare ne aveva sudato uno
in particolare che si chiamava “Pampa”.

Incupito il blu del cielo in un’acqua smossa
ricorda la ruvida carta con cui tua madre
rivestiva con tocco lieve i ripiani della madia,
come fosse la seta frusciante delle sue nozze.
Presso lei arrestavi la tua corsa infantile.
Dal marezzo della segale contemplavi
l’ondoso alitare, la docile flessuosità,
i varchi che il vento apriva e richiudeva.

La disà dij vej, ël fià sagrinà
dij mòrt, pòvre sej anime ‘n pen-a…

Chi, da ragazzo, non ha tentato di catturare
il vento? Il vento mascone, il più forte,
che sconvolge le nubi che il Monviso espira,
provoca il ruggito della valanga, impollina
le erbe e le fa esplodere di colore,
suscita in ogni pietra il desiderio del volo,
gonfia la velatura del cielo per il viaggio
là dove tutto è maternità.

Ma il vento alimenta gli incendi,
scompiglia la mente, la agghiaccia e infoca.
Il vento è la masca stessa.
Velocemente si sposta a commettere
le sue insidie; fa rotolare un sole
di polenta sul quel versante
impossibile del monte da scalare
che ognuno teme e, pur temendo, vuole.

Che a sia n’infern arvërsà,
la montagnassa s-cionfà da la tèra?

Anche tu eri suggestionato
e alle domande degli adulti rispondevi
che da grande avresti fatto il vento,
il più ardito dei mestieri.
Non potevi immaginare la terra
lontana ed ostile che avresti poi sofferto
nella tua maturità. Solo se fossi stato
il vento l’avresti saputo.

Come tuo padre, e tuo nonno prima,
sei diventato un cavijè. A fine estate
quando la prima galaverna smalta le erbe,
prepari il fardello: pane e seiras,
tessuti da barattare con i capelli
delle donne del Veneto, i più fini,
a tuo dire, bionda erbetta del cielo,
ricciolini d’una sposa invano promessa…

La grassia dl’ora granda, ancreusa,
un pensé ant la ment a piora:
col cel, vel da sposa, a l’era vera?

Per propiziarti il viaggio ti affratelli
ad un frassino: lo suggi dal taglio,
bocca o vulva, della sua corteccia.
Parti solitario come un muflone.
Il volteggio dell’aquila che scorgi
aureolare una cima, il tonfo dell’averla,
sua preda diventata, come una profezia
ti ricordano il rapace che ti attende
nella piana, tra gli astuti.

Ad ogni cima superata altra ti si propone.
Sali per capire, estendi i sensi, la ragione.
Scorgi in una placata pozza del torrente
la maschera pietrosa del barbagianni,
forse la masca tentatrice, molestia
dell’ora più insidiosa. Ancora non sai
su quale cima lontana una nevosa
chioma sarà il tuo palio.
Solo se fossi il vento lo sapresti.

E la maravìa at pia ‘d vardè
con maravìa ‘l mond…

Al tramonto effimeri cirri incendia
il gran morente, come vele d’una flotta immota.
E la meraviglia ti riprende di osservare
con meraviglia il mondo: l’austerità delle cime
valicate e le sempre nuove da tentare,
i segni flebili delle città là in fondo,
farfalle come efelidi del Viso,
il grande cielo che scolora assorto…

Ma il precipitare del ghiacciaio
sembra già il crollo prossimo
di un cielo che abbiamo troppo gremito.
Come il torrente da te seguito
si versa nel fiume e poi nel mare
si disperde, così nella moltitudine
tu sei fluito, lungo strade ferite,
aprendoti varchi nel sangue smisurato.

Oggi sai che monte non vi è più
da immaginare, né il suo rovescio.
Non vi è certezza di andare
in qualche direzione. Sei dentro
un itinerario che va rispetto alla ragione
in senso contrario. Ad ogni città
superata, altra ti si propone.
Ma più non cerchi di capire:
i sensi ottundi, la ragione…
     


Traduzione dal piemontese:

Sarà bin…: Sarà la vita un ordine disordinato,/ come dice quel grande libro?
Ël fieul…: Il ragazzo deve fare esperienza,/ imparare la scienza del
vivere:/ così dice la morale dei vecchi.
La disà…: La diceria dei vecchi, il fiato preoccupato/ dei morti,
povere segale anime in pena…
Che a sia…: Che sia davvero un inferno rovesciato/ la montagnaccia sbottata dalla terra?
La grassia…: La grazia dell’ora grande, profonda,/ un pensiero nella mente piange:/Quel cielo, velo da sposa, era vero?
E la maravìa…: E la meraviglia ti prende di guardare/ con meraviglia il mondo.

(2001)

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