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Indice

Poeti del Sud:
Poesie
Emilio Coco

(il bianco graffia e arde sopra i muri)

Il bianco graffia e arde sopra i muri
a strapiombo sui ripidi gradoni
si aggrappa in linea retta fin sul monte
sperdendosi tra i fossi e le macerie.
Costruito a pane e ulive e quartabuono
s’incunea e si srotola in discesa
verso il mare sognato dietro i boschi.

Nella via Cappellini le comari
ricamano sull’uscio delle case.
Ma il sole non t’illumina la carne
inquieta sotto un lutto millenario
e con mani di calce mi trattieni
i capelli dal vento scarmigliati.

Grida la sera e a frotte si riversa
nella piazza di sotto a Santa Chiara.
Con il buio si schiodano le travi
e la lugubre tromba delle botti
spalanca gli occhi e asciuga la saliva.

Sono salito fino alla via nuova.
Dietro il muretto i tetti di San Marco.
Ho i pantaloni corti con le toppe
e lo sguardo imbronciato.

S’affacciava Ninetta alla finestra
della casa più sotto di un gradone
di fronte a quella nostra. La guardavo
incollato alla rete del balcone
della stanza di sopra quando nonna
scendeva a sfaccendare con mia madre.
Non poteva vedermi
perché talmente fitto era l’intreccio
con solo qualche nodo sfilacciato
dalle impazienti dita
all’altezza degli occhi.
Con il seno poggiato al davanzale
stendeva mutandine
e reggipetti neri
tenuti da mollette che sembravano
uccellini venuti a riposare
su quei fili di ferro
ammorsati a due sbarre.
Oh mi fossi trovato lì appuntato
ad annusare il fondo delle coppe
bere l’ultima goccia
dell’impudica seta.

Ninetta che cantava le canzoni
di Natalino Otto
con i lunghi capelli alla Rita Hayworth
– lo diceva Michele
che già a quattordici anni conosceva
i nomi e i volti delle più famose
attrici americane –
vi passava le mani
per dargli più volume
arricchendo di riccioli le punte
e ammiccava sensuale come a dirmi
esci fuori Gigino t’ho scoperto
se mi vieni a trovare qualche sera
t’insegno a pettinarli.
E mi spossavo dentro lo stanzino
pensandomi nell’atto d’ingoiare
la sua fluente chioma
con fervore suicida.
Lei aveva vent’anni io solo dieci.

Erano tre sorelle rimaste orfane
di entrambi i genitori.
Alfreda la più piccola
con i nastrini neri sulle trecce
cullava la sua bambola di pezza
sull’uscio del portone.
Avevo gli stessi anni di Bambina.
Un giorno nelle scale
giocò con me a fare l’infermiera
e m’infilò la mano nei calzoni
alzandosi la veste sopra il petto.
M’accarezzava l’innocente pelle
spingendomi a succhiare i suoi boccioli.
Chiamavamo quel modo di conoscerci
“cose di porcherie”.

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