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Indice

Poeti del Nordest:
Poesie
Gian Mario Villalta

Atto unico


Ho aspettato la fine della giornata, e la stanchezza 
per accostarmi a questa terra
e non ho portato fiori,
perché li ha fatti la terra, i fiori, e se li prenda.
Ti ho portato le mani, le ho posate
su questa terra squadrata, perché le mani
le ha fatte nostra madre e non possiamo renderle.


[...]


Così si manca per astio
da una casa, così si va via
per sporcarla, lasciando là tutto per sempre 
nel disordine di ogni giorno.


Un’ultima volta la giacca nuova,
riporla nell’armadio, con un sorriso: così 
si dovrebbe, ho pensato.
Una battuta, un “A dopo”: così.


In ospedale, il corpo – più piccolo 
e già altrove, un altro.


Guardare la notte intera la televisione 
per una notte, quattro notti,
per confondere i sensi, il sonno.


L’asfalto a poche spanne. 
Molle – ovunque – la strada.


 “Là dentro, è là dentro”, acceca. 
Adesso la buca, i colpi di pala.


Non ho potuto.
E gli sguardi, le mani che toccano dove mai 
tra estranei: il collo, l’interno del braccio.


[...]


Sanno di cenere le labbra e sabbia 
nell’incàvo del sonno, sanno come 
si apre tutto e si affonda nella notte 
insieme con la casa
muti.


Cosa c’è nella pietra?
Lontane nuotano nuvole –
mani vuotano il cielo. Cosa c’è dentro la pietra?
Sanno di acqua, le labbra, di pianura
e latte freddo, attesa, indecifrabile scrittura delle stoppie, 
sanno come si parla alla pietra,
come la pietra
ascolta.
Nessuno aiuta il nostro dio
a continuare la creazione,
nessuno più lo pesca in fondo al male
con l’anima-uncino: anche uno solo
di questi bocconi risputerebbe: alito
e argilla, i semi neri del nostro sonno.


Anche la pietra cresce, una parola 
calcarea goccia bianco
su bianco – nessuno aiuta il nostro dio 
a scrivere ancora –
e il cielo, l’erba, di che cosa
devo meravigliarmi.




Da Vanità della mente

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