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Indice

Poeti del Centro:
Poesie
Roberta Bertozzi

(da BLUMEN, primo studio)

                                                             Tu sai che all’ora stabilita, quando
                                                              il sipario sarà totale,
                                                              accadrà,
                                                                             o farà in modo
                                                              che raccontato tutto sia accaduto.

    

Che il silenzio fosse
questo punto metallico
le mani – ferme, sul piano del tavolo,
così, e così gravemente
se nella torsione di giugno
ogni cosa preme sul suo asse
per farsi spazio, per venire
alla presenza,
ovunque.

Non puoi sbagliarti, è adesso, e vedi
l’oblio della casa,
vedi quale misterioso potere
s’impadronisce degli uomini, del verde e del metallo,
senza che siano consapevoli del modo in cui avviene:

il suo braccio che respinge e avvicina,
di continuo ed è
normale che sia difficile all’inizio, disse
e anch’io ne sentivo il freno,

per catene di immagini, pagine,
fortificazioni,
il catalogo del detto, il secolo, lo stesso

per l’intero numero di tempi
che non sai unire
finché non ne impari il cerchio,
la fissità,
      nonostante.

E in quel punto capisci che nulla ci fu affidato,
che in verità è la divisione a farsi spazio ovunque:

ancora non ti sei accorto delle mie mani
rovesciate all’aria, del posto
che hanno liberato, di come

su quel niente
sanno stare – ferme?




Quella sera, di ritorno,
lui che guidava, a lato
una scia interminabile d’alberi, tralicci,
edifici: la campagna, e ogni cosa farsi
stranamente
presente e viva

solo se arretrava in una sua foschia interiore,
se ritraendosi anche ciò che avevamo
di più proprio – nome, famiglia, stato
di cittadinanza, la nostra superstizione psichica e morale
dissolvere per un contagio implacabile,
                           quello che avrei
voluto dirti,
darti.          Ma non tutto

e non in una volta. Forse nemmeno
adesso.
    Sono così stanca
che non possono che seguire altre considerazioni del genere,
del genere di ciò che nella stretta di un’emozione
si balbetta appena:
le parole – le più semplici

tutto ciò che dimezzato si abbandona
privo di sensi
al suolo, che per forma d’effusione
oh, reclina – sulla linea di questo piano
senza che la sua forza, che la sua bellezza
si converta in atto. Mai.
Ma questo, il suo celeste




un dio lo conosce meglio di noi.

L’arte di un qualche rogo inceneritore,
la forbice che recide ripetutamente
senza che essi ne sappiano qualcosa.

E anche ora, come rapida l’eclissi
in questa strada – se l’occhio

non trattiene altro che contorni brevi, scatti,
così poco veramente, le raffiche alterne
dei fanali,
asfalto. Il rogo che succede

l’attimo dopo, e poi la redenzione
di ciò che porterai un giorno a caso
nel tuo mattino.

Un dio lo sa, che perché vi sia una forma,
un posto
dove far ritorno, occorre
soffiargli dentro questa prodigiosa
cavità, soltanto questo tipo
di distanza tra una parete e l’altra,
e lasciarla agire

come un magnete.

Tu dunque
non temere, che io non lo dirò a nessuno
dove sei stato
tutto questo tempo,



tutto il tuo tempo, mai stato veramente tuo,
– quale altro il regno. (…)



                                                                Nah ist, Und schwer zu fassen der Gott.
                                                                Prossimo è il Dio e difficile è afferrarlo.

                                                                Hölderlin




(da BLUMEN primo studio, Calligraphie 2013)

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