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Indice

Poeti del Centro:
Poesie
Sabrina Foschini

Foglie d’acqua


Siamo rive di foglie.

Siamo sbattute.
Coperte da nido.
Abbiamo un verde di vene e vele, suoniamo e ci aggrappiamo al vento. 
Quando passa di qua ci porta via.
Siamo membrane e linfa, siamo parlanti.
Hanno scritto i responsi sul nostro corpo sottile: vivo, morto, salvo, amato…
Hanno scritto le storie coi nostri tronchi li hanno scoperchiati e letti in lungo e in largo, ogni circolo è stato decifrato, ogni piede calzato per andare altrove.
Hanno scritto le storie sulla nostra pelle. 


Le lingue parlano e guizzano, sono scintille e sono fuoco, sono pesci e movimenti d’acqua. Le lingue crepitano, s’infrangono su altre lingue come sopra una spiaggia bagnata, un piatto. La lingua verde di ogni foglia parla del sogno di una caduta e noi siamo sui rami come uccelli giovani che imparano il volo o che lo sbagliano.
Stiamo come d’autunno.


Dicono che la vita è cadere e sbagliare e capire lo sbaglio per cadere ancora.
Dicono che la vita è perdere ad una ad una le bellezze e lo slancio che ti faceva tendere il corpo, la bocca e i giorni a quel cesto di cose che ti avevano mostrato intatto da bambino e di cui tu, non dubitavi.
Dicono che la vita è incarnata di bene e male insieme e di buio e luce e amore e rovina.
Se credono a questo allora dovrebbero credere ancora alla metà che hanno scordato, a quella giusta, al premio.
Dicono che l’amore non dura e durano le statue romane, gli intonaci delle case preistoriche, durano le ossa di animali che abbiamo sterminato prima di nascere.


Ti ho visto sorridere e hai dipanato il mondo, il suo filo di case tra i miei avambracci, hai slargato i miei denti col tuo riso per fare entrare meglio le parole, entrare e uscire entrare e prendere, come te, ripopolarmi, ripiantarmi in terra come un seme di miracolo.


Corpo di terra, corpo di mare, corpo di radici e scorza, luccicano le foglie come denti da latte, come parole spuntate la prima volta e dette ad una persona sola, un solo orecchio, una sola falce.
Tu ascolti stupito, come fosse un canto straniero, l’amore che mi scorre verde lungo i fianchi, che mi allaga da dentro, che succhia acqua nel profondo e la fa scorrere entro le vene che mi camminano lente, nascoste e smentite dalla pelle.


Il tuo nome. Nome di vocabolario intero, il tuo nome di tutti quelli possibili. Sono io il tuo nome, io che lo dico. Sono io che t’ho fatto, dall’amore che riscrive la parola amare, cambiando ogni volta una lettera. 
L’amore che fa figliare da sé tutte le parole, le incarna, le scarna.
Ho guardato il mio corpo ed era acqua nelle tue braccia.       
Di colpo è crollato a terra come una cascata. 
Foglie e scaglie le mie dita, onde la carne tutta. 
Mi hai bevuta sopra un letto, mi hai bevuta.


Resisti al vento o lascia tutto per seguirlo. Abbandona le radici, i nidi. Resisti al vento o sposalo. Resisti a lui o diventalo. 


Sono appesa qui, un innesto mi tiene al tuo corpo di terra calda e sabbia rimodellata. Sono a un passo dal volo, a un passo dal cadere in alto, sono piedi d’acqua, mani che gemmano, sono a memoria quello che ho sognato. 
Lo sono di nuovo.


Se vengo giù nella tua terra, nella tua isola di mare e alberi esotici, se vengo giù scaglia domestica di un passato di contadini e vengo già germogliata a rifarmi seme, se vengo con te, dentro, mescolata alla tua parte di sangue salato ed io ricordo il mare che dall’alto vedevo, mano a mano che il tronco si drizzava su di sé, verso il cielo, un azzurro impari e innamorato. Se vengo giù in quel crepuscolo, con i miei nidi tutti, con la pazienza di smontarli, di rifarli, allora tu sarai zoccoli intagliati, sarai frutta mangiata con la buccia, sarai occhio totale che rivede. 
Ogni cosa sarà ricreata, a tutto daremo un nome.
Ogni cosa sarà riscritta.
Le mani parleranno, le foglie saranno scaglie, muta di pesce costretto a camminare. Dalle montagne verranno scavate e liberate le conchiglie.
Se vengo giù e accetto le tue gambe, come una sirena un giorno ha rinunciato alla coda, se arrivo lì dove sei, saprai che tutto è cambiato.
Se decido di venire.
Io vengo.








Tratta da: Ragioni della sete, Raffaelli 2006

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