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Indice

Poeti del Centro:
Poesie
Sabrina Foschini

fronte verso


Adesso tu devi guardarmi
per quella collana di sì
nella mia pelle che apre
la piana la strada
e i fondi della notte
i centesimi della sete.
                           
Nadia Campana




Perché ho spaccato le labbra nella parola mai, il tempo pronuncia l’infinito.
Un lume acceso sul comodino eterno, caricato sulle spalle ad ogni trasloco di fede.
È svociata la sera in una camera domestica.
Dal delta del corpo in amore, rivoli gonfi per anni, hanno rovesciato in mare l’afflusso di tutti i futuri.
Anse di Pandora le braccia, reggono per i capelli la speranza.


Bruciano gli orizzonti. Sono voli d’api che hanno sacrificato lo sposo.
Voce brunita, asciutta d’occhi, eco di un’altra lingua spuntata nella mia bocca, a contendere quelle parole che parlano una verità che tu non potrai dire mai.


Scavo nell’addome la figura di carne, l’idolo.
Sgrano nella soglia incerottata il varco buono di una risata allegra.
È densa l’aria del vapore di quelli che invisibili ci guardano, per vedere dove vogliono arrivare le ombre, che tagliate da noi, hanno continuato a camminare insieme.


Ripidi gli occhi svestono e rivestono con furia porzioni di pelle, richiamati come i cani dal sangue e dal tuo invincibile paragone.
È un abito di burrasca che si schianta sulla riva con tutte le conchiglie, un domino di luci che si spingono le une sulle altre fino a illuminare il tuo petto.


La luce si è disarticolata come un arto snodato dal mio tronco.
Metto in fila i grani della colonna che mi tiene alzata la testa.
Ordino fiammelle in annate di nomi. Vasi dolci di marmellate per l’inverno che resta.


Briciole e paradisi sparsi, strade beccate dall’invadenza del tempo.
Esistiamo ai margini della bocca come il bacio intoccabile, foglia vergine rispuntata dopo lo spoglio di tutti gli amplessi.
In pasto al mondo che vive di noi come bocconi pronti. Teneri e amati da bambini, secchi e smemorati da adulti.


Del dire la neve, il suo cadere dall’universo ferito.
Del procedere a tentoni tra i nostri paesi, facendo il pelo all’erba.
Dell’acqua raccolta goccia a goccia e delle specie avvolte attorno a un nastro di sillabe comuni.
Di tutto e di poco, di qualsiasi altro poggiato alla nostra spalla.


Questi sogni non hanno cinture, sono nuvole scalzate.
Un vento celebre risuona all’orecchio di molti sensi.
Spero nella ragione delle foglie nei centimetri d’innesto che ogni anno riguadagniamo al ramo e nei fiori muti che abbeverano le api.
Il nostro miele colerà nelle bocche di tutti.


Lische di pesci nelle pareti e mura come fossili di montagne.
Tiriamo su le notti in calce bianca di luna, malta celeste che riveste il buio
di un intonaco di sogni, riscaldato dall’agosto delle braccia.


 Ho sgusciato la mia anima dalla sua conchiglia d’infanzia.
Così si è riaperta la vena e le parole si sono liberate dal loro castello esile di carte,
montavano le une sulle altre incuranti dei crolli.
La schiena si è incurvata a reggere la montagna di tutti i discorsi intrapresi, da donne che sono vissute e sono morte dentro queste stesse parole che oggi pronuncio per la prima volta.


 




  Tratta da: Ragioni della sete, Raffaelli 2006



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