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Le castagne letterarie

Dolciumi letterari
di Elisa Curti
"Mangiamo pane e castagne, come una poesia,
perduta nella memoria dai tempi di scuola.
Domani ce lo diranno, cosa vorranno che sia,
ce lo diranno domani, prima di andare via."
F. De Gregori, Pane e castagne


Frutto ambiguo, dolce ma pungente, con il suo riccio spinoso, duro, eppure morbidissimo una volta cucinato, la castagna riflette questa duplice natura prestandosi generosamente sia alla tavola dei poveri, in forma di farina, zuppe, castagnacci, sia ai salotti più raffinati, glassata e francesizzata in marrons glacés e montblanc.
Assai diffusa in tutta l’Europa continentale, la castagna incarna anche letterariamente una tenace presenza che attraversa i secoli. Le sue attestazioni risalgono fino al medico greco Galeno che, nel De victu attenuante ne depreca la scarsa digeribilità (X, 80: «le castagne e le ghiande si usano crude, mentre sono indigeste se vengono bollite, cotte oppure abbrustolite»), mentre nel mondo romano l’enciclopedico Plinio, nella sua Naturalis Historia narra come gli Indi ricavassero dalle castagne un olio particolare (15, 28: Indi e castaneis ac sesima atque oryza facere dicuntur, Ichthyophagi e piscibus). Più amenamente il virgiliano Titiro la celebra tra i cibi pastorali (Sunt nobis mitia poma, / castaneae molles et pressi copia lactis Eg. I, 80-81).
Molto frequenti nel Medioevo, evidentemente ben ghiotto della loro nutriente polpa, integrativa delle poche proteine disponibili, le castagne percorrono la letteratura fino ai giorni nostri, disseminate in prose e versi, amate da poeti come Pascoli e Montale e ricercate, anche nella vita reale, da romanzieri come Gadda, che era solito portare in dono agli amici vassoi di lucidi marrons glacés.
Pattona, migliaccio o castagnaccio, necci, busecchina, mistocchina, manafregoli, palugona castagne secche, ballotte, caldarroste, in purea, con il latte, farina di castagne, polenta di castagne, infusi e decotti curativi, miele e marmellata di castagne, marroni, marrons glacés e montblanc sono più o meno golose declinazioni alimentari dell’umile frutto del castagno che però si presta, oltre che alla cucina, anche ad anfibologie sessuali e proverbi misogini e, in aggiunta, a similitudini non sempre lusinghiere.
Iniziamo a vedere alcune delle tante declinazioni di questo frutto. 

 
1. Castagne “al naturale”

Nominativi fritti, e Mappamondi,
E l’Arca di Noè fra due colonne
Cantavan tutti Chirieleisonne
Per l’influenza de’ taglier mal tondi.
La Luna mi dicea: che non rispondi?
E io risposi; io temo di Giansonne,
Però ch’i’ odo, che ’l Diaquilonne
È buona cosa a fare i capei biondi.
Per questo le Testuggini, e i Tartufi
M’hanno posto l’assedio alle calcagne,
Dicendo, noi vogliam, che tu ti stufi.
E questo fanno tutte le castagne,
Pe i caldi d’oggi son sì grassi i gufi,
Ch’ognun non vuol mostrar le sue magagne.
E vidi le lasagne
Andare a Prato a vedere il Sudario,
E ciascuna portava l’inventario.
Può sembrare quanto di meno naturale ci sia iniziare questa sezione con il più celebre dei sonetti burchielleschi (Rime, X), a cui – volendo osare – si potrebbe abbinare un capitolo che il Berni dedica al cardo e alle sue delizie (Rime, IX, 41), «meglior che ’l pane e ’l vino», in cui la nostra castagna compare assieme alle mele come “fine pasto”:
 
Dispiacciono a qualch’un che non ci è avezzo,
come suol dispiacere il caviale,
che pare schifa cosa per un pezzo:
pur non di manco io ho veduto tale
che, come vi s’avezza punto punto,
gli mangia senza pepe e senza sale;
senza che sien così trinciati a punto,
vi dà né più né men drento di morso,
come se fusse un pezzo di pane unto.
A chi piaccion le foglie et a chi ’l torso;
ma questo è poi secondo gli appetiti:
ogniuno ha ’l suo giudizio e ’l suo discorso.
Costoro usan de dargli ne’ conviti,
dietro, fra le castagne e fra le mele,
da poi che gli altri cibi son forniti.
 
L’accostamento alle mele compariva del resto già in Cenne della Chitarra, nella sua Risposta per contrari ai sonetti de’ mesi di Folgore da Sangeminiano (XII, 5-8: «Ogni buona vivanda vi sia in banno; / per lume, facel[l]ine da verdeta; / castagne con mele aspre di Faeta: / [i]stando tutti ensieme en briga e lagno»), e poi in Boccaccio (Esposizioni sopra la Comedia, canto VI, esposizione allegorica 3) mentre spesso, come omaggio autunnale, alla castagna si associa la nocciola (come quelle che il buon fra’ Carmelo ricorda di aver portato in dono alla principessa Uzeda all’inizio dei Vicerè di De Roberto).
Dunque una prima e importante connnotazione, più o meno simbolica, della castagna è quello di cibo povero e primordiale, da consumarsi, sulla scorta di Virgilio, tra pastori arcadicamente atteggiati (le «castagne mollissime» di I. Sannazaro, Arcadia, 6, 1, ma anche il «pan che di castagne allor facièno, / ché grano ancor le genti non avièno» del Ninfale fiesolano, 224, 7-8), o dono agreste di poco conto come, appunto, nei Vicerè e in Manzoni in cui il sarto accoglie don Abbondio in fuga dai saccheggi dei lanzichenecchi con un pasto frugale ma festoso a base di castagne arrosto, pesche e fichi («Presto, presto; il sarto ordinò a una bambina – quella che aveva portato quel boccone a Maria vedova: chi sa se ve ne rammentate più! –, che andasse a diricciar quattro castagne primaticce ch’eran riposte in un cantuccio: e le mettesse a arrostire» Promessi Sposi, XXIX).
Proprio in questa accezione la castagna è la protagonista di una gustosa novella del Sacchetti (Trecentonovelle 185) che vuole stigmatizzare l’avarizia attraverso l’exemplum di Pero Foraboschi. Questo, anziano e bizzarro, rientrando a Firenze dalla Valdarno porta con sé delle castagne secche regalategli da un contadino e, durante il viaggio, le biascica tentando invano di mangiarle; una volta in città, trovatosi a bere in compagnia le offre agli amici ormai tutte «vincide» (mollicce), suscitando lo sdegno di Bartolozzo speziale che, per ripicca, gli fa trovare una testa di gatta nell’oca ripiena della festa di Ognisanti.
Elemento ricorrente anche della poesia giocosa e catalogica, come abbiamo visto in Burchiello e Berni, ma potremmo aggiungere almeno Bernardo Giambullari e il suo Capitolo sulle vitrù della frutta (XXXIV, vv. 121-126: «Le castagne ci son, che ventoliere / sarebbe più lor nome che castagna, / perché le fan parlar più che ’l dovere»), la castagna in sé e per sé, cruda o cotta che sia, rimanda ad un mondo semplice, primigenio e non artefatto, spesso montano, come in una divertita e divertente poesia di Juvenilia del Carducci (LXIX, A un poeta di montagna, vv. 1-6):
 
Nascesti dentro d’un secchion da latte,
E a scrivere imparasti in una bótte,
Accordando le rime irte ed astratte
A lo scoppiar de le castagne cotte.
A quelle rime strampalate e matte
Sentironsi a bociare asini e bòtte,
 
un mondo di cui rappresenta la ruvida naturalità, l’umiltà e insieme l’austero decoro, come ad esempio in Grazia Deledda (Cenere: «Si alzò, accese una primitiva candela di ferro nero, e preparò la cena: patate e sempre patate: da due giorni Olì non mangiava altro che patate e qualche castagna») e in Fogazzaro, in cui, a descrivere le difficili condizioni economiche della famiglia Maironi, protagonista di Piccolo mondo antico, vengono citate proprio le castagne tra i poveri doni rustici che i paesani portano alla sfortunata Luisa (parte II, capitolo 6):


Adesso la vita era dura in casa Maironi. Si faceva colazione con una tazza di latte e cicoria adoperando certo zucchero rosso che puzzava di farmacia. Non si mangiava carne che la domenica e il giovedì. Una bottiglia di vin Grimelli veniva ogni giorno in tavola per lo zio, il quale non voleva saperne di privilegi. […]. La serva era stata licenziata; restava la Veronica per le faccende grosse, per la polenta, e qualche volta per badare a Maria. Malgrado queste ed altre economie, malgrado che la Cia avesse rinunciato al suo salario, malgrado i doni di ricotta, di mascherpa, di formaggio di capra, di castagne, di noci, che piovevano dalla gente del paese, Luisa non riusciva a tener la spesa dentro l’entrata. Si era procacciato qualche lavoro di copiatura da un notaio di Porlezza; molta fatica e miserabilissimi guadagni.
(continua)

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