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Colazione letteraria

di Gian Mario Anselmi
La colazione - Renoir
Colazione

E’ noto che la cosiddetta “prima colazione” o “colazione” ha un’importanza  e caratteristiche molto diverse in Italia e nei paesi mediterranei rispetto all’Europa del Nord, al mondo anglosassone, al Nordamerica : e basta andare a un buon Dizionario storico per capirlo immediatamente. Ad esempio il Battaglia dice con molta semplicità che la colazione è un “leggero pasto che si fa al mattino appena alzati, per lo più a base di latte, caffè e pane”.  Forse a questa fin troppo sobria definizione occorrerebbe aggiungere che storicamente al pane e al caffelatte (o al caffè della moka o alla cioccolata in tazza o al the) si uniscono talora la marmellata o il burro o entrambi (è anche la classica colazione base delle case francesi con l’immancabile baguette) magari accompagnati da biscotti talora caserecci, per lo più industriali o di panetteria, o dalla moderna nutella. Non è chi non veda la differenza profonda con le colazioni nordiche e statunitensi, ricche di molte vivande salate (carni, insaccati, pesci affumicati, formaggi e derivati, uova soprattutto in varie fogge e con pancetta) , dolci e bevande calde e fredde (il caffè nero lungo), vero e proprio primo pasto che prepara alle fatiche della giornata o ai rigori del clima invernale.

Oggi le cose sono un po’ cambiate e qualcosa, delle due tradizioni, nel mondo globale, si è contaminato: alla colazione italiana si sono aggiunti ingredienti importati appunto dalla cultura nordica e statunitense (fortemente promossi non solo dalla pubblicità ma soprattutto dalla grande imagerie cinematografica e televisiva) come le fette biscottate o i cornflakes o i toasts o i frutti in particolare sotto forma di succhi e spremute o i panini con prosciutti e formaggi, merendine varie, lo yogurt (in realtà già fortemente presente da secoli tra Grecia e Turchia e in molte aree slave anche al posto del latte), e  specie come ingredienti atti a migliorare i regimi alimentari di bambini e adolescenti. Così nel mondo anglosassone e statunitense la colazione o breakfast (termine oggi dilagante in tutti i paesi a distinguere la colazione dal pasto vero e proprio di metà giornata) si è “alleggerita”  di cibi, bevande e calorie conseguenti, in virtù di mode di derivazione mediterranea o giapponese, di esigenze dietetiche, di tempi stretti dettati da ritmi sincopati di lavoro fin dal primo mattino.  E’ ovvio che tali osservazioni andrebbero comunque calibrate a seconda dei ceti sociali, delle condizioni economiche, dei tempi di lavoro e di riposo (i giorni festivi consentono ritmi più lenti al mattino e perciò colazioni più articolate e preparate con più cura fino all’uso, sempre statunitense, del brunch domenicale come fusione del breakfast e del lunch di mezzogiorno in un unico, lungo rito di vari assaggi, bevande e cibi in successione quasi per gustarsi al meglio la festività ed il giorno di riposo). A ciò si aggiunga che la colazione ha come un duplice statuto se così ci è permesso definirlo.

Vi è infatti ormai, in molti paesi e in Italia già da molto tempo, una colazione che si consuma a casa magari con tempi differenziati dei vari componenti familiari a seconda dell’ora in cui si deve uscire per impegni fin dal mattino o a seconda che si possa indugiare in casa; la colazione quindi è per lo più, e specie nelle colazioni  essenziali della tradizione mediterranea, quasi solitaria e rapida in contrasto con il pranzo o la cena che invece vedono radunati in genere intorno alla tavola tutti i componenti familiari o i conviventi o gli amici, ecc. , rito “familiare” squisitamente italico e mediterraneo da secoli. Vi è poi un’altra, ulteriore colazione, specie di  chi si reca al lavoro, che si consuma, una volta usciti di casa, in bar e caffè: altrettanto rapida ma arricchita sovente di qualcosa che non è facile preparare in breve tempo nelle proprie dimore, croissant, pizzette, panini, fette di torte dolci o salate, tazza di cioccolata. Unica eccezione, in molte regioni d’Italia, la mattina di Pasqua: il giorno della “rinascita” e della Resurrezione del Cristo presuppone la mattina  presso le case, soprattutto nei paesi, in campagna, nel mondo rurale, a celebrare la vittoria del Cristo contro le tenebre della morte, abbondanti colazioni, segnate da molti ingredienti salati a forte valenza simbolica di rinascita e di abbondanza, uova benedette naturalmente, cacio, fave, salame, torte salate o “pasqualine” appunto cui l’industria moderna del consumo ha aggiunto le uova di cioccolato con sorpresa, le colombe dolci e così via. Ma è proprio l’eccezionalità di questa consuetudine (sorta di brunch pasquale all’italiana) che sottolinea la norma nostrana quotidiana e feriale della colazione veloce e costituita da pochi ingredienti.

Nella cultura italica (e ormai mondiale si potrebbe dire grazie al trionfo dell’italian style e delle abili ditte italiane produttrici) il ruolo centrale è rappresentato dall’”espresso” ovvero dal caffè ristretto prodotto dalle apposite macchine, perfezionamento sublime del consumo di un prodotto di origine mediorientale-araba che ininterrottamente circola nei locali pubblici europei in varie forme fin dal Seicento e che merita il titolo di re delle bevande calde occidentali e di signore incontrastato delle colazioni accanto all’altrettanto mitico prodotto italico tipicamente da consumarsi al bar ovvero il “cappuccino” (notoriamente per gli italiani da consumarsi solo al mattino mentre è bevanda graditissima, con qualche riserva nostrana, ai turisti stranieri in ogni ora del giorno); dagli Stati Uniti peraltro (ma bisognerebbe ricordare anche la Germania e la Francia), sulla scorta delle odierne ondate di moda, deriva e si afferma sempre più nei locali pubblici e negli alberghi il cosiddetto “caffè americano” o caffè lungo e diluito (il “gran café “ francese), promosso ormai a livello globale da celebri catene come Starbucks che per altro offrono anche espressi e cappuccini in varia forma e specie. Per gli insofferenti alla caffeina non mancano i succedanei, dai caffè decaffeinati ai recenti “caffè d’orzo in tazza grande” particolarmente cari alle signore non giovanissime, raramente tisane, in genere relegate al pomeriggio o alle ore serali. Mentre latte, caffelatte ( per i bambini spesso la cioccolata solubile) e the (sempre più diffuso a partire dall’Ottocento sul modello inglese come bevanda sostitutiva o complementare del caffè nella colazione) sono più propri della colazione casalinga.

In Sicilia poi, unico luogo al mondo insieme alla Calabria, vi è la storica e straordinaria consuetudine, ricordata spesso da scrittori e giornalisti (Alvaro, Sciascia, Brancati, Camilleri e molti altri) soprattutto in estate, della colazione al bar a base di granita di limone o di caffè o di gelso talora accompagnata da un tipo di brioche tondeggiante adatta appunto alla granita. La colazione al bar è sovente anch’essa rapida e solitaria ma non mancano peculiari aspetti di socializzazione e di conversazione: incontri fuggevoli ma spesso piacevoli con colleghi o amici, scambi rapidi di battute per lo più scherzose con baristi e avventori, lettura del giornale, insomma una modalità rituale e quasi propiziatoria per cominciare in tono gradevole una giornata talora dura, fatta spesso di lavoro e preoccupazioni. Di recente l’industria dolciaria e alimentare italiana ha come “inventato” in importanti e famose campagne pubblicitarie la tradizione della colazione del buon tempo antico, a base di pochi e genuini ingredienti, per lo più dolci e biscotti “della nonna” da abbinare al latte o al caffè, in case di campagna patinate e attorno a tavole dove si raduna fin dalla mattina la lieta famigliola, nonni, genitori, bambini (e animali domestici) pronti a consumare insieme i fragranti prodotti che il marchio famoso ci propone e pronti a iniziare in serenità il nuovo giorno.

Il successo di simile campagna pubblicitaria è stato grandissimo (anche all’estero) e ha consegnato ai consumatori una tradizione che in realtà non è mai esistita a livello diffuso in questi termini, portando al centro dell’attenzione il momento della colazione “fatta insieme” e suggerendo alle nostre famiglie e ad altri paesi il modello della buona e genuina colazione italiana  come se tale fosse stata da sempre. In questa rivoluzione dei gusti e dei costumi che sta passando sulle nostre tavole non va ovviamente dimenticato il ruolo svolto da nuove abitudini alimentari suggerite da medici, dietisti, alimentaristi pronti a ricordare agli italiani (frettolosi di mattina con caffè e brioche al bar) l’importanza di cominciare la giornata con una buona colazione adatta ad equilibrare il nostro apporto di calorie nella giornata. Eppure questo modello molto familiare ed edulcorato non ha infranto una ulteriore percezione della colazione, cui finora non si è accennato: ovvero la colazione del risveglio dopo una notte d’amore, l’eros che si prolunga nella “colazione a letto” fra amanti, il “lui” che porta romanticamente alla “lei” su un vassoio (magari con un fiore, preferibilmente una rosa) una buona colazione, forse prodromo di ulteriori momenti d’amore accesi proprio dal caffè, dai dolci, dai frutti in antico intreccio tra eros, cibo e seduzione.

Questa immagine, più ancora che dalla letteratura, ci è stata consegnata da tantissimi film e serie televisive, proiezione moderna di costumi già sette-ottocenteschi che abbinano il risveglio dei coniugi o meglio degli amanti al rito della colazione da consumare insieme come culmine di totale intimità e di languori sensuali. Ma ovviamente anche questa modalità di piacevole risveglio necessita di tempi dilatati, di gusti e dolcezze da assaporarsi con calma, di condizioni di benessere economico che può curarsi poco degli assilli del lavoro: a volte non a caso questa immagine è associata a colazioni da consumarsi in Hotel prestigiosi o in navi da crociera (la classica “colazione in camera” di proustiana memoria!), luoghi pronubi per eccellenza al favore degli amori e delle trasgressioni e dove il rito del breakfast assume comunque per tutti un ruolo fondamentale, per gli amanti come per le famiglie o i manager, quasi a voler “straniarsi” fin dal mattino dai tempi e dalle abitudini (anche alimentari) ripetitive e monotone della vita casalinga.  E’ naturale che se guardiamo a tempi più lontani e ci soffermiamo sui ceti subalterni e poveri, contadini, braccianti,manovali, operai, la colazione non assume più queste tonalità romantiche e patinate:  il suo tempo è all’alba, quando  fuori è ancora buio o vi sono solo le primissime luci, si compone di pochi ingredienti essenziali accompagnati in genere da caffè nero e latte.

Il pane e qualche cibo salato o qualche pezzo di focaccia dolce rustica servivano ad apportare quel minimo di calorie indispensabile alla dura fatica fisica che sarebbe seguita nel luogo di lavoro, fabbrica o campo che fosse.  La colazione segna perciò, da sempre, una sorta di discrimine sociale tra i ceti e le diverse loro modalità del vivere quotidiano. Non è oggetto di particolari menzioni comunque nella letteratura medievale e rinascimentale, e in genere lo è sotto forma di brevi accenni in testi a carattere narrativo ( da Andrea da Barberino al Piovano Arlotto al Pulci o a Sabadino degli Arienti)  che non sembrano ancora però marcare intorno alla colazione la vera differenza sociale che invece ampiamente è riferita ai pranzi e alle cene, tante volte  rappresentati come opulenti e pieni di vivande in quelli dei signori e dei potenti  in contrasto con il desco vuoto dei poveri e dei subalterni : già Boccaccio descrive i sogni, cari ai poveri, riferiti al mitico paese di Cuccagna pieno di cibi e delizie fino a giungere nella tradizione popolare agli eterni affamati delle maschere popolari degli “Zani”, degli Arlecchini, dello stesso Bertoldo e della sua povera famiglia, con Marcolfa e Bertoldino, creati dalla fervida immaginazione di Giulio Cesare Croce tra Cinque e Seicento, mondo di affamati “in piazza” ben presente nella quasi coeva opera di Tomaso Garzoni (due autori bolognesi ! Una sorta di costante e popolare attenzione al cibo che tanto segnerà l’identità della città dotta e grassa per antonomasia).

Insomma la colazione, come scansione articolata e importante della giornata, dotata di sua specifica fisionomia, punto netto di distinzione tra aristocratici e subalterni, è cosa al tutto moderna, sostanzialmente a datare dal Settecento. E se il pittore francese Chardin, uno dei maestri moderni, settecenteschi di “nature morte”, in molti quadri dipinge il tavolo con gli ingredienti per la colazione secondo un aggregato sobrio ed essenziale (una o due uova, del pesce, il pane, frutta, il bricco del latte o del caffè o il bicchiere d’acqua), è altrove che dobbiamo cercare per trovare il trionfo della colazione sontuosa e lussuosa contrapposta a quella degli umili lavoratori e dei poveri : conviene tornare in Italia, in Lombardia, sempre nel Settecento, a un grande poeta e pensatore illuminato, a Giuseppe Parini. Quando egli nel 1763 diede alla luce Il Mattino, prima parte del poema di satira sociale antiaristocratica Il Giorno, rimasto poi incompiuto, immediatamente ai lettori del tempo come a quelli che seguirono apparve memorabile ( tanto da divenire quasi proverbiale) il risveglio del “giovin signore”.

Ovvero sono di fattura stilistica perfetta e di ineguagliata ironia sarcastica i più di duecento versi dedicati al risveglio a giorno inoltrato del giovane e ricco aristocratico che si era coricato all’alba, dopo una notte di amori e divertimenti, proprio quando i contadini, i braccianti, gli artigiani si stavano recando al lavoro: il giovane ricco e parassita  si sveglia languidamente e con cautela, chiama a raccolta la sua servitù che deve provvedere a rendere confortevole e degno di un eroe che torni da chissà quali grandi imprese il “trauma” dell’inizio di un nuovo, ozioso giorno. Il ricorso ironico a immagini mitologiche care alla cultura neoclassica del tempo accentua il contrasto tra la straordinaria fattura d’apparenza epica e solenne dei versi del Parini e la sostanza mediocre e inutile della vita del ricco aristocratico, bersaglio degli strali dell’illuminato e progressista poeta. Infatti, mentre chi lavora già da molto si dedica alle sue fatiche quotidiane per fornire del minimo necessario la propria famiglia (e ovviamente con la piena compartecipazione solidale del poeta), il giovane signore deve sciogliere il primo cocente dubbio della sua futile giornata ovvero cosa gustare, come bevanda consolatrice del “duro” risveglio, per la colazione mentre ancora si attarda tra i cuscini del letto. Il “damigello” gli propone infatti l’alternativa (allora già ben consolidata nei costumi del mattino) fra il “brun cioccolatte” o,  se il signore è gravato di “noiosa ipocondria” o è timoroso di prendere troppo peso, il rigenerante e meno calorico caffè, “la nettarea bevanda ove abbronzato/ fuma et arde il legume a te d’Aleppo/ giunto e da Moca, che di mille navi/ popolata mai sempre insuperbisce. “ (vv. 140-143).

(continua)

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