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Dolciumi letterari

Dolciumi letterari
di Eleonora Conti

Dolci mitici, rituali e della tradizione



Dolci e torte non possono mancare in caso di feste e ricorrenze speciali. Per festeggiare un anno di vita da bravo burattino, «la Fata aveva fatto preparare duegento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di sotto e di sopra». Ma Pinocchio manderà tutto a monte per partire per il paese dei Balocchi. Dovrà aspettare molte altre disavventure, prima di redimersi sul serio.
Il tema della torta di compleanno offre spesso agli scrittori contemporanei l’occasione per riflettere sui rapporti famigliari e talora la sua preparazione o il momento del suo acquisto apre squarci inquietanti su vissuti problematici.
È proprio la preparazione della torta per il compleanno del marito a mettere definitivamente in crisi Laura Brown, giovane moglie anni Cinquanta che non si ritrova nel suo ruolo, nel romanzo americano The hours (Le ore) di Michael Cunningham (1998): troppe aspettative si addensano sulla glassa, sulla scritta di auguri, sulle rose decorative («La torta parlerà di generosità e piacere come una buona casa parla di comodità e sicurezza») e la delusione della donna è cocente («Vorrebbe aver fatto una torta che elimini il dolore, anche se solo per poco tempo»). La letteratura, il cinema, i fumetti americani molto più che quelli italiani si soffermano sul valore icastico ed emblematico della torta – glassata, colorata, elaborata – con effetti comici o drammatici. Dalle torte di Nonna Papera alle torte in faccia delle comiche, dalla torta gigante da cui fuoriesce un gangster in A qualcuno piace caldo di Billy Wilder (1959) ai cannoli siciliani avvelenati ne Il padrino – Parte III di Coppola (1990).

Ogni paese ha i suoi dolci tipici e in Italia il dolce natalizio più tradizionale è il panettone, protagonista di una serie di racconti degli anni Cinquanta e Sessanta. Oltre a rappresentare simbolicamente la città di Milano, quasi al pari del Duomo e della Galleria Vittorio Emanuele, come ricorda un personaggio di Pirandello (In silenzio, 1923), il panettone sembra il simbolo dell’opulenza del boom che solo i ricchi possono concedersi, di solito appare in racconti di ambientazione cittadina e assume dimensioni eccezionali (dai due ai ben sette chili). Per un misero impiegato che fatica a sbarcare il lunario l’unica possibilità di offrirlo ai suoi famigliari è riceverlo in dono dalla ditta, come accade al ragioniere protagonista de La gioia e la legge (1961) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che dovrà sacrificarlo per salvare l’onore e pagare un grosso debito. Oppure, come nel caso del cartolaio narratore del racconto “romano” Il Picche nicche (1954) di Alberto Moravia, si può millantare il suo acquisto per il cenone di capodanno, salvo farsi escludere dal consorzio dei ricchi commercianti della contrada, per l’irriverenza del gesto. Il panettone diventa addirittura la promessa di pace a cui si aggrappa Francesco Anfossi, angosciato protagonista del racconto di Dino Buzzati Il panettone non bastò (1952), la vigilia di Natale del 1944:

I milanesi si erano affaticati in tutti i modi perché quel giorno fosse un giorno a sé, speciale, diverso da quelli prima e quelli dopo, esonerato dalla guerra, riservato a loro. E invece, nonostante il panettone, ne era venuto fuori un giorno solito, con la solita dannata aspettazione, squallido, rassegnato e nevrastenico come tutti gli altri giorni della guerra.

Buzzati difende poi, in un altro racconto, un Natale autentico e semplice: ne diventa simbolo la vecchia tata Clementina con la sua torta casalinga di marzapane a forma di Gesù Bambino: sarà costretta a finire di prepararla in cantina e morirà soffocata da una montagna di biglietti di auguri e di merci inutili, simbolo di una follia consumistica ormai inarrestabile (La torta e una carezza, 1965).

Resiste tuttavia, nei romanzi italiani che mettono in scena mondi arcaici o legati alla campagna, la torta fatta in casa e la preparazione dei dolci rituali che accompagnano le tappe più significative della vita – fidanzamenti, matrimoni, funerali – è parte integrante del rito stesso. Molto significativa la parata di dolci nuziali preparati in casa della sorella di Maria, la protagonista di Accabadora (2009) di Michela Murgia, nella Sardegna degli anni Cinquanta:

Per tre giorni interi la casa della sposa fu un vero formicaio, un viavai di parenti e vicine di casa con le sporte piene di ingredienti freschi e vassoi in prestito su cui riporre i dolci finiti. Le sorelle Listru lavorarono quasi senza sosta, alternando i compiti per dar vita al miracolo di un esercito di capigliette ricamate di zucchero come trine, chili di tiliccas gonfie di saba, cesti colmi di aranzada dal profumo speziato, scatole di latta piene di croccanti bamboline di zucchero, e centinaia di rotondi gueffus di mandorle, avvolti uno per uno a caramella nella carta velina sfrangiata all’estremità come le torri guelfe. Nella casa non c’era una stanza che avesse un punto d’appoggio libero, e per andare a dormire Giulia e Regina dovevano spostare dai letti i cestini pieni di dolci già pronti, addormentandosi nella fragranza lieve dell’acqua dei fiori d’arancio.

Significato simbolico particolare assume la preparazione del pane nuziale «perfettamente circolare, intagliato a colombine e fiori», da offrire durante la cerimonia religiosa: ma la piccola Maria, eccitata dal mistero dell’amore, nel porselo in capo lo fa cadere a terra «con un suono croccante di ossa rotte». Non sarà perdonata, per quest’oltraggio.
Anche la torta fatta dalla mamma resta un oggetto quasi sacro, su cui non si possono mettere impunemente le mani. È questa la sostanza della raccomandazione che fa il ragazzo appena catturato, in Una questione privata (1963) di Beppe Fenoglio:

Ancora una cosa – disse Riccio. – In prigione ho una torta che mi ha mandato mia madre. L’ho appena assaggiata, l’ho appena scrostata. La lascerei a Bellini ma Bellini mi viene dietro. Datela al primo partigiano che entrerà nella vostra maledetta prigione. Guai se la mangia uno di voi.

Ma il dolce può essere mitico anche perché racchiude un piccolo universo. Lo sguardo divertito di Stefano Benni fotografa una certa Italia sonnolenta e di provincia, accalcata intorno ai tavolini di un bar che è più un luogo di incontro di habitués che una pasticceria di qualità. Ne diventa simbolo la mitica e indigeribile “Luisona”:

Al bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica.[...] Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva. Subito nel bar si sparse la voce: “Hanno mangiato la Luisona”. La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. [...] fu trovato appena un’ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata. (da Bar Sport, 1976)


Dolciumi e adulti: dolcezze, debolezze e psicosi



Il rapporto degli adulti con i dolci non è sempre sereno. Nutrirsi di soli dolci appare disdicevole per il vecchio professor Bernardino Lamis, ne L’eresia catara di Pirandello (dalla raccolta La mosca, 1923): ma il cartoccio di «amaretti, schiumette e bocche di dama» che egli acquista tre volte la settimana e che in un primo momento uno studente curioso scambia per “debolezza” di vecchio, cela in realtà la necessità di mantenersi con poco e di sfuggire all’inferno che ha in casa.
Anche l’uomo malato protagonista di Dolcezza, nei Sillabari di Goffredo Parise, è solo coi suoi pensieri ma la bella giornata di settembre che si concede girovagando per Venezia gli offre alcuni intensi momenti di piacere che non dimenticherà nemmeno in punto di morte. In attesa che apra il caffè dove farà colazione, si siede «immaginando con impazienza il fagottino di pasta sfoglia calda e pasta di mandorle, il kipferl, che avrebbe mangiato di lì a poco». La pasta diventa un concentrato di vita, un’esperienza piena e soddisfacente al cui ricordo aggrapparsi. Alcuni dolci, per il loro potere evocativo, sono diventati dei veri topoi letterari, come è il caso della madeleine proustiana che, inzuppata in un infuso di tiglio, apre le porte della memoria e permette a Marcel di far riemergere un intero mondo di ricordi e sentimenti perduti (Dalla parte di Swann. Combray, 1913).

Adulti inquieti tendono a ricorrere ai dolci per placare l’ansia data dai rapporti con gli altri. Il regista Nanni Moretti è solito mettere in scena personaggi adulti colti in momenti di difficoltà che talora sfiorano la psicosi. Indimenticabile la scena di Bianca (1983) in cui il protagonista, di notte, si farcisce fette di pane attingendo da un barattolo di Nutella alto oltre un metro. Il dolce diventa un rituale, un cibo con valenza simbolica altissima: ad ogni specialità corrispondono condizioni psicologiche diverse. Così, a un pranzo ufficiale, il momento del dessert offre lo spunto per una lezione di simbolica dolciaria:

Lei mi sta scavando sotto, mi toglie la panna, la castagna da sola sopra non ha senso. Il Mont Blanc non è come un cannolo alla siciliana che c’è tutto dentro, è come uno zaino: lei se lo porta appresso per un mese e sta sicuro. Il Mont Blanc si regge su un equilibrio delicato, è come la Sacher Torte...

- Cosa?
- La Sacher Torte...
- Cos’è?
- Cioè lei non ha mai assaggiato la Sacher Torte?
- No.
- Vabbè, continuiamo così, facciamoci del male...


Bianca costituisce un vero catalogo di torte e dolci simbolici. Nel recente Habemus papam (2011), poi, il protagonista, neoeletto papa in crisi di coscienza, mentre gironzola per Roma alla ricerca della forza interiore necessaria ad affrontare il mandato, finisce in una bottega di pasticceria. Mentre addenta una ciambellina spiega al pasticcere che soffre di un “deficit di accudimento” ma al momento sembra non poter far altro che consolarsi della propria inquietudine ricorrendo a un dolce goloso e fragrante.

Anche santi e poeti, infatti, possono essere golosi. Nel capitolo dello Speculum perfectionis che narra i suoi ultimi istanti di vita (cap.11, 112), è riportato un curioso episodio riguardante San Francesco:

Trovandosi nel luogo di Santa Maria degli Angeli, inferno dell’ultima malattia, della quale il Santo morì, un giorno chiamò i suoi compagni e disse loro: «Voi sapete a qual modo madonna Giacoma di Sette Soli fu ed è fedele e devota a me e alla nostra religione; pertanto credo che ella reputerà singolare grazia e consolazione se le significheremo mia condizione, e in special modo manderete pregandola che sì mi mandi [...] quei cibi i quali a Roma mi apprestò soventi volte». I Romani chiamano quelle vivande mostaccioli, e sono fatti di mandorle, di zucchero e di altre spezie.

La donna accorre da Francesco, come se gli avesse letto nel pensiero, portando «i cibi che il santo padre desiderava gustare, ma poca cosa egli ne mangiò, poiché di continuo veniva meno ed era vicino a morte». Guido Manacorda in Poesia e contemplazione (1947) evidenzia in Francesco una «certa candida infantile ghiottoneria» che egli accomuna a quella del Leopardi. Impossibile non ricordare allora lo scandalo suscitato dall’articolo di Savinio Il sorbetto di Leopardi, pubblicato su «Omnibus» di Longanesi il 28 gennaio 1939 in cui egli ipotizzava che il poeta recanatese fosse morto per indigestione dovuta alla sua grande passione per «gelati, sorbetti, mantecati, spumoni, cassate e cremolate». La censura fascista ne approfittò per chiudere la rivista: era impensabile che, mentre si celebrava la tumulazione delle sue spoglie al parco virgiliano di Napoli, un mito letterario nazionale potesse essere trattato in modo tanto irriverente.

(continua)

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