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Dolciumi letterari

Dolciumi letterari
di Eleonora Conti
Come notava acutamente Alberto Savinio alla voce Dolce di Nuova Enciclopedia:

Il dolce non è propriamente un cibo. […]. Gli uomini privi di [...] fantasia tengono il dolce per un’aggiunta inutile, una superfluità, un lusso. Nell’ordine dei cibi il dolce tiene il luogo del vizio, meglio ancora di un peccato […]. L’assaporamento dei dolci richiede una inclinazione naturale alla fantasia e ai rapimenti poetici. […] Il dolce fa dimenticare quel che di necessario e dunque di cupo e mortale è nell’operazione del nutrirsi, ci riconcilia con la parte divina della vita e fa rifiorire in noi il riso.

In effetti, il dolce rimanda immediatamente all’idea del piacere e della trasgressione oppure ci risucchia voluttuosamente in una dimensione infantile, come dimostra l’abbondanza di torte e dolcetti magici presenti nelle fiabe e nelle favole, o come ci ricordano le foto di compleanno dell’infanzia, con torte ricche di panna e sormontate dalle immancabili candeline.
Non a caso, nella letteratura, i dolci spesso sono oggetto di furto, provocano epiche indigestioni, sono fonte di piacere proibito. Sono onnipresenti nelle fiabe perché i bambini sono attratti più spesso da un soffice profumo di zucchero, vaniglia e cioccolato, che non da un cibo vero e proprio. A volte sono il mezzo che adoperano adulti malvagi per farli cadere in trappola (come ricorda il vecchio monito “non accettare caramelle da uno sconosciuto!”). Rappresentano una trasgressione alla normalità, al dovere di mangiare, cosa che i bambini spesso vivono come una costrizione a sapori adulti e ripugnanti – l’amaro, il salato, il piccante – o a un aspetto poco rassicurante. Gli ingredienti per cucinare i dolci invece attirano i loro sensi: profumano, sono colorati, familiari come il latte e le uova. Polveri quasi magiche fanno cambiare aspetto e colore alle cose.
Il dolce si rivela poi particolarmente adatto a placare stati d’ansia, insoddisfazione o mancanza d’affetto, secondo un luogo comune ben supportato dalla sua composizione chimica. Un adulto che si entusiasma per i dolci e a stento trattiene la sua golosità conserva una componente bambina, che può rappresentare la sua risorsa per vivere o essere un comportamento stigmatizzato dagli adulti più seriosi. Dolci e torte, dunque, hanno il potere di mettere a stretto contatto mondo dei bambini e mondo degli adulti.


Case di zucchero, furti, abbuffate e sogni dolci



Se Gianduia diventasse
ministro dello Stato,
farebbe le case di zucchero
con le porte di cioccolato.

G. Rodari, Il gioco dei «se»

Nelle fiabe spesso i bambini vengono abbandonati quando i genitori non sono più in grado di sfamarli, in concomitanza con carestie eccezionali, motivo per cui i piccoli, affidati alla provvidenza, si ritrovano alla mercè della sorte, su una strada sconosciuta o in un bosco, facili prede di orchi e streghe. In questa realtà fatta di abbandono e fame vera, quale momentanea consolazione per i piccoli Hänsel e Gretel imbattersi in una graziosa «casina fatta di pane e ricoperta di focaccia, con le finestre di zucchero trasparente»:

Ma d’un tratto la porta della casa si aprì e una vecchia decrepita venne fuori piano piano. [...] Prese entrambi per mano e li condusse nella sua casetta. Fu loro servita una buona cena, latte e frittelle, mele e noci; poi furono preparati due bei lettini bianchi, e Hänsel e Gretel si coricarono e pensavano di essere in Paradiso.

Il sogno si concretizza davanti ai due fratellini: solo un bambino, in casi come questo, potrebbe sognare una torta o un dolce, e non piuttosto una pagnotta di pane o un pasto serio; anche se è vero che Hänsel, un piccolo ometto che deve farsi carico della sorellina, decide di riservare a sé la focaccia, più nutriente. Il topos del luogo invitante che si rivela poi una trappola torna anche nel Paese dei balocchi collodiano e i bambini devono mettere in atto le loro risorse creative e sperare nella buona stella per uscire dalla loro disavventura più forti e più ricchi di quando vi sono entrati.

Le fiabe popolari italiane raccolte da Italo Calvino a metà degli anni Cinquanta sono il prodotto di una società contadina spesso poverissima che non offre grande abbondanza di dolci e torte, fatta eccezione per qualche ciambella o frittella di carnevale. Quando vi appare un dolce, coerentemente con la logica della solidarietà in un mondo duro da vivere, il leit motiv sembra la necessità della condivisione: se il bambino è disposto a condividerlo con chi incontra sul suo cammino – che sia un essere umano o fantastico –, sarà ricompensato lautamente del gesto di generosità. Così il fiume Giordano permette alla bambina che sfugge all’Orca di attraversarlo, dato che gli ha regalato le sue ciambelle (in una rara versione italiana di Cappuccetto Rosso che Calvino racconta col titolo de La finta nonna, fiaba abruzzese); mentre la bambina golosa che ha spacciato “polpette di somaro” per frittelle allo Zio Lupo, che gliele aveva chieste in cambio della padella per friggerle, sarà mangiata lei stessa in un sol boccone mentre è rintanata nel suo lettino. E non avrà nemmeno la consolazione di risvegliarsi da un brutto sogno, perché l’incubo è diventato realtà: «E così Zio Lupo mangia sempre le bambine golose» (Zio Lupo, fiaba romagnola).

Se nelle fiabe saranno il lupo, l’orco o la strega ad avere la meglio su bambini troppo golosi, nella letteratura per ragazzi, l’eccesso di golosità provoca spesso severe punizioni ed è seguita dall’immancabile purga, come sa bene Giannino Stoppani, detto Gian Burrasca. Egli ne ricava un vero e proprio rompicapo: come mai i dolci che son così buoni fan tanto male, e le purghe, che sono così cattive, fan così bene? Una domanda che potrebbe valere anche per il monello letterario per antonomasia, Pinocchio. Una delle più colossali bravate narrate nel suo Giornalino ha per protagonista il compagno di marachelle, Gigino Balestra, figlio di un pasticcere socialista: essa ha conseguenze così drammatiche che Gian Burrasca lascia a Gigino l’onore della cronaca diretta.
Nell’intento di salvaguardare il buon nome di socialista che suo padre incarna, il bambino decide di offrire ai suoi amici, per il primo maggio, un pasticcino a testa dalla bottega di famiglia. Ben presto, però, la situazione gli sfugge di mano:

Che vuoi che ti dica, caro Stoppani? Si arrivò a un punto che io non capivo più nulla; [...] mi pareva d’essere in un paese fantastico tutto popolato di ragazzi di marzapane col cervello di crema e il cuore di marmellata uniti da un dolce patto di fratellanza condita con molto zucchero e rosolio di tutte le qualità...[…]. Si agitavano come fantasmi tutti quei ragazzi che ogni tanto urlavano a bocca piena: “Evviva il socialismo! Evviva il primo maggio!” […] So che a un certo punto la musica cambiò a un tratto e una voce terribile, quella di mio padre, rimbombò nel negozio gridando: “Ah, razza di cani, ora ve lo do io il socialismo!” e fu un diluvio di scapaccioni che piovve da tutte le parti fra le grida e i pianti.

A Gigino la realtà balena per un attimo con lucidità (il banco delle paste vuoto, bottiglie rovesciate, pasta sfoglia calpestata ovunque, ditate di cioccolata) ma, poco dopo, la mano pesante del padre gli fa perdere conoscenza. Buio, purga e collegio si materializzano nel suo presente. I riferimenti insistiti al socialismo e alla giustizia alludono a un mondo in cui i bambini devono fare i conti con adulti che predicano grandi valori ma che puniscono i piccoli quando essi, con il loro ardore e la loro ingenuità, cercano di applicarli alla realtà. La loro vitalità non viene soffocata nemmeno tra le grigie mura del collegio.
Privi di qualsiasi idealità e anzi perdigiorno dediti al crimine sono invece i protagonisti del racconto di Italo Calvino Furto in una pasticceria (da Ultimo viene il corvo, 1949). La vista e il profumo di una distesa infinita di dolci provoca in loro una sorta di stordimento e lo sgomento «di dover scappare prima d’aver assaggiato tutte le qualità di dolci», che poi coinvolgerà anche i poliziotti accorsi ad arrestarli, e tutto il racconto è all’insegna della metamorfosi e dello straniamento, del miraggio e dell’incubo («I panettoni mezzo tagliati aprivano fauci gialle e occhiute contro di lui, strane ciambelle sbocciavano come fiori di piante carnivore»). Lo spazio della pasticceria apre al desiderio infinito, ma il tempo a disposizione lo rende proibito e il racconto si gioca tutto su quest’ambivalenza. Del resto però, l’arresto è impossibile, in quell’abbuffata generale, e le cose perdono i loro confini familiari: «Quelli della Celere dissero poi d’aver visto una scimmia col muso impiastricciato, che traversava a salti la bottega, rovesciando vassoi e torte». Interessante la conclusione, col ladro che corre a far visita all’amante per la quale aveva rubato un vassoio di cannoli, nascosto nella fuga sotto la camicia: così però si sono trasformati in uno «strano impasto» che i due ragazzi passano la notte a piluccare fino all’ultima briciola dal corpo di lui.
Il binomio dolce-piacere sessuale sta anche all’origine del meditato acquisto che uno dei giovanissimi protagonisti del film C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone compie in previsione dell’incontro con la giovane prostituta Peggy: ma non avrà poi la pazienza di aspettare la ragazza impegnata a fare il bagno e la golosa charlotte con ciliegina finirà leccata fino all’ultima briciola, direttamente sulle scale davanti all’uscio chiuso, in un’ultima struggente concessione all’infanzia.

Ma l’indigestione non è sempre in agguato, come suggeriscono le Favole al telefono (1962) di Gianni Rodari: la paura della fame sembra passata, in un’Italia toccata dal Boom. Ecco dunque i tre fortunati fratellini di Barletta che possono leccarsi per intero La strada di cioccolato e pure il carrettino di biscotto che li riporta a casa, e l’intera cittadinanza di Bologna che in Piazza Maggiore vede sorgere, per una indimenticabile giornata, un palazzo di gelato:

Il tetto era di panna montata, il fumo dei comignoli di zucchero filato, i comignoli di frutta candita. Tutto il resto era di gelato: le porte di gelato, i muri di gelato, i mobili di gelato (Il palazzo di gelato).

L’iterazione a cui Rodari ricorre per descrivere il meraviglioso palazzo (una tipica costruzione cittadina moderna, non più una casetta nel bosco o un castello incantato) sottolinea l’eccezionalità di un sogno collettivo: «Fu un gran giorno, quello, e per ordine dei dottori nessuno ebbe il mal di pancia». Nei giusti limiti, uno strappo alla regola in buona compagnia non comporta più strascichi di streghe malvagie né purghe o scapaccioni.

Piuttosto, certe abbuffate commesse dagli adulti hanno, talora, originali effetti collaterali: è in seguito a un’indigestione di zuppa inglese che la grassa parrucchiera napoletana, su cui padre Maurizio pratica l’esorcismo in un divertente film di Roberto Benigni, partorisce il “piccolo diavolo” Giuditta (Il piccolo diavolo, 1988). E talora un sogno da bambino può rassicurare anche un adulto e scongiurare il pericolo della distruzione totale che la guerra fredda porta con sé (G. Rodari, La torta in cielo):

Poi si verrà a sapere
(e la cosa sarà più comica)
che qualcuno s’era provato
a buttare una bomba atomica,
ma invece del solito fungo
l’esplosione ha provocato
(per ora nel mio sogno)
una torta di cioccolato.


(continua)

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