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Non di solo pane.
Metonimia e metafora a tavola

Non di solo pane
di Lucia Rodler Scarica il PDF
"La cucina è la parte della casa che può dire più cose di te."
Italo Calvino (Se una notte d’inverno un viaggiatore)
I. L'appetito vien mangiando
Il proverbio «l’appetito vien mangiando» indica una sequenza di causa ed effetto che si può considerare metonimica: il mangiare è causa dell’appetito che rappresenta a sua volta il benessere. Soprattutto a partire dal XIX secolo il nesso tra alimentazione e salute richiama l’attenzione dei medici che sperimentano abitualmente gli effetti devastanti della denutrizione: in Italia, ad esempio, i contadini che mangiano quasi esclusivamente polenta di mais si ammalano di pellagra, una malattia da carenza vitaminica cui Cesare Lombroso dedica anni di studio. Anche quando i guasti di un’alimentazione errata non giungono al punto di fare impazzire (come accade ai pellagrosi poco prima di morire), l’igiene deve essere migliorata perché essa sta al principio di una vita sana. E, secondo l’antropologo Paolo Mantegazza, l’igiene incomincia in casa e soprattutto in una cucina ampia, esposta bene, areata e luminosa, certo meno fuligginosa di quella di Fratta che Carlino descrive nel primo capitolo delle Confessioni di un italiano. Per Mantegazza la cucina è importante nel duplice senso di luogo che contiene gli strumenti del cucinare, ad esempio le pentole – analizzate nel capitolo sesto dell’Igiene della cucina –, e di insieme degli alimenti che devono costruire la nuova identità italiana, sana nel corpo e nella psiche, secondo le indicazioni di «scienza dell’alimentazione» suggerite sin dalla prima pagina del citato manuale: «gli alimenti devono contenere gli stessi principi che compongono il nostro corpo; precisamente come non si può riparare ai guasti di una casa che si va logorando che colla calce, le pietre e i mattoni che la compongono». Dunque, secondo il pensiero metonimico del secondo Ottocento, esiste un rapporto di contiguità logica tra casa e uomo da una parte e i rispettivi materiali da costruzione (pietre e alimenti) dall’altra. E il riferimento alla casa risulta a sua volta strettamente pertinente, visto che la cucina – ribadisce Mantegazza nel Dizionario d’igiene per le famiglie (ad vocem) – è «parte importante della casa» perché lì «si fabbrica gran parte della salute della famiglia».
Non è facile ritrovare questo volonteroso ottimismo postunitario nella narrativa degli anni duemila, invasa da frigoriferi anoressici (vuoti) o bulimici (riempiti di prodotti spesso poco salutari), diete, bilance e calcoli calorici. Il fatto è che da una quarantina d’anni si parla di alimentazione in modo diverso che nel passato; a cominciare da una retorica decisamente metaforica che sostituisce e trasforma in modo ossessivo le funzioni ottocentesche: la cucina che fabbricava la salute è oggi luogo di tentazioni e tensioni; il cibo che, in un paese affamato come l’Italia, era sempre benvenuto perché buono e utile a costruire un corpo carnoso e florido, appare in una variante alleggerita che garantisca la magrezza, a sua volta metafora della gioventù. Alla fine non si può proprio dire con il buon senso ottocentesco che «l’appetito vien mangiando» perché tra aver fame e mangiare non esiste spesso alcuna consequenzialità logica.

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