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Le accezioni semantiche
del pasto condiviso

Pasto condiviso
di Barbara Troise RiodaScarica il PDF

Non c’è pasto più difficile da documentare e da interpretare, (…), che quello consumato con poche cose in silenzio, in solitudine. Anzitutto perché all’uomo che se lo prepara e si ristora vien dedicata una qualche attenzione soltanto di recente; quindi perché la frugalità rinvia a comportamenti diversissimi, spirituali o coatti, nevrotici o economici. A mangiare da soli possono essere dei religiosi, dei prigionieri, dei misantropi o degli avari.                                       
A. Capatti, M. Montanari, La cucina italiana: storia di una cultura, Laterza, 1999, p. 155

Convito, convivio, banchetto sono indicati dai Dizionari della lingua italiana[1] come sinonimi e  ciò non ci stupisce. Il senso denotativo prevalente che li mette in relazione è infatti quello di ‘pasto condiviso’.
La sinonimìa (dal greco synōnymía, ‘comunanza di nome’) è  un legame tra lessemi che hanno lo stesso significato. Il riconoscimento di sinonimi è tuttavia guidato dal criterio della sostituibilità, anche se la sostituibilità assoluta di due vocaboli non è mai possibile. Il rapporto significato, significante e referente extralinguistico è infatti unico e irripetibile per ogni parola. Ne deriva sillogisticamente che questi nomi , seppur sinonimi, differiscono comunque tra loro in qualcosa.           
Quando ci riferiamo all’opera minore di Dante o al famoso dialogo di Platone utilizziamo in maniera equivalente rispettivamente sia ‘Convivio’ che ‘Convito’, sia ‘Banchetto’ che ‘Convito’. Il  convito tuttavia, dei tre termini, è il più utilizzato per dare al pasto collettivo una forte connotazione sacra. Nel linguaggio religioso lo si usa in riferimento alla mensa eucaristica (o tuttalpiù si parla di Sacro convivi, come recita l’inno[2] di San Tommaso d’Aquino). Al riguardo Iacopo del Pecora (1340-1388) nelle sue rime religiose scrive: «Non fu giammai convito prezioso/ quando è questo cibo dolce e pio,/non sacrificio mai si glorioso/ dove nel pan si mangia il vero Dio[3]». In Imitazione di Cristo[4]di nuovo una conferma: «Oh quanto è soave e giocondo questo convito, nel quale ti donasti te medesimo[5]».
È nel carattere di universalità, ribadito ogni volta dal celebrante quando presenta al popolo l’ostia consacrata: «Accipite et bibite ex eo omnes[6]», che con ogni probabilità si trova uno degli elementi che decreta il successo di questo termine nel lessico liturgico. La logica entro cui tutto ciò si verifica è la commensalità come simbolo di comunione tra gli uomini.
Ad ogni modo la simbologia di carattere sociale si mescola sempre nella ritualità del pasto condiviso con una simbologia di natura religiosa. In particolare, quando il cibo consumato è stato preventivamente consacrato a Dio, si ha la manifestazione estrema dell’idea secondo cui il mangiare sia insieme sia strumento e simbolo della coesione comunitaria. Il cibo consacrato alla divinità, consumato da coloro che lo hanno offerto (tutto il gruppo senza nessuna distinzione sociale), trasmette la sacralità della quale è stato investito e diventa strumento di unione mistica tra i convitati.     
Nel convito quindi si aggregano e condensano sollecitazioni di ordine mistico, con un significato che palesemente trascende la ritualità profana del banchetto comunitario o del banchetto ospitale dai quali, come vedremo, si distingue nettamente. Tuttavia le diverse valenze, profane e sacre, si trovano il più delle volte confuse e mescolate nella medesima ‘azione’ conviviale. Già nelle civiltà pagane il pasto sacro e il banchetto profano spesso coesistono. Si incrociano e sovrappongono valenze diverse, ricchissime di contenuti sacrali e sociali, dentro una «alchimia simbolica» (come la definisce Pierre Bourdieu[7]) che fa del banchetto uno strumento formidabile di aggregazione, di espressione, di presentazione.
Nonostante il preferibile uso del termine in contesti religiosi e mistici non mancano in letteratura gli esempi nei quali il ‘convito’ non ha nessun retrogusto sacro. Santa Caterina da Siena per esempio assume i toni di un santo rimprovero usando il termine nel senso più laico e mondano: «Tuttavia la vita loro si spende in onori e conviti, e in molti servitori, e in cavalli grossi[8]». Ma gli esempi sono tanti. Ne citiamo solo alcuni, tratti da due testi che hanno fatto la storia della letteratura rinascimentale e che, per ragioni diverse, sono di stampo profondamente laico. Nel pungente trattato di dottrina politica Il Principe (1513) Niccolò Machiavelli a proposito delle frequenti occasioni di conversazione tra gli uomini di potere racconta di: «un convito solennissimo, dove si invitò Giovanni Fogliani e tutti e primi di uomini di Fermo. E, consumate che furono le vivande, e tutti li altri intrattenimenti che in simili conviti si usano, Liverotto, ad arte, mosse certi ragionamenti gravi, parlando della grandezza di papa Alessandro e di Cesare suo figliuolo, e delle imprese loro[9]». L’altro l’invito che Luigi Pulci[10] fa nel poema comico il Morgante (1478): «Mettiti in ballo, mettiti in convito, ch’io fo il dover co’ i piedi e colle mani[11]» e ancora: «L’abate, poi che molto onore ha fatto a tutti un dì, dopo questi conviti dette a Morgante un destrier molto bello». Nell’Orlando Furioso (1532) permane l’accezione più terrena e mondana del termine. In riferimento all’innamoramento folle di Orlando l’Ariosto scrive: « E per venir a fin di questo amore, spender cominciò senza ritegno in vestire, in conviti, in farsi onore[12]». Ma a sancire in maniera definitiva l’equivalenza dei due termini è senz’altro Francesco Carletti (1573-1636). Lo scrittore, esploratore e commerciante, quello che oggi diremmo il tipico ‘uomo di mondo’ del Rinascimento, nel suo trattato di viaggio scrive a proposito dei pasti indigeni «ne’ conviti o banchetti che se li fanno, vi aggiungono oltre alle vivande cotte che se li danno, di tutte sorte carni crude[13]>».
Tra le immagini più recenti nelle quali compare il termine convito, nel senso di festa ed evento ludico, quella di Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi: «Attraversati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all’uscio della sala del convito. Quivi un gran frastuono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri, di piatti, e sopra tutto di voci discordi, che cercavano a vicenda di soverchiarsi» e quasi un secolo dopo Gabriele D’Annunzio arricchisce di senso figurato la sua narrazione: «Venezia, la Città trionfante, si rivela ai loro occhi come un grande apparato per un convito oltrapiacente ove tutta la dovizia raccolta da secoli di guerra e di traffichi sta per essere addotta senza misura. Qual più ricca fonte di voluttà potrebbe aprire la vita al desiderio insaziabile? [14]».                                                                     
Da questi, come da altri esempi sembra che al convito sia legata l’idea di splendore, di ricchezza, di eleganza, di lentezza, di lusso del trattamento. Tutte nozioni accessorie che in realtà poco si confanno alla voce convito, mentre calzano meglio al convivio, al simposio e ancora di più al banchetto per il quale la lentezza, lo sfarzo e la profusione sono caratteristiche intrinseche. Ma andiamo con ordine.
Convivio è un latinismo che viene prevalentemente destinato a certi usi. Rimanda etimologicamente a cum vivere, vivere insieme. I due livelli dunque, il materiale e il metaforico, si intrecciano in modo inestricabile. Letteralmente significherebbe ‘un’adunanza di persone che vivono insieme’, ma questa generale significazione dai latini stessi fu ristretta ad indicare l’unione di più commensali, per la ragione additata da Cicerone: «Bene magiores nostri occubationem epularem amicorum, quia vitae concitionem haberet, convivium nominarunt[15]».
La convivenza è inoltre qualcosa di intimo che generalmente non avviene tra sconosciuti. Ecco perché non è destinato a tutti. Lo spiega bene Dante nell’introduzione che sceglie al saggio che chiama proprio Convivio (1304-1307): «tutti gli uomini naturalmente desiderano di sapere». Ma ben pochi possono, per vari motivi, accedervi e quindi sedere «a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca»[16]. Pochi sono cioè in grado e hanno il privilegio di accedere alla difficile verità (la mensa) filosofica e teologica[17]. Il carattere di elitarietà è sostanziale. Il convivio non è un normale banchetto (termine che non compare nel trattato dantesco) e si differenzia da questo per il suo forte sapore intellettuale.
Il suo irrinunciabile legame con la sapienza, l’esigenza di uno scambio verbale, di una conversazione colta, declinata secondo varie modalità dal licenzioso al filosofico, lo rende infatti destinato a pochi.   
Il convivio nel suo senso più ‘puro’ costringe ad una riflessione che pone il cibo in relazione con diversi ambiti del pensiero, dell'arte e del sapere in generale. Il cibo infatti cede volentieri alle lusinghe intellettuali e ha già in sé un contenuto metaforico. Lo stesso cucinare del resto significa simbolicamente sottomettere la natura (gli ingredienti, i materiali grezzi) e ridurla in cultura (piatto finito) e il mangiare insieme (anch’esso un carattere tipico, se non esclusivo, della specie umana) è un altro modo ancora per trasformare il gesto nutrizionale dell’alimentazione in un fatto eminentemente culturale[18]. Il forte legame tra cibo-cultura si sublima nel convivio e la radice dotta lo rende più adatto e facile all’uso figurato. Un bell’esempio è quello di Baldassarre Castiglione che trattando dell’amore, insistendo sull’aspetto ascetico dell’ardore sentimentale che purifica e inebria scrive: «Noi da noi stessi alienati, come veri amanti, nello amato possiam trasformarsi, e levandone da terra esser ammessi al convivio degli angeli[19]».
L’altro termine che definisce il pasto condiviso è il banchetto. La parola altro non è che il diminutivo di banco e rimanda con immediatezza ad un oggetto concreto e materiale. Il ‘piccolo banco’ altro non è che il tavolo sul quale si mangia e che, essendo preparato per una occasione importante, è allestito con cura.
Nonostante l’eccezionalità e la solennità la parola si usa di frequente nella lingua comune[20]. Una prova della sua popolarità[21] la si trova nel concentrato straordinario di saggezza popolare che è il Dizionario dei proverbi. Nel volume il termine banchetto compare in cinque detti [22], il termine convito in due, mentre non c’è nessuna traccia del termine, per certi versi più aulico, di convivio.
Al forte legame con la materialità più greve e volgare della tavola nel tempo si è una associato un interesse per l’educazione e la maniera di trattare e di servire i commensali. Ciò presuppone che gli invitati al banchetto siano non necessariamente pochi ma comunque selezionati. Al contrario del convito che è per aperto a tutti, al banchetto può essere invitato anche uno solo[23]. Può essere per esempio un ospite d’onore, un amico o un amante[24]. Rientrano pertanto in questa tipologia tutti quei pasti incandescenti della letteratura concepiti come incontri amorosi «E questa donna sta ora trasformando un pranzo al Café Anglais in una specie di avventura amorosa – in un banchetto. Una di quelle avventure nobili e romantiche in cui non si distingue più tra la fame, o la sazietà, del corpo e quella dello spirito» (Karen Blixen, Il pranzo di Babette).
Il banchetto ha sempre in sé qualcosa di sontuoso. I banchetti rinascimentali, per i quali s'è parlato a ragione di "banchetti spettacolo", sono capolavori di ostentata magnificenza  finalizzati ad impressionare gli ospiti. In tempi più recenti, dai banchetti elettorali francesi del 1848 a quelli futuristi del primo Novecento, il termine ha preso una connotazione estemporanea che ancora oggi mantiene, pur designando, di preferenza, il pranzo nuziale che si celebra in ristoranti appositamente attrezzati. Il rafforzamento della coesione di gruppo avviene tramite la sua rappresentazione (propriamente teatrale) nella sala da pranzo, in cui i membri della comunità si riuniscono, a volte per più giorni di seguito. Perciò in tali circostanze, le esclusioni acquistano un valore simbolico fortissimo, indicando l’espulsione e l’autoisolamento del singolo dal gruppo; analogamente hanno un uguale valore simbolico le nuove inclusioni, dove la partecipazione al banchetto manifesta e significa l’ingresso di un nuovo elemento nel corpo sociale.
Un tipo particolare di banchetto è il pasto offerto da un ospitante agli ospitati (si può trattare, per il primo come per i secondi, di un singolo, di un gruppo, di un clan, di un’etnia o di qualsivoglia altra forma di raggruppamento sociale). In questo caso, a determinare il significato, ogni volta diverso del banchetto e delle azioni che vi si svolgono, interviene il dono che implica generosità, magnanimità e opulenza da parte di chi offre. Una sostanziale superiorità di posizione, un rapporto di tipo fondamentalmente gerarchico, ma pur sempre aperto ad una molteplicità di valenze semantiche ed emozionali.
Attraverso il banchetto per esempio si può esprimere gioia, sia essa profana piuttosto che religiosa[25]. Si può esprimere dolore come accade nel banchetto funebre, un’usanza antichissima[26] ancora oggi in uso in molte culture. Il posto del morto è vuoto a segnalarne l’assenza nel corpo, ma la presenza in spirito nella comunità che mangia. Si può esprimere un augurio: il banchetto di nozze è l’esempio più banale. Si può esprimere un ringraziamento o una propiziazione: come nei banchetti che i grandi monasteri carolingi imbandivano in onore dell’imperatore nei giorni anniversari dell’incoronazione, per dimostrare con il consumo abbondante di cibo, una prosperità e una floridezza economica di cui il festeggiato si supponeva artefice e di cui si auspicava la perpetuità attraverso l’atto propiziatorio del banchetto.
Si può insomma esprimere di tutto. L’ atteggiamento di volta in volta cambia a seconda della specifica realtà ideologica e sociale di cui il banchetto è a sua volta espressione. Persino nella società industriale avanzata, l’arcaico rituale conserva una sua indiscutibile funzione pur risultando in qualche modo emarginato da una civiltà che ha elaborato strumenti diversi di riflessione, di comunicazione e di rappresentazione simbolica.
La mensa è il luogo fisico e metaforico regolato da norme ben precise riguardo l’assegnazione dei posti a tavola, la spartizione del cibo, al modo di presentare, apparecchiare, mangiare, conversare, comportarsi. Un sistema di regole di ‘buona creanza[27]’ come le definisce Della Casa molto delicate nella semantica conviviale[28] e sempre volte al rispetto degli altri..
Il concetto di banchetto più comune è quello che vede seduti a tavola molti commensali ai quali vengono servite più portate. Il mercante, linguista ed esploratore Filippo Sassetti (1540-1588) così lo descrive nel suo diario di viaggio «Il banchetto si fece venerdì sera, dove intervennero a celebrarlo Il Magnifico, il Signor Bonamico, messer Piero Ricciardi, il provveditore Betti, il cavalier Cellesì, messer Giuseppe Casoli… I serviti furono tre: il primo fu di insalate nobili, pesci in su la graticola, caviale, uova di diverse maniere e non so che altro ch’io non mi ricordo: basta che la tavola era larga e piena. Il secondo fu di pesci lessi, ove erano ragni sbardellati, con altre sorte di accompagnature secondo che voi potete stimarvi in numero eguali al primo servito. Il terzo fu di pesce arrosto, ove erano muggini, gamberi marini, pesci calamai, e altre appartenenze. Con le frutte vennero i tartufi, pere cotte erbolati e tai finimenti[29]» .
Indipendetemene che si tratti di un pranzo o di una cena, ciò che è indispensabile in un banchetto è che si mangi e si beva. Bandello lo sostiene in una delle sue novelle: «insieme desinano e cenano con banchetti molto abondevoli di varii cibi e bonissimi vini[30]».
In tutte le epoche gli autori hanno sottolineato  la connotazione mondana, ribadita in maniera più che esplicita da Bernardino Ochino (1487-1564) in una delle sue prediche più aspre «gli scuso per essere occupati nelle cerimonie e molto più nelle cose del mondo, massime nelle liti e in corteggiare, e di poi in cacce, giochi, banchetti»[31]. Sempre con toni di accusa rivolti alla Firenze del suo tempo Anton Francesco Doni (1513-1574) si domanda retoricamente: «questo è un nuovo modo di piacere: cene, banchetti, musiche o donne e uomini a balli o giochi? [32]» e ancora con lo stesso tono un suo contemporaneo e conterraneo Bernardo Davanzati «se n’andavano in banchetti i grandi della città»[33].
L’inconfondibile sapore frivolo e gaudente che evoca la parola banchetto è unico. I piatti serviti sono di norma ricercati. Da sempre cibi come il caviale, le ostriche hanno affascinato i palati più nobili e hanno rappresentato il cibo lussurioso per eccellenza. Celebre la passione di Casanova che in una delle sue memorie ricorda: «il pranzo fu all'altezza della giornata; ma ciò che coronò degnamente l'opera, fu un enorme vassoio di ostriche dell'arsenale di Venezia[34]». Lo stesso apprezzamento lo ritroviamo nella poesia di Camillo Sbarbaro: «Or da la voce all’ostricaro. Una serqua d’ostriche, durette di mare redolenti, miglior inizio a banchetto non so[35]»..
Il cibo condiviso è un’occasione d’incontro, un simbolo di coesione gioiosa momento dedicato al nutrimento del corpo e della psiche. Per questo insieme al cibo è molto rilevante l’aspetto emotivo, psicologico e immaginario. Giosuè Carducci nelle sue Lettere confessa un disagio interiore che lo rende incapace di godersi un pranzo: «Alle due, banchetto elettorale di più di trecento convitati, nel teatro comunale. Mangiai poco e bevvi meno e non bene, parlai un’ora e mezzo; di vena? Non so né credo perché lieto non mi sentivo[36]». Ippolito Nievo nelle Confessioni decide di non immischiarsi più nelle «belle chiacchiere a casa dell’avvocato» e partecipare ai pranzi lussuosi da lui organizzati, ai quali preferisce e riscopre «il vantaggio di trovar più saporito il minestrone del collegio con una libra di pane affettatavi dentro» un pasto che si trasforma magicamente in «un banchetto regale[37]».
La regalità e la sacralità sono quindi due elementi che fanno da denominatore comune ai pasti conviviali e non è necessario che essi coincidano con un vero momento di opulenza o con una festa religiosa perché ciò che conta è l’emozione che suscitano, anche solo nell’attesa. «Un banchetto da noi presuppone una vigilia, un digiuno. È qualcosa di sacro, una cerimonia religiosa[38]» così per esempio il poeta Vincenzo Cardarelli ci racconta il vissuto dei pranzi di famiglia nella sua Tarquinia.
Roland Barthes[39] ha scritto una volta che l'assunzione da parte del cibo di significati, simboli, valori che trascendono la sua realtà nutritiva - la preminenza, in tanti casi, della "circostanza" in cui avviene il consumo sulla "sostanza" specifica del cibo[40], è tanto più forte quanto più le società hanno superato il problema primordiale della fame e possono permettersi di instaurare con gli alimenti un rapporto meno viscerale, più (per così dire) intellettuale'.
Ma lo spessore immaginario, metaforico, comunicativo dell'atto alimentare non è certo una realtà nuova. Sembra quasi un paradosso: nelle culture antiche, tale è l'importanza del momento conviviale rispetto al problema della sopravvivenza, che in esso si concentrano ogni sorta di attenzioni esistenziali e sociali, che finiscono per assorbire la funzione più propriamente nutritiva del cibo. Il banchetto, luogo in cui la vita si alimenta, diviene uno strumento - lo strumento per eccellenza - per affermare o negare i valori della vita. Gli aspetti rituali del gesto prendono il sopravvento. A banchetto, l'uomo celebra la propria rigenerazione quotidiana ma, facendolo assieme ai suoi simili, impiega quel gesto come veicolo di comunicazione con loro. Il ‘godimento comune’ che si prova cibandosi assume anche un senso figurato. L’espressione intesa come ‘godimento in comune’ e fruizione dei beni della vita è spesso contrapposta all’immagine della morte e del trapasso. Giovanni Prati: «Alme, che un sol giorno assise/festeggiano al banchetto della vita…./e di fuori picchiar sento la morte![41]
Allo stesso modo lo scrittore Umberto Fracchia: più di una volta avevo varcato di un passo la soglia dell’al di là. Ma.. ero infine rimasto con quanti ad ogni costo volevano che non me ne andassi da quello che per molti si chiama il banchetto della vita.. »[42]
Una caratteristica essenziale del banchetto è poi l’attenzione che si dedica alla preparazione e alla presentazione del cibo e della mise en place. La cucina e la tavola infatti, oltre ad essere elementi fondamentali dell’esistenza, costituiscono un trionfo dei sensi e della bellezza. Si è parlato a tal proposito di arte culinaria, di arte gastronomica, di arte dell’imbandigione. Ma comunque di arte. Una teatralità della tavola, una sorta di illusione creata nei commensali per l’intera durata del pasto, una spazialità sospesa, alternativa a quella dell’ordinario svolgersi degli eventi. A partire dal Rinascimento che i costumi iniziano ad essere più raffinati, i festini assumono un maggiore senso estetico e l’arte è utilizzata per abbellire i banchetti per i quali nelle corti si investono ingenti risorse finanziarie[43]. In essi l’apparato scenico e l’intero svolgimento della manifestazione dissimulano un progetto sapientemente consegnato, un protocollo progettato nei minimi particolari: il gesto decorativo diviene così esplicito ed esposto all’ammirazione dei convitati.
La convivialità vive quindi una dimensione artistica e ludica[44]che esprime e dichiara, in modo esplicito al momento della condivisione del cibo come attraverso altre forme di intrattenimento, in una chiave di esperienza totalizzante che coinvolge sensi, corpo e intelletto.
La tavola è, in un certo senso un terreno di gioco, con regole proprie, giocatori e arbitri.  A questo proposito Manzoni in un passo, descrivendo l’Osteria della luna piena, esplica il parallelismo (rafforzato dalla medesima derivazione etimologica) tra tavola e tavoliere (di gioco).
Nei banchetti, come abbiamo già avuto modo di dire, non conta quindi solo ciò che si mangia ma anche e soprattutto ‘il resto’. Alla naturale progressione e modificazione delle maniere[45] della tavola si somma in ogni epoca l’influenza della moda e di solito le tendenze relative agli usi conviviali vengono di continuo rielaborate e reinterpretate dalle classi dominanti, allo scopo di suscitare stupore e ammirazione nonché confermare il proprio potere[46]. La descrizione dannunziana del banchetto presso la marchesa d’Ateleta, splendida simposiarca e ammirata creatrice di mode per il Bel Mondo romano, è un esempio eccellente:
Un servo aprì la grande porta che dava nella sala da pranzo.
La marchesa mise il suo braccio sotto quello di Don Filippo del Monte e diede l’esempio. Gli altri seguirono.
(…)

― Cugino, qui ― disse Donna Francesca assegnandogli il posto.

Nella tavola ovale, egli stava tra il barone d’Isola e la duchessa di Scerni, avendo di fronte il cavaliere Sakumi. Il quale stava tra la baronessa d’Isola e Don Filippo del Monte. Il marchese e la marchesa occupavano i capi. Su la mensa le porcellane, le argenterie, i cristalli, i fiori scintillavano.

Assai poche dame potevan gareggiare con la marchesa d’Ateleta nell’arte di dar pranzi. Ella metteva più cura nella preparazione di una mensa che in un abbigliamento. La squisitezza del suo gusto appariva in ogni cosa; ed ella era, in verità, l’arbitra delle eleganze conviviali. Le sue fantasie e le sue raffinatezze si propagavano per tutte le tavole della nobiltà quirite. Ella, a punto, in quell’inverno aveva introdotta la moda delle catene di fiori sospese dall’un capo all’altro, fra i grandi candelabri; ed anche la moda dell’esilissimo vaso di Murano, latteo e cangiante come l’opale, con entro una sola orchidea, messo tra i vari i bicchieri innanzi a ciascun convitato
[47].
Il cibo qui non è centrale. Le vivande non sono nemmeno menzionate. Al contrario ci si sofferma sull’apparato, sull’ambiente, sull’apparecchio, la disposizione degli invitati. Ci si concentra sulla tavola dove pochi siedono e che è fatta per essere guardata. Non è più un luogo di coesione sociale come nelle società antiche e nell’alto medioevo, ma della eccellenza e dell’esclusività.
Conta quindi la ricchezza degli oggetti esposti, la quantità del cibo presentato, la lentezza del servizio. Nel Rinascimento in particolare la quantità di cibo era tale e le portate così numerose che di certo non erano fatte principalmente per sfamare, ma per stupire[48]. La lentezza per noi oggi è quasi incomprensibile: dal momento che, se stiamo alle parole di Donizione, autore (inizi sec. XII) di un poema in cui canta le imprese di Matilde di Canossa e del suo casato, ‘Tre mesi il banchetto nuziale durò’[49] con un incredibile impiego di risorse e mezzi.        
Come nel caso citato del banchetto di nozze la messa in comune del cibo diventa lo strumento tramite cui vengono segnalati (dichiarati in pubblico, annunciati alla comunità) i momenti grandiosi della vita (riconoscimenti, celebrazioni, promozioni), i passaggi di stato (nascita, morte, matrimonio), il superamento di condizione, in sintesi qualunque evento implichi l’andare oltre[50]. La condivisione di un pasto all’insegna della materialità più greve, della contingenza, del consumo unico e irripetibile, per contrasto, la trascendenza intesa nella sua accezione sacra o profana si fondono in un unico evento. Al centro di tutto c’è sempre il cibo e la compagni dell’altro o degli altri.                                                                                                      Con le premesse fatte fin qui risulta ora ancora più chiaro che, come dice una nota del Dizionario di Napoli : «Il trovare indicate le differenze tra alcune parole potrebbe lasciar credere che, qualora non siano notate, abbiano quelle a tenersi per veri sinonimi[51]». Risulta ancora più evidente che dire ‘Lucullo quando mangiava da solo sedeva a splendido convito’ oppure ‘ sono stato a convito con i miei fratelli’ sarebbe non scorretto nella forma ma forse improprio dal punto di vista lessicale.  La scelta di utilizzare il termine banchetto spesso e volentieri in senso concreto ma anche metaforico è motivata da ragioni di contenuto e di significato. Al termine infatti si lega un aspetto di festa[52], ludico ed estetico vitale. In questa accezione la sostanza del cibo vale quanto la forma della sua rappresentazione così come la valenza gastronomica dell’atto del mangiare (intesa come cultura del cibo) conta quanto il suo ‘contorno’.

Note:


[1] Dizionario della Lingua Italiana Devoto-Oli, Dizionario De Mauro, Il Grande Dizionario della Lingua Italiana Battaglia, Dizionario della Lingua italiana Piccolo, Dizionario della Lingua Italiana Zingarelli, Il vocabolario della Lingua Treccani, Dizionario della Lingua Italiana Rossi, G. Carena, Vocabolario domestico: prontuario di vocabolari attenenti a cose domestiche e altre di uso comune, Giuseppe Marghieri e Bouteaux EM Aubray, Napoli, 1859, p.266, Dizionario dei sinonimi della lingua italiana, Tommaseo-Rigutini.  

[2] «O sacrum convivium, in quo Christus sumitur: recolitur memoria passionis eius: mens impletur gratia et futurae gloriae nobis pignus datur»

[3] I. del Pecora, Poesie religiose e lettere, DeRubeis, 1994

[4] Imitazione di Cristo (titolo originale in latino: De Imitatione Christi) è, dopo la Bibbia, il testo religioso più diffuso di tutta la letteratura cristiana occidentale. Il testo è in lingua latina e ne è sconosciuto l'autore. La mancanza dell'autore secondo l'uso certosino ha fatto propendere ultimamente per l'attribuzione all'ambiente certosino (E. Bianchi). L'analisi contenutistica sembra confermare questa ipotesi. Scritto durante il periodo medioevale, oggetto dell'opera è la via da percorrere per raggiungere la perfezione ascetica, seguendo le orme di Gesù (Christomimesis).

[5] Della imitazione di Cristo, Presso P. Minghetti, Modena, 1847, p. 207.

[6] Si veda il testo integrale della messa gregoriana in P. Chaignon, La S. Messa degnamente celebrata, Tipografia dell’Immacolata concezione, Modena, 1868, p. 163, cap. IX.

[7] P. Bourdieu La distinzione. Critica sociale del gusto, Il Mulino, 1983

[8] D. Maffei, P. Nardi,  Atti del Simposio Internazionale Caterinaiano- Bernardiano, Accademia Senese degli Intronati, 1982, p. 236.

[9] N. Machiavelli, Il Principe, Mondadori, Milano, 2013, Cap. VIII, p. 57.

[10] Opera nella quale la parola convito compare ben 13 volte.

[11] L. Pulci, Morgante, Bur Rizzoli, Milano, 201o, p.130.

[12] L. Ariosto, Orlando furioso, cap. XLIII p. 169

[13] F. Carletti, Ragionamenti di Francesco Carletti fiorentino, sopra le cose da lui vedute ne’suoi viaggi, stamperia di Giuseppe Manni, Firenze, 1701.

[14] G. D’annunzio, L’allegoria dell’Autunno, Mondadori, Milano, 1999, p.26.

[15] Cicerone, De senectute, 13

[16] Il Convivio è qui citato, con la sigla Cv, nell’Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana: D. Alichieri, Convivio, a cura di F. Brambilla Ageno, Le Lettere, Firenze 1995; si è tenuto presente anche il testo a cura di C. Vasoli, in D. Alighieri, Opere minori, tt. I, II, Ricciardi, Milano-Napoli 1987.

[17] L’espressione 'pane de li angeli', che Dante usa poi soltanto un’altra volta (Pd II, 11) e che tuttavia è richiamata in espressioni simili come la 'cotidiana manna' (Pg XI, 13) e la 'verace manna' (Pd XII, 84), è stata variamente interpretata dai dantisti, in relazione alla sua derivazione biblica (Salmo 77, 25 e Sap. 16, 20, da Es. 16, 2-36) e alla sua diffusa presenza nella letteratura sia patristica sia scolastica. Cfr. B. Nardi, «Lo pane de li angeli», in ID., Nel mondo di Dante, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1944, pp. 47-53; B. Nardi, «La 'vivanda' e il 'pane' del Convivio dantesco», in ID., Saggi e note di critica dantesca, Ricciardi, Milano-Napoli 1966, pp. 386-390; Gilson, Dante e la filosofia, pp. 22-23 e 122-123; A. Mellone, voce Pane degli angeli, in Enciclopedia Dantesca (d’ora in poi ED), vol. IV, Roma 1984, pp. 266-267.

[18] cit. P. Fazzini, Il cibo come linguaggio e cultura,

[19] B. Castiglione, Il Cortegiano, IV, p.70

[20] Dizionario dei sinonimi e dei contrari, Tommaseo-Rigutini: «Banchetto è voce ancor viva nelle campagne toscane, propriamente la mensa più solennemente imbandita … Ogni invito straordinario può dirsi banchetto, il banchetto è in occasione di nozze, di nascite, di morti, di feste»

[21] Carattere, ciò che è tipico del popolo, che concerne il popolo: usi, costumi, tradizioni popolari. Il proverbio altro non è che una breve frase, di origine popolare, che si è cristallizzata nel tempo ed è entrata a far parte della saggezza di una cultura locale.

[22] I fessi fanno il banchetto e gli astuti se lo mangiano, Banchetti e contratti, falli di rado, Non fu mai sì gran banchetto, che qualcun non desinasse male (proverbi toscani), Mente sicura, banchetto continuo (chi è di animo fermo e risoluto, è sempre soddisfatto), Chi va alla festa non invitato, ben gli sta se n’è cacciato. I fastidi dei padroni sono i conviti dei servitori. (occasione di vantaggio per) proverbi toscani.

[23] Dizionario dei sinonimi della lingua italiana, Tommaseo-Rigutini.

[24] Bello l’esempio dei banchetti tra il Protagonista del Sotto il sole del giaguaro di Italo Calvino. Citaz.

[25] Esistono comunque delle eccezioni come quando le comunità monastiche, tenute all’astinenza alimentare, celebrano invece la domenica, o la ricorrenza del fondatore, con un pasto insolitamente ricco ed abbondante.

[26] attestata dal mondo greco, nel mondo romano e poi nelle primitive comunità cristiane, nel medioevo e fino a tempi recentissimi

[27] G. Della Casa, Il Galateo, Rea Edizioni, L’Aquila, 2012, p.131.

[28] Si leggano in proposito le pagine scritte da Plutarco nelle Dispute conviviali, con sorprendente ricchezza di argomentazioni e di prospettive.

[29] F. Sassetti, Lettere edite e inedite di Filippo Sassetti raccolte e annotate da Ettore Marcucci, XXX A Francesco Valori in Firenze, Felice Le Monnier, Firenze, 1855 p. 54

[30] Bandello M. (bp. Of Agen.), Giovanni Maria Mazzucchelli (conte), La quanta parte del le novelle del Bandello, Tomo Nono, Presso Riccardo Banker, Londra 1793, p.146.

[31] B.Ochino, Sermones Bernardino Ochini Senesis in Se la Chiesa Roma na puo errare: Predica I p. a2bis 1543, Roma

[32] A.F. Doni, La Libraia del Doni Fiorentino, in Trattato Secondo, Iosapha Minofi, p.241, 1557. Nel 1550 Doni a Venezia dà alle stampe la prima parte della sua Libraria (cioè "la biblioteca"), opera con la quale si apre la stagione veneziana del prolifico scrittore fiorentino: il trattato esce dapprima presso Giolito, mentre nel 1551 sarà edita da Marcolini La seconda libraria del Doni. In seguito, ancora Giolito pubblica nel 1557 La libraria del Doni fiorentino divisa in tre trattati, ultima edizione che si avvale della cura del suo autore. La libraria, di cui non è stato ritrovato il manoscritto, è stata pubblicata in edizione moderna (Milano, Longanesi, 1972) da Vanni Bramanti che riproduce il testo della giolitina del 1557.

[33] B. Davanzati, a cura di Enrico Bindi, Le Opere di Bernardo Davanzati, Volume 2, Felice le Monnier, Firenze, 1853, LXII, p.81.

[34] G.Casanova, Memorie scritte da lui medesimo, Garzanti libri, 2007, p.126.

[35] C. Sbarbaro, L’opera in versi e in prosa, Garzanti, Milano, 1985, p. 258

[36] G. Carducci, Lettere, Zanichelli, Bologna, 1953, p.278

[37] I. Nievo, Le confessioni di un italiano, Bur Rizzoli, Milano 2011, p.390.

[38] V. Cardarelli, Opere complete, Mondadori, Milano, 1969, p.563.

[39] Roland Barthes (Cherbourg, 12 novembre 1915 – Parigi, 26 marzo 1980) è stato un saggista, critico letterario, linguista e semiologo francese, fra i maggiori esponenti della nuova critica francese di orientamento strutturalista.

[40] vedi il caso del caffè inteso, in contrasto con le sue proprietà eccitanti, come momento di relax

[41] G. Prati, Opere edite e inedite del cav. Giovanni Prati, Memorie e Lacrime, Poesia: infortunio sopraggiunto, Casa Editrice Italiana di M. Guigoni, 1862, p. 517

[42] U. Fracchia, Il perduto amore, Vitagliano 1921, p. 110

[43] G. Marchesi- L. Vercelloni, La tavola imbandita. Storia estetica della cucina, cit. cap. I

[44] J. Huizinga, Homo ludens, Alianza, 2000.

[45] Il fondamentale saggio di Norbert Elias La civiltà delle buone maniere, del 1969, è imprescindibile per qualunque discorso relativo agli usi della tavola. Egli infatti muovendo dalla premessa secondo cui le strutture psicologiche e quelle sociali sono strettamente interconnesse e reciprocramente indissolubili ha sviluppato un’ampia ricerca interdisciplinare in cui ha dimostrato che i modi di comportamento tipici degli uomini posseggono una storicità intrinseca e corrispondono a mutamenti precisi dell’habitus psichico.

[46] L. Carrara, Intorno alla tavola, Codice Edizioni, Torino, 2013, pp.108-109.

[47] G. D’annunzio, Il piacere, Mondadori, Milano, 1990, pp.48.

[48] Di questi esempi molti compaiono nella letteratura e nella cronaca dei tempi. Per maggior approfondimenti si veda: M. Montanari, Storia e cultura dei piaceri della tavola, Edizioni Laterza, Bari, 1989. Tra le più interessanti analisi quella del pranzo organizzato in casa Salutati a Firenze nel 1476 in onore dei figli del re di Napoli (pp.488-491)a Firenze. Dove vennero servite innumerevoli portate di cibo: ’17 piattelletti a ciascuno il suo et in ciascuno duo pezzi di pinochiato dorati et grandi; 17 scodellette di maiolica di una vivanda che si chiama natta fatta di fior di latte, 8 piatti d’ariento di gelatina lavorata con arme e divise di polpe di cappinone,…, 17 pasticci di tomacelli di capretto, 4 piatti grandi in ciscuno un pezzo di vitella…, 4 piatti grandi in ciscuno sei pagoni arrosto con limoncelli tagliati sopra essi, 14 piatti mezzani di fagiani…, 4 piatti grandi di fagiani arrostiti nel lardo con sugo di melarancia, 4 piatti grandi di starne, arrosto con loro salsa, 4 piatti grandi in ciascuno quattro pasticci di galline, …4 coppi di pipioni et pollastri, … 4 piatti di zuppe,… 6 piatti grandi di torte al mascarpone piccole e sottili con cialde molto gentili di zucchero con musco… (M.L. Incontri Lotteringhi Della Stufa, Desinari e cene dai tempi remoti alla cucina toscana del XV secolo, Olimpia, Firenze 1965, pp.222-25; il testo è pubblicato in G. Palagi, Il convito fatto ai figlioli del Re di Napoli da Benedetto Salutati e compagni il 16 febbraio 1476, Le Monnier, Firenze 1873).

[49] Donizone, Vita di Matilde di Canossa, I, x (vv. 795-800, 813-32). Traduzione di Paolo Golinelli, Jaca Book, Milano 1984, p.85. Il banchetto organizzato fra il 1037 e il 1038 dal marchese Bonifacio, padre di Matilde, in occasione delle nozze con Beatrice di Lorenza

[50] Cfr, Gallicani, 1998, p.939; per i pranzi di rappresentanza si veda Malerba, Massabò Ricci, 2004.

[51] Vedi N. Tommaseo, Nuovo Dizionario dei sinonimi della lingua italiana, Vieusseux, Firenze, p.77 voce Banchetto.

[52] In inglese convito, banchetto, simposio, convivio si traducono tutti con la stessa parola banquet, feast stessa parola in francese, banquete in portoghese, bankett in tedesco, banquete in spagnolo ma anche convite. Tutti questi termini sono affiancati da sinonimi che significano ‘festa’ Feast in inglese, fête in francese, festa in portoghese, festessen in tedesco e festín in spagnolo. Molto forte l’aspetto ludico.

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