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Discorso intorno alle quistioni di medicina del dottor Stefano Giacomazzi-1825

Discorso intorno alle quistioni di medicina del dottor Stefano Giacomazzi
di Patrizia FughelliScarica il PDF
"La salute non analizza se stessa e neppure si guarda allo specchio. Solo noi malati sappiamo qualche cosa di noi stessi. "
Italo Svevo(La coscienza di Zeno)
INTRODUZIONE

La Società Medica Chirurgica, nata nel 1802, non solo possiede libri e periodici molto pregiati per la loro rarità, ma pubblica fin da quegli anni il “Bullettino delle Scienze Mediche” che, con i suoi antenati, gli Opuscoli e le Memorie, attesta la vitalità delle idee nell’ambiente medico bolognese fin da quell’epoca.

Il primo contenuto di questo articolo, è ovviamente il titolo. E dietro la scelta di questo titolo, e in particolare di questo argomento, ci sono sì molti aspetti, ma soprattutto c’è un suono: c’è il riconoscere con il cuore e con la mente che tocca qualche corda profonda della coscienza.

Sfogliando il II volume degli Opuscoli della Società Medica Chirurgica, datato 1825, è balzato agli occhi in tutta la sua forza, quasi volesse farsi notare a ogni costo. Colpisce la veemenza dell’autore nel sentire l’esigenza di una maggiore riflessione sulla professione medica con tutto quello che ne conseguiva, andando in effetti di pari passo con i mutamenti politici e sociali che investivano l’Italia di allora e che segnarono per la classe medica l’ inizio di un periodo di profonde trasformazioni.

Il sapere medico nello scritto di Stefano Giacomazzi, si colloca tra un sapere naturalistico, articolato nei settori delle varie “scienze della natura”, e un sapere umanistico, che si esplica come “scienza dell’uomo”. E in questo ultimo caso, come conoscenza e comprensione antropologica dell’uomo sano-malato, si è di fronte ad ulteriori riflessioni piene di domande, di quistioni che fanno ben capire quanto fosse desto e nobile l’animo di quest’uomo.

“Che meraviglia quindi se diverse, contraddittorie ed opposte sono le opinioni dei medici, non dirò già vulgari, ma forniti anco di altissimo ingegno; se ognor rinascenti le loro questioni, quantunque figlie dell’unico amore del vero, e non già promosse da vituperevoli fini; se interminabili i loro lamenti intorno alla incertezza dell’arte che professano?”



SULLE QUISTIONI

La Società Medica Chirurgica di Bologna, di cui Giacomazzi era membro Corrispondente, pubblicò negli Opuscoli al vol. II del 1825, il “Discorso intorno alle quistioni di medicina del dottor Stefano Giacomazzi”.

23 gennaio 1825 - 36. Seduta

L’inizio:

“L’astronomia, la fisica, la storia naturale, la chimica, sebbene sieno scienze esperimentali ed abbiano a fondamento ed a compagni sempre l’algebra la geometria ed il calcolo, non sono però affatto screvre di questioni, e scorgesi anche in esse un incessante conflitto di sempre nuove e discordanti opinioni. Quale meraviglia perciò, se anche in medicina le menti, di chi la professa, non convengono tutte nelle stesse sentenze?”

Il primo Ottocento è un periodo in cui l’impulso verso un progresso continuo in tutti i campi della scienza viene sentito in modo molto vivo e proprio quelle Adunanze, oltre ad essere le prime vere riunioni scientifiche dell’Italia di allora, avevano anche un altro valore di non piccola importanza: mostrano immediatamente in tutta la loro grandezza i valori etico-umanistici legati al senso critico, alla problematicità e alle scelte. Si parla di dubbio, di responsabilità e le questioni che vi si agitano sono molte, pratiche, deontologiche, scientifiche e anche di metodo statistico.

Il medico oltre ad una importante funzione sociale, racchiudeva in sé una funzione antropologica e si prendeva cura dell’uomo in condizione di bisogno dando così prova di “apostolato laico”.

Ne consegue che era naturalmente portato a vedere l’esigenza di salute al pari dell’indigenza che spesso ne era alla base e pur perseverando in consigli “ad personam” ancora ispirati ad una tattica individuale, veniva ad adeguarsi a una strategia di difesa collettiva, rivolta “ad societatem” con periodiche conferenze internazionali e pubblicazioni in periodici scientifici.

Si stava passando da una medicina che rifiutava la ricerca delle cause, considerate al pari di questioni metafisiche, a una medicina che invece si configurava come impegno a lottare socialmente contro la miseria riconosciuta come prima causa di malattia.

Il valore, nonché più profondo significato, delle Adunanze stava proprio nel farsi portavoce delle quistioni scientifiche, le quali in questo modo sarebbero risuonate anche al di fuori delle aule congressuali quando, abbandonate le aule, i partecipanti si scrollavano di dosso l’abito del medico e si ritrovavano

nei caffè, nelle case degli amici, a parlare ancora e ancora di quelle Adunanze che sembravano rappresentare una vittoria e una sfida.

Giacomazzi risente delle ideologie innovative della sua epoca e anche lui, al pari di altri, fa emergere istanze di liberazione nei confronti dell’ “antico”. L’idea di medicina che rompe col passato è quella di Brown (a cui probabilmente lui contrappone la nuova dottrina medica del Tommasini) e delle cui opere dice:

“si leggono con entusiasmo, si meditano profondamente, si applicano con impazienza alla pratica … e mentre il volgo dei medici ne segue ciecamente i dettami, gli assennati ritengono il buono se ne trovano, e rigettano il tristo …”

e ovviamente si rende conto che il mutamento della scienza non è dovuto esclusivamente al fatto che andavano accumulandosi osservazioni sempre nuove, lui sa consapevolmente che quel cambiamento scientifico di cui faceva parte, era un fenomeno molto più complesso. E quel “consapevolmente” non è automatico nelle persone. Neanche in quelle più colte.

Aveva capito che “… una buona teoria inchiude tutte le cognizioni della pratica, più la riflessione che ne combina i risultati”.

Aveva capito che le teorie cambiano, ma che il loro succedersi non era sempre dovuto a un perfezionamento: a volte le teorie che fino ad un certo momento venivano ritenute vere dalla maggioranza degli esperti, crollavano e venivano sostituite da teorie diverse, radicalmente diverse. Tutto sembrava ruotare attorno al fatto che bisognava capire come e perché un organismo ammalandosi, potesse diventare diverso e anche però uguale a sé in rapporto all’ambiente.

Giacomazzi riconosceva e rispettava i limiti della medicina. La insegnava e la professava. Non pensava ovviamente di possedere la verità

“Ma al medico illuminato ed ingenuo … quale incertezza intorno alla loro maniera di agire sulla fibra viva e malata? … Che meraviglia quindi se diverse, contraddittorie ed opposte sono le opinioni dei medici … se ognor rinascenti le loro questioni, quantunque figlie dell’unico amore del vero, e non già promosse da vituperevoli fini; se interminabili i loro lamenti intorno alla incertezza dell’arte che professano?”

“… oggi si pone in dubbio quello che jeri si considerava certissimo; … infinite molteplici interminabili questioni risuonano dalle cattedre, si agitano al fianco degli ammalati, e si spargono pei libri … “.

Nell’Ottocento la medicina affrontava problemi complessi nei quali l’incertezza era elemento costitutivo e la stessa ricerca scientifica poteva solo ridurre l’ area dell’incertezza, non annullarla.

Nell’attività clinica il compito di Giacomazzi era di accertare tra le moltissime forme morbose classificate nei trattati e fra le infinite modificazioni dei fenomeni fisiologici possibili, quale fosse la malattia e di prevedere fra i provvedimenti terapeutici conosciuti quale fosse il più adatto per il malato che doveva curare. Per dirla con Antiseri, diagnosticava ri-conoscend

“La medicina pratica propriamente detta, la quale ha per iscopo di correggere regolare o distruggere certi movimenti od alterazioni morbose in individui, la di cui esistenza ed economia governate sono da potenze e da leggi, le quali, o ci sono affatto ignote, o sono all’infinito mutabili, costituisce una scienza in gran parte ancora arcana ed inviluppata in sì folte tenebre, che all’umano spirito non è stato per anco conceduto di penetrare”.

“In qull’istante pochissime nozioni certe, e le solo moderate congetture, la ragionevole probabilità, e la temperata e severa analogia diventano le guidatrici del medico clinico” (continua)

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