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Giochi narrativi e seduzione del rosa: Liala e Delly

di Marilena Giammarco
Nel grande specchio che la riflette, la sua immagine appare perfetta: l'ovale purissimo del viso accoglie splendidi occhi azzurri sotto la corona dei cigli scuri, una bocca morbida e sensuale si apre a un impareggiabile sorriso; fulvi, i foltissimi e lunghi capelli rimandano accesi bagliori; le larghe spalle, i seni saldi, la vita stretta sui fianchi ben modellati, le cosce oblique, le lunghe gambe dalle caviglie snelle, i piedi piccoli e perfetti disegnano lei, che immaginariamente si appropria di sé, del proprio io ideale, e nello stesso tempo si espropria, alienandosi nella lucida superficie di forme del fantasma esibito. Narciso trionfa sulla ribalta rosa del Novecento, affila le armi della seduzione irretendo nelle spire del testo-oggetto soggetti femminili che agognano a perdersi nella ricerca de1l'identità. Se, com'è stato scritto, la lettura è luogo dello sviamento, esperienza claustrofiliaca che separa da se stessi e dal mondo trascinando verso il segreto spazio di un senso non detto[1], lo specchio rosa - al pari di quello famoso di Lacan - può dunque funzionare da convincente paradigma dell'universo di finzioni in cui la pratica scritturale del gioco seduttivo, evocando l'assenza, proietta il solipsismo contemporaneo.
Il femminile «day dreaming» esecrato da Coleridge, sollecitato e incoraggiato dal novecentesco mercato editoriale come strumento di controllo delle turbolenze del nostro tempo, si nutre delle seduzioni rosa[2]: silhouettes patinate e fascinose; atmosfere afrodisiache; invitanti, inebrianti sinestesie; il gioco dell’eros strategicamente proposto - e avidamente fruito - nelle pieghe testuali. E tuttavia, oltre la giostra dell'immaginario, le sue scene mutevoli e sempre uguali, le replicazioni fantasmatiche – significanti - esca -, il desiderio della donna - Narciso è attratto dall'oblio, risucchiato nel fondo di una pagina – specchio - stagno - ove non trova che il nulla: l'abolizione di sé, la perdita dell'io.
La centralità dell'eroina marca questo genere narrativo del sogno-illusione d'un protagonismo femminile che, sia pur confinato in un universo circoscritto, è in grado di funzionare ad ogni latitudine. Nel cielo di stereotipi che concorrono alla definizione delle nuances di colore, l'orizzonte rosa accoglie esperienze diversamente riconducibili a modelli autoctoni di letteratura popolare (il gotico-sentimentale per la romantic-fiction delle inglesi «maestre d’amore››, il feuilleton ridotto e aggiornato in progetto moral-educativo nei Delly, il filone psicologico delle «romanzatrici» fin de siècle che, condito d'un pizzico di dannunziano estetismo, costituisce il precedente prossimo dell'opera di Liala): esperienze, tutte, perfettamente aderenti alle attese immaginative della donna occidentale, alle sue fantasie amorose segnate di masochistico piacere. Pur nel mutare – con i sistemi di valori elaborati dal contesto sociale di riferimento - dei canoni estetici e letterari, invariata resta, infatti, l’ideologia base del rosa, legata alla concezione di un antagonismo sessuale in cui la donna, rivendicate alcune proprie presunte dignità, soggiace felice - finalmente domata e assoggettata! - ai voleri dell’uomo-padrone. Sempre idolo al centro del rito erotico che si consuma nello spazio del testo, la protagonista rinnova ogni volta, attingendo a un cospicuo repertorio di invarianti, i requisiti che la rendono inequivocabile, plurivoco oggetto di desiderio.
Nella favola di Delly, strutturata dal rigido codice del romanzo popolare secondo il classico schema della ripetizione del sempre uguale[3], il rosa dell'eroina sfuma nel bianco degli angeli di bontà di suesca memoria. Principale condizione statutaria, la verginità si accompagna di inalterabile purezza, abbagliante candore, fresca ingenuità o, anche se insaporita di provocante sensuale gaiezza, si sposa sempre alla virtù redentrice di una celestiale bellezza capace d'intenerire il cuore rude e sprezzante di qualsivoglia principe Ormanoff provi a imbattersi sul suo cammino. La giovanissima fanciulla in fiore del rosa francese - povera orfana sola al mondo - ha dalla sua il dono di un'incontaminata innocenza che eccita perché va iniziata alla vita (e al sesso), plasmata e modellata secondo i piaceri del tiranno che, appunto per questo, la prende in moglie.

            Era una creatura incantevole. Il suo volto indicava il vero tipo circasso, sebbene i lineamenti non ne fossero ancora del tutto formati, poiché essa usciva allora dall'adolescenza, e i capelli neri, morbidi e soffici, le ondeggiavano ancora sulle spalle come quelli di una bambina. [...] occhi da orientale, grandi, meravigliosi, il cui sguardo aveva la dolcezza di una carezza e il fascino squisito di un candore, di una delicatezza d'animo che nessun alito deleterio era giunto a sfiorare. Quali promesse d'ineffabili voluttà cela tale angelica figura! Ritratto-tipo, l'istantanea di Lisa di Subrans che pone il candido e soffice manto di volpe sull'abito da sposa morbido, guarnito di evanescenti, splendide trine... Come nuova Cenerentola, l’eletta creatura può legare a sé per sempre, attraverso la virtù cristiana, il cuore del suo principe: avvincente modello di schiava-regina che autorizza e nobilita il sogno ad occhi aperti di fanciulle frustrate, appagate - per un’ora - nei loro insoddisfatti desideri[4].

Mero e schietto strumento di seduzione, la bellezza in Liala conta come valore in sè. Vergine languida, sempre intenta a rattenere i fremiti della passione, l’eroina italiana ha un corpo di carne mille volte ostentato, guardato, maliziosamente gustato:

            Si guardò a lungo, mirandosi dalle gambe affusolate all'inizio della coscia forte ma non grossa. Scrutò la statuaria linea delle spalle, l”attacco dei suoi alti e fiorenti seni. E poi volse la schiena e si guardò così, stando col viso girato di profilo. E non pareva ancor soddisfatta e con atto rapido sfilò la sottoveste e rimase in brachettine. Lievi, piccine, candide, le piccole cose femminee avevano ciascuna un serpentello di pizzo che saliva lungo il corpo. E dai rettili di trina traspariva la pelle scura, così che pareva, ogni poco, veder guizzare il serpentello mirabilmente lavorato. Il busto nudo, polito, levigato, saldo e snello a un tempo si rifletteva nello specchio e la luce che colpiva alle spalle la fanciulla la proiettava sul cristallo[5].

L'iteratività strutturale della regina del rosa nostrano si annuncia con ostinata pervicacia nelle innumerevoli descrizioni di lei, della sua avvenenza, del fascino incomparabile, ripetutamente focalizzati da una sapiente regia narrativa che moltiplica i punti di vista. All'ottica della narratrice, sempre pronta a non disgiungere bellezza ed eleganza,

            Era stupenda di furore con quel suo viso dall'ovale puro, con quei suoi occhi azzurri dove il bianco ricordava l’incorruttibile smalto di certi gioielli antichi. Ella indossava un abito di cuoio, color viola, a giacca. Aveva scarpe uguali all'ab1to, non portava cappello ma al collo aveva un fazzoletto viola a enormi punti bianchi. Bianchi erano i guanti sportivi, aperti su le nocche, adatti quindi alla guida della automobile[6],

risponde l’incantata ammirazione di lui, la sua stupefatta bramosia:

            - Bella - mormorò lui guardandola tutta. - Mai veduta una donna così in nessuna parte del mondo[7].

            - Divina! - disse lui mentre gli occhi lucevano fra ammirati e commossi[8].

Bellezza davvero straordinaria, dunque, più volte confermata e sottolineata, oltre che dall'incessante contemplarsi allo specchio della protagonista medesima, dagli sguardi rapiti di un buon numero di osservatori esterni:

            Sogguardò Altera che stava ritta davanti lo specchio. Vide la figura alta e stupenda di lei, le lunghe, meravigliose gambe. Strinse un poco le labbra: sapeva, Lella, di essere molto, molto attraente, ma si rendeva conto che Altera lo era di più e soprattutto aveva maggior classe[9].

Assediata e stordita da tanto profusa rappresentazione di grazie, la lettrice è invitata a misurarsi col proprio personale narcisismo e, come Lalla della nota «trilogia», riflettendosi, lo devia, lo proietta in figura mitica:

            A fondo della piscina era posto uno specchio nel quale Lalla si rifletteva tutta, nel quale si vedeva emergere simile a mitica creatura marina[10].

L'immagine speculare le rende, con la matrice simbolica del proprio io tramutata in oggetto di finzione, con l'istanza immaginaria verso cui tutta si protende, la grande illusione, il leurre.



Le atmosfere



Un magnifico viale di faggi conduce all'enorme cancello mirabilmente intarsiato in ferro battuto. Dietro, nel verde trionfo del parco, si erge incantevole la palazzina in stile secentesco coperta di marmo rosa, dagli interni adorni di meravigliosi affreschi e arredati con mobili preziosi; interni ovattati, morbidi di sete e di soffici tappeti, caldi del tepore di cento caminetti. Il Castello Rosa in cui regna sovrano Cristiano Debrennes, visconte di Tarlay e signore di Rivalles, è il classico prototipo della prigione d'amore: scenario privilegiato della letteratura rosa francese - come di quella inglese -, che stempera in atmosfere soft i cupi misteri della labirintica magione gotica. Tramutato in castello dei sogni, manipolato e contaminato da elementi fiabeschi, l'antico maniero del romanzo popolare conserva però intatta la stanza della tortura, ove il maschio crudele segrega la
donna che gli si ribella. Intercambiabili fondali variano solo all'esterno lo stereotipo figurativo delle opere di Delly (dalla solare campagna di Provenza ai tepidi soffi marini della Riviera, alle algide steppe di una Russia esotica ricalcata sugli stilemi della Cartland[11]), mentre dentro tutto concorre al supplizio-martirio della prigioniera, al suo finale cedimento amoroso. Aleggia nelle dimore rosa d'oltralpe  - sub limine, dissimulata nell'edificante facciata - un'aura sacrificale e quasi perversa che prepara al piacere attraverso il dolore, l'umiliante sottomissione della vittima al suo carnefice in un gioco amoroso ripetutamente rappresentato, talora variato con il ribaltamento dei ruoli. Le sensazioni che questi ambienti rimandano sono – per le vicende che vi si svolgono, più che per gli scarni dettagli iconografici - fortemente marcate di ambiguità: insidie e pericoli s’insinuano nella splendida cornice di un idillio da favola, celano trabocchetti gli splendidi saloni, l'inganno è in agguato dietro ogni angolo. Sempre taciuto, il mistero del sesso (supremo «tranello» teso alla candida fanciulla e «senso non detto» di ogni racconto rosa qualificabile come tale) trapela costantemente nel rito d'iniziazione che le pagine producono con la subdola complicità di atmosfere allettanti, persino afrodisiache per gli odori che emanano. Profumi di rose e di tabacco si rincorrono da1l`uno all'altro libro, ad alludere a un ben inebriante mélange: femminilità e virilità, alfine, indissolubilmente avvinti…

         Egli apri silenziosamente il battente d'una porta, e Lisa entrò in una stanza ancora sconosciuta per lei: una stanza molto grande, tappezzata di un meraviglioso cuoio di Cordova, con larghi finestroni adorni d'invetriate antiche. Le raffinatezze del lusso moderno ivi si univano a un fasto orientale in mezzo al quale alcune magnifiche pelli d’orsi neri e bianchi ponevano una nota quasi selvaggia. Nella calda atmosfera fluttuava uno strano odore: era un misto del profumo preferito dal padrone di casa, dell'odore del cuoio di Russia, delle emanazioni delle finissime sigarette turche, della fragranza inebriante che si sprigionava da fasci di fiori sparsi dovunque[12].

            Con passo ancora un po' incerto, ella salì lo scalino di marmo, e dietro il signor di Tarlay varcò la soglia della stanza a forma di rotonda, col soffitto adorno di meravigliose pitture dell’epoca del Rinascimento italiano. Sul pavimento lastricato di marmo rosa erano stesi tappeti antichi. Alcuni mobili preziosi, seggiole ricoperte di stoffe di seta veneziana, avori scolpiti, oggetti d'argento niellati, marmi che il tempo aveva ricoperti di patina, formavano il sontuoso arredo di quel ritiro dove fluttuava un lieve odore di tabacco fine, misto al profumo delle rose che ricoprivano le mura esterne del padiglione[13].

Lo strazio della sacrificanda nel percepire l'ossessionante eppur attraente olezzo del suo aguzzino è il segnale che la capitolazione viene solo differita; resa, in tal modo, ancora più eccitante[14].
Anche nelle sontuose dimore di Liala, l'aroma del tabacco funge da erotico leit-motiv, seducente richiamo che diffonde nell'aria la presenza dell'uomo. Ad esso fa da naturale pendant il profumo di donna, minuziosamente citato e celebrato nelle sue molteplici espressioni: talco e lavanda, saponette e lozioni deodoranti, sali e schiume da bagno, oli odorosi, acque da toletta, colonie, essenze raffinatissime e à la page. Maniacalmente varia è - com'è noto, un vero universo olfattivo! - la gamma di fragranze che sgorgano dall'inesauribile vena della scrittrice italiana. Dalla persona, il profumo si propaga agli ambienti, interni ed esterni, in un cocktail esaltante di rose e gelsomini, resine, zàgare e mimose, fino ai limoni, aranci e mandarini, com'è il caso-limite di un libro del '76 in cui, reiteratamente invocati e condensati, scorrono in rapida successione i mille inconfondibili odori della splendida terra di Sicilia:

            Sotto di lei vide palme, mimose e qualche cosa di bianco: stelle bianche su fondo oscuro. Si accorse che si trattava di una siepe di gelsomini stellati. Poi, di essi, le giunse il profumo acuto e dolce a un tempo [...]. Ma una notte così non l'aveva mai veduta. Quasi attratto verso terra dal gran peso delle stelle, il cielo si incurvava come un drappo che gonfio d'aria al centro si affloscia ai lati. E sotto quel cielo carico di stelle, si intagliava tutto un mondo fatto di piante e di profumi [...]. Tutto taceva e il silenzio era bellissimo. Come se venisse da un sonno profondo di tutte le cose terrene, come se ogni cosa, pur dormendo, sprigionasse il proprio alito profumato[15].

 

Il nitore - anche figurativo - del mondo lialesco espelle dunque il morboso tormento del rosa francese, annegando ogni ombra di perversione in un cosmo di buoni sentimenti che, invece, accoglie il languore come peculiare attributo di un'accentuata sensualità scritturale. L'elemento equoreo invade le pagine della Negretti, tanto da fungere da legamento tra dentro e fuori: dalle innumerevoli descrizioni delle abluzioni corporee delle protagoniste[16] ai paesaggi lacustri, tremuli per l’incresparsi dell'onde, la lettrice è immersa in un oceano di umide sensazioni ove le sue membra - oltre che a detergersi e a purificarsi... - ambiscono a sciogliersi, ad abbandonarsi senza riserve al flusso del piacere. Immancabile referente femminile, la luna accende e potenzia l'incanto di notturne atmosfere, complice allo sgorgare di sentimenti ed emozioni:

            Sul lago lontano, su la riva che di lassù pareva remota, il chiarore della luna dominava così che le luci artificiali smorivano [...]. Ma l'acqua era uno splendore. E pareva metallo fuso, mantenuto liquido da un gran fuoco invisibile. D'un tratto lei pensò: «In barca, con questa luna... Dio mio, come deve essere bello!» E la immaginò la barca: e d'un tratto si sentì diventare madida. Con gli occhi dell'anima l'aveva veduta quella vela, e a poppa erano in due, Giordano Fiume e lei, Denise Lorena. Nella notte, nella luna, su l'acqua che pareva metallo fuso e non sciabordava sotto la chiglia. Tolse i gomiti dal davanzale, si appoggiò con la spalla e la tempia allo stipite. Un languore grande la possedeva [...]. Lasciò persiane e vetri spalancati e si allungò ancora sul letto e le parve di immergersi in una luce liquida e le sembrò che un poco di quel lago lontano fosse salito fino a lei e in esso ella galleggiasse, beata[17].

 

Il compiaciuto indugiare su gesti, sensazioni, fantasie, appartiene, con il gusto del dettaglio descrittivo, allo specifico narrativo di Liala, e parte integrante della sua complessa strategia del ritardo, che, assecondando desideri e tendenze dell'immaginario femminile, mira a prolungare indefinitamente il piacere. Inoltre, perfettamente in linea con lo statuto del rosa, che vuole un mondo sempre «precisamente arredato per garantire la sua rispondenza al modello e dare, attraverso la reiterata descrizione figurativa, una sensazione di presenza, di contiguità fisica››[18], ella punta decisamente anche sull'icasticità dell'immagine, aggiungendo, nella sua infallibile ricetta, un pizzico di enfasi e più d'un tocco d'iperbolica espressiva.

(continua)

Note:


[1]Cfr. G. Sertoli, «La seduzione della letteratura», in AA.VV., Letteratura e seduzione & Discourse analysis, a cura di T. Kemeny, L. Guerra e A. Baldry, Fasano, Schena editore, 1984, in partic. le pp. 31 e sgg., e E. Fachinelli, Claustrofilia, Milano, Adelphi, 1983. Mi libero qui, fornendo i riferimenti bibliografici essenziali (peraltro noti) relativi al rapporto letteratura-seduzione. Oltre ai testi «canonici›› di R. Barthes (Le plaisir du texte, Paris, Seuil, 1973 e Fragments d'un discours amoureux, ivi, 1977) e J. Baudrillard («L'horizon sacré des apparences», «Confrontation››, 1, 1974; De la séduction, Paris, Galilée, 1979; Simulacres et simulation, ivi, 1981; Les stratégies fatales, Paris, Grasset, 1983), cfr.: La séduction, a c. di M. Olender e J. Sojcher, Paris, Aubier Montaigne, 1980; Ipotesi di seduzione, a c. di P. Meneghetti e S. Trombetti, Bologna, Cappelli, 1981.

[2] Sul «rosa››, la bibliografia è ormai nutrita. Si vedano in partic..: L. Sughi, Evasione e conformismo nella narrativa rosa, Messina-Firenze, D’Anna, 1977; A. Arslan, Dame, droga e galline, Padova, CLEUP, 1977; Invernizio, Serao, Liala, a c. di M. Federzoni, I. Pezzini, M. P. Pozzato, Firenze, La Nuova Italia, 1979; F. Lazzarato e V. Moretti, La fiaba rosa, Roma, Bulzoni, 1981 ; F. Gregoricchio, Liala. Sulla scrittrice italiana più letta e popolare, Milano, Grammalibri, 1981; M.P. Pozzato, Il romanzo rosa, Milano, Espresso Strumenti, 1982; AA.VV., La vita in rosa, a c. di S. Mezzavilla, Treviso, Trevisocomic, 1983; II successo letterario, a c. di V. Spinazzola, Milano, Il Saggiatore, 1985; AA.VV., Maestre d'amore, Bari, Dedalo, 1986; A. Arslan e M.P. Pozzato, «Il rosa», in Letteratura italiana diretta da A. Asor Rosa, Storia e geografia, vol. III, L'età contemporanea, Torino, Einaudi, 1989; E.Detti, Le carte rosa, Firenze, La Nuova Italia, 1990; AA.VV., Donne e scrittura, a c. di D. Corona, Palermo, La Luna, 1990.

[3] In favore della tesi di una stretta dipendenza del romanzo di Delly dal feuilleton ottocentesco giocano molti elementi, tra i quali la sussistenza di personaggi contrastanti in toto, o buoni o cattivi, e la costante presenza dell'antagonista amorosa.

[4] M. Delly, Schiava... o regina?, Firenze, Salani, 1954, p. 6.

[5] Liala, Il velo sulla fronte, Milano, Sonzogno, 1952, pp. 83-4.

[6] Liala, Un abisso chiamato amore, Milano, Sonzogno, 1976, p. 5..

[7] Ibidem, p. 90.

[8] Ibidem, p. 197.

[9] Ibidem, p. 24.

[10] Liala, Il velo sulla fronte, cit., p. 84. La «trilogia di Lalla» include anche i romanzi precedenti Dormire e non sognare (1950) e Lalla che torna (1952).

[11] Oltre all'ambientazione di Schiava... o regina?, il riferimento a Barbara Cartland include anche la figura di Sergio Ormanoff, modellata sul ritratto dello zar Nicola I in The passion and the flower (trad. it. La ballerina e il principe, Milano, Mondadori, 1979).

[12] M. Delly, Schiava... o regina?, cit., pp. 170-1.

[13] M. Delly, Mitzi, Firenze, Salani, 1955, p. 164.

[14] «Allorché Marta consegnò la lettera a Mitzi, questa la tenne per un momento tra le dita tremanti, e sentì salire alle narici un lievissimo e delicato profumo che a un tratto le ricordò con straziante intensità la scena del padiglione. Poiché quello stesso profumo l'aveva respirato quando Cristiano, chinatosi verso lei per avvincerla, le aveva dato il bacio che le bruciava ancora la guancia. Ebbe un gesto di orrore, un lungo brivido percorse la sua persona... e con atto violento strappo il foglietto, lo ridusse in pezzi minutissimi che gettò via a caso. Poi, lasciandosi cadere su una seggiola, scoppiò in singhiozzi» (ibidem, p. 271).

[15] Liala, Un abisso chiamato amore, cit., pp. 224-5.

[16] «[...] scese nella piscina, aprì la doccia dell'acqua; volle una gradazione tepida. E lasciò che l’acqua scendesse sulle spalle, sul suo corpo, lungo le sue reni. Guidò il getto sulle gambe, e rise, rise divertita vedendo scorrere rivoletti lucenti sulla sua pelle bruna, lucida, monda» (Il velo sulla fronte, cit., p. 84). Che brividi di piacere, in queste righe!

[17] Liala, Lascia che io ti ami, Milano, Sonzogno, 1977, p. 110..

[18] A. Arslan e M.P. Pozzato, «Il rosa», cit., p. 1035.
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