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Il galateo della sofferenza.
La corrispondenza familiare della duchessa di Ferrara

Lucrezia Borgia
di Bruno Capaci

Di solito immaginiamo il galateo nella composta ritualità dell’incontro con l’altro e in ottime condizioni di salute, quando per così dire, si può essere attenti alle questioni di forma. Ma se la  civiltà delle buone maniere avesse come punto di partenza proprio la dissimulazione del sofferenza,   senza tacerla del tutto?      
Oggetto di questo studio è il  racconto della malattia all’inizio del Cinquecento. Dai carteggi estensi [1] giunge la narrazione del dolore vissuto da una delle donne più celebrate e esecrate del secolo.  In particolare,  esamineremo gli epistolari relativi all’infermità di Lucrezia Borgia dall’estate del 1502 e  al parto del figlio Alessandro nel settembre 1505, descriveremo poi il “decisionismo sanitario” di Lucrezia nei suoi pieni poteri di Duchessa di fronte alla peste del 1505 e infine affronteremo il linguaggio della malattia come cifrario di una comunicazione segreta tra Lucretia e il marito Alfonso I. L’insieme di questa ricca documentazione non chiama in causa solo la Duchessa di Ferrara ma anche i suoi medici e gli altri membri della famiglia ducale.
Scopo del saggio è provare l’esistenza di un galateo della sofferenza che si collega alla rinascimentale civiltà delle buone maniere dal punto di vista della resistenza e resilienza psicologica al dolore, propria di chi, tacendo gli accenti vittimistici, non passa sotto silenzio la descrizione dei sintomi della malattia. Una missiva di  Lucrezia indirizzata a Ercole I mostra una efficace sintesi dei principi di guida dell’etichetta di una malata perfetta:

       […]per la divina Gratia e conforti del vostra Excellentia, con la bona cura de questi Signori 
medici.  credo essere già liberata, perché sono stata senza febre heri et ogg. Attenderò
alla convalescentia maxime per fare cosa grata a vostra Excellentia[…]
[2]

Fede nel soprannaturale, conforto dei  parenti e ottime cure dei medici, uniti a una dose di impegno personale, sembrano essere le chiavi della salute per Lucrezia che in questo breve scritto appare quale malata che rassicura chi la conforta, e dunque paziente perfetta che si prende cura di chi viene a trovarla per lettera o al suo capezzale di febbricitante malarica.  Un'altra lettera, datata 4 Agosto 1502,  ribadisce da parte di Lucretia i buoni propositi del malato:

Cussì per obedire a li ricordi soi et per farli cosa grata, uso et usarò ogni possibile diligentia et cura per conservarmi in la principiata convalescentia, strengendomi etiamdio la ragione a cussì fare. Et ben<c>hé già duoi dì sono me sia sopragionto uno pocho di fluxo cum febre perhò molto leve, nondimeno è stata senza alchuno mio disordine et colpa et ha già presa bona via et spero che serà salubre, come iudicano questi signori medici al iudicio de li quali me report[o] cusì della causa come de la qualità de epso fluxo[3].

Registreremo in queste lettere una particolare inclinazione affettuosa nel rapporto tra pazienti e familiari, forse non del tutto nota  in una epoca dinasticamente violenta[4]. Finora l’attenzione degli storici si è soffermata più sulla morte, tra Medioevo, Rinascimento e Illuminismo, che sulla rappresentazione dei momenti della malattia, poiché i decessi rapidi provocati dalle patologie epidemiche e pandemiche sembrano non dare troppo spazio al racconto galenico  vero e proprio. In questi studi da Elias a Ariès il malato è stato visto soprattutto come il morente.
Se la morte fu in questa epoca un rituale pubblico[5],  la malattia lo era meno perché protetta dalle cortine non della privacy ma del segreto di Stato. I governanti italiani del tempo usano i loro archiatri non solo per curarsi ma anche per conoscere nel dettaglio le condizioni di salute dei duchi, marchesi e vicari imperiali e papali che governano la penisola. Cosa accadeva quando epidemie ed altre forme di malattia entravano a corte? Il riserbo intorno al  malato non era proprio  impenetrabile, in quanto un certo traffico di advisi e bollettini medici percorreva la corte alle prime avvisaglie di un aulico malore. In queste circostanze, ci si può chiedere quale possibilità avesse il paziente di gestire la rappresentazione pubblica piuttosto che privata della sua persona. Esisteva una etichetta della sofferenza? La dialettica tra  salute e la malattia modifica l’assimilazione degli stili di comportamento[6] o piuttosto li esalta nella sopportazione  del dolore evidente  nel  ritegno emotivo stabilito dal codice epistolare? Agli ammalati che in forza delle responsabilità politiche e della devozione esibivano  una sorta di atarassia di fronte al male giungevano le parole affettuose di chi li attorniava. Così nella lettera sofferenza e incoraggiamento si fondono in una sola voce che registra l’idea di una appartenenza familiare, a tratti davvero non indifferente.
Negli anni in cui la nobiltà assunse la definizione estetico retorica del proprio ruolo e cioè il paradigma dell’honnête homme,  ci si può dunque domandare se e a quali condizioni l’essere malati segnasse uno scarto rispetto alla netteté dei comportamenti richiesti dal vivere in società.       
Non sono sufficienti i riferimenti alla trattazione del modo di gestire i bisogni naturali. Gli insegnamenti sul sedersi adeguatamente a tavola, all’uso corretto della forchetta e del fazzoletto, propugnato dal De civiltate morum puerilium di Erasmo da Rotterdam fino al Galateo di Giovanni  Della Casa vertono sulla normalità della vita sociale. Il discorso sulla privacy nell’espletamento dei bisogni naturali non comprende certo le complesse situazioni relazionali che la malattia  provoca. La sofferenza abolisce l’etichetta? O ne crea un'altra? O meglio propone un galateo più profondo e magnanimo alla luce dell’homo non clausus[7], specie se chi governa non abbandona del tutto il potere,  e,  in particolare,  se il suo decesso può rappresentare anche la fine dello Stato. Non del tutto esplorato appare il tema della malattia nel dialogo familiare che si precisa in Italia nella corrispondenza di fonte gentilizia. Stabilendo la civilizzazione il nesso tra i mutamenti accaduti  nella società e quelli intervenuti nei comportamenti individuali[8], sembra evidente che la condizione della malattia è una tra quelle che più esprimono il senso di una situazione personale che può non armonizzarsi con la partecipazione alle regole della società[9]. L’infermità nel Cinquecento non va nascosta né minimizzata. Anzi non darne notizia ai membri della propria famiglia può apparire una mancanza. Prova di questo è una prima missiva che Lucrezia Borgia invia al suocero Ercole I nel Luglio del 1501 scusandosi del ritardo nel fornire ragguagli sulla febbre sopraggiunta:

Domandando però perdono da vostra Excellentia se più presto, come era mio debito,
non ho data notitia a Quella della mia prima febbricitatione  che m’è supravenuta
da   sabato in qua. Qual ritardanza è solo causata per esserne sentita molto gravata e anche
per renderme certa che de tale accidente ne serria Vostra Excellentia advertita
oportunamente dal magnifico Messere Zoan Lucha. Quella se degnerà pigliar del tutto el mio bono
animo, alla quale basando le mani de  continuo me raccomando[10].

Certo nel galateo della sofferenza il peso politico della perdita di salute non va dimenticato mai in quanto Lucrezia non è solo il perno della nuova famiglia ducale, l’erede di Eleonora di Aragona, ma anche un pegno muliebre di stabilità politica lungo la traiettoria diplomatica tra Francia, Roma e Ferrara.  
Ma parlare della malattia implica la stessa profusione di parole e sottintende la stessa volontà persuasiva indipendentemente dagli ambiti e ambienti narrativi utilizzati e percorsi? Potrebbe avvertirsi su questo punto un terreno di confronto di registro e récit,  se riferiti a lettere o a ricordi memorialistici. Sappiamo che l’autobiografo è indotto dalla intrapresa individuale del racconto a parlare della malattia nei termini relativi a una sfida vinta,  quasi da solo contro tutti,  mosso da fame di vita rafforzata dalla rievocazione degli accidenti che hanno percorso il proprio bios [11]. L’epistolografo da parte sua fa affiorare il dolore come elemento della comunicazione sociale ridotta all’essenziale ma esaltante la reciproca e costante attenzione tra il malato e i propri familiari, assecondando in questo un formulario non scontato di attenzioni reciproche. Da una parte chi è infermo cerca di non aggravare la preoccupazione de familiari, mentre questi ultimi esibiscono condivisione e incoraggiamento morale nei confronti degli ammalati, almeno finché il dialogo epistolare è possibile, cioè quando le condizioni di salute lo permettono ancora.  Poi ci sono le lettere dei medici che non producono solo referti clinici e aggiornamenti  sullo stato di salute, perché oltre l’ufficio del sostegno dei pazienti vi è quello della descrizione della scena della malattia. Si è indagata la situazione del morente nei fondamentali saggi di Ariès e di Elias ma forse meno quella dell’ammalato forse per il non facile reperimento di epistolari dedicati a queste esperienze.  Non siamo ancora nel Settecento, allorché la malattia dà vita a una moda epistolare, conosciuta come Lettere inglesi[12] , ma è tuttavia vero che anche in un epistolario dalla indubbia valenza artistica come è quello di Pietro l’Aretino gli accenni alla malattia non sono velati di eufemismo[13]
Proprio il fatto che i carteggi non siano registrazione di spontaneità creativa ma rispettino pur nella inclinazione individuale di ogni lettera,  i parametri dell’ars dictandi rinascimentale e quindi siano in parte ripresa di formulari[14] ci induce a pensare che il galateo della sofferenza fosse previsto proprio dai registri stilistici del genere.   
Mentre gli epistolari mettono in luce l’osservanza della civile conversazione il cui fondamento retorico è la presenza dell’altro, oltre che l’esecuzione di un modo di scriversi rinnovato, le Vite evidenziano un approccio più “istintivo” nell’affrontare i pericoli posti da una incipiente e devastante patologia. L’uomo del Rinascimento affronta il racconto della propria sopravvivenza in modo differente, se si percepisce solo o in una rete di relazioni. Nella narrazione autobiografica   «chiara, veloce e animatissima» . Benvenuto Cellini fa del rapporto con il male una sfida vinta, una sorta di prova della sua natura speciale, sostenuta da una specie di intervento “diabolico” a salvaguardia di una esistenza unica, come è il progetto della sua arte.

Comparso maestro Francesco, disse che mi voleva campare a ogni modo, e che non aveva mai veduto maggior virtú in un giovane, a’ sua dí, di quella; e dato mano allo scrivere, mi fece profumi, lavande, unzioni, impiastri e molte cose inistimabile. Intanto io mi risenticon piú di venti mignatte  forato, legato e tutto macinato al culo . Essendo venuto molti mia amici a vedere il miracolo de il resuscitato morto, era comparso uomini di grande importanza e assa[15]

Se il picaro sopravvive, è il medico a beneficiare degli elogi impliciti come della vituperatio. In una situazione di sfida e di umiliazione il medico è oggetto di spettacolo e protagonista nello stesso tempo su un palcoscenico in cui appare nelle vesti di comprimario rispetto a un paziente che lotta con tutta la propria energia vitale per non lasciarsi sopraffare. Il racconto della malattia diviene la testimonianza  della voglia di vivere di un ego ipertrofico. Sicché, dopo esser guarito con un involontario, quanto benefico, ricorso alla idroterapia, Benvenuto Cellini  mette in scena un confronto risolutivo tra il vecchio medico, che ha riconosciuto le vie della natura per guarirlo, e il giovane medicastro che le aveva ignorate:

Maestro Francesco da Norcia, uomo vecchio e di grande autorità, disse: – Egli era il malan che Dio vi dia –. E poi si volse a me, e mi domandò se io ne arei potuto ber piú; alquale io dissi che no, perché io m’ero cavato la sete a fatto. Allora lui si volse al ditto maestro Bernardino e disse. Vedete voi che la natura aveva preso a punto il suo bisogno, e non piú e non manco? Cosí chiedev’ella il suo bisogno, quando il povero giovane vi richiese di cavarsisangue: se voi cognoscevi che la salute sua fussi stata ora innel bere dua fiaschi d’acqua, perché non l’aver detto prima? e voi ne aresti aùto il vanto –. A queste parole il mediconsolo ingrognato si partí, e non vi capitò mai piú[16]

Il racconto di bottega diviene occasione per profondere se stesso  in una narrazione egotica e accattivante. Il lettore futuro non esiste se non nella debole prefigurazione del tredicenne scrivano  figliuolo di Michele di Goro della Pieve di Groppine, addetto alla scrittura di quanto il maestro gli detta. Ma immaginiamo il fanciullo chino sulla carta,  forse ammirato forse pensoso dello strafare egotico dell’orafo scultore che nel dettare pretende di giganteggiare sul ricordo della sofferenza passata come ha fatto davanti ai propri rivali. Epistolario e autobiografia pur nella comunanza di contenuti privati impostano un récit tanto diverso perché nella lettera l’altro esiste come orizzonte reale di attesa, mentre nell’autobiografia il lettore è posto in apparenza vicino a chi scrive ma è n realtà posto nella distanza siderale del tempo futuro. 
Nella corrispondenza il dialogo tra medici, pazienti e familiari si fa stretto e intenso e raramente incline al maramaldeggiare del picaro autobiografo. Nel caso dei carteggi inerenti alla malattia di Lucrezia, la scrittura o meglio la dettatura delle lettere contiene non solo elementi di osservazione clinica, di incoraggiamento morale e di riferimento all’orizzonte religioso che sempre sovrastano le parole della devota duchessa[17] ma anche la prova della consapevolezza politica. In anni di poco precedenti a quelli della vita del Cellini, la malattia vede e considera non di rado le donne come protagoniste  sia che si ammalino sia che si prendano cura dei loro cari mediante una pratica epistolare che in taluni casi appare quotidiana e minuziosa nel dettaglio clinico, narrato senza troppi indugi.   
Prima di ritornare alla corrispondenza di Lucrezia Estense de Borgia occorre ricordare che la lettera   nel Cinquecento non costituisce solo  un repertorio di informazioni in quanto manifesta in determinate occasioni gli arcana imperii. Le famiglie ducali italiani governano i propri stati  dettando, o in taluni casi,  scrivendo privatamente la propria corrispondenza. Per questa ragione è necessaria una sorta di pedagogia per lettera che istruisca i nuovi principi alla scrittura privata.  Dunque non c’è da stupirsi se essi sappiano perfettamente usare la penna quanto la spada o il veleno. Dettare o scrivere lettere in modo chiaro e incisivo è una pratica che essi hanno appresa fin dalla infanzia, indipendentemente dal sesso, e la sanno gestire sia in condizioni di pace sia di guerra, sia in salute sia in infermità.
Su questo argomento specifico non esiste propriamente una messe di studi, mentre possiamo giovarci di consistenti e pregiati riferimenti alla corrispondenze femminili del secolo XVI[18], inerenti ad aspetti filologici e poetici, con interessanti appunti retorico-linguistici.  Tuttavia sulla educazione per lettera si è espressa in modo molto molto interessante Monica Ferrari trattando con acume e la pedagogia epistolare nella corrispondenza tra Eleonora d’Este e la giovane figlia Isabella[19]  e con particolare riferimento alla esortazione della madre alla figlia  a curare e assistere il coniuge malato. Ricordava Eleonora d’Aragona d’Este,  duchessa di Ferrara, alla figlia  Isabella come non dovesse schifarsi della malattia del marchese Gonzaga suo marito ma anzi servirlo personalmente, affinché la loro l’intimità divenisse ancora più salda:

Ni pare per questa nostra exhortarvi et  admonirvi  che  spesso  andati  a  visitare  il  signore  vostro  consorte  in  questa  sua  indisposizione et che lo domandati come è stato et come sta, et cum parole amorevole et bona ciera lo confortati et acarezati, servendolo de vostra mano et tenendo de li modi che nui tenissemo quando lo illustrissimo signore vostro padre era infermo perché vui molto  ben  vedesti  come  gli  attendemo  da  ogni  hora  de  nostra  mano,  et  cussì  facendo  redupplicareti lo amore et nui ve ne benediremo[20].   

Un consiglio questo che Lucrezia Borgia fin dalla adolescenza, cioè da quando aveva solo 14 anni ed era già contessa di Pesaro,  avrebbe recepito in pieno perché esibiva nelle sue lettere, oltre che l’interesse per la politica del padre Alessandro VI, una certa sensibilità per i gravi malanni di Giulia Farnese e del fratello cardinale:

Me dole cordialmente de la infirmitade del reverendissimo Cardinale Farnese e di
Madonna Julia e prego di continuo nostro Signore Dio li reduca per sua clementia
ad bona convalescentia, come lo spero per la presta e bon provvisione li ha fatto
vostra Santità per li meriti della gloriosa nostra Donna presto presto li saranno liberati[21].  
     

Dedicataria del trattato di ginecologia Enneas Muliebris di Ludovico Bonaccioli, non meno che degli Asolani di Pietro Bembo, Lucrezia Estense de Borgia conobbe il dolore non meno che il potere e fu pertanto a contatto con i medici e archiatri, allo stesso modo in cui frequentò  uomini d’arme  e cardinali. E soprattutto con questi ultimi era richiesto un tratto di penna piuttosto scevro dai motivi della autocommiserazione e incline a ribadire una fortissima presenza a se stessa. La sua corrispondenza racconta, tra le altre cose, la quotidiana esperienza di febbri, fluxi e violente emicranie, sintomi delle sue difficili gravidanze. Specie nell’estate del 1502,  le  lettere di Lucrezia Borgia a Ercole I D’Este appaiono impegnate ad arginare le conseguenze negative  che le sue febbri malariche comportavano. E questo atteggiamento ci introduce ad uno specifico modo di raccontare la malattia al tempo della civiltà delle buone maniere.
Le lettere di Lucrezia pongono così in luce un racconto della propria sofferenza posto tra la esaustiva relazione dei sintomi e il contenimento della loro ricaduta psicologica. Lucrezia si impegna a non allarmare troppo i suoi familiari, consapevole che la precarietà della sua salute ha rilevanza politica e spiccata. La dissimulazione diviene una necessità proprio quando si avrebbe meno voglia di esercitarla. La recente sposa di Alfonso dettando le proprie lettere da una parte si sottrae alla convenienza parentale di scrivere di propria mano dall’altra cerca di interpretare alla perfezione il proprio ruolo, tentando di attenuare le preoccupazioni dei propri interlocutori. Se alla donna in quell’epoca era affidata la cura dei parenti, è vero piuttosto che questo caso introduce una piena inversione dei ruoli in quanto è la Duchessa ad essere oggetto di cure e di attenzione sia da parte degli archiatri sia da parte dei membri della famiglia estense non meno che dal potente fratello diventato in quegli anni duca di Romagna. Nelle sue missive, si trovano sovente cenni alla displiacentia, alla molestia con le quali si teme di affliggere il corrispondente.  Interessante al punto da divenire esemplare del galateo del malato è la missiva che Lucrezia indirizza a Ercole I,  alla vigilia del ferragosto del 1502. Esaminiamone con attenzione i punti principali. Primo aspetto della corrispondenza è il dispiacere di dare “melanconia” al destinatario, corretto subito dopo dalla necessità di «fare il debito mio», in quanto il suocero,  capo della famiglia e dello stato deve sapere quanto accade alla recente sposa di Alfonso, che però manifesta ottimismo sull’esito della malattia, come le è certificato dai medici. Il secondo punto molto importante è la percezione dello amorevole scrivere del Duca come fonte di sostegno e di speranza nel successo contro la febbre malarica che l’ attanaglia per ribadire che la quanto sta vivendo non attenua,  anzi intensifica, il legame con la nuova famiglia. Il galateo della corte vuole che la giovane nuora affermi che l’amorevole scrivere del Duca sia sufficiente a «farmi rihaver quando fussi costituita in gran periculo». Successivamente per ricondurre i termini della sua salute nella sfera religiosa,  Lucrezia ripropone gli accenni alla devozione religiosa per la «gloriosissima vergine mia advocata». Infine arriva la descrizione dei sintomi elencati senza eufemismi, ma in via di remissione:« la maggior parte del tempo sum neta da febbre  come neta, il fluxo (dissenteria) è in tuto cessato ed io spero procedere di bene in meglio». Infine l’impegno a seguire i consigli dei medici per riacquistare prima possibile la salute: «uso e usarò ogni diligentia per liberarme in tuto come spero de curto»[22].
All’interno di queste lettere,  in gran parte di dettatura cancelleresca,  la presenza di continui accenni allo stato di salute di mittente e del destinatario manifesta sensibilità e interesse reciproco tra i corrispondenti, pur nel formale rispetto dell’ars dictandi attestano la forza  della reciproca relazione. Sembrerebbe non vero quello che sostiene Ariès cioè che fino al XVIII la morte riguardi solo chi ne è minacciato[23].  Non accenni fugaci ma ampi ed insistenti fino inoltrarsi per tutta la durata della lettera. Occorre dire che Lucrezia è d’altra parte premurosa e sollecita nell’assumere notizie sulla salute di Ercole, a sua volta ben lieto di rassicurar l’«obediente figliola» con ampi raguagli. Tanto si evince dalla risposta di Ercole I a una precedente missiva di Lucrezia:  

La lettera che questo dì vostra Excellentia ne scrisse c’è stata summamente grata si perché tutte
le cose che da quella pervengono  non possono portare se non piacere e satisfactione sia perché
per la istantia de epsa lettera vedemo quanto vostra signoria ha a  core la salvauardia
nostra dolendosi di quel pocha indisposizione che nei giorni preteriti ci sopraggiunse
e desiderando il nostro ben stare. Ringratiamo la Signoria vostra di questa optima voluntà et per
sua consolatione le facemo intender come nui in gratia de nostro Signore fussimo presto liberati
dalla indisposizione e se trovamo in  bona valitudine. Et il simile desideriamo continuamente de
la signoria vostra e la esortiamo a conservarsi sana lieta e gagliarda e la ringratiamo
delle amorevoli offerte che ella mi fa infine de epsa lettera[24]

Cinque mesi dopo abbiamo una ulteriore conferma di come la corrispondenza tra Lucrezia e il duca continuasse nei termini della buone maniere galeniche, cogliendo la preoccupazione  della  corte romana La lettera testimonia la volontà della nubenda di assumere le responsabilità del ruolo filiale,  facendo propri i consigli di Eleonora D’Aragona alla figlia Isabella:

Avendo per lettere de sua Signoria a questi soi oratori qui intesa la indisposition de vostra Signoria illustrissima,  ne ho presa tanta displiacentia  quanto de cosa molesta avessi potuto intender, et maxime in non essermi trovata presente per posserla servire  como è mio unicho desiderio,  et havendo il tutto fatto intender alla Santità de nostro Signore ne ha dimostrato sua Beatitudine fastidio e dispiacer non mediocre, como quella che non meno desidera la prosperità e sallute de vostra Signoria illustrissima, como più difusamente per il breve di sua Santità intenderà. Pur essendo stato poi il successo dessa per gratia di Dio assai bono et breve ne simo stati tutti con l’animo quieto e riposato. Supplico dunque vostra Signoria che li piaccia per l’avvenire avere bona cura e riguardo per la  preservazione de sua valitudine e longa vita in satisfatione precipua della paternità santa e poi dello illustrissimo signore mio fratello e mia como dei suoi servitori e figlioli. Quanto al negotio de quelle sore che Bartolomeo Brexano me ha referito per lettera de vostra Signoria, sono stata colla Santità de nostro Signore e facto intender el desiderio de quella al che credo de     averli totalmente satisfacto prego  adunche vostra Excellentia che voglia stare de bono animo  perché in questo e in ogni sua cosa spero darli votivo compimento[25].

L’organizzazione della lettera è molto complessa perché quelli che sembrano dei prolungati convenevoli assolvono a tutti gli effetti una importante funzione rituale a fini non solo privati.. La trattativa tra Roma e Ferrara tra il papa spagnolo e il rappresentante di una delle più antiche casate italiane è soggetta agli imprevisti di una improvvisa malattia che può minacciare la vita del vecchio Duca non meno che le intese diplomatiche tra Roma e Ferrara. In un’epoca in cui l’esistenza è spesso breve e insidiata da molteplici pericoli le notizie non favorevoli sulle condizioni fisiche del principe estense possono dare luogo a imminenti rovesci militari. Il corpo è anche politico, se la pace e la guerra sono conseguenza di alleanze prettamente familiari.
D’altra parte Lucrezia fin da bambina si era già esercitata a scrivere di proprio pugno per dimostrare agli alleati del papa come una Borgia non meno di una Sforza o di una Este sapesse tenere in equilibrio con la penna la compostezza del proprio ruolo di potere.
Nella estate del 1502 Lucrezia a causa delle febbre malariche rischia la vita, ma dimostra, con il suo comportamento,  forte autocontrollo e sicuro senso dello Stato in quanto non dimentica,  quando è in grado di dettare lettere, di rassicurare il duca Ercole anche a proposito delle azioni di Cesare Borgia. Così mentre medici come il Carri e il Castelli si affannavano intorno al suo capezzale e la malaria la tormentava,  puntuali i suoi  advisi davano notizia delle visite del fratello.
Due giorni prima del parto della figlia che morirà a pochi istanti dalla nascita, Lucrezia detta una lettera in cui i particolari clinici si uniscono alla volontà di vincere la malattia seguendo le istruzioni dei suoi medici, ma che esibisce cautela diplomatica nel trattare di un possibile abboccamento con Cesare Borgia nell’interesse dello Stato Estense. In queste ultime battute Lucrezia mostra di non dire tutto quello che sa dei movimenti del duca di Romagna, sebbene esibisca il suo impegno nel sostenere presso di lui gli interessi di Ferrara con ogni energia. Leggiamo per intero questa lettera: 

Io faccio e farò volentieri quanto scio et  posso per liberarmi per il desi-
derio che ho di sanità e per obedir a vostra Eccellentia e a li medici. Lo vero
che per alcuni giorni sum stata con manco molestia ma mi è poi sopravenuta
una terzana et heri fu el terzo termino il quale però mi ha dato mancho fastidio
del secondo, che fu più grave, et prego Dio che la non ritorni.
Ho notato quanto vostra signoria me impone circa el negocio del magnifico
Messer Zohanne Luca per quando passi di qua lo illustrissimo Signor Duca
di Romagna  mio fratello honorando et dicho che ho pur qualche cosa inteso
de tal venuta. Ma non l’ho per ferma. Et quando sua Excellentia venga sebben
vostra Celsitudine non abbia scritto cosa alcuna le certifico che io haverò e
ho in memoria il desiderio  et la mente de quella et farò lo officio et lo debito
mio  a quello conosco esser de  servizio e piacer de vostra Excellentia et farolo
con ogni efficacia e vehementia et  come facto mio proprio e voto mio. [26]  

Veramente quella estate era stata per Lucrezia Borgia un periodo di lunga sofferenza dovuta alla malaria e al parto prematuro di una neonata settimina il 6 agosto 1502. Curata  con molto impegno dai medici Ludovico Carri dal 12 Luglio al 14 Agosto e da Francesco Castelli, che subentrò fino alla remissione della malattia nell’ottobre dello stesso anno [27], Lucrezia corse rischi così gravi da allarmare a tal punto i suoi medici che giunsero a stillare per il sovrano referti con cadenza quotidiana, se non ancor più ravvicinata. Gli advisi di Ludovico Carri a Ercole I, stillati dal 5 Luglio al 14 Agosto,  alternano ragguagli sugli accessi di febbri, i paroxismi e i fluxi a cui è soggetta Madama Lucretia, a rassicurazioni «vostra Signoria stagghia di bona voglia» e descrizioni dei rimedi posti in atto per mitigare gli accessi di febbre «me parvi darle due bicchieri di acqua fredda» ma anche a notizie che concernono la presenza accanto a Madonna Lucretia del duca di Romagna, la cui assiduità è ricordata in due lettere, così come quella amorevole del marito di cui Carri dice: «ill. don Alphonso che sta spesso con lei e accarezzala molto»[28]. Ma spettò a Francesco Castelli occuparsi del momento più grave della salute di Lucretia e scriverne al Duca quando lei non era certo in grado di farlo. Di particolare intensità è la lettera del 6 Settembre 1502 in cui si palesa la sensibilità dell’archiatra nel cogliere e narrare gli aspetti più toccanti della vicenda clinica e umana della sua paziente:  

Illustrissimo Signor mio, Son certo a questa hora la Signoria vostra abbia inteso el modo del parto della Duchessa et, per continuar ne li avvisi,  la S. V. intenderà come finito il parto, che fu circha hore 24,  fu restaurata sua Signoria e consumato insieme uno ovo del quale se ne sentete sua Signoria sublevazione notabile et così se processe tutta la nocte cum restaurarla a tempi debiti et,  perché heri era il termine del quarto paroxismo il quale,  benché non venisse cum tempo e frido manifesto,  pur venne e cusì in tutta la nocte è stata sua Signoria inquieta assai  e questa matina sta con notabile febre, la s’è cibata a hore 14 mediocremente et cusì si è posta a dormire tutta:  in vero Signor mio, laxa e debile. Grande pensiero si mette sua Signoria che la putta sia ben governata e che si studi di trovar assai balie perché di nuove ne cernerà sua Signoria. La ge me dimanda se è bella e grande le se ge risponde che la tiene un ochio aperto e uno chiuso e così ad ogni ora è necessario renderne qualche conto facemo venir alcune donne della terra le quali dicono voler bailiri et cusì si tiene sua Signoria in questo videndola amorevole e che pilgiaria summo dispiacere intender la figliola esser morta. El Signor duca Alfonso el zorno del parto fece offitio di medico ostetrico astante e siniscalco. Lui a sollecitar li cochi, a ricordar nui altri medici confortar sua molgieri e far animo alla comadre e breviter  far tal ofitio che se io fussi stato nei termini de sua Signoria ma smenticherei questa amorevole dimostrazione. Da niun canto mancha cosa alcuna,Signor mio,  perché invero non ne bisogna spender uno gozo. La puta è sta sepelita la nocte privater a Santa Maria degli Agnoli; se le comadri possono baptizar credo sia in Paradiso perché credo inanti moressi fusse vista e toccha dalla commadre . Sefuiremo in non far manchar cosa nessuna per la recuperatione della sanità de sua Signoria e del tutto ne sarà avisata vostra Excellentia [29]

Questa lettera costituisce un anticipo di medical humanities nel Cinquecento, perché il referto mostra una propensione narrativa decisamente forte, oltre che una manifesta sensibilità nei confronti del proprio destinatario che sappiamo, umanamente  e dinasticamente,  molto coinvolto nella aspettativa di salute di Lucrezia. Che cosa fa esattamente il Castelli? Informa il duca Ercole delle condizioni della nuora che è «laxa e debile» e inappetente perché febbricitante. Ma esalta nello stesso tempo il comportamento di Alfonso d’Este nei confronti della moglie, svelando con quanto fattivo coinvolgimento abbia partecipato al parto, quasi anticipando quello dei moderni “mammi” e racconta con un dettaglio cronachistico davvero rilevante come colei,  che Hugo e Donizetti  condannarono come empia madre, fosse a tal punto amorosa e apprensiva nei confronti della neonata da costringere l’archiatra e tutta la corte a recitare una bugia pietosa, inscenata con il far accorrere a Castello le balie di una bambina che oramai era seppellita privater a Santa Maria degli Agnoli.         
Due giorni dopo, il 7 Settembre 1502,  Castelli ha meno tempo per narrare. La sua missiva riprende le modalità del referto e rivela quanto serie siano le preoccupazioni per la sopravvivenza della Duchessa:

    Illustrissimo Signor mio questa notte non è stata molto bona per la duchessa perché oltre che non
abbia dormito bene come il consueto la virtù sempre è stata bassa né per la cena né per
la colatione  mai si è sublevata. Da tre hore fino alle septe de sera è stata vexata da uno dolor de
fiancho[…] la  si tasta spesso il polso a dicer: “o che io sono morta!” Le daremo il suo manzar,  poi
mandarò uno altro messo a vostra Signoria affinché intenda quello che sarà successo insino a
quella hora[30].

Il medico sta inscenando una diretta epistolare dalla camera di Lucrezia, quasi che non si fidasse più a riferire ampie sintesi della giornata o riassunti delle ultime 12 ore. Gli eventi incalzano e le staffette corrono veloci, lanciando i cavalli pancia a terra nel tragitto tra il Castello a Belriguardo. A distanza di 8 mesi dal suo sontuoso ingresso a Ferrara circondata proprio da un nutrito drappello di medici dello Studio di Ferrara, la Duchessa è di nuovo attorniata da loro,  ma sta morendo.        
Tuttavia alle 21 del 7 Settembre 1502,  Castelli scrive di nuovo al Duca un adviso in cui pare rincuorarlo offrendogli con notizie più favorevoli rispetto a quelle del mattino per informarlo del successo de hozi perché la febre in primis non è stata più vemente del solito ma più rimessa così che la Duchessa si è «refocillata con un pezo de pane infuso nel brodo». Castelli aggiunge un'altra informazione di carattere privato ma non galenico che accerta quanto la Duchessa fosse preoccupata e consapevole della precarietà delle sue condizioni, se pensava ai doveri relativi al post mortem  

Sua Signoria ha facto testamento al quale non è intervenuta persona alcuna, se non el secretario
del Duca di Romagna e el suo cum octo frati. Per quanto ho potuto coniecturare
el  suo testamento fu facto a Roma inanti che Sua Signoria vegnisse. Questo pare sia un codicillo
per il quale Sua Signoria provede alla familgia, A dir cum la Signoria vostra già mi si è offerta
persona la quale sa tutto[31].   
         

Occorre ricordare a questo punto quello che scriveva Ariès[32] sulla pratica del  testamento prendendo in esame il periodo posto dal XIII al XVIII secolo e osservando che il testare era per ognuno non solo il modo di trasmettere le proprie cose ma anche di esprimere i propri pensieri profondi,  l’attaccamento agli esseri amati nonché la propria devozione religiosa. Così possiamo pensare che l’atto di alzarsi dal letto di sofferenza per aggiungere un codicillo alle sue volontà ultime sia da parte di Lucrezia un tutt’uno con il suo modo di vivere la liturgia della malattia. In un momento particolarmente arduo della sua esistenza, la Duchessa di Ferrara non solo dimostra tutta la  personale resistenza al dolore, ma anche il desiderio di indirizzare gli ultimi frangenti della vita al proteggere e al compensare  i suoi cari nonché a riaffermare la propria fede.  Il VII settembre fu davvero una giornata preoccupante per la salute della Duchessa perché ai referti dei medici si aggiunse un biglietto di Alfonso D’Este al padre Ercole la cui lettura non ci lascia dubbi sulla gravità della situazione:

Illustrissimo Signor mio,
la Excellentia vostra per la qui inclusa de magistro Francesco Castelli vederà li termini che si ritrova
la illustre mia consorte doppo il scrivere che li fue facto heri sera per dicto  magistro Francesco et
adiro che vostra Excelentia resti informata del tuto ad ogni bono fine m’è parso spizar questa cavalcata con celerita de stafeta non dovendo altro riferire per riportarmi allo scriver del prefato magistro Francisco et in bona gratia de vostra Signoria me recomando  [33]

In quel periodo fu dunque un po’difficile per Lucrezia conservarsi«sana lieta e gagliarda»,  come le aveva augurato augurava il Duca Ercole nella lettera del 7 Luglio 1501. Tuttavia,   Lucrezia scrive non appena le è possibile. Il 6 agosto 1502, ancora febbricitante, comunica a Ercole I come il Valentino sia passato a farle visita la notte precedente:

Lo illustrussimo Signor Duca di Romagna a li tre del presente, circha li tre ore de nocte, vestito
da cavallaro et per le poste cum poche persone giunse qua alquanto stracho, benche stesse bene
della persona e visitomme al lecto dove sua Eccellenza e lo illustrissimo signor mio consorte, che
subito venne lie, et io stassemo  in ragionamenti piacevoli per lo spacio de due hore[34]
.    

Questa immagine più di altre conferma il galateo della sofferenza che come scriveva Eleonora d’Aragona alla figlia Isabella marchionissa di Mantova deve rendere più forti i legami familiari e con essi la stessa casata. Così Lucrezia appare attorniata da fratello e marito, prima ancora che da un agguerrito stuolo dei medici il cui compito è anche quello di riferire  al Duca tutto quello che succede intorno al letto di Lucrezia:
A settembre del 1502 quando le condizioni di Lucrezia si aggravano di nuovo, ritorna al Castello Vecchio di Ferrara Cesare Borgia. La sua venuta è annotata da Francesco Castelli che, a questo riguardo,  aggiunge un post scriptum al bollettino medico quotidiano:

Questa mattina sul far del zorno arrivò il ducha de Romagna il quale venne in castello per
esser messo a dormire nella camera marchesana dove starà ad nona, se aparecchia le stanze de
Vostra Signoria perché ancora non ha visto la duchessa.[35]     

La visita del duca di Romagna al letto di Lucrezia non è un gesto di cortesia e di compassato affetto perché risulta un misto di predilezione e di coinvolgimento, quasi a seguire i consigli di Eleonora d’Este sull’assistenza ai familiari. E il medico Castelli descrive con ammirazione l’utilità terapeutica dell’intervento del Valentino nei confronti della duchessa di Ferrara:

Illustrissimo Signor mio e reverendisismo, Ozi alle hore 20 abiamo fatto salassar Madama nel
piede destro cum incredibile faticha e se non fusse stato il Ducha de Romagna il quale ghe ha
tenuto la gamba non era possibile a farlo[…]la febbre tertia quale si aspettava a ore 23 non vegniva 
sua Signoria se ne è stata più di due ore et in consolatione col Ducha de Romagna il quale
la fa rider e tutta stassene di bona voglia[36].

Ma meglio ancora di questa importante testimonianza una lettera di Cesare Borgia a Lucrezia del Luglio 1502, scritta da Urbino, dimostra  quanto forte l’affetto tra i due fratelli se la stessa notizia della conquista  di Camerino viene considerata meno importante della salute di Lucrezia:

Tenendo per certo che nulla più felice e salubre medicina essere po alla presente indispositione
della Excellentia vostra che sentire bone et felici novelle le facemmo
intendere in questo ponto havemo hauta nova et certezza della presa di Camerino. Pregamo quella
voglia fare onore ad questa nova con evidente effecto di miglioramento et farcelo intendere
imperò che con la sua infermità né de questa né de altre possemo sentir piager alcuno. Preghiamo
ancora che la presente voglia parteciparla allo illustrissimo signor Ducha Alphonso suo consorte
e mio cognato come fratello amatissimo al quale non scrivemo per la prescia, de Urbino Luglio
1502[37] .

Da parte di Cesare Borgia una iniezione di feroce ottimismo. La guerra vinta come antidoto alla malattia. Lucrezia dovrebbe ritrovare l’energia dei Borgia alla luce di questa buona nuova. La forza della coesione affettiva tra Cesare e Lucrezia si manifesta imprimendo al galateo della sofferenza una energica sferzata. Cesare afferma che nemmeno la conquista del Montefeltro potrà dargli soddisfazione se  la sorella non gli fornirà buone notizie sulla sua salute. D’altra parte si capisce da questa missiva come nella mente del Valentino, Lucrezia abbia un posto affettivamente e politicamente molto rilevante. E’ la sola sua interlocutrice politica a Ferrara, visto che al Duca di Ferrara, Cesare, per sua stessa affermazione, dichiara di aver dimenticato di scrivere per la «prescia».  
Anche per questo consapevole dei suoi molteplici ruoli a corte, la  giovane Ducissa  appena può detta lettere per il padre observandissimo,  precisando persino quante ore dorme per notte perché vuole dimostrargli che la obediente figliola sta meglio del previsto e che è sicura, con l’aiuto de Dio, di poter procedere «di bene in meglio». La testimonianza del legame coniugale, fortemente improntato ad un codice di mutuo rispetto e a una particolare attenzione alla salubrità di Lucrezia viene ribadito dalla ultima lettera del Duca Alfonso alla moglie (ultima tra quelle in nostro possesso) in cui ancora una volta le scrive di sforzarsi a recuperare al meglio la propria salute,  mostrando che dal 5 agosto 1502 al maggio 1519  il galateo della sofferenza non si è interrotto. E’ questa una bella lettera che pone in luce l’idea di una famiglia stretta intorno all’orgoglio dei primi passi di Ippolito II, il futuro mecenate di Villa Tivoli, nella carriera ecclesiastica,  e alla solidarietà per la consors, :manifestata senza interruzione di continuità:

duolmi di non potermi trovare a Ferrara per goder con lei questa comune consolazione ma vi
sarò presto  e infratanto vostra Signoria si sforzi  di far ch’io la trovi più gagliarda di como la
la lasciai e alla signoria vostra me raccomando[38] .

Nel dialogo tra Lucrezia e Alfonso I,  l’argomento della salute non si limita alla manifestazione della preoccupazioni personali  ma riguarda sia la sanità pubblica sia le condizioni dei figli. In particolare registriamo qui una missiva, datata Settembre 1505 in cui Lucrezia racconta al marito la vista che Messer Francesco da Castello ha effettuato al neonato Alessandro. Pare di leggere in questa lettera la descrizione del comportamento “perfetto” di un grande medico del Cinquecento . Credo che sia utile la trascrizione della missiva nella parte che riguarda la visita dell’illustre medico :

Ringratio quando scio e posso vostra Excellentia che la mia abbia mandato qui Messere Francesco da Castello il quale è giunto qua questa matina alle XI ore et subito venne a vederr lo illustrissimo mio figliolo et poi che l’ebbe veduto e inteso del suo ben stare dice che scripse una lettera a vostra Eccellentia per uno suo che è venuto a vostra Eccellentia cum diligentia. Dappoi mi ha visitato per parte de vostra Excellentia con molte amorevole parole ed è stato longamente con il putino a rivederlo e a considerare bene ogni cosa. Et dil suo stare ne scripse particularmente e copiosamente a vostra Excellentia per la qua alligata e sopra ciò non mi accade dire altro reportandomi   al suo scrivere, si no che si attende e si attenderà con ogni diligentia a fare tutte quelle cose che saranno necessarie per la conservazione e la sanità de epso nostro figliolo et veramente de la venuta qui di epso Messere Francesco mi sto molto consolata e contenta per il suo inzegno, securtà e fede et non si mancherà per tutti di fare il debito. Per quanto vostra Excellentia me scrive per la sua de XI de la indispositione della illustrissima Marchesana et del mandarli madama Beatrice e la Commatre secondo epsa Marchesana prega  o vero una de esse, respondo che,  avendo etiam comunicata la cosa cum Messere bene considerato i termini in cui sta il putino et che lo ha più bisogno della comatre per mutarlo e farli altri servizi che di Madonna Beatrice e che d’altro canto Madonna Beatrice poter  satisfar  alla prefata madonna Marchesina,  per haver bona pratica et per esserli grata, havemo deliberato mandargela[39].

Nemmeno l’amorevole assistenza al piccolo Alessandro può non risentire del delicato equilibrio interno ai rapporti tra Lucrezia e la cognata Isabella, visto che la Ducissa deve impegnarsi ad arginare le richieste di quest’ultima che intende sguarnire l’assistenza al piccolo e sfortunato neonato,  richiedendo per sé  le governanti  di Ferrara.
Per il resto la lettera presenta un vero e proprio capolavoro di dissimulazione galenica in quanto il comportamento del protomedico Castelli rivela modalità di intervento paradigmatiche. Il dettato di Lucrezia rende sempre più evidenti le condizioni di salute non brillanti del neonato estense. D’altra parte viene spontaneo chiedersi perché il medico scriverebbe ben due lettere ad Alfonso I in due momenti diversi, visiterebbe Lucrezia con amorevoli parole e ritornando di nuovo a vedere il piccolo e perché alla fine sconsiglierebbe di allontanare la comatre richiesta da Isabella se non fosse seriamente preoccupato per il piccolo Alessandro. La duchessa che, alla fine di una giornata certo non facile, come sono state altre della sua vita, scrive al marito impegnandosi a fare di tutto per tutelare la salute dell’erede. Non ci sarebbe stato bisogno di queste parole se il Castelli fosse stato così rassicurante. L’impegno espresso nella frase: «si attenderà con ogni diligentia a fare tutte quelle cose che saranno necessarie per la conservazione e la sanità de epso nostro figliolo» testimonia che la situazione non è molto  tranquilla ma anche che Lucrezia non si lascia scoraggiare  D’altra parte affermazioni così perentorie e laconiche sono utilizzate dalla moglie di Alfonso I solo quando si trova ad agire in una situazione grave e che come tale richiede la sua maggiore attenzione, come avvenne tre mesi prima durante un emergenza sanitaria più pubblica che privata. Passiamo così dalla narrazione della sofferenza privata alla descrizione degli atti di pubblici intrapresi da Lucrezia come donna di governo nel luglio 1505, quando dovette affrontare a Modena. Di questo Lucrezia informa tempestivamente il marito. La sua lettera è distribuita in due parti. La prima racconta il propagarsi del contagio e descrive i primi provvedimenti sanitari i quali mostrano come le classi subalterne non godessero di eccessive medical humanities visto che ci si limitava a serrare in casa gli ammalati o a bandirli dalla città: 

   Questa nocte sono morte una putina e una grandetta, figliole di un figliuolo che fu de
Lorenzo Valentino qui in casa sua in Modena  e un’altra è rimasta con uno maschio amma-
lato. Chi dice sono bognori, chi dice è peste ma il si tiene che la si peste venuta o dalla Bastia
o dalla Solara, che ha dato timore e mormoratione assai.
Perché questi figlioli di Lorenzo Valentino sono molti e in una casa e de gran parentado et per
essere boni compagni et morto già un mese fa il padre sono visitati et frequentati in modo
che quelli che hanno commersato con loro sono stati serati in casa. Et loro hozi sono andati
fori da questa terra et cussì hanno fatto alcuni de quelli serati et hanno lassato a casa due di 
quelli infermi delli quali molto si dubita[40]

La seconda parte della missiva contiene le disposizioni che Lucrezia ha posto in essere per limitare l’afflusso di gente dal contado e per controllare gli altri forestieri che arrivano in città, nonché per impedire assembramenti di folla propizi alla diffusione della epidemia:

Si è fatto e si fa ogni provisione perché il morbo non vada più inanti et non si mancherà di tutto
el possibile et si sono ordinate cride che nessuno possi andare alle ville a morbarce  né quelli delle
ville né quelli delle ville ammorbati venire qui. Le quali sono la Bastia, Solara, Campo Sancto et
la Campagnola; fatto gran pene  et chel non si acepti forestieri alle hostarie senza bullettino
dei deputati,  non se tenga scola, non se faccia adunatione per li funerali. Siano notificati gli infer-
mi di ogni infermità et altre provisioni per questo effecto[41].   
           

Come si vede il passaggio dalla cronaca alla descrizione dell’intervento di sanità pubblica organizzato dalla duchessa è immediato e puntuale come proprio di una governante consapevole che in campo sanitario occorra produrre reazioni e provvedimenti molto tempestivi, se si vuol contenere, o almeno tentare di ridurre,  gli effetti del contagio [42]. Gli effetti della peste devono suscitare non solo misure di quarantena ma anche pratiche devozionali ben visibili ai propri sudditi. Così abbiamo di nuovo una lettera privata di Lucrezia in cui si alterano notizie sul proprio stato di salute ad altre che riguardano la visita alle reliquie custodite nella abazia di Nonantola, la più importante del Ducato. Lucrezia rischia la vita quanto i sudditi ed è così costretta ad abbandonare il ruolo di governatrice per riscoprire presto quello di una donna che confida al marito al termine di una pesante giornata come ha trascorso il suo tempo tra palazzo e atti di pubblica devozione:

   Questa notte me venne la febre la quale m’è durata per tuto hoggi. Benché questa sira me sento
de epsa alquanto alebiata   e ho hauto destemperamento e sono andata più volte del corpo bona
quantità. Non scio se sia proceduto da queste acque o da questi caldi o per altra cagione. Il 
che  mi è parso comunicare a vostra Excellentia la quale delli  successi sarà advisata.
Curiosa de  vedere tante belle relique de sancti hera stata invictata da quelli homini per lo dì de sancto
Hadriano che fu heri;  ge andassimo comodamente a disinare et visto le relique cum nostro piacere
E  stando quietamente in casa in la Abbadia,  cenassimo lì io e alcuni della famiglia. Et doppo
cena tornassimo a casa piano piano[43].

L’inizio della lettera pare oltremodo privato perché si parla di febbre e di altri incomodi della malattia. La scrittura è asciutta e referenziale impostata al lessico familiare di Lucrezia che leggiamo privo di orpelli e complimenti perché ispirato alla massima referenzialità, se si parla di malessere e sofferenza. La giornata è ormai passata quando la duchessa detta la lettera e i sintomi febbrili che la avevano inaugurata si stanno attenuando.  In quel momento affiora nella pagina il ricordo del viaggio a Nonantola nel giorno di San Adriano.   
Mentre sulla pagina affiora l’eco del lento passo dei  cavalli condotti “piano piano” si fanno di nuovo evidenti i doveri della sovrana,  che deve pensare alla cura dei conventi e in particolare a quello a lei estremamente caro del Corpus Domini di Ferrara. Così la duchessa invita il marito a pensare al mantenimento delle suore che con le loro preghiere proteggono tutti, anche il Duca  che non è immune dai rischi del contagio:

Ho inteso che le venerabili suore del Corpo di Cristo se trovano in gran necessità di frumento per
non poter mendicare per la peste et che sum ricorse a Vostra Excellentia per succorso,
faccendoli intender li bisogni suoi. Et perché ho grandissima devozione de quel
monasterio  supplico vostra Excellentia che per amor di Dio Le siano raccomandate et che la
vogli fare una buona elemosina di fromento come le sperano e desiderano[44]
  

Che l’esperienza della malattia venga retorizzata nella realtà pubblica e privata del primo Cinquecento italiano a tal punto da essere registrata come lessico e che quindi possa nascondere reconditi messaggi politici è argomento che questo studio ha preso in esame fin dalle prime indagini. Quanto stiamo osservando risulta ancora più provato dai cifrari in uso presso la stessa corte estense che non di rado utilizza frasi che hanno come oggetto le condizioni di salute degli interlocutori epistolari o delle persone oggetto del loro racconto. Sono proposizioni desunte dalal quotidianità che, precedute e seguite da un banale segno di interpunzione svelano reconditi significati, non di rado afferenti ad aspetti strategico-militare[45] . Proprio in un cifrario contenuto in ASE,  denominato  Cum illustrissimo domine duci nostri, in uso tra Lucrezia e Alfonso a partire dal 1508 , sono presenti 36 frasi cifra di oggetto comune e variegato,  si va dalle galline di India alle condizioni di salute di Alfonso e Lucrezia. Ad esempio la frase 26 che recita  “stiamo bene nella persona”  va decriptata in “Speriamo haver il Polysino”, cioè il Polesine. In senso contrario, cioè da Lucrezia a Alfonso troviamo  “il puttino grande ha un poco de male cioè un poco de fluxo” che corrisponde a “franzesi si fanno forti”. Ma se «il puttino è andato tre volte» significa  che i« fransezi non vorgiano acccordarsi»  se due volte: «intendemo che ai franzesi piace accordarsi». Se il puttino piccolo sta bene, Asti è persa ma se il puttino si fa bello della persona intenderemo che «lo imperatore è con il re di Francia» E se Messer Sigismondo destinato guarir vuol dire che «genti ispagnole son giunte in Romagna».
Così il galateo della sofferenza è diventato pretesto di  un codice segreto a riprova del fatto che  le espressioni di vicinanza e prossimità al malato sono tanto consuete che possono servire a costruire una cifra non riconoscibile di quanto si scrive. A dimostrazione questo di una pratica  epistolare di cui il dettaglio galenico mostra ancora oggi zone inesplorate.  

Note:



[1] I carteggi in questione sono custoditi presso l’Archivio di Stato di Modena, d’ora in poi ASMo e specificatamente presso l’Archivio Segreto Estenso, d’ora in poi ASE. Sebbene essi siano in parte già pubblicati, si è preferito citare le lettere di Lucretia Borgia e dei suoi medici dagli originali perché non esiste attualmente nessuna edizione critica di questo epistolario, ma solo delle riproduzioni parziali in italiano e in francese. In particolare corre l’obbligo di citare tra questi:  Lucrèce Borgia, Lettre d’une vie, edition etablie par Guy le Thiec, Paris, Gayot  2014 come l’edizione più completa dell’epistolario borgiano ma che essendo in francese non permette di apprezzare gli aspetti linguistici e retorici di questa corrispondenza.       

[2] Lucretia Estense de Borgia a Ercole I, Ferrara, 28 Luglio 1502 in ASMO, ASE Sez. Cancelleria e Stato, b.141.

[3] Lucretia Estense de Borgia a Ercole I, Ferrara, 4 Agosto 1502 in ASMo, ASE Sez. Cancelleria e Stato, b.141.

[4] Pensiamo in questo caso alla tragica vicenda di Giulio e Ferrante d’Este, imprigionati nella torre dei leoni del Castello Vecchio di Ferrara, in seguito alla congiura del 1506, che ispirò il romanzo di Riccardo Bacchelli. La congiura di Giulio d’Este, pubblicato presso Treves nel 1931.       

[5] Questo vale anche per il secolo XVIII in quanto il decesso dei philosohes fu un vero e proprio rituale giornalistico visto che si trattava di  narrare la morte degli increduli, degli esprits forts precisando ai  lettori come i campioni della ragione avevano affrontato gli obblighi della devozione religiosa nel momento  probante dell’exitus vitae . 

[6] N.Elias, Potere e civiltà, cit., p.329

[7] Per la definizione di homo clausus rispetto all’idea del morire cfr. Norbert Elias, La solitudine del morente, Bologna, il Mulino, 2011.

[8] N. Elias, La civiltà delle buone maniere, cit., p. 75

[9] N.Elias, la solitudine del morente, Bologna, il Mulino, 2012

[10] Lucretia Estense de Borgia a Ercole I in ASMO, ASE, 13 Luglio 1502, Sez. Cancelleria e Stato, b.141.

[11] E. Boncinelli, Il male. Storia  naturale e sociale della sofferenza, Milano Mondadori, 2007, pp. 42-43. 

[12] B. Capac i,  Modelli e occasioni epistolari del '700, in: Le carte vive. Epistolari e carteggi del Settecento, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2011, pp. 73 - 89 [

[13] «Avendo io signor Compare con ingiuria della mia usanza cenato solo, o per meglio dire, in compagnia de i fastidi di quella Quartana che più non mi lascia gustar sapore di cibo veruno[…]»,  cfr A messer Tiziano in Pietro Aretino, Lettere, a cura di Gian Mario Anselmi. Commento di Elisabetta Menetti e Francesca Tomasi, Roma, Carocci, 2000, p. 143

[14] Cfr M. Doglio L’arte delle lettere. Idea e pratica della scrittura epistolare tra Quattro e Seicento, Bologna, il Mulino, 2000

[15] B. Cellini, Vita, cura di Guido Davico Bonino, Torino, Einaudi, 1973, p.175

[16] B. Cellini, Vita, a cura di Guido Davico Bonino,  cit. , p. 177

[17] M. Ferrari, Un’educazione sentimentale per lettera: il caso di Isabella d’Este (1490-1493) «Reti Medievali Rivista», X – 2009,  p. 11

[18]. M. Farnetti, Maria Savorgnan epistolografa, in Scrivere lettere nel Cinquecento. Corrispondenze in Prosa e in versi, a cura di  Laura Fortini, Giuseppe Izzi, Concetta Ranieri, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2016,  A. Chemello, Il codice epistolare femminile, Lettere «libri di lettere» e letterati nel Cinquecento in Per Lettera. La scrittura epistolare femminile tra archivio e tipografia. Secoli XV e XVII, a cura di Gabriella Zarri, , Roma, Viella, 1999.

[19] cfr M. Ferrari, Autografie dell’età minore, lettere di tre dinnastie italiane tra Quattro e Cinquecento, Roma, Viella, 2017

[20] M. Ferrari, Un’educazione sentimentale per lettera: il caso di Isabella d’Este (1490-1493) Reti Medievali Rivista, X – 2009, p. 11.

[21] Lucretia Borgia Sforza ad Alessandro VI,  Pisauri  26 Julii 1494, in Archivium Secretum Apostolicum Vaticanum

[22] Lucretia Estense de Borgia a Ercole I, 14 Agosto 1502 in ASMo, ASE,  Casa e Stato, B. 141, Fasc. I. La lettera è pubblicata anche in  G. Zarri, La religione di Lucrezia Borgia. Lettere inedite del confessore. Roma, Roma nel Rinascimento, 2006, p. 38-39. Lo studio della Zarri risulta a tutt’oggi uno dei più completi sulla vita di Lucrezia Borgia a Ferrara ed è centrato sulla manifestazione della sua sensibilità religiosa.      

[23] Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente, cit., pp.14-15.

[24] Ercole I d’Este a Lucretia Estense de Borgia, Ferrara, 1 Luglio 1502,  ASMo, Ase, Sez. Cancelleria e Stato, b.61

[25] Lucretia Estense De Borgia a Ercole I, Roma,  18 Ottobre 1501 in ASMo, Ase, Sez. Cancelleria e Stato, b.141.

[26] Lucretia Estense de Borgia a Ercole I Ferra 4 Settembre 1502, in ASMo, Ase, Casa e Stato, busta 141, fasc. I

[27] G. Zarri, La religione di Lucrezia Borgia. Lettere inedite al confessore. cit., ppp.34-37.

[28] Ludovico Carri a Ercole I, 17 Luglio 1502 ASE, Archivi per materie, medici e medicina, storia della medicina, cass.n.21.

[29] Francesco Castelli a Ercole I , 6 Settembre 1502 in  Archivi per materie, medici e medicina, storia della medicina, cass.n.21.

[30] Francesco Castelli a Ercole I, Ferrariae 7 Settembre 1502, in  ASMO, ASE, Archivi per materie, medici e medicina, storia della medicina, cass.n.21.

[31] Francesco Castelli, a Ercole I. Ferrariae  Settembre 1502 ASMo   ASE, Archivi per materie, medici e medicina, storia della medicina, cass.n.21.

[32] Ph. Ariès, Storia della morte in occidente, cit., p. 55. 

[33] Alfonso I D’Este a Ercole I D’Este, Ferrarie, VII Settembre 1502, in ASMo, Ase, Archivi per materie, medici e medicina, storia della medicina, cass.n.21.

[34] Lucretia Estense de Borgia a Ercole I, Ferrarie 6 Agosto 1502, in ASMo  Ase, Casa e Stato busta 141, fasc. I

[35] Francesco Castelli a Ercole I, Ferrara,  Ferrariae  die 7 horis 14 ASMo ASE, Archivi per materie, medici e medicina, storia della medicina, cass.n.21.

[36] Francesco Castelli a Ercole I, Ferrara a Ercole I,  die 7 [Septembre1502]  horis 14 ASMo, ASE, Archivi per materie, medici e medicina, storia della medicina, cass.n.21.

[37] Cesare Borgia a Lucrezia Estense de Borgia,  Luglio 1502,  ASMo, Ase, Carteggio con principi esteri Romagna, b.1438, f.1.

[38] Alfonso I D’Este a Lucretia Estense de Borgia, Maggio 1519 in  ASMo,  Ase, Casa e Stato, b.75

[39] Lucretia Estense de Borgia a Alfonso I ‘Este, Regio, 14 Settembre 1505, Asmo  Ase, Casa e Stato, busta 141.

[40] Lucretia Estense de Borgia a Alfonso I ‘Este, Regio, 14 Settembre 1505, ASMo  Ase, Casa e Stato, busta 141.

[41] Lucretia Estense de Borgia a Alfonso I, Mutina 30 Luglio 1505,  ASMo  Ase, Casa e Stato, busta 141.

[42] C.M Cipolla, Il pestifero e contagioso morbo. Combattere la peste  nell’Italia  del  Seicento, Bologna, il Mulino, 2012

[43] Lucretia Estense de Borgia a Alfonso I, Mutina  9 Luglio 1505  ASMo  Ase, Casa e Stato, busta 141.

[44] Lucretia Estense de Borgia a Alfonso I, Mutina  9 Luglio 1505  ASMo  Ase, Casa e Stato, busta 141.

[45] La scoperta del cifrario si deve a Patrizia Cremonini direttrice dell’Archivio di Stato di Modena che lo ha brevemente illustrato in una recente programma Rai Storia.

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