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In media stat cibus.
Conversazione ‘collettiva’ con i giovani mangiatori di oggi.

di Barbara Troise RiodaScarica il PDF
Intervista collettiva ai giovani mangiatori di oggi
Se si studiano le relazioni tra il cibo e i media della comunicazione contemporanea la tentazione di andare oltre le righe dei testi, di uscire dal piccolo o grande schermo e avvicinare chi guarda un programma di cucina come Master Chef o partecipa attivamente ad un blog gastronomico diventa, più che una curiosità, un dovere dello studioso.
Ecco il senso di questa intervista ‘collettiva’ rivolta a quaranta studenti delle classi terza e quarta del Liceo Lingustico bolognese 'Luigi Galvani'. Nessun fine statistico. Nessuna ricerca antropologica, né tantomeno di mercato (anche perché il cibo di per sé è una commodity[1], non è un bene che si vende al chilo o al litro per intenderci). È un pluralismo di voci su un unico tema che ci offre qualche spunto di riflessione.
Sarebbe bene partire da una considerazione banale: il cibo viene assunto solo in parte per adempiere ad una funzione biologica. Alimentarsi significa, più che altro, mettere in atto una modalità relazionale. I giovani vivono questa relazione in modo ‘nuovo’ rispetto al passato.

Alla prima domanda, ‘Che rapporto hai con il cibo?’ Circa il settanta per cento risponde ‘buono’ e ammette di provare nell’atto in sé un piacere naturale. Ma per la maggior parte di loro avere un buon rapporto con il cibo significa mangiare poco. Dalle risposte emerge infatti un incidente semantico di fondo. Si legge: ‘Ho un ottimo rapporto con il cibo. Cerco di controllare sempre quello che mangio e di ridurre il più possibile i cibi grassi,’... per fortuna ho ereditato la metabolizzazione di mio babbo. Mangio tanto e non ingrasso’ e ancora: ‘mangio addirittura quando non ho fame’. Dove il termine ‘addirittura’ ci sembra un po’ eccessivo.                                       
Il senso della misura non è sentito quindi solo come sinonimo di salubrità, ma come un obbligo morale. C’è un legame restrittivo e punitivo che è l’espressione di un disagio tipicamente adolescenziale più o meno esplicito:‘non amo mangiare, cerco di mangiare ma con fatica’. L’altra faccia della medaglia è l’ingordigia: ‘nel cibo ritrovo spesso un punto di sfogo per l’ansia ma anche per la noia’, ‘durante il pasto chiedo a mia mamma cosa preparerà per la cena o il giorno dopo’, ma ci sono anche simpatiche e innocenti confessioni che strappano un sorriso: ‘sono una persona molto golosa!’,se potessi mangerei sempre’.
Un altro aspetto interessante, più evidente rispetto alle generazioni dei nostri genitori e dei nostri nonni, è l’apertura alla sperimentazione di nuove cucine. ‘Mi piace mangiare ogni tipo di piatto che sia italiano, cinese, indiano o giapponese’ è una dichiarazione inequivocabile.
Tutta italiana invece la risposta, a mio avviso, più bella: ‘Mangiare bene mi piace molto. Sono cresciuto in una famiglia nella quale la nonna e la zia tiravano la sfoglia in casa e cucinavano i sughi e gli intingoli con gli ingredienti del loro orto e maiali della loro fattoria. Perciò sono molto legato al mangiar bene e alla cucina emiliana’. Uno straordinario esempio di attaccamento alla tradizione della nostra gastronomia locale.
Il pasto all’italiana infatti ha sempre avuto (ed ha) nella preparazione casalinga e nella condivisione del cibo la propria consacrazione simbolica. Per questo: ‘mi piace mangiare ma preferisco farlo in compagnia’ è una frase ricca di significato.
Qualcuno è particolarmente sensibile alla qualità degli alimenti e scrive: ‘odio i fast-food’, ‘amo i prodotti biologici’ o ‘a chilometri zero’. Tale sensibilità tuttavia, portata all’eccesso, si sta trasformando in molti casi in una patologia figlia dell’influenza mediatica. È il caso dell’ortoressia[2]. L’ossessione per il mangiare cibi sani (da orthos che significa giusto, corretto e orexis cioè appetito). Il testo autobiografico di Steve Bratman[3] ha introdotto il termine. L’autore stesso, era affetto da questa forma di estremismo nei confronti del cibo e consumava i pasti soltanto se poteva disporre, per esempio, di verdure colte non più di cinque minuti prima, temendo l’insorgenza di gravi malattie a seguito dell’ingestione di sostanze potenzialmente "velenose".                                   

La seconda domanda indaga le abitudini e l’ambiente famigliare: A casa chi cucina? La nonna, la mamma, il papà, la sorella, il fratello, ti prepari da solo? Mangi spesso fuori casa? Se si, dove?
A tal proposito Marino Niola, antropologo dei simboli dei miti dei riti della gastronomia contemporanea[4], ritiene che in pochi decenni c’è stato un passaggio epocale ‘dalla cucina casalinga all’alimentazione fai da te’ o, se si preferisce, ‘dal focolare al microonde’. Il sondaggio sembra confermare questa tendenza.                                                                                                              Sono cambiati anche i protagonisti. La cucina italiana, in casa e fuori, infatti non parla più nella lingua materna e non è più necessariamente femminile. ‘Se una volta ogni nonna era un ricettario vivente, pronto a dispensare insegnamenti e a tramandare le alchimie segrete dei piatti di famiglia, oggi la maggior parte dei giovani ha disperso i preziosi fogli volanti e ha lasciato che fossero spazzati via dal vento della modernizzazione’. Con il pericolo che ‘il patrimonio secolare di manualità fini e di sapori sopraffini diventi un luogo della memoria, una fabbrica di intermittenze del cuore[5]. E il pericolo sta diventando sempre più una certezza.   Ma dove, oltre a come, mangiano i giovani? I luoghi sono i più diversi. Dalla strada, alle mense self service, dai bar ai fast food, dalle modeste osterie fino alle più ambiziose trattorie, dai cibi portati da casa ai grandi ristoranti.
I ritmi di scuola e le distanze impediscono spesso il rientro a casa per il pranzo. Mentre circa il cinquanta per cento degli studenti, esce occasionalmente a cena per sperimentare cucine etniche o semplicemente per mangiare una pizza con gli amici.                                                                           
La terza domanda è una domanda dal sapore infantile. Qual è il tuo piatto preferito? Il buon italiano dice ‘la pasta’[6]. Anche i giovani. Qualcuno la ama rossa, o alla carbonara, altri specificano una ricetta particolare come le trofie al pesto, le lasagne, la gramigna pane e salsiccia. Curioso che qualcuno nomini i passatelli[7]: un piatto straordinario della nostra tradizione gastronomica. Non mancano i tortelli e la pasta ripiena, che sono un altro simbolo del gusto italiano. Pochi i secondi piatti. Come la cotoletta alla milanese e il filetto alla griglia.                                                      
Abbiamo chiesto poi di abbinare al piatto un vino. Visto che in Italia il nettare di Bacco ha un significato tutto particolare che ne fa la bevanda simbolo dell’imperialismo romano. Esattamente come la Coca-Cola lo è di quello americano. E prendendo a prestito di nuovo le parole di Marino Niola ‘.. proprio nella distanza, tra il succo della vite e la bibita alla cola si misura la distanza tra l’impero di ieri e quello di oggi’. Tra una civiltà dove ‘le bollicine sono l’effetto di un fenomeno divino e un’altra dove è solo questione di bicarbonato[8].                                                                          
Se si dovesse scrivere un pezzo sui giovani e l’enologia un titolo appropriato potrebbe essere: ‘Il vino questo sconosciuto’. Almeno è quel che vale per il campione intervistato. Considerata l’età il bianco non può che andare per la maggiore. Meglio se ‘frizzante’. Il vino rosso ha diritto anche ad un nome: Lambrusco o Negroamaro.                                                                                             
Tali premesse servono ad introdurci la percezione ‘alimentare’ individuale. Il vissuto gastronomico e i discorsi che ne parlano fanno parte di un’unica sfera sociale e culturale, di una medesima rappresentazione immaginaria. I mezzi di comunicazione che si ‘sceglie’ di utilizzare, per far circolare l’informazione e il messaggio, sono tuttavia in continua trasformazione di pari passo con lo sviluppo della tecnologia.
Fra la cucina, il cibo, la commensalità da un lato e la loro rappresentazione letteraria, pittorica, fotografica, musicale, cinematografica, televisiva, radiofonica, elettronica e mediatica in genere non c’è una cesura ma semmai prossimità.                                                                                                      
 La quarta e quinta domanda entrano nel vivo di questa questione, sondando il delicato tema della relazione cibo e comunicazione, cibo e linguaggio in ambito letterario e televisivo.          
L’immagine ‘alimentare’ è riportata in letteratura da autori lontani tra loro per epoca, attività e condizione sociale, legati alla gastronomia per professione o per diletto. Ed è costante, nel suo comparire, sia nelle memorie che nei romanzi. Abbiamo chiesto agli studenti di fare un esempio di un romanzo, una poesia, un racconto, un libro nel quale si parla di cibo o nel quale viene rappresentato il cibo e di darne, in massimo cinque righe, una semplice fotografia.
Quasi la totalità degli intervistati (più dell’ottanta per cento) ha individuato con precisione e descritto un episodio letterario. Tra le risposte più gettonate c’è Chocolat (1999):‘la storia di una donna che si trasferisce in un piccolo villaggio francese con sua figlia e che conquisterà tutti attraverso i profumi della sua cioccolateria’. Seguita subito da due grandi autori latini. Petronio con il banchetto esilarante organizzato a casa di Trimalcione ‘in cui nulla è ciò che sembra’ e Catullo che nel il Carme XIII[9] invita a cena l’amico Fabullo. Citata da tanti anche la divertente novella di Chichibio e la gru di Boccaccio. Di tutt’altro genere è Cuore di Ciccia (1992) di Susanna Tamaro. Un libricino che ‘racconta la vicenda di un bambino sovrappeso che non riesce a resistere alla tentazione di aprire il frigo per mangiare’. Un testo che riesce a trattare il delicato problema dell’obesità infantile con intelligente ironia.                                                                      
C’è poi chi ha ricordato Bar Sport (1976) di Stefano Benni che, nonostante l’incipit fuorviante (‘Al bar sport non si mangia quasi mai’), ha addirittura tra i suoi protagonisti una brioche. La Luisona, ‘la decana delle paste’ che ‘si trova nella bacheca del bar dal 1959’. (continua)

Note:


[1]Commodity è un termine inglese che indica un bene per cui c'è domanda ma che è offerto senza differenze qualitative sul mercato ed è fungibile, cioè il prodotto è lo stesso indipendentemente da chi lo produce, come per esempio il petrolio o i  metalli e i prodotti agricoli. In questo contesto il cibo viene inteso come un prodotto ‘generico’ senza marca e senza un mercato specifico di riferimento perché è un bene di cui tutti hanno bisogno e molto differenziato e differenziabile.

[2]Si tratta di una patologia non ancora ufficialmente riconosciuta dalla letteratura specialistica né dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

[3] S. Bratman, D. Knight, Health food junkies, Broadway Books, New York, 2000

[4] Niola Marino, Non tutto fa brodo, Il Mulino, Bologna, 2002

[5] Niola Marino, Non tutto fa brodo, Il Mulino, Bologna, 2002 p.30

[6] Il matrimonio indissolubile tra pasta e italiano. Simbolo di uno stile di vita mediterraneo che vede nell’alimentazione il suo fulcro pulsante e che il 17 Novembre 2010 ha avuto il riconoscimento come bene comune come patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco. Al pari di un’opera che racconta visivamente un momento conviviale legato al cibo de L’ultima cena di Leonardo.

[7] I passatelli sono una delle più classiche minestre della provincia di Pesaro e Urbino, di parte della Provincia di Perugia e della Romagna dei giorni di festa. Il piatto, che è citato nel ricettario dell'Artusi, discende probabilmente dalla "tardura" (conosciuta anche come "stracciatella"), minestra di uova, formaggio e pangrattato ricordata da Michele Placucci, tradizionalmente servita alle puerpere. I passatelli originano nei paesi dell'alta Valle del Cesano (Frontone, Pergola, San Lorenzo in Campo e Fratte Rosa) ma la loro diffusione è estesa anche nelle regioni Montefeltro e della Romagna, così come nelle zone costiere della province di Pesaro e Urbino e di Rimini.

[8] Niola Marino, Non tutto fa brodo, Il Mulino, Bologna, 2002 p.30 p.43

[9] Cenabis bene, mi Fabulle, apud me paucis, si tibi di favent, diebus, si tecum attuleris bonam atque magnam cenam, non sine candida puella et vino et sale et omnibus cachinnis. haec si, inquam, attuleris, venuste noster, cenabis bene; nam tui Catulli plenus sacculus est aranearum. sed contra accipies meros amores seu quid suavius elegantiusve est: nam unguentum dabo, quod meae puellae donarunt Veneres Cupidinesque, quod tu cum olfacies, deos rogabis, totum ut te faciant, Fabulle, nasum.
Cenerai bene, Fabullo mio, da me fra pochi giorni, se gli dei ti assistono, se con te porterai una buona e grande cena, non senza una bianca ragazza e vino e sale e tutte le sghignazzate. Questo, dico, se lo porterai, bello nostro, cenerai bene; il borsellino del tuo Catullo è pieno di ragnatele. Però in cambio riceverai veri amori o quel che più piacevole ed elegante: offrirò l'unguento, che alla mia ragazza donarono le Veneri ed i Cupidi, ma quando lo fiuterai, pregherai gli dei, che ti facciano tutto, Fabullo, naso.

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