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Niccolò Machiavelli nella valle del Messico. Alcune ipotesi sulla conoscenza e messa in pratica del "De Principatibus" da parte di Hernan Cortés.[1]

di Luca Chirizzi
«Il carattere della Conquista è ugualmente complesso nella prospettiva offertaci dalle testimonianze che ci hanno lasciato gli spagnoli. Tutto in essa è contraddittorio. Come la riconquista, è un affare privato e un’impresa nazionale. Cortés e il Cid combattono, per conto loro, sotto la loro responsabilità e contro la volontà dei loro signori, ma in nome e a vantaggio del re. Sono vassalli, ribelli e crociati. Nella loro coscienza e in quella dei loro eserciti lottano nozioni opposte: gli interessi della monarchia e quelli individuali, quelli della fede e quelli del guadagno. E ogni conquistatore, ogni missionario e ogni burocrate è un campo di battaglia».[2]

Introduzione.

La storia della Conquista della Valle del Messico da parte del condottiero e Conquistador per eccellenza, Hernán Cortés, è permeata di elementi di mitizzazione, quasi sacralità, eroismo, valore militare e politico nonché dalle connotazioni fornite, in maniera inevitabile, dalla linea di demarcazione che è rappresentata dalla svolta coloniale che sarà data, a mezzo di tale evento, all’ìncontro/disincontro tra Vecchio e Nuovo Mondo.
L’inizio del XVI secolo è un confine sfumato tra Medioevo ed Età Moderna ed i suoi protagonisti sono uomini che si affacciano a tale nuova epoca con le incertezze di un passato che viene trasformato dalla novità rappresentata dalla scoperta dell’imprevedibile terra, che si trova oltre quel mare che non si sarebbe osato varcare fino a pochi anni prima; tutto ciò che ivi si trova è meraviglia, tutto è stupore: una natura rigogliosa e una nuova specie di esseri che si fa fatica a considerare umani. Vi è cotanta meraviglia, tale da non riuscire a metabolizzare la novità ontologicamente presente nel contesto del Nuovo Mondo stesso, tanto che il nuovo deve essere associato necessariamente al vecchio, a ciò che si trova nella vecchia Europa, pur di dare un senso compiuto ed una valida ragione d’esistenza a ciò che si presenta di fronte agli occhi dei pionieri.
La modernità inizia in questa maniera: risulta necessario portare i vecchi dettami all’interno del contesto di ciò che più avanti sarà definito America; valgano per tutte le narrazioni di Colombo, dalle quali fuoriesce il futuro archetipo letterario della descrizione del Nuovo Continente: da un lato il nuovo ed impossibile da identificare e classificare, dall’altro i caratteri già conosciuti e relativi alla rassicurante madrepatria, cui associare mediante equivalenza, opposizione o comparazione, i nuovi elementi[3]. La pratica politica, che sarà dapprima pratica di spoliazione e saccheggio ed in seguito pratica di conquista[4], non terrà in alcun conto la novità americana ma sarà una prosecuzione in chiave moderna dell’esercizio politico europeo e cattolico; ciò che l’Europa aveva prodotto sulla sua terra, viene ora sparso per il Nuovo Mondo attraverso uomini che fanno della modernità il proprio baluardo.
Sarà proprio la modernità della pratica politica una delle concause che porterà alla conquista della Valle del Messico e che fornirà parte delle risposte alla domanda formulata da Todorov e da molti altri studiosi del tema: ‘[…] come si spiega che Cortés, alla testa di poche centinaia di uomini, sia riuscito ad impadronirsi del regno di Moctezuma, che disponeva di centinaia di migliaia di guerrieri?[5]. Nel caso di specie, la modernità è rappresentata da un personaggio che è il testimone del passaggio tra le due epoche e tra i due mondi, che si dibatte tra il vassallaggio medievale ed il machiavellismo di marchio fernandino[6], posto che ‘Machiavelli è il fratello dei conquistatori del Nuovo Mondo; il Principe è un elogio della volontà ed una condanna della provvidenza; è il manuale per l’uomo nuovo del rinascimento che si propone come il governante nuovo, senza alcuna eredità che dipenda dalla mutevole fortuna[7]. La politica che il Segretario Fiorentino disegna si pone nel contesto di una posizione intermedia tra le ere vissute da Cortés[8]: da un lato, prescinde dagli ideali etico-religiosi tipici dell’Età Media, all’interno della quale la sopravvivenza dell’uomo prima e della comunità politica poi, sono fattori elevati a valori assoluti e, d’altra parte, contempera quelle posizioni del capitalismo fiorentino che proietteranno la comunità politica verso quella società industriale che si costituirà secoli più avanti in Inghilterra[9].
Secondo Beatriz Pastor, Cortés rappresenterebbe il fondamentale elemento di un vero e proprio ‘paraiso maquiavelico[10], nella misura in cui egli si inserisce nel contesto di una raffigurazione utopica della Nueva España e, in tal modo, ottenga di rappresentare il cerchio magico nel quale si consuma la trasformazione simbolica del caos in ordine, della minaccia in potere, nella misura in cui il caos risiederebbe nei margini e la Nueva España riprodurrebbe la figura utopica d'ordine e di controllo creata da Cortés stesso[11]. Cortés riproduce dunque un’altisonante novità nel momento in cui, nella sua impresa, viene manifestato un concetto estremamente avanzato per l’epoca: l’uomo è assunto quale vero protagonista della storia e Dio è considerato non più come il motore dell’uomo ma univocamente come un aiuto che, per mezzo della Provvidenza, influisce sulle sue azioni[12]. Cortés sarà l’uomo che saprà vincere, fino ad essere il maggior responsabile del cambiamento della cultura sociale e giuridica del suo tempo: se egli ha agito in Messico, Francisco de Vitoria scriverà in Spagna vent’anni più avanti, codificando giuridicamente le gesta dell’Extremeño nel suo Relectio de Indiis[13].
In questa sede, verrà dunque posto l’accento sull’analisi della caratterizzazione moderna e machiavelliana di Hernán Cortés; anche se v’è chi sostiene che sia impossibile che l’Extremeño abbia avuto cognizione del contenuto del De Principatibus[14] e, sia Todorov che Restall, assumano che la mancanza di prove circa una diretta influenza da parte degli scritti del Segretario Fiorentino sulle gesta di Cortés possa legittimamente suggerire che entrambi fossero figli della medesima era storica e politica[15], attraverso gli assunti che verranno esposti successivamente, potrà legittimamente covarsi quantomeno il sospetto che Cortés ne potesse conoscere gli insegnamenti.
L’autorevole voce di Federico Chabod sostiene a più riprese il fatto che la figura del principe disegnato da Machiavelli sia il risultato della somma e delle differenze formata da ‘quella turba di principotti e condottieri che attristano l’Italia centrale[16], all’interno della quale spiccavano le figure di indubbio valore quali  il Valentino, Ferdinando il Cattolico, Francesco Sforza e Luigi XI di Francia[17]. E’ sicuramente vero che il Conquistador possedesse una mente sopraffina capace di adeguarsi e di cogliere il meglio da ogni avversità e da ogni scenario politico; è altrettanto vero che le sue azioni sono sempre accompagnate da una freddezza[18] e da un calcolo sui generis[19]. Se è vero che ‘l’impresa messicana di Cortés può leggersi come se l’ Extremeño avesse letto il Fiorentino[20], sarà d’uopo, in questa sede, verificare altri ed ulteriori elementi che possano legittimamente ingenerare un suggestivo sospetto: che Il Principe sia giunto in America e che Cortés ne abbia avuto cognizione?

 

La pratica politica e la strategia militare nella conquista della Valle del Messico.

Hernán Cortés Monroy Pizarro Altamirano era nato nel 1485 a Medellin, nell’Estremadura, da un modesto hidalgo, don Martín Cortes, che, dopo aver servito il re di Castiglia in campagne belliche di scarsa importanza, si era ritirato nella cittadina natia vivendo ormai di rendita. Il piccolo Hernán aveva sette anni quando cadde Granada con il suo ultimo avamposto arabo e, quando pochi mesi dopo, la scoperta delle Indie Occidentali, faceva divenire la Spagna come la potenza-chiave dell’Atlantico e del Nuovo Mondo.
Le Indie diventarono ben presto ‘refugio e ricetto dei desperati di Spagna, asilo de’ falliti, salvocondotto de’ micidiali, manto e coperta di quelli giuocatori che periti nell’arte, o per dir meglio mariuoli, sono chiamati, ladri publici, e generali delle donne sviate, inganno comune di molti, e rimedio particolar di pochi[21] ed è noto che regioni quali l’Andalusia e l’Estremadura, regalarono al Nuovo Mondo molti di quei ‘desperati di Spagna’. Il giovane Cortés non avrebbe dovuto far parte di tale schiera poiché, secondo alcuni autori, lo stesso, a 14 anni di età, avviò la sua istruzione presso lo Studium di Salamanca[22], rivelando in tal modo che l’intenzione di don Martín era di fare del suo erede un uomo di legge, anche perché nella Spagna dei secoli d’oro, alla generale tendenza centrifuga (avventura personale, picarismo, ricerca della fortuna con ogni mezzo, in Spagna o in Italia, nelle Fiandre o nelle Indie, o combattendo i Turchi, o pirateggiando), faceva curiosamente da contrappeso uno scrupolo formalistico e una pignoleria portati ad incredibili eccessi (la figura notarile è estremamente presente anche nelle Cartas de Relación).
Da alcune fonti, risulta che Hernán Cortés abbia abbandonato gli studi dopo soli due anni per andare a servire un notaio, probabilmente lo zio Francisco Nuñez de Valera, già Relatore del Real Consejo de Castilla a Valladolid, ove probabilmente completò la sua conoscenza non approfondita ma fondamentale per il suo futuro nelle materie umanistico-giuridiche e dove perfezionò la sua formazione nella prosa e nella lettura di testi classici[23]; l’esperienza vallisoletana fornì al giovane Cortés l’occasione di imparare le maniere più opportune per muoversi nel sottobosco burocratico e di guardarsi le spalle dalle insidie e dalla disonestà degli impiegati ministeriali (cosa che risulterà di notevole aiuto durante la conquista della Valle del Messico)[24].
Quando, nel 1504, il giovane Cortés, non ancora ventenne, sbarcava sull’isola di Hispaniola, l’attuale Santo Domingo, l’attività di colonizzazione soffriva una fase di forte stagnazione dovuta alla confusa situazione politica nella madrepatria e riprese solo nel 1509, con l’occupazione delle isole prossime a Santo Domingo e con il tentativo di creare alcune basi nel continente americano, chiamato allora, semplicemente, Tierra Firme. Dopo l’occupazione, l’adelantato di Cuba fu affidato a Diego Velázquez, già operante al seguito di Cristoforo Colombo ed amico anche del secondo Ammiraglio dell’Oceano, don Diego Colombo; la colonizzazione della maggiore delle Antille ebbe inizio nel 1511 e, fin da subito, lo stesso Velázquez chiamò con sé Cortés, ufficialmente perché si occupasse di riscuotere il quinto per la Corona[25] ma, di fatto, assumendo un uomo che era alle dirette dipendenze di Miguel de Pasamonte, Tesoriere della Corona in terra americana fin dal 1508.
E’ da questo punto che partono le spedizioni verso la Valle del Messico e verso la penisola dello Yucatán ed è dal fallimento e dal misero e controverso bottino ottenuto dalle prime spedizioni  dei Capitani spagnoli nelle medesime terre che trae origine la missione di Cortés. Non sarà necessario dilungarsi, in questa sede, sulla cronologia né sugli avvenimenti che portarono Cortés alla conquista del Messico ed alla caduta di uno dei più grandi imperi precolombiani presenti sul continente americano; si cercherà invece di dare una caratterizzazione politica al nostro personaggio ed a cogliere le forti similitudini con l'insegnamento politico del Machiavelli e che connotano la sua figura quale esempio di moderno condottiero.
Leggendo i resoconti del medesimo Cortés, nonché la cospicua letteratura prodotta sul soggetto, si può facilmente comprendere come egli abbia cercato di cogliere ogni tipo di elemento culturale o politico che potesse favorire i suoi fini[26]; Todorov, nelle pagine de La Conquista dell’America afferma che Cortés comprende relativamente bene il mondo méxica ma che ‘questo superiore grado di comprensione non impedisce ai conquistadores di distruggere la civiltà e la società messicane; al contrario, si ha l’impressione che sia proprio tale capacità di comprendere a rendere possibile la distruzione[27]. Invero, la conoscenza che Cortés cerca, è un fattore funzionale all’avverarsi delle condizioni atte all’ottenimento del suo fine primario: distruggere ma, soprattutto, ricostruire una nuova civiltà sulle macerie di una società in precedenza soggiogata.
La connotazione politica della figura di Cortés non può che rinviare alla definizione di un uomo che possiede un bagaglio culturale tipicamente medievale ma le cui azioni, effettuate nel corso della conquista, sono caratterizzate come proprie di un tipico condottiero rinascimentale. Come ricorda Julio Gerardo Martínez Martínez, Cortés è coetaneo della Reconquista e, a soli sette anni di età, un avvenimento di tale portata politica e religiosa, ed una rivincita di tal fatta della cristianità sugli infedeli arabi, dovevano averlo segnato in maniera significativa. Da un punto di vista prettamente militare, Cortés non esiterà a guardare al buon esempio della Reconquista quale modello da seguire; egli applicherà tali insegnamenti fin dal primo scontro frontale con gli amerindi di Tabasco, nel contesto del quale unirà la sua abilità diplomatica ad un intelligente impiego dell’artiglieria e di una fanteria ben organizzata in piani razionali d’attacco[28].
Ma nel principato nuovo consistono le difficoltà […]: le quali sono che li uomini mutano volentieri signore credendo migliorare; e questa credenza gli fa pigliare l’arme contro a quello; di che e’ s’ingannono, perché veggono poi per esperienza avere peggiorato. Il che depende da una altra necessità naturale e ordinaria, quale fa che sempre bisogni offendere quelli di chi si diventa nuovo principe e con gente d’arme e con infinite altre iniurie che si tira dietro il nuovo acquisto; in modo che tu hai inimici tutti quelli che hai offesi in occupare quello principato, e non ti puoi mantenere amici quelli che vi ti hanno messo, per non li potere satisfare in quel modo che si erano presupposto, e per non potere tu usare contro a di loro medicine forti, sendo loro obbligato; perché sempre, ancora che uno sia fortissimo in sugli eserciti, ha bisogno del favore de’ provinciali a intrare in una provincia. Per queste cagioni Luigi XII occupò subito Milano, e subito lo perdé: e bastò a torgnene, la prima volta, le forze proprie di Lodovico; perché quelli populi che gli avevano aperte le porte, trovandosi ingannati della opinione loro e di quello futuro bene che si avevano presupposto, non potevano sopportare e’ fastidi del nuovo principe[29].
In maniera non tanto differente da ciò che accadeva nella medesima epoca nel contesto politico della penisola italica, Cortés aveva di fronte a sé un campo politico all’interno del quale le relazioni di potere locale erano alquanto instabili ed incerte, ed all’interno delle quali prevaleva il dominio di Moctezuma; all’interno di un quadro di tal fatta, l’irrompere dell’elemento estraneo e destabilizzante non faceva altro che forzare e ridefinire la configurazione del potere all’interno del campo di relazioni sopra descritto. L’impresa cortesiana non è, dunque, limitata alla semplice conquista, operata con la forza del numero e delle armi, ma risulta come un’imposizione di un nuovo ordine simbolico che ingloba l’ambito politico indio all’interno di un quadro prettamente europeo[30]. Cortés seguirà il dettame del Segretario Fiorentino, messo in pratica al fine di ottenere l’alleanza dei popoli che, al suo arrivo, erano già in una fase di confronto con l’Impero Méxica ed adotterà la via dello scontro diretto solo dopo la ribellione avvenuta nella capitale méxica,  Tenochtitlan; fino a quel momento, Cortés aveva cercato di conquistare posizioni perlopiù per via diplomatica, rafforzando le alleanze con Cempoala, Tlaxcala e Cholula e l’assedio della capitale sarebbe avvenuto solo quando il lavoro di diplomazia avrebbe permesso una forte crescita delle forze militari amerindie, composte dai popoli nativi ormai suoi vassalli[31].
Cortés si dimostra, quindi, un abile camaleonte nella personificazione del soggetto politico che varia secondo le sue necessità tattiche e politiche,
[…] perché uno uomo, che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene ruini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità[32].
mettendo in pratica l’assunto, onnipresente nell’opera del Machiavelli, che dimostrava come fosse necessario che il Principe fosse obbligato ad assumere un valore (qualsiasi) o un campo politico, a seconda dei casi che ne dettano la politica necessità.
Nell’equiparazione di ogni atto ad una inversione condizionata per circostanze specifiche, Cortés incarna la figura proteiforme del governante machiavellico, per il quale l’assoluta coerenza avvicina inevitabilmente al fallimento. E’ senza dubbio più proficuo, intravede Cortés, dissolvere l’identità in una successione di ruoli; o assumere come raccomanda ‘Il Principe’, il ruolo di volpe o di leone a seconda del caso che si prospetta[33],
il che si traduce come ‘pertanto, a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo[34], e Cortés, applicherà frequentemente tale massima, unitamente a quella che prevede che ‘[…] uno che contro al populo diventi principe […], debbe innanzi a ogni altra cosa cercare di guadagnarsi el populo; il che gli fia facile quando pigli la protezione sua[35], ricostruendo la distrutta Tenochtitlan che ribattezzerà come Città del Messico[36]; a tal fine, l’Extremeño farà passare la sua opera come una somma di azioni esercitate a protezione del popolo da egli stesso sottomesso[37] ed in tal modo realizzando, a mezzo della redazione della prima Carta de Relación, un processo di mitizzazione della propria figura che ‘corrisponde nei suoi elementi essenziali al modello rinascimentale riflesso ne Il Principe di Machiavelli, posto che descrive se stesso quale perfetto guerriero, politico e governante[38]. Beatriz Pastor[39] sostiene, infatti, che Cortés riproduce una versione figurativa di se stesso, nel contesto della quale sussiste una capacità di analisi che rappresenta la filosofia del razionalismo politico rinascimentale: il fatto stesso che Cortés, nel contesto della redazione delle sue Cartas, eviti di narrare di elementi fantastici e si discosti dal romanzo cavalleresco[40] medievale, ne è una chiara prova. La raffigurazione dell’eroe, rappresentato dallo stesso Cortés, sfrutta l’elemento razionale quale strumento per la descrizione e la conoscenza dei fatti esposti perché il medesimo eroe rinascimentale, così come descritto dal Segretario Fiorentino, conquista, negozia, organizza e comanda al pari di nessun altro[41].
Seppure vi sia chi sostenga che la differenza sostanziale tra l’uomo rinascimentale, descritto e pontificato da Machiavelli, ed il nostro Conquistador sia rappresentato dal fattore religioso, espresso all’interno degli scritti redatti dal medesimo Cortés, nel contesto dei quali si rappresenta una costante presenza della natura provvidenziale delle proprie azione di conquista[42], bisognerebbe evidenziare una netta differenza, demarcata dal contesto storico e fattuale degli eventi occorsi in Mesoamerica e dalla mentalità calcolatrice del redattore delle Cartas. E’ ancora Beatriz Pastor a rilevare come fosse la struttura mentale di vassallaggio, della quale Cortés è dotato, nonché fortemente condizionato a livello discorsivo, a guidare la composizione dei propri scritti; tale struttura sarebbe rappresentata da una piramide, nel contesto della quale si esprime la struttura gerarchica del potere politico riconosciuto nel contesto europeo, che vede al suo vertice il Dio cristiano che concede grazia all’imperatore, situato in posizione intermedia e che è inevitabilmente servito dal principe conquistatore, posto alla base della medesima piramide. Se si assume il dato pacifico, rappresentato dal fatto che Cortés opera nel contesto di una situazione, di fatto ed in diritto, integrante la disobbedienza nei confronti del potere costituito, se non un vero e proprio colpo di stato, e che la struttura delle Cartas de Relación integra uno scritto giustificativo delle azioni di cui sopra, si può agilmente comprendere come il riferimento alla provvidenza divina fosse un elemento indispensabile da sottolineare, al fine di rappresentarvi la legittimazione della conquista. Le Cartas, in altri termini, rappresentano il passaggio narrativo che porta alla metamorfosi della disobbedienza in obbedienza, alla trasfigurazione dell’usurpazione in riconoscimento del potere del nuovo principe[43]. Ed anzi, ancora una volta, anche in ambito religioso, è possibile notare il seguire pedissequo dell’insegnamento di Niccolò Machiavelli: se si pongono, infatti, in relazione gli scritti del De Principatibus con i Discorsi, il fattore religioso, inteso quale valore morale dei popoli e quale corretta fonte delle istituzioni, combinato con  la legge e con l’esercito, costituisce il fondamento della vita nazionale, così come il medesimo Segretario la intendeva[44].

 

La ricerca dell’anello di congiunzione tra Niccolò Machiavelli ed Hernán Cortés.

Ai fini della realizzazione degli obiettivi che vengono posti in questo scritto, è indispensabile stabilire quale sia la linea temporale di coesistenza che hanno in comune Hernán Cortés e l’opera che qui si prende in considerazione; è chiaro che non interessa partire dalla data di pubblicazione a stampa del 1532 da parte del tipografo romano Antonio Blado, poiché la stessa risulterà, anche grazie a quanto più avanti esposto, assolutamente ininfluente. Ciò che qui interessa è la genesi ideologica dello scritto di Machiavelli o, quantomeno, la sua circolazione sotto forma di manoscritti ed idee[45].
Le considerazioni di Giorgio Inglese[46], che attribuiscono la data del compimento dell’opera al maggio del 1514, sembrano aver posto un termine alla cospicua bibliografia dedicata alla risoluzione del problema della datazione del De Principatibus; già tempo addietro, inoltre, era stata affermata la tesi secondo la quale l’opera fosse pressoché completa nel 1514, rafforzata da Federico Chabod, nel contesto della disputa filologica tenuta tra lo stesso e Friedrich Meineke, il quale sosteneva che il De Principatibus fosse stato scritto dal Segretario a più riprese, redigendo dapprima gli iniziali undici capitoli e, solo successivamente, gli ulteriori quindici[47].
Di tutt’altro tono è il ragionamento sulla genesi ideologica dello scritto qui preso in esame: risulta plausibile supporre che i pensieri compiutamente esposti nel De Principatibus si possano già trovare in alcuni scritti precedenti risalenti addirittura al 1500[48]; al fine di stabilire un ancora più plausibile terminus post quem che risulti utile ai fini esposti supra, è d’uopo prendere in considerazione uno scritto assai dibattuto nell’ambito della filologia machiavelliana: l’ovvio riferimento è ai cosiddetti Ghiribizzi, una lettera scritta nel 1506 dal Machiavelli e forse mai spedita, indirizzata a Giovan Battista Soderini.
L’importanza di tale epistola è di immediata comprensione nei termini in cui si prenda in considerazione il fatto che in essa si possono leggere parte dei medesimi temi trattati nel De Principatibus e quasi con la medesima terminologia. La questione più spinosa relativa a tale scritto è, ancora una volta, quella della datazione: fino al 1970 si credeva che l’abbozzo fosse titolato come Ghiribizzi scritti in Raugia al Soderino e che fosse stato redatto nel 1513 ed indirizzato a Pier Soderini, ex gonfaloniere di Firenze che in tal periodo si trovava in esilio a Raugia (l’attuale Dubrovnik, dapprima Ragusa). Le ricerche filologiche e calligrafiche esperite da Roberto Ridolfi e Paolo Ghiglieri hanno portato alla luce gli errori di interpretazione e di datazione che lo scritto si era trascinato per secoli, permettendo di stabilire con una certa sicurezza che il titolo dello scritto doveva essere Ghiribizzi scritti in Perugia al Soderino (Giovan Battista, nipote di Pier) e che lo stesso era stato redatto nel 1506, in corrispondenza della presa di Perugia da parte di papa Giulio II, cui lo stesso Segretario assistette quale osservatore inviato da Firenze[49]. Una simile scoperta, di fatto, pone l’accento su una datazione del pensiero espresso da Machiavelli all’interno del De Principatibus sicuramente anteriore alla data del 1513; l’episodio cui assistette rappresentò, infatti, per il Machiavelli un serio punto sul quale riflettere riguardo all’analisi dei principati ecclesiastici e della dialettica tra fortuna e virtù, nonché tra azione e prudenza: ‘onde io credo, non con lo spechio vostro, dove non si vede se non prudentia, ma per quello de’ più, che si habbi nelle cose ad vedere el fine et non el mezo’. L’azione di Giulio II, in seguito riportata all’interno del capitolo XXV del De Principatibus, relativo alla fortuna ed al suo coinvolgimento nelle cose umane, dimostrava, infatti, che, in qualche caso, le azioni guidate dall’impeto e prive di adeguate riflessioni di tipo politico e tattico, possono portare alla realizzazione del fine politico prefissato[50].
Orbene, abbandoniamo ora le questioni concernenti la datazione dell’opera de qua e volgiamo la nostra attenzione al contenuto esposto all’interno; tralasciando gli assunti di tipo ideologico e politico, bisognerà fare particolare attenzione alle parti che possono aver costituito un punto di contatto tra le visioni di Machiavelli ed Hernán Cortés: il riferimento è ai capitoli del De Principatibus attinenti alla persona di Ferdinando il Cattolico.
Il nostro Segretario pone l’accento sull’astuzia del principe e sull’uso della violenza quale mezzo atto ad ottenere i fini prefissati dallo stesso: si parla qui della famosa metafora della volpe e del leone, contenuta all’interno del capitolo XVIII, all’interno del quale è presente il riferimento forse maggiormente incisivo rispetto al regnante spagnolo, tanto da usare l’estrema precauzione di evitare di rivelarne il nome:
Alcuno principe de’ presenti tempi, quale non è bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e dell’una e dell'altra è inimicissimo; e l'una e l’altra, quando e’ l'avessi osservata, gli arebbe più volte tolto o la reputazione o lo stato[51].
Il fatto che Ferdinando sia stato preso quale esempio di principe che si preoccupa della ragion di stato e che pone in secondo piano le questioni squisitamente morali, dimostra quanto tale personaggio abbia costituito una fonte di primaria importanza nella formazione del pensiero politico di Machiavelli. Tale figura viene citata altre volte all’interno dello scritto: si veda ad esempio il confronto con Massimiliano d’Asburgo, quale esempio di comparazione tra la parsimonia e la prodigalità dei regnanti[52], nonché al fondamentale capitolo XXV, all’interno del quale il protagonista è ancora una volta Giulio II ed all’interno del quale viene sottolineato il riferimento al regnante iberico, che ingoia amaramente la cacciata del Bentivoglio da Bologna, al fine di preservare il buon rapporto con il Pontefice che avrebbe potuto costituire un valido supporto per recuperare i porti meridionali occupati da Venezia nel 1485[53].
Sembra ovvio che uno scritto redatto da uno dei più famosi diplomatici fiorentini, che citi il regnante di Spagna ai capitoli I, XII, XIII, XVI, XVIII, XXI, e XXV e che definisca lo stesso come ‘[...] principe nuovo, perché di uno re debole è diventato per fama e per gloria el primo re de' Cristiani; e se considerrete le azioni sua, le troverrete tutte grandissime, e qualcuna estraordinaria[54], non possa essere passato sotto traccia negli ambienti di quella importante Corte europea.
E’ in tale fase della presente teorizzazione che entra in scena quel Miguel de Pasamonte, che abbiamo visto quale diretto responsabile del Cortés tesoriere operante a Cuba; or bene, è d’uopo porre l’accento sull’importanza del personaggio poc’anzi citato: Pasamonte, converso ebreo, dopo essere stato membro della Corte spagnola nonché confidente di Ferdinando il Cattolico (tanto da far parte del seguito della seconda moglie di questi, la giovane Germania de Foix[55]), fu inviato nelle Antille nel 1508 al fine di contrastare il monopolio del potere di Diego Colombo; il fatto che il nostro Extremeño, così giovane, venisse preso in considerazione per coadiuvare Velázquez nell’impresa cubana dall’uomo più potente delle Antille nonché depositario del sapere politico ottenuto nel contesto della Corte Spagnola, deve far riflettere sul fatto che a monte vi sia stato un forte rapporto di protezione, se non di confidenza tra i due[56].
Al fine di individuare il giusto nesso nel ragionamento, è necessario compiere una breve analisi politica e storica delle condizioni in cui versava l’isola di Hispaniola tra il 1500 ed il 1519; quando il giovane Hernán Cortés giunge sull’isola, vi trova Nicolás de Ovando quale governatore, nominato dalla Corte fernandina con il compito di rompere il monopolio dell’amministrazione guidata della famiglia Colombo. Ovando, amico del padre del nostro Conquistador, lo accoglie affidandogli un posto da notaio ad Azúa de Compostela ed una piccola Encomienda. Lo stesso Ovando, nel 1509, veniva richiamato in Spagna e Ferdinando, a causa del delicato equilibrio della politica interna spagnola, era costretto a nominare Diego Colombo quale quarto governatore delle Indie Occidentali, soddisfacendo, in tal modo le pretese castigliane originate dall’antica protezione della regina Isabella nei confronti della famiglia dell’Almirante. Nel contesto di tale situazione politica, Cortés resta fedele alla precedente amministrazione e si lega all’uomo forte del partito della Corona nelle Antille: il Tesoriere del Re, Miguel de Pasamonte.
La congiuntura politica[57] che si sviluppa tra il 1509 ed il 1519 vede, dunque, affrontarsi due fazioni che vedono protagonisti Diego Colombo ed il suo entourage e Miguel de Pasamonte ed i suoi uomini[58], quali elementi di fiducia del Re Cattolico, il cui obiettivo resta la neutralizzazione della politica colombina attraverso la connessione diretta della Corona con altri potenti personaggi presenti nelle terre da colonizzare e direttamente legati ad essa. In questo periodo, in altre parole, il desiderio della Corona di evitare la nascita di poteri forti e di mantenere le redini del potere anche in terre lontane, creò complicati intrighi composti da ‘controversie, litigi e macchinazioni che riducono Machiavelli al livello di un semplice apprendista[59].
Nel 1511, il nuovo governatore Diego Colombo nominava Diego Velázquez de Cuellar Capitano della spedizione per la colonizzazione di Cuba; seppure Velázquez rappresentasse un uomo di fiducia di Colombo, nominato da costui al fine di evitare l’intrusione dei realisti nell’ambito dell’impresa[60], secondo altri autori lo stesso rappresentava una creatura di Pasamonte piuttosto che di Colombo stesso[61]: sono infatti noti gli stretti rapporti tra il Capitano e Juan Rodríguez de Fonseca, politico e potente encomendero legato alla Corona nonché l’importante cartina di tornasole rappresentata dal fatto che egli teneva la corrispondenza ufficiale con la Castilla solo tramite lo stesso Pasamonte, nonostante la forte insofferenza dello stesso Colombo[62]. Hernán Cortés, a sua volta, veniva chiamato da Velázquez per coadiuvarlo nell’impresa, come incaricato alla riscossione del quinto per conto della Corona e quindi quale diretto dipendente di Pasamonte.
Nell’ambito dell’isola Cubana si riproducono, quindi, i giochi di potere presenti su Hispaniola: anche qui sussistono le due fazioni contrapposte rappresentate dalla famiglia Colombo e dai servidores del Rey; Miguel de Pasamonte, che capeggia quest’ultima fazione, costringe Colombo a nominare Velázquez, che è in realtà è un realista e gli affianca, al fine di effettuare un doppio controllo sui fatti cubani, un ex notaio sedentario e piccolo encomendero quale Hernán Cortés. Nel medesimo modo in cui ad Hispaniola si riproduce la modernità della metropoli, a Cuba si riproduce la modernità dell’isola di Hispaniola, nel contesto di un fenomeno bipolare che incorpora una struttura di potere ricomprendente sistemi antichi in pratiche nuove, da sperimentare all’interno di contesti e mondi nuovi che rappresenteranno i prodromi di quella modernità che, dalla metropoli, domina la periferia[63].
Per quale motivo proprio il nostro Extremeño? Non bisogna dimenticare che, nel contesto della politica medievale spagnola, le parentele e le amicizie famigliari sono di assoluta importanza e che il nostro Extremeño arriva a Santo Domingo sotto la protezione dell’allora governatore Nicolás de Ovando, realista; si tenga conto, inoltre che Demetrio Ramos propone l’affascinante supposizione che vede Cortés, durante la sua permanenza a Valladolid (ove, non bisogna dimenticarlo, tra il 1501 ed il 1504, risiedeva la Corte spagnola), frequentare il segretario di Ferdinando, Lope de Conchillos, favorito in tal senso dall’influenza dello zio Francisco Nuñez de Valera[64]. Se si entra nell’ambito delle logiche e legittime supposizioni, è lecito argomentare che il soggetto deputato a rappresentare gli occhi e le orecchie di Pasamonte e del Re Cattolico a Cuba dovesse essere adeguatamente preparato ad affrontare le avversità politiche, i giochi di potere ed il doppiogiochismo dei potenti in terra antillana; colui che ingaggia Cortés per svolgere tali compiti, avrebbe cercato di infondere in esso gran parte della propria esperienza e del proprio sapere strategico-politico che non avrebbe potuto non ricomprendere quanto codificato da Niccolò Machiavelli nell’ambito del De Principatibus che, non bisogna dimenticarlo, vede la Corte spagnola quale protagonista di primaria importanza. Miguel de Pasamonte, che viene definito quale ‘unico cordone ombelicale che unisce Santo Domingo con la Castiglia[65], avrebbe avuto a disposizione ben sette anni per formare questo giovane dalle amicizie influenti che, nel frattempo, non aveva dimostrato alcuna sete di potere, conducendo una vita sedentaria e pacifica come notaio e piccolo encomendero; seguendo Jacques Lafaye, si potrebbe agevolmente affermare che Cortés ‘bevve il machiavellismo dalla sua propria fonte[66]: l'uomo di confidenza del principe.
Una volta salpato da Cuba, Cortés tradisce Velázquez, la Corona e lo stesso suo mentore, per mezzo del vero e proprio colpo di stato che si materializza con la fondazione di Villa Rica de la Vera Cruz sulla costa messicana e l’inizio dell’attività di conquista; tale azione contravviene al chiaro ordine del Capitano dell’impresa cubana che recitava chiaramente di rescatar,verbo che rappresenta ‘il semplice atto di commerciare, scambiare piccolezze per dell’oro e cabotare con precauzione lungo la costa del Golfo del Messico, esattamente come avevano fatto i suoi predecessori, eseguendo gli ordini espressi da Diego Velázquez.[67]. Cortés disobbedisce alle istruzioni definite espressamente nelle capitolazioni firmate con Velázquez, costringendo, di fatto, la Corona, per mezzo dello stesso Velázquez, ad impedire, anche in questo caso, la formazione di un potere particolare nel contesto delle terre ad essa attribuite di diritto dai trattati di Tordesillas; ma, il concorso politico tra Cortés e Pasamonte è talmente forte ed il Tesoriere è talmente cauto ed abituato ad una politica tipica degli scritti del Segretario Fiorentino che, quando Velázquez manifesta l’intenzione di inviare la flotta di Pamfilo de Narvaez, incaricato di riportare Cortés a più miti consigli, Pasamonte, il 15 gennaio del 1520, scrive all’Imperatore, in maniera assai significativa, che avrebbe inviato Lucas Vasquez de Ayllon, quale intermediario, specificando che:
converrebbe molto al Servizio di V.M. […] che [Ayllon] possa arrivare all’isola Fernandina [Cuba] prima che Narvaez parta con la detta armata per dove si trova Cortés; e se per caso quando [Ayllon] fosse arrivato all’isola Fernandina [Narvaez] fosse partito, [Ayllon] deve passare alle dette terre ove si trova Cortés, perché tra egli e Narvaez non si abbia alcun disordine, ma che si conformino a tutto ciò che conviene che si faccia, perché V.A. sia servito e si colonizzino quelle terre ed il nome di Nostro Signore venga elevato; perché se tra essi si avesse qualche rottura, ciò che a Dio non aggrada, tutto ciò che l’adelantato ha scoperto ed iniziato a colonizzare sarebbe perso […] e poiché tutto ciò ha posto in grave turbamento la tanta buona opera che l’adelantato ha iniziato, sarà giusto che se il detto Cortés ha commesso ciò che non avrebbe dovuto, comandi V.M. di castigarlo, perché sia da esempio per altri.[68]

 

Conclusioni.

Come sopra riportato, non è errato sostenere che Hernán Cortés abbia incarnato il modello avanzato dell’uomo dell’Età Moderna, che opera in nome di uno Stato, nel senso moderno del termine e secondo le regole dettate da tale ordinamento; al fine di conquistare il territorio messicano impiega una milizia, i cui uomini che la compongono lottano per lui, per un’idea ed anche per il proprio riscatto e la propria crescita personale; impiega, infine, modelli forniti da Niccolò Machiavelli che, però, è bene ricordarlo, procura una summa di regole di condotta già fornite dall’esperienza di altri uomini come Ferdinando il Cattolico e Cesare Borgia.
Hernán Cortés è un personaggio che, nel bene e/o nel male, ha compiuto la storia di ciò che oggi definiamo America Latina; ha compiuto la sua opera ed ottenuto la tanto magnificata ed agognata gloria come un uomo dell’Europa Moderna che scopre l’altro ma non riesce a vederlo compiutamente. Comprende l’altro? Forse a Cortés non interessa comprendere a fondo il nativo americano; al Conquistador interessa prevedere la strategia militare e sociale dei méxica, al fine di eliminare un’intera cultura e creare un uomo ed un principato nuovo. La sua missione sembra marginalmente religiosa; pare si possa definirla, invece, eminentemente politica e contornata da caratteri giustificativi che possono essere facilmente intesi. L’altro che Cortés incontra, viene scrutato, analizzato, utilizzato ed infine schiacciato e successivamente depauperato delle sue ricchezze sia materiali che culturali; l’altro si ridurrà ad una terra vergine: sarà una pagina bianca dove poter scrivere la storia nuova di un Mondo Nuovo.
Alla luce di quanto sopra esposto, bisogna, in ultima analisi, chiedersi quale sia il terminus post quem che possa ragionevolmente rappresentare il punto di partenza relativo ad una linea temporale condivisa tra Hernán Cortés e la conoscenza organicamente compiuta dell’opera de qua. Credo che la data di redazione dei Ghiribizzi al Soderini né tantomeno gli scritti precedenti, databili al 1500, possano essere presi in seria considerazione quale termine utile; il fatto che Machiavelli avesse maturato così prematuramente le proprie teorizzazioni politiche, non significa che la Corte spagnola, che abbiamo assunto rappresentasse l’anello di congiunzione tra il Segretario Fiorentino e Cortés, ne abbia avuto congrua cognizione. In altri termini, ciò che deve essere preso in considerazione non è la teoria politica quanto il media che la veicolava: quei famosi manoscritti, che integrano le prime pubblicazioni dell’opera e che, ricordiamolo, già nel dicembre del 1513, erano state lette quantomeno da Filippo Casavecchia.


Figura 1. Linea temporale condivisa tra Hernán Cortés e la conoscenza organicamente compiuta del De Principatibus. In particolare, l’ultimo e più corto tratteggio rappresenta l’ipotesi più plausibile che possa giustificare la conoscenza dell’insegnamento di Niccolò Machiavelli da parte di Hernán Cortés.

Cortés, che nel 1513 era già in America ed al servizio della Hacienda para Cuba grazie ai favori e la protezione di Miguel de Pasamonte, avrebbe avuto ben sei anni a disposizione per conoscere compiutamente un’opera che contemporaneamente aveva lodato, magnificato e smascherato nelle sue politiche menzogne il re di Spagna, del quale, il suo mentore nelle Antille era stato per lungo tempo fido cortigiano ed ivi inviato particolare dalla medesima Corte.
Se è vero, com'è vero, che la storia della conquista dell'America fa ‘ritenere che un grande cambiamento sia avvenuto [...] fra Colombo e Cortés[69], quel cambiamento è rappresentato dall’approdo e dell’uso politico e strategico dell’opera di Niccolò Machiavelli in terra americana. All’interno di questo scritto sono stati proposti alcuni indizi, alcune supposizioni se si vuole, relative ad un’ipotesi assai suggestiva che però, aldilà delle vere e proprie prove documentali che la ricerca all’interno dei fondi d’archivio e squisitamente storica potranno portare alla luce, rappresenta una giustificazione plausibile dell’azione di Hernán Cortés in terra americana. Il Principe è giunto in America? Le idee ivi espresse sono sicuramente state messe in pratica in quella terra e ridurre tale fatto ad una soggettivazione caratteriale o di indole e ad una semplice similitudine di carattere culturale e politico tra il nostro condottiero e la cultura politica europea, risulta, allo stato dell’arte, una proposta di studio probabilmente superficiale.

 

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Note:


[1] Seppure l’oggetto del lavoro sia focalizzato sulla presenza del Segretario Fiorentino nel contesto della pratica di conquista della Valle del Messico ed in particolare, sulla conoscenza dei contenuti del De Pricipatibus da parte di Hernán Cortés, questo scritto è tratto, in massima parte, da Luca Chirizzi, Hernan Cortés tra scoperta e Conquista. Eurocentrismo, alterità e politica di conquista all’inizio dell’Età Moderna, Saarbrücken, Edizioni Accademiche Italiane, 2015, che ne costituisce una base essenziale.

[2] Octavio Paz, Il labirinto della solitudine, Milano, SE S.r.l., 2013, pag. 77.

[3] Cfr. Antonio Carreño, Naufragios, de Alvar Nuñez Cabeza de Vaca: una retorica de la cronica colonial,  in «Revista Iberoamericana», LIII, 140, 1987, pagg. 499-516; Luis Sainz de Medrano Arce, Rencuentro con los cronistas de Indias, in «Anales de Literatura Hispanoamericana», 1977, 6, pag. 19-38; Anthony Padgen, La caduta dell’uomo naturale, Torino, Einaudi, 1989, pag. 4.

[4] Cfr. Beatriz Pastor, Discurso narrativo de la Conquista de America, La Habana, Casa de las Américas, 1983, pagg. 121-144.

[5] Tzvetan Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’«altro», Torino, Einaudi, 1992, pag. 65.

[6] Cfr. José Luis De la Fuente, La práctica de la utopía en la escritura de Hernán Cortés, in «Castilla: estudios de Literatura»,  24, 1999,  pagg. 21-44.

[7] Carlos Fuentes, Mugido, muerte y misterio: el mito de Rulfo, in «Revista Iberoamericana», 116-117, 1981,  pagg. 11-21.

[8] Cfr. Herbert Frey, La arqueología negada del Nuevo Mundo. Europa, América y el surgimiento de la Modernidad, México, Siglo XXI, 2002, pag. 14.

[9] Cfr. Herfried Münkler, Maquiavelo: Die Begründung des politischen Denkens der Neuzeit aus der Krise der Republik Florenz, Frankfurt, Europäische Verlangsanstalt, 1982, pag. 99.

[10] Beatriz Pastor, Utopía y conquista: dinámica utópica e identidad colonial, in «Revista de crítica literaria latinoamericana», 1993, pagg. 105-113.

[11] Cfr. Ibidem.

[12] Cfr. Vittorio Salvadorini, Las “Relaciones” de Hernan Cortes, in «Thesaurus», 1963, XVIII, 1, pagg. 77-97.

[13] Cfr. Julio Gerardo Martínez Martínez, Algo sobre Hernán Cortés y los "justos títulos" del P. Francisco de Vitoria, in «Anuario de la Facultad de Derecho», 1987,  5, pagg. 389-402.

[14] Cfr. Félix Báez-Jorge, Sergio Vásquez Zárate, Hernán Cortés y la condición axial de Cempoala en la Conquista de México-Tenochtitlan, in «Revista Extremeña de Ciencias Sociales “Almenara”», 2013, 5, pagg. 93-106; José Luis González, La arqueología negada del nuevo mundo: Europa, América y el surgimiento de la modernidad, in «Revista Mexicana de Sociología», 2, 1996, pagg. 195-198.

[15] Cfr. Matthew Restall, Seven Myths of the Spanish Conquest, 2003, Oxford, Oxford University Press, pag. 172; Tzvetan Todorov, Op. Cit., pag. 142.

[16] Federico Chabod, Scritti su Machiavelli, Torino, Einaudi, 1980, pag. 19.

[17] Cfr. Ivi, pagg. 16, 63.

[18] Cfr. Hermenegildo Corbató, Hernán Cortés, a través de algunos cronistas e historiadores de Indias, in «Revista Iberoamericana», XV, 1950, 30, pagg. 275-285.

[19] Cfr. Rubén Medina, Masculinidad, imperio y modernidad en Cartas de relación de Hernán Cortés, in  «Hispanic Review», 2004, 72.4, pagg. 469-490.

[20] Carlos Fuentes, Hernán Cortés, in «Letra Internacional», 67, 2000,pagg. 9-10.

[21] Miguel de Cervantes, Il geloso da Estremadura, http://cervantes.tamu.edu/V2/textos/argelli_serial1/Geloso
Novilieri.shtml, fonte verificata in data 21.01.2014.

[22] Cfr. Vittorio Salvadorini, Op. Cit.. Secondo Francisco de Icaza Dufour, Idea cortesiana de la Bula,in «Anuario Mexicano de Historia del Derecho», V, 1993, México, UNAM, pagg. 151-165, non esiste traccia del nome di Hernán Cortés all’interno dei registri delle maggiori Università spagnole dell’epoca.

[23] Cfr. José Luis de la Fuente, Op. Cit..

[24] Cfr. Sara Rodicio Garcia, Aportaciones al estudio del pensamiento de Hernán Cortés, in «Quinto centenário», 1989, 15, pagg. 249-271.

[25] Cfr. Francisco López de Gómara, Historia de la conquista de México, Caracas, Fundación Biblioteca Ayacucho, 2007, pag. 11.

[26] Cfr. Herbert Frey, Op. Cit., pag. 15.

[27] Tzvetan Todorov, Op. Cit., pag. 155.

[28] Cfr. Julio Gerardo Martínez Martínez, Paralelismo entre la estrategia y tácticas de conquista del reino Nazarí de Granada, y aquellas otras utilizadas por Hernán Cortés en la Conquista de México, in «Anuario de la Facultad de Derecho», 1987,  5, pagg. 403-412.

[29] Niccolò Machiavelli, Il principe, Torino, Einaudi, 1995, pag. 10-11.

[30] Jorge Checa, Cortés y el espacio de la Conquista: la Segunda carta de relación, in «MLN», 1996, 111.2, pagg. 187-217.

[31] Cfr. Beatriz Aracil Varón, Hernán Cortés en sus" Cartas de relación": la configuración literaria del héroe, in«Nueva Revista de Filología Hispánica», 2009, LVII, pagg. 747-759 e Julio Gerardo Martínez Martínez, Paralelismo entre la estrategia y tácticas de conquista del reino Nazarí de Granada, y aquellas otras utilizadas por Hernán Cortés en la Conquista de México, Op. Cit.

[32] Niccolò Machiavelli, Op. Cit., pag. 103.

[33] Jorge Checa, Op. Cit.

[34] Niccolò Machiavelli, Op. Cit., pag. 115.

[35] Ivi, pag. 66.

[36] Cfr. Julio César Potenziani Bigelli, Aspectos psicológicos durante la Conquista de Cortés (1519) en tierra aztecas, 2013,  http://www.researchgate.net/, fonte verificata in data 19.01.2014.

[37] Cfr. Beatriz Aracil Varón, Op. Cit.

[38] Ibidem.

[39] Cfr. Beatriz Pastor, Discurso narrativo de la Conquista de America , Op. Cit., pagg. 187-219.

[40] Sul tema della tipologia di scritto redatto da Cortés e di quanto questo si discosti dal modello cavalleresco e sia vicino all’etica del Principe di Machiavelli, si veda Aurelio Iván Guerra, La caballería heterodoxa de Hernán Cortés: paralelos con el Floriseo de Fernando Bernal, in «Tirant», 19, 2016, pagg. 205-224.

[41] Cfr. Ivi, pag. 219.

[42] Cfr. Randall Ray Loudamy, Cortés after the conquest of Mexico: constructing legacy in New Spain, Diss., Oklahoma State University, 2013, pagg. 69-70.

[43] Cfr. Beatriz Pastor, Discurso narrativo de la Conquista de America , Op. Cit., pagg. 222-226.

[44] Cfr. Federico Chabod, Op. Cit., pag. 81.

[45] Cfr. Piero Melograni, Introduzione, in Niccolò Machiavelli, Il Principe, Milano, RCS Libri, 1998, pag. 12.

[46] Cfr. Giorgio Inglese, Introduzione, in Niccolò Machiavelli, Il Principe, Torino, Einaudi, 1995, pagg. V-XI.

[47] Cfr. Federico Chabod, Op. Cit., pagg. 139-193.

[48] Cfr. Ivi, pagg. 283-284.

[49] Cfr. Paolo Ghiglieri, Roberto Ridolfi, I Ghiribizzi al Soderini, in  «La Bibliofilia», LXXII, 1970, pagg. 53-74.

[50] Cfr. Carlo Ginzburg, Diventare Machiavelli. Per una nuova lettura dei ”Ghiribizzi al Soderini”, in «Quaderni Storici»,  121, XLI, 1, 2006, pagg. 151-164.

[51] Niccolò Machiavelli, Il Principe, Torino, Einaudi, 1995, pag. 119-120.

[52] Cfr. Federico Chabod, Op. Cit., pag. 345.

[53] Cfr. Giorgio Inglese, Note, in Niccolò Machiavelli, Il Principe, Torino, Einaudi, 1995, pag. 166.

[54] Niccolò Machiavelli, Il Principe, Torino, Einaudi, 1995, pag. 146-147.

[55] Cfr. Miguel de Pasamonte in «EnCaribe», República Dominicana y Comité Científico Técnico General de la enciclopedia, Funglode, http://www.encaribe.org/es/article/miguel-de-pasamonte/409, fonte verificata in data 08.10.2017.

[56] Hans-Jürgen Prien, La justificación de Hernán Cortés de su conquista de México y de la conquista española de América, in « Revista Complutense de Historia de América», XXII, 1996, pagg. 11-31.

[57] Cfr. Genaro Rodríguez Morel, Cartas de la Real Audiencia de Santo Domingo (1547-1575), Santo Domingo, Archivio General de la Nación, 2011, pagg. 9-12.

[58] Luis Arranz Marquez, La herencia colombina en los primeros proyectos de descubierta y colonización in «Revista de Indias», 37, 1977, pagg. 425-469.

[59] Tzvi Medin, Mito, pragmatismo e imperialismo. La conciencia social en la conquista del Imperio Azteca, Madrid - Frankfurt am Main, Iberoamerica – Vervuert, 2009, pag. 42.

[60] Cfr. Eufemio Lorenzo, Castilla y León en América (Descubridores, conquistadores, colonizadores), Valladolid, Ambito Ediciones, 1985, pagg. 37-38

[61] Cfr. Irene Aloha Wright, The early history of Cuba: 1492-1586, New York, The Macmillan Company, 1916, pagg. 23-24.

[62] Cfr. Antonio de Herrera, Historia general de los hechos de los castellanos en las islas y tierrafirme del mar océano, Tomo IV,  Madrid, Academia de la Historia, 1936, pagg. 59-60.

[63] Cfr. Bernal Herrera, Las dos caras de la moneda: modernidad colonial y metropolitana, in «Pasos», 131, 2007, pagg. 19-24.

[64] Cfr. Demetrio Ramos, Hernán Cortés. Mentalidad y propósitos, Madrid, Ediciónes RIALP, 1992, pag. 32-33.

[65] Christian Duverger, Hernán Cortés. Más allá de la leyenda, 2013, Taurus, cap. 6.

[66] Jacques Lafaye, Los Conquistadores, México, Siglo XXI, 1970, pag. 116.

[67] Margo Glantz, Ciudad y escritura: la ciudad de México en las Cartas de relación de Hernán Cortés, in «Hispamérica», XIX, agosto-dicembre 1990, 56-57, pagg. 165-174.

[68] Carta del Miguel de Pasamonte, oidor de la isla Española, al Emperador, in Pascual de Gayangos, Cartas y Relaciones de Hernan Cortés al Emperador Carlos V, Paris, Imprenta central de los Ferro-Carriles, 1866, pagg. 35-37. Si noti che, nel contesto di tale epistola, Pasamonte cerca in ogni modo di evitare uno scontro tra le armate dei connazionali coinvolti nella vicenda che possa portare alla luce le proprie responsabilità in merito al gesto compiuto da un suo uomo, tanto da cercare di ridurre la questione ad un incidentale ed eventuale scontro tra fazioni avverse. Si noti, inoltre, che, nell’ambito della seconda parte della missiva, Pasamonte invoca la punizione esemplare per il fuoriuscito Cortés ma invoca anche l’attesa dello sviluppo degli eventi; è lapalissiano l’attendismo del Tesoriere al fine di profittare dell’eventuale successo dell’impresa. Non sembra plausibile l’esternarsi di una simile strategia comunicativa nei confronti della Corte, qualora il reo non fosse stato un uomo di fiducia cresciuto sotto l’ala protettiva e la disciplina formativa del latore dello scritto. Irene Aloha Whright riferisce di come Ayllon abbia in effetti convinto Velázquez a rinunciare a comandare la spedizione contro Cortés perché ‘Cuba aveva bisogno della sua presenza’ (Irene Aloha Wright, Op. Cit., pag. 88).

[69] Ivi, pag. 300.

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