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Bonaviri tra Occidente e Classicità

di Alessandra Sorrentino

I testi sacri cattolici, per lo meno in Occidente, possono essere ritenuti, senza timore di smentita i testi “classici” per eccellenza. Senza voler entrare qui nella lunga e complessa discussione, che vuole giungere ad individuare ciò che autorizza a chiamare un testo “classico”, vorrei far notare brevemente che le sacre scritture si guadagnano a pieno titolo il riconoscimento di “classiche”, non importa a quale definizione vecchia o nuova ci si riferisca, se a quella incentrata sulla meraviglia di Sainte Bueve,[1] sulla maturità di T.S. Eliot,[2] sulle interpretazioni senza fine di Borges,[3] sulla rilettura di Calvino,[4] oppure sull’orizzonte futuro di Assman.[5] In questo lavoro proverò ad indagare i rapporti tra la classica grande narrazione cattolica, che le sacre scritture hanno nutrito e alcuni testi della raccolta Novelle Saracene[6] di Giuseppe Bonaviri, in una cornice di riferimento, che tende a far emergere le peculiarità di un certo pensiero di frontiera, di cui ritengo quest’opera bonaviriana espressione.
Per fare ciò è necessaria una breve premessa che parte dall’interesse, piuttosto diffuso negli ultimi decenni, al concetto di Sud. Il dibattito su quello che a prima vista è solo uno dei quattro punti cardinali ha avuto luogo in varie discipline e ha prodotto un superamento della semplicistica visione terzomondista degli assetti geopolitici mondiali, per approdare a quella più complessa e più attuale di Global South,[7] che estende il concetto meramente geografico di Sud a qualcosa di più ampio. Ricostruendo brevemente le tappe che hanno condotto ad un maggiore interesse nei confronti della parte Sud del mondo va ricordato che la divisione tra Nord e Sud venne ribadita dall’ex cancelliere tedesco Willy Brand in sede politica negli anni‘80. Fu allora che venne disegnata la così detta linea Brandt,[8] una linea parallela all’equatore, con alcune consistenti deviazioni verso Sud, che divideva il Nord sviluppato e moderno nelle strutture economiche, politiche, sociali, intellettuali, dal Sud sottosviluppato e arcaico. Fu questa l’occasione in cui venne ufficializzato il divario tra i due emisferi, non solo sul piano meramente cartografico, ma dal punto di vista economico, politico, sociale ed intellettuale, marcando in questo modo una deficienza di parte dell’emisfero Sud rispetto a parte dell’emisfero Nord. In questa mappatura va tenuto presente che la Sicilia, luogo di nascita di Giuseppe Bonaviri, si collocata proprio ai margini della linea Brandt, difatti Porto Palo di Capo Passero, la punta più a sud est dell’isola è esattamente sopra di essa, risultando così, dal punto di vista geografico, una delle frontiere tra Nord e Sud del mondo.
In sede sociologica, filosofica, politica e non solo si è cercato di ricostruire le tappe di quella parte del pensiero occidentale che, nei secoli, ha favorito la nascita e la persistenza di tale divisione. Il filosofo Santiago Castro Gómez parla della hybris del punto cero,[9] ovvero la presunzione del mondo occidentale, di guardare il mondo da un punto di osservazione neutrale e obiettivo ed essere per questo in grado d’indagare, dividere e capire i bisogni di ciascun luogo, osservandolo da lontano.Walter Mignolo, sociologo argentino, ritiene frutto di tale hybris le due grandi narrazioni per eccellenza, la grande narrazione cattolica e la grande narrazione borghese.[10] Entrambe, in periodi storici differenti, avrebbero indotto l’Occidente ad ergersi paladino prima della cristianità e poi del progresso in giro per il mondo. Mignolo afferma che nella convinzione di aver costruito il migliore dei mondi possibili le potenze occidentali avrebbero sviluppato, dal momento simbolico della scoperta delle Americhe in poi, il desiderio di esportare il sistema europeo. Ciò sarebbe avvenuto di pari passo con la definizione delle norme che distinguono il sistema occidentale dagli altri, sintetizzando si può affermare che per la definizione dell’identità occidentale fu necessario un confronto/scontro con gli altri, nello specificogli uomini nuovi del nuovo mondo.[11] In un primo momento, che Mignolo definisce prima modernità[12]e che ha inizio nel 1492, sarebbe stata proprio la volontà di evangelizzazione delle Americhe, il motore che avrebbe spinto le potenze europee atlantiche ad instaurare al di là dell’oceano un sistema modellato su quell’europeo, le basi teoriche di tale azione coloniale sarebbero da ricercare nel pensiero rinascimentale.[13] In un secondo momento storico, dal XVII secolo in poi, la seconda modernità, il desiderio di esportazione del modello occidentale avrebbe avuto ragioni di altro tipo, ovvero la volontà di coinvolgere il resto del mondo nel processo di progresso di matrice borghese, di cui l’Europa si faceva porta voce. Sarebbe attraverso una logica binaria, che prevede il confronto con gli altri, durante i processi di esportazione del sistema occidentale della prima e seconda modernità, che la costruzione dell’identità occidentale si sarebbe struttura proprio su questa divisione del mondo tra il mondo Nord Occidentale abitato da noi, cattolici, bianchi, uomini, evoluti, moderni etc. e gli altri. È in questi luoghi i Sud del mondo, dove gli altri risiedono, che Mignolo rintraccia la potenziale presenza di una forma di pensiero di frontiera il border thinking o an other thinking.Per quanto si faccia inizialmente riferimento ad una divisione in parte ancora legata a principi geografici, va detto che fin da subito la frontiera è qui intesa, così come la intende l’Anzaldúa, in senso ampio e metaforico, luogo di contatto tra più culture, tra più razze, più classi e dove le differenze tra i vari soggetti in campo non possono essere nettamente delimitate.[14] Il pensiero a cui fa riferimento Mignolo è un pensiero che, abbandonando la dialettica hegeliana e la presunzione di conoscenza assoluta, si oppone ad ogni fondamentalismo, che consente di evitare il cul-de-sac di un  procedere per contrapposizione, che non contempla la diversità.[15]
Fin qui si è fatto riferimento agli altri geograficamente lontani dal vecchio continente, ma ciò che più interessa in questa sede, sono quelli che Roberto Dainotto individua come internal others.[16]Quei soggetti geograficamente situati all’interno del mondo occidentale, ma che, così come gli uomini nuovi delle americhe, sono stati fatti diventare la pietra di paragone con cui gli europei del Nord si sono confrontati per costituire e organizzare i principi che hanno definito la loro identità e la loro presunta supremazia. Quindi, dice Dainotto, così come avvenne per i luoghi abitati dagli altri d’oltre oceano di cui ci parla Mignolo, anche all’interno del vecchio continente alcune zone del Sud subirono un processo di marginalizzazione, di esclusione dalla presunta modernità Nord europea. Fu questo che avvenne alle potenze cristiane del Sud Europa dal 1492 in poi, se si fa eccezione per la Spagna che fu per lungo tempo il centro di un grande impero coloniale, portatrice dei principi della fede nel mondo, le altre potenze mediterranee vennero sistematicamente estromesse dalla gestione del potere e su di esse venne costruito un discorso che le relegò a paesi dalla bellezza straordinaria, culle delle civiltà antiche, ma incapaci di prendere parte ai processi contemporanei della modernità. Sintetizzando, Dainotto afferma, che dalla scoperta delle americhe in poi, dalla scoperta delle rotte di navigazione atlantiche, ciò che viene fino ad allora considerato il centro del sistema mondo, ovvero le nazioni cattoliche del Sud Europa, perde di centralità per lasciare spazio alla nascita di un nuovo centro ovvero i paesi  Nord europei. È a questo tipo di fenomeni di marginalizzazione di alcuni luoghi del mondo e a questa diversa prospettiva sui Sud del mondo, che s’inspira il sociologo nostrano Franco Cassano, che già a metà degli anni novanta, nel suo noto volume Il pensiero meridiano invita a guardare al Mediterraneo come parte di un Sud più ampio geograficamente e con un valore aggiunto metaforico, che egli definisce “l’insieme dei mediterranei del globo”.[17]
Seguendo queste linee guida parto qui dall’assunzione che la Sicilia sia non solo parte di una più ampia categoria di internal others europei, ma che più nello specifico essa sia anche l’altro interno a quel Regno d’Italia formatosi al di là del 1860, che abbia quindi subito un discorso dominante discriminatorio, basatosi su una riscrittura della storia che sostenne le azioni politiche, spesso violente, del neo nato regno e che servì alla costruzione dell’identità nazionale del neo nato Regno. La storia della penisola italiana ha già indotto più di uno studioso a guardare la Sicilia, il profondo Sud del regno, attraverso le lenti post coloniali, la Schenider già a fine degli anni novanta, parlava esplicitamente di orientalismo[18] nei confini stessi della penisola, riferendosi a quel discorso della diversità che, come gli studi post-coloniali hanno ampiamente mostrato, produce un’immagine degli altri funzionale alla creazione della propria identità; la Reichard, a metà degli anni duemila, si spinge a definire la Sicilia in uno stato di continua decolonizzazione.[19] Facendo un passo più in là, seguendo la linea tracciata da Mignolo e Dainotto, mi pare di poter individuare nella mancanza, nell’insufficienza delle popolazioni di questi luoghi a partecipare alla modernità, nel persistente stato di eccezione[20] a cui furono relegati questi luoghi dal potere politico, alcune delle caratteristiche saliente di tali discorsi che accomunano i Sud del mondo. Nel Sud Italia, com’è già ampiamente emerso in sede storica,[21] furono proprio la presunta arretratezza cronica dell’ex Regno borbonico, la mancanza di senso civico dei meridionali, il perpetuo governo in stato di eccezione di questi luoghi, i perni principali su cui si costruì la questione meridionale[22]prima e dopo il 1860. Furono queste le premesse su cui venne costruita quell’immagine edulcorata del processo unitario e dei suoi protagonisti, che risultò politicamente necessaria per giustificare l’imposizione dall’alto del potere centrale sulle “periferie” del regno. Il Sud d’Italia può quindi considerarsi parte di quei Sud del mondo, che vivono o hanno vissuto una condizione di costante insufficienza nei confronti di un Nord sviluppato e moderno, che vengono ritenuti non ancora in grado di partecipare al grande processo di sviluppo che l’Occidente ha intrapreso e di cui si fa anfitrione nel mondo. Uno dei Sud quindi di cui le culture autoctone sono state discriminate, considerato incapace di produrre una conoscenza utile a contribuire al progresso dell’umanità, che viene rilegato a paradiso paesaggistico e culla delle civiltà antiche.
In questa, brevemente accennata, cornice di riferimento mi pare interessante chiedersi quali siano le espressioni letterarie che, più di altre, siano testimonianza di quel pensiero di frontiera che sembrerebbe risiedere in quei sud del mondo di cui si è parlato. Partirò dalla critica bonaviriana che si è confrontate con alcuni punti dell’opera del mineolo, che acquistano all’interno della cornice di riferimento che ho brevemente esposto un valore aggiunto. Sarà, ad esempio, Musarra tra i più celebri studiosi di lungo corso dell’opera di Bonaviri che pone particolare attenzione proprio al concetto di frontiera nella sua opera dicendoci che:

la frontiera è anche via in cui procedere mettendosi tra due mondi nel contempo contrari e correlati. Non si deve perciò intendere la frontiera nella sua staticità; infatti da essa nasce l’ansia del superamento e quindi dell’essere come un trapasso da un identità all’altra, trapasso che, nella sua continuità, finisce per assorbire in sé ed abolire la propria spazialità e temporalità, per divenire da fisico, metafisico[23]  

Abbiamo qui una frontiera quindi che acquista un valore metaforico, che si presenta come condizione dell’essere, piuttosto che come concetto meramente spaziale. Ed è sempre Franco Musarra, che nel medesimo saggio fa notare come semanticamente il segno “isola”, comporta a livello profondo lo scontro dialettico con il diverso, essendo unito da elementi esterni ma complementari.[24] Mentre è Sarah Zappulla Muscarà che dice, nella nota introduttiva alla fiaba teatrale Gesù e Giufà, che nasce dal testo delle Novelle Saracene

l’inusitata abilità di Giuseppe Bonaviri a creare situazioni trasgressive che mettono di continuo in discussione gli schemi dell’esperienza e ad attivare sensi nuovi di percezione della realtà.[25]

Con queste parole, riferite al saper divertire di Bonaviri, la Muscarà evidenzia la capacità della sua opera di Bonaviri di scomporre lo schema prestabilito e di proporre una Weltanschauung differente. Sarà poi Romano Luperini che, in riferimento all’opera poetica giovanile del mineolo, dirà che essa nasce:

dallo sforzo di unire i contrari, di collegare aspetti lontani tra loro; è sorretta da una forte tensione conoscitiva intesa a decifrare, per via mitico simbolica e insieme scientifica, l’intero universo, riconnettendone parti remote e apparentemente inconciliabili.[26]

Il mondo bonaviriano è fatto di schemi messi in discussione, di una percezioni della realtà al di là delle apparenze, di uno sforzo di unire i contrari. Luperini esplicitamente rintraccia in Bonaviri un tentativo di confrontare aspetti della realtà apparentemente inconciliabili, contrari. Aggiungerei che il mineolo rende presenti negli stessi luoghi e tempi della narrazione ciò che appare lontano e differente, sovvertendo l’idea stessa dell’esistenza di un sistema di regole a cui soggiacere passivamente. In questa tendenza di Bonaviri a mettere in discussione la norma attraverso la messa in scena di elementi apparentemente contrastanti, si può intuire la presenza di quel pensiero di frontiera, di cui si è detto, che prende le mosse da un rifiuto di ogni verità unica, assoluta e totalizzante. Lo spazio in cui ciò avviene più esplicitamente è quello dell’isola, che acquista nelle Novelle Saracene un valore aggiunto come spazio di confine, come frontiera tra l’Europa, l’Africa e l’Oriente, luogo dove la convivenza tra culture è un dato identitario imprescindibile. Sarà in quest’opera, dedicata alla madre, che Bonaviri metterà in discussione anche la verità monolitica delle sacre scritture, discuterà della purezza di tale tradizione, seguirà le tracce di quell’ingarbugliata matassa che sono le tradizioni giudaico, cristiana e mussulmana in Sicilia. 
Fatte queste necessarie premesse non mi pare azzardato rileggere alcune sue novelle nell’ottica di rintracciare quel border thinking, quel pensiero che ha origine nei Sud del mondo, che supera i fondamentalismi, che è trasversale alla norma, che è espressione del superamento delle differenze. Per fare questo mi limiterò ad indagare il rapporto tra Bonaviri e la grande narrazione cattolica, cercando di mettere in luce la sovversione della dottrina, la convivenza tra diversi e prendere atto di come nella sua opera si presenti come elemento costitutivo della tradizione del pensiero siciliano fin da tempi più remoti. La scelta ricade sulla fede, non solo perché, come detto, la grande narrazione cattolica è parte integrante di un discorso che ha dato origine alle divisioni del mondo come dice Mignolo, ma anche perché per il meridione d’Italia in particolare ha un valore aggiunto. Va ricordato, infatti, che tra gli stereotipi che sono stati costruiti nei secoli in proposito all’arretratezza del Mezzogiorno, di questo spazio periferico della penisola, un ruolo importante ha avuto proprio il rapporto dei meridionali con la religione, considerata una combinazione tra tradizioni popolari di origine pagana/precristiana e la dottrina ufficiale, tale mistura di sacro e profano è stato a più riprese considerata indicativa di un’arretratezza del Sud sul piano morale.[27]
Le Novelle Saracene sono composte da ventisei racconti, sono testi che si nutrono della tradizione narrativa orale siciliana, le storie che la madre raccontava a Bonaviri bambino, del suo costume popolare, che si confrontano con la tradizione giudaico cristiana sovvertendola, attuando dei veri e propri capovolgimenti dello spirito cristiano. Lo stesso autore nella nota finale alla raccolta dice:

La gran parte di queste novelline fanno parte di un patrimonio etnografico euro-asiatico, per non dire universale, ma indubbiamente hanno subito varianti notevoli, cadenze, recitativi tipicamente siciliani. .... come se il nostro villano, si fosse voluto creare una Divina Trinità da eterodossi personaggi...Insomma, si rovescia la usuale posizione cristiana - e del pensiero cristologico - per rifarsi ad un dramma pagano, o forse pre cristiano, quando s’ebbero a scontrare due culture, due egemonie, due opposte mitografie. Ogni cosa subisce un rovesciamento, persino il tempo e lo spazio e il modo di intendere il Divino.[28]

Ed è allo stesso modo che risponderà, otto anni dopo la pubblicazione del volume, alla domanda di Zangrilli in proposito a una certa visione religiosa[29] presente nelle novelle, confermando la sua posizione nel tempo. La visione religiosa che si trova in quest’opera di Bonaviri è certamente il risultato di un forte interesse per il mondo arabo. Il mondo narrativo di Bonaviri è costellato della presenza del mondo siculo-arabo, al punto che mi pare che per le Novelle Saracene si possa condividere l’idea di Zaouchi-Razgallah di un “orientalismo”,[30] ovvero la presenza di elementi, situazioni, personaggi e vocaboli del mondo arabo, come espressione della presenza di una tradizione unica, presente in Sicilia, tra Oriente e Occidente.
La prima novella dal titolo Gesù e Giufá,[31] narra della nascita di Gesù raccontandocela in tutt’altro modo rispetto alla tradizione. Nell’incipit il primo personaggio a comparire è Maria, la madre di tutte le madri, fin da subito la classica versione dei fatti tramandataci dalle sacre scritture è sovvertita. Maria rimasta incinta senza marito, per paura di essere mal giudicata in paese decide di scappare e di partorire in montagna, dopo la nascita lascia per alcuni giorni il bambino solo e ritorna in paese, quando ritornerà non lo troverà più, Gesù non verrà allevato da Maria, bensì da una capra, che avendolo trovato solo, lo porta con se. Fattosi bambino all’età di otto anni Gesù ritorna tra gli uomini, fa il calzolaio, non riesce a far miracoli, non è coraggioso e pur sapendo della sua missione, non pare proprio avere le spalle abbastanza larghe per compierla. Fa da contraltare alla figura rivista e corretta di Gesù, quella di Giufá, il saraceno, lo straniero nero di pelle, discriminato, corto di cervello, possente nella corporatura, amante delle cose materiali. Fin qui si potrebbe pensare di trovarci in presenza di una semplice contrapposizione tra la materialità di Giufá, il “miscredente” e la spiritualità di Gesù, ma è proprio a questo punto che qualcosa di inaspettato avviene, sarà infatti proprio Giufá ad avere il dono di far miracoli. Non solo la sacra scrittura è del tutto sovvertita, non solo le tradizioni autoctone e la dottrina cattolica si presentano come tutt’uno, ma il lettore si trova a non saper più da che parte tenere. Difatti, entrambe le figure pur contenendo in sé aspetti positivi e straordinari doni, non sono però sufficienti per proporsi come portatori di una verità assoluta, così come invece ci si aspetterebbe da un racconto che ha come tema la storia della vita del figlio di Dio, protagonista della tradizione di una religione rivelata. La stessa figura di Dio Macone diviene simbolo di unità nelle parole di Michele Gabriele, che rivolgendosi ai cavalieri Orlando e Rinaldo gli dice:

[...] a Dio Macone appartiene l’Oriente e l’Occidente, e dovunque voi vi rivolgete per pregare ivi è la faccia del nostro Iddio [...][32]

Il Dio della tradizione siciliana in questa novella è onnicomprensivo supera le differenze, si mostra come colui che supera le divisioni della dottrina delle religioni rivelate.[33]
Nella seconda novella, la Resurrezione di Giufá,[34] nuovamente la narrazione ufficiale viene sovvertita, il tempo e lo spazio diventano elementi accessori, il rapporto con le figure storiche è ben lontano dal voler rispettare le regole del racconto storico. Re Federico è qui simbolo di tutti i re e di tutte le dinastie, la rivolta è la rivolta simbolo di tutte le rivolte contro il potere dello straniero, dei fatti storici si fa volentieri a meno. Il rapporto con il dominatore straniero e la rivolta contro l’ordine costituito sono riportate come elemento imprescindibile dalla narrazioni popolari dell’isola. La fede, in questo caso, è una fede che supera le differenze dottrinarie, che ha come punti di riferimento gli uomini e il loro bisogno di affidarsi a qualcosa di superiore, ad un ordine cosmico, che per quanto inspiegabile è necessario a percorrere il cammino dalla vita. Giufà è colui che rappresenta la tradizione siculo-araba e quindi mediterranea è un saraceno quasi pagano per l’adorazione che porta alla natura.[35]
Nella novella La luna di Gesù, il susseguirsi di ribaltamenti della narrazione cattolica procede ad un ritmo serrato, ben poco è ciò che rimane della storia delle vicende divine così come sono state tramandate. Ad inizio novella si dice che Gesù dimenticava la sua splendida castità[36] e che Dio, non è né il padre, né la madre, né lo spirito che ha vermigliuzza la testa,[37] poco dopo che una volta Dio non c’era, c’era aria acqua e vuoto,[38] e in chiusura che le religioni:

Non potevano controllare la infidezza del loro gonfiare, sprofondando nel mare delle cose. Fili lunghissimi li univano per grani di forte paura, erano tutta una paura; gridavano per spavento, senza intelletto o virtù divina. Si spappolavano in scintille, lasciavano nell’aria zampe, corsaletti, occhi, ali, alucce, polvere in gran splendenza. Ma morivano; in primis il Dio Padre, dopo il Dio Figlio, poi quelle Dee Femmine, e le femmine delle femmine; diventavano semplicetta fiamma in mezzo alle stelle. Appena uno moriva, ne nasceva un altro, differente, s’aggomitolava in fumo, era sussurro, spiga, gli dii-femmine si inanellavano, erano tanti spiritelli piangenti. Così diceva Gesù. Così sia. Finisce la favola.[39]

L’esistenza di un Dio unico, onnipotente ed eterno è contraddetta proprio dal suo unico figlio Gesù, gli dei sono tanti, sono incapaci, muoiono e vengono sostituiti, non rimane nulla della grandezza del Dio cattolico.
Nella novella successiva La morte di Gesù[40] il Papa cattolico decide delle sorti del Gesù saraceno, sarà proprio il vescovo di Roma il colpevole dell’assassinio del figlio di Dio. Alla storia della crocifissione tradizionale di Gesú verrà sostituita quella della trinità della tradizione popolare siciliana, a fine novella coloro che sono accorsi a vedere l’esecuzione inneggeranno ai tre condannati: O Nostra Trinità, Gesù, Giufá, Orlando.[41] In un’altra novella[42] della raccolta, Gesù arriva ad affermare Niente si può conoscere, e anche se si conosce non si sa; chi può sapere il Vero? E se si sa non si può spiegare,[43] la stessa capacità di Gesù di giungere ad una verità è messa in discussione, la possibilità di giungere ad una verità definitiva e a renderla universale è esclusa.

            Il sovvertimento della narrazione cattolica, la messa in evidenza dell’impossibilità di dividere, perlomeno in Sicilia, le tradizioni religiose occidentali, orientali e pagane sono tutti elementi che portano ad una valutazione di sostanza, ovvero la presenza in questa raccolta di Bonaviri di un pensiero che si presenta come alternativo al pensiero occidentale. In queste novelle, ad una dialettica che si basa su una logica oppositiva, che rispetta il principio di non contraddizione e del terzo escluso, si privilegia un processo antidialettico, che preferisce rifarsi al principio di complementare contraddittorietà di matrice eraclitea. I racconti mettono in discussione l’autorità dei testi classici cattolici, la capacità di essi di ergersi a portatori di verità e di proporsi come universalmente riconosciuti. Nell’impossibilità di definire una qualche originalità della tradizione cattolica, che affiora sempre più marcatamente dalla compresenza di più tradizioni di diversa provenienza geografica e spaziale, la si sveste del suo valore di riferimento unico per il mondo occidentale. Non mi pare quindi azzardato, alla luce di quanto detto, sostenere che si possa parlare di border-thinking riguardo quest’opera di Bonaviri, tale pensiero è la base su cui si fonda una epistemologia di frontiera, che prevede processi di conoscenza e formazione dell’identità che percorrono percorsi altri rispetto a quelli proposti, per dirla con un eufemismo, dal pensiero occidentale. Oggi più di ieri, la messa in evidenza della presenza, all’interno stesso del mondo occidentale, di una frontiera nella quale si esprima un pensiero che prevede la convivenza pacifica di più tradizioni, che nasce proprio da tale commistione, che ha origini antiche, significa contribuire ad un cambio di paradigma che consenta, in modo significativo, l’elaborazione di una strategia della vita in comune tra diversi a cui le società odierne non possono sottrarsi ulteriormente.
Note:


[1]C.A.Sainte-Beuve, Causeries du lundí, Parigi, Garnier, 1874, vol. 15, p.42.

[2] T.S.Eliot, What is a classic?, Londra, Faber &Faber, 1944, p.10.

[3] J.L.Borges, “Sui classici”, in Nuova antologia personale, Milano Rizzoli, 1976, pp.29-61. (I ed. Nueva antologia personal, 1968).

[4] I.Calvino, Perchè leggere i classici, Milano Mondadori, 1995, p.5.
(I ed. “Italiani, vi esorto ai classici”, L’Espresso, 28 giugno, 1981, pp.58-68).

[5] J.Assman, Das klturelle Gedächtnis: Schrift, Erinnerung und politische identität in früen Hochkulturen, Monaco di Baviera, Beck, 1992, pp.119.

[6] G.Bonaviri, Novelle Saracene, Milano, Rizzoli, 1980.

[7] “The ‘Global South’ is not an existing entity to be described by different disciplines, but an entity that has been invented in the struggle and conflicts between imperial global domination and emancipatory and decolonial forces that do not acquiesce with global design. [...] From this perspective, the global south is the location of underdevelopment and emerging nations that needs the ‘support’ of the global north(G7, IMF, World Bank, and this like). However from the prospective of the inhabitans (and we say consciously inhabitans rather than ‘citizen’, regional or global), the ‘Global South’ is the location where new visions of the future are emerging and where the global political and decolonial society is at work. A third trajectory is the force with which the global south is stepping in the very heart of the global north-the ‘South of US’ [...] the ‘South of Europe’ [...] and the ‘South East of Europe’ [...], C.Levander, W.Mignolo (ed.), “Introduction: The Global South and World Dis/Order”, in  The Global South, Vol. 5, n. 1, Special Issue: The Global South and World Dis/Order, Bloomington, Indiana University Press, Primavera 2011, p.3.

[8]Independent Commission on International Development issues, North-South: A Programme for Survival: Report at the Independent Commission on International Development issues, London, Pan Books, 1980.

[9] S.C.Gomez,  La Hybris del Punto Cero: Ciencia, raza e ilustracíon en la Nueva Granada, (1750-1816), Bogotá, Editorial Pontificia Universidad Javeriana, 2005, pp.18-19.

[10] W.Mignolo, “Epistemic Disobedience, Independent Thought and De-Colonial Freedom”, in Theory, Culture & Society, Los Angeles, London, New Delhi e Singapore, SAGE, Vol. 26(7–8),2009, pp. 1–23.

[11] Il tema riprende, con le dovute differenze del caso, il discorso sull’orientalismo di Edward Said, che già a fine degli anni ’70, sottolineava l’importanza del confronto con l’altro, in quel caso l’Oriente, per la formazione dell’identità occidentale.

[12] Il termine modernità è qui inteso nel senso di modernità eurocentrica, ripreso dal filosofo argentino Erique Dussel, in contrasto con una modernità che tenga conto di una prospettiva mondiale. E.Dussel, “Europe, Modernity and Eurocentrism”, in Nepantla: View from South, n.1, 2000, pp.469-470.

[13] W.Mignolo, The Darker Side of the Renaissance, University of Michigan Press, Ann Arbor, 1995, p.XI.

[14] Sul concetto di frontiera si veda: G.Anzanldúa, Borderlands/La Frontera. The New Mestiza, San Francisco, Aunt Lute Books, 2007, p. 19. (I ed. 1985).

[15] W.Mignolo, Local Histories / Global Designs. Coloniality, Subaltern Knowledges, and Border Thinking, Princeton, Princeton University Press, 2000, p.67

[16] R.Dainotto, Europe (In Theory), Durham e Londra, Duke University Press, 2007, p.4.

[17] F.Cassano, Il Pensiero meridiano, Bari, Laterza, 1996, p.XXXIII-XXXIV.

[18] J.Schneider (a cura di), Italy’s “Southern Question”. Orientalism in one country, Oxford-New York, Berg, 1998.

[19] D.Reichard, “Italia ibrida: la Sicilia come terzo spazio nel discorso interculturale”, in B.Van den Bossche, M.Bastiaensen, C.Salvadori Lonergan, S.Wildlak,(a cura di), Italia e Europa: dalla cultura nazionale all’interculturalismo, Firenze, Cesati, 2006, pp.63-73.

[20] R.Dainotto, “Does Europe Have a South? An Essay on Border”, in The Global South and World Dis/Order, Primavera 2011, pp.47-48.

[21] Si veda in proposito: M.Petrusewicz, Latifondo. Economia morale e vita materiale in una periferia dell‘Ottocento, Venezia, Marsilio,1989; L.Riall, Il Risorgimento, Roma, Donzelli, 1994; A.M.Banti, P.Ginsborg (a cura di), Storia d‘Italia. Annali 22. Il Risorgimento, Torino, Einaudi, 2007.

[22] M.Petrusewicz, Come il Meridione divenne una questione. Rappresentazioni del Sud prima e dopo il Quarantotto, Catanzaro, Rubettino, 1996.

[23] F.Musarra, Scrittura della memoria memoria della scrittura. L’opera narrativa di Giuseppe Bonaviri, Lovanio, Leuven University Press, 1999, p.36.

[24] Ivi, p.38.

[25] S.Zapulla Muscará, Gesù e Giufà, Catania, la Cantinella, 2001, p.12. (corsivo mio).

[26] R.Luperini, “Quark,” in A.Iadanza, M.Carlino, (a cura di), L’opera di Giuseppe Bonaviri, Roma, La nuova Italia Scientifica, 1987, p.13.

[27] C. Turrisi, La diocesi di Oria nell’Ottocento. Aspetti socio-religiosi di una diocesi del Sud (1798-1888), Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1978. N. Monterisi, Trent’anni di episcopato nel Mezzogiorno (1913-1944). Memorie,scritti editi ed inediti,  (a cura di) G. De Rosa, Roma, Ave, 1981.

[28] G.Bonaviri, Novelle Saracene, Milano, Rizzoli, 1980, p.148.

[29] F.Zangrilli, Sicilia isola-cosmo. Conversazione con G.Bonaviri, Ravenna, Longo Editore, 1988, p.45.

[30] Zaouchi-Razgallah, “La dimensione araba in alcune opere di Giuseppe Bonaviri”, Marinette Pendola ed Adrien Salmieri”, in D. Reichartdt, (a cura di), L’Europa che comincia e finisce: la Sicilia, Francoforte, Peter Lang, 2006, p.148-149.

[31] G.Bonaviri, Novelle Saracene, op.cit., p.9.

[32] Ivi, p.13.

[33] R.Zaouchi-Razgallah, “Giuseppe Bonaviri e il mondo arabo”, in S.Zapulla Muscarà, (a cura di), Parole in viaggio. Traduzioni e traduttori di Giuseppe Bonaviri, Catania, la Cantinella, 2007, pp. 146-147.

[34] G.Bonaviri, Novelle Saracene, op.cit., p.22.

[35] R.Zaouchi-Razgallah, “Giuseppe Bonaviri e il mondo arabo”, op.cit., p.150.

[36] G.Bonaviri, Novelle Saracene, op.cit., p. 30.

[37] Ivi, p.34.

[38] Ibidem

[39] G.Bonaviri, Novelle Saracene, op.cit., p.35.

[40] Ivi, p.44.

[41] Ivi, p.50.

[42] G.Bonaviri,”San Pietro suona il violino, San Giovanni la trombetta, Gesù distrugge il mondo”, in Novelle Saracene, op.cit., p.36.

[43] Ivi, p.42.

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