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«Popolo»; «moltitudine»; «coro».
Lemmi politici e letterari in Leopardi (e Manzoni)

di Mario Minarda Scarica il PDF

Seguendo in maniera cursoria alcune riflessioni di Giacomo Leopardi presenti sullo Zibaldone, e con un rapido sguardo anche all’ultima produzione satirica, si può enucleare un’idea di popolo essenzialmente letteraria: ossia legata alla formazione dell’autore, alla sua poetica del tutto anti-romantica[1] e per lo più di matrice classica; eppure parimenti aperta alla modernità in quanto interconnessa a considerazioni di natura storica e civile; oltre che estetica e politica.[2]
Spia significativa di tale ramificazione pluridiscorsiva sono alcuni termini ricorrenti come popolo, civiltà, nazione, amor patrio, azione, illusione, immaginazione, moltitudine, che disegnano un ampio universo semantico del tutto in linea con i binomi ‘ragione-natura’, ‘individuo-società’, ‘civiltà-barbarie’, propri del pensiero dialettico leopardiano.
Coro e moltitudine sono inoltre lemmi chiave che compaiono nelle coeve riflessioni di Alessandro Manzoni in merito alle forme del tragico, e che consentono, quindi, una breve parentesi digressiva perfino sull’autore dei Promessi Sposi per ciò che concerne il medesimo tema. Al netto infatti delle differenze concettuali e di scrittura, entrambi gli autori partono dalla letteratura,[3] chiedendosi come e se essa possa contribuire alla costruzione di una reale società moderna. Le riflessioni intorno all’idea di popolo e alle sue rappresentazioni letterarie, nonché traduzione in generi diversi, appaiono dunque calzanti. Così come non mancano tra i due affinità e divergenze dal punto di vista linguistico, alimentate da un retroterra culturale (e, appunto, politico) comune.[4]
Un primo passo importante in cui compare in Leopardi il termine popolo è datato 7 giugno 1820. La parola segue una argomentata riflessione sul presunto grado di civiltà raggiunto dalle nazioni, correlato, a sua volta, alla diatriba tra ragione e natura, poste in antitesi:

La civiltà delle nazioni consiste in un temperamento della natura colla ragione, dove quella cioè la natura abbia la maggior parte. […] Dal che si deduce un altro corollario, che la salvaguardia della libertà delle nazioni non è la filosofia né la ragione, come ora si pretende che queste debbano rigenerare le cose pubbliche, ma le virtù, le illusioni, l’entusiasmo, insomma la natura, dalla quale siamo lontanissimi. E un popolo di filosofi sarebbe il più piccolo e il più codardo del mondo.[5]

   In un’ottica leggermente contestativa nei confronti della cultura dominante, matura un serrato ragionamento secondo il quale la filosofia, identificata con una ragione pura, sarebbe «alternativa, se non ostacolo, a chi volesse modificare in meglio lo stato delle condizioni umane e politiche».[6] Ad essa si contrappongono «le virtù, le illusioni, l’entusiasmo» propri invece dello stato di natura. “Natura” intesa come mondo«antico sparito dagli occhi dei moderni, ormai invecchiati».[7] In un macro-insieme di stirpi antiche diversificate (quello che in incipit Leopardi chiama «civiltà delle nazioni»), una comunità ancora generica («popolo») che ambisse a divenire unita, ma che dovesse identificare e distinguere se stessa grazie all’uso sproporzionato della filosofia, nella accezione deleteria di cui sopra, ossia di un surplus raziocinante sterile, non porterebbe alcun giovamento alla propria causa di riscatto culturale e sociale; ma, al contrario, sarebbe definita vile e dalle prospettive di corto respiro («il più piccolo e codardo del mondo»).
I toni divengono più incalzanti quando, appena un mese più tardi, l’8 luglio 1820, vengono scoperte altre mancanze o debolezze da attribuire alle comunità. Fatto che comporta inevitabili conseguenze sul reale processo di avanzamento civile. Leopardi introduce, con dovuta gradualità, peculiari problematiche di natura politica, prendendo spunto dalla millenaria storia delle società antiche. Inizia pertanto a comparire anche il termine moltitudine nel suo significato, quasi letterale, di maggioranza cospicua: ossia parte numericamente notevole del popolo, ma ancora ben lungi dall’essere coesa in termini di comuni ideali o obiettivi da raggiungere:

La pura ragione dissipa le illusioni e conduce per mano l’egoismo. L’egoismo spoglio di illusioni estingue lo spirito nazionale, la virtù ec. E divide le nazioni per teste, vale a dire in tante parti quanti sono gl’individui. Divide et impera. Questa divisione della moltitudine, massimamente di questa natura, e prodotta da questa cagione, è piuttosto gemella che madre della servitù. [8]

   Essa, la moltitudine, appare quindi divisa, e tale partizione, oltre che da freno all’idea di nazione nel senso moderno, si lega piuttosto al valore di massa omologata e asservita. Nel mondo attuale, l’aumento dell’intelletto ha ristretto l’uomo ad una dimensione del tutto privata, egoistica,[9] contribuendo così ad un progressivo «deperimento dell’immaginazione».[10]
Presso gli antichi romani – continua l’autore per avvalorare la sua tesi – dopo l’uccisione di Cesare, fu introdotta infatti «la filosofia e l’egoismo in luogo del patriottismo»,[11] e neanche l’eloquenza del Cicerone maturo delle Filippiche, mossa da viva passione, grandi slanci, e volta a ripristinare le illusioni perdute, riuscì a salvaguardare le secolari istituzioni repubblicane.[12] La colpa di tale mancato risorgimento è da imputare tutta al popolo: di colpo divenuto soggetto passivo e non più destinatario di quel tipo di oratoria, sorta in quelle specifiche condizioni storiche:

osservate come infatti l’eloquenza vera non abbia fiorito mai se non quando ha avuto il popolo per uditore. Intendo un popolo padrone di se, e non servo, un popolo vivo e non un popolo morto, sia per sua condizione in genere sia in quella tal congiuntura , come alle nostre prediche il popolo non è vivo , non ha azione […] Del resto appena le repubbliche e la libertà si sono spente, le assemblee, le società, i tribunali, le corti, non hanno  mai sentito la vera eloquenza, non essendo uditori capaci di suscitarla.[13]

 

   Vale la pena ricordare che questo legame tra eloquenza antica e senso patriottico, che doveva indurre nelle popolazioni assoggettate un moto di amor proprio e, quindi, un sussulto libertario, era già stato trattato da Leopardi nella giovanileOrazione Agli Italiani in occasione della liberazione del Piceno, composta, come è noto, pochi mesi dopo il proclama di Rimini, avvenuto nella primavera del 1815 ad opera di Gioacchino Murat, in una momentanea e strategica funzione antiaustriaca. Con toni non privi di accenti nostalgici nei confronti del passato, in un passo dove è esplicitamente menzionato Cicerone e il suo illustre predecessore greco, il poeta svela tutta la finzione benevola sottesa all’oggetto del suo scritto, non nascondendo le pure ragioni di esercizio retorico che lo muovono. Ma si vuole alludere ugualmente ad un positivo clima futuro, nella speranza che le parole possano davvero smuovere ed ispirare azioni degne di nota:   

Gli antichi soleano dare alla loro patria dei consigli, o felicitarla di qualche successo, dalle tribune o dai rostri col mezzo di arringhe. Essi ci hanno lasciate le loro magnifiche orazioni, che trasportano il lettore nei tempi nei quali furono pronunciate, e lo collocano in mezzo alla udienza romorosa dell’oratore, tra il plauso e l’entusiasmo di un popolo ebbro di sentimenti di gloria. Volli imitarli, indirizzando ai miei compatriotti un’orazione e immaginandomi di parlar loro. Gl’italiani non troveranno in me né un Demostene né un Marco Tullio; ma io spero di trovare negl’italiani degli ateniesi e dei veri successori dei romani[14]

Sebbene intrisa di venature passionali che ricordano un misogallismo proprio della tradizione dell’epoca, mediato attraverso la recente lezione classicistica alfieriana, che Leopardi certo doveva avere presente,[15] il discorso mostra in sé un tocco di originale elaborazione personale, rilevabile soprattutto in quelle emblematiche voci verbali, «immaginandomi» e «spero», che tanto credito avranno nella successiva produzione, sia lirica che prosastica, del Recanatese. Inoltre il riferimento centrale all’ebbrezza e all’entusiasmo popolare riconduce a «quell’insopprimbile imperativo supremo della felicità cui viene subordinata la visione degli avvenimenti»,[16] per dirla con le parole di Giovanni Getto.
Ma, tornando alla precedente nota zibaldoniana, il venire meno nel mondo presente di un popolo disposto ad essere reale soggetto ascoltatore, assieme ad un uso eccessivo della raziocinante filosofia, costringe quindi all’inattività,[17]al non movimento, e al progressivo esautoramento di qualsiasi iniziativa intrapresa per il bene della collettività. Una paralisi che, oltre ad essere figlia della modernità, si dovrebbe fondare, secondo Leopardi, su una netta separazione tra sfera etica e prassi politica. La prima riguarda il singolo individuo; la seconda si applica all’intero popolo, sostanziandosi però nel costante e concreto esercizio quotidiano di buon governo:

la vita, l’azione, la pratica della morale, dipende dalla natura delle istituzioni sociali, e del reggimento della nazione: ella è una scienza morta, se la politica non cospira con lei, e non la fa regnare nella nazione. Parlate di morale quanto volete a un popolo mal governato; la morale è un detto, la politica un fatto: la vita domestica, la società privata, qualunque cosa umana prende la sua forma dalla natura generale dello stato pubblico di un popolo. (9 novembre 1820).[18]

La valenza semantica di quel «cospirare», inteso nel senso di ‘alimentarsi a vicenda’, 'respirare insieme', (sebbene su binari paralleli che sono, appunto, separati), cioè senza alcuna subordinazione, da riferire senz’altro all’azione sinergica di arte politica (prassi collettiva) e della morale (ambito del soggetto singolo), è un assunto molto importante e originale del pensiero leopardiano, qui intriso in realtà di un non troppo velato machiavellismo. Inoltre si rivela non banale ribadire che la politica sia in primis «un fatto», cioè una azione pragmatica che mira ad incidere sul serio sulle cose umane e del mondo, le quali sono plasmate («prendono la forma») dallo status pubblico attribuito alle azioni costruite in modo corale. La parola «pubblico» diviene, d’altro canto, unico aggettivo e, quindi, esclusiva identità che cementa la vera comunità: che Leopardi chiama qui ancora col termine «popolo».
Inversamente proporzionale allo sviluppo di una coesa società nazionale è, al contrario, il presunto processo di civilizzazione nato da un’organizzazione meccanicistica del sociale, rivelatosi piuttosto, ad uno sguardo più penetrante, un incivilimento:[19] le conseguenze dell’individualismo sfrenato, gli alti livelli di corruzione raggiunti dall’uomo, portano ad un inevitabile dispotismo moderno, nel quale fioccano, imposte dai sovrani ai sudditi, guerre arbitrarie e armate arricchite di nuove reclute.[20]
Una correlazione profonda è però quella stabilita tra letteratura e politica delle nazioni. In una nota un po’ più tarda, datata 29 marzo 1829, Leopardi delinea il sorgere di determinati generi legati all’oralità, e al mondo dei poemi omerici, in popolazioni che intendono la nazione come «cosa pubblica», specchio della democrazia partecipata: ovvero un governo dove si dà spazio ai valori della moltitudine, ai principii, e non a particolari figure eroiche. Ciò crea ancora una volta uno iato inconciliabile tra passato e presente:

Tali memorie , leggende e canti, non possono trovarsi se non in popoli che abbiano attualmente una vita e un interesse nazionale; dico vita e interesse che risieda veramente nel popolo; e però non possono trovarsi se non che in istati democratici, o in istati di monarchie popolari o semipopolari (come le antiche e del medio evo), o in istati di lotta nazionale con gente forestiera odiata popolarmente (come al tempo del Cid, degli spagnuoli cogli arabi), o finalmente in istati di tirannie combattute al di dentro (come nella Grecia moderna, e in più provincie ed epoche della Grecia antica e sue colonie). Ma nello stato in cui le nazioni d’Europa sono ridotte dalla fine del diciottesimo secolo, stato di tranquilla monarchia assoluta, i popoli (fuorchè il greco) non hanno potuto né possono avere di tali tradizioni e poesie. Le nazioni non hanno eroi; se ne avessero, questi non interesserebbero il popolo<[21]  

Leopardi associa le produzioni letterarie dei popoli alle loro forme di governo e viceversa: nazioni che hanno certi valori e che nel corso della loro storia si costituiscono in determinate forme statali, non possono che esprimere quelle specifiche tradizioni artistico-culturali. Inutile dire che da questa analisi ad essere stroncato è ovviamente il sistema della monarchia assoluta, tanto in voga in Europa ai tempi della Restaurazione.[22]
In un altro passo invece l’analisi si sposta sul legame tra amor di patria, costumi e perdita per i popoli della libertà, con la costatazione che la sola virtù in grado di resistere agli assalti erosivi del tempo, e alla dissoluzione di tutti quei valori che impediscono il dilagare incontrollato del vizio, è quella fondata sulle illusioni:

Dovunque ha esistito vero e caldo amor di patria, e massime dove più, cioè ne’popoli liberi, i costumi sono stati sempre quanto fieri, altrettanto gravi, fermi, nobili, virtuosi, onesti e pieni di integrità. Questa è una conseguenza naturale dell’amor  patrio, del sentimento che le nazioni, e quindi gli individui hanno di se stessi, della libertà, del valore, della forza delle nazioni, della rivalità che hanno con le straniere, e di quelle illusioni grandi e costanti e persuasive che nascono da tutto ciò, e che vicendevolmente lo producono: ed ella è cosa evidente che la virtù non ha fondamento se non nelle illusioni, e che dove mancano le illusioni, manca la virtù, e regna il vizio, nello stesso modo che la dappocaggine e la viltà (30 marzo-4 aprile1821)[23]

   Ma la vera facoltà in grado di attivare intere compagini popolari, animarle di sincero spirito patriottico, è in realtà quella immaginativa: essa scaturisce dalla natura, più o meno meridionale, di un popolo. Partendo da una distinzione etnografica e temporale, Leopardi anticipa così nelle pagine zibaldoniane riflessioni messe a punto, poco più tardi, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani,in cui si prospetta una particolare geo-politica fondata sul clima fisico presente nelle varie nazioni europee. Se gli antichi e i meridionali (e quindi un tempo anche gli stessi italiani) detenevano il primato della capacità immaginativa, con l’avvento della modernità i rapporti tra ragione e immaginazione si sono di fatto invertiti. [24]
Quella stimolata dall’immaginazione è in fondo la piena potenzialità creativa dello spirito poetico delle popolazioni antiche.[25] Essa può, anzi, secondo il poeta, deve essere del tutto recuperata e avere anche presso i popoli odierni nuova linfa vitale, tanto da tradursi in azione collettiva esemplare: l’immaginazione è insomma – si legge ancora nello Zibaldone il 10 maggio del 1821– come «una molla che quando è capace di azione […] vince la forza di tutte le altre molle che possono fare agire i popoli settentrionali, e qualunque popolo».[26]
Ma immaginazione tout court, è anche, come è ovvio, parola appartenente al lessico poetico leopardiano del vago e dell’indefinito, tanto caro ai nuclei ideativi e inventivi dei Canti. E intrise di immaginazione per dare respiro a comunità ideali, più che a concrete realtà popolari, sono le canzoni civili All’Italia e Ad Angelo Mai.
Nella prima l’invito rivolto alla gioventù italiana affinché formasse un “maschio” popolo unito e pronto a combattere per «la formossissima donna» che «di catene ha carche ambe le braccia» (con evidente personificazione richiamante il palinsesto petrarchesco), suona più che altro come mesta costatazione di un’assenza, ristorata in parte dalla visione immaginifica del poeta che ricorda con la mente scenari antichi e distanti, dove «per la patria correan le genti a squadre». «Genti» è qui un termine utilizzato nel senso latino di «stirpi» e «squadre» rievoca invece le compatte legioni romane o le schiere degli opliti greci, ben assestate contro il comune nemico persiano.
Nel secondo testo si allude invece ad un popolo divenuto ormai rozzo («immonda plebe») che non trova nel presente alcuna forma o motivo di orgoglio culturale, ma soltanto «ozio» e «viltade». L’io lirico si rivolge allora all’unica comunità gloriosa che ci può essere per la nazione, ossia una comunità letteraria fondata sul «caro immaginar», che si ritrova nei versi e nelle immagini dei suoi più grandi autori, passati in rassegna dal poeta di Recanati. Da Cicerone a Petrarca, passando per Ariosto e Tasso, e giungendo al recente Alfieri, è tracciata una linea di continuità in grado di congiungere il passato al presente.
Sempre a proposito di parole poetiche, di riflessioni sulla letteratura, sorprende non poco che, un paio di anni più avanti, alla data del 21 giugno del 1823, in un passo importante in cui si discute di ruolo e funzione del coro nella tragedia greca d’età classica, si ritrovino parole come ‘popolo’ e ‘moltitudine’ recanti in sé significati civili:

Il bello e il grande ha bisogno dell’indefinito, e questo indefinito non si poteva introdurre sulla scena, se non introducendovi la moltitudine. Tutto quello che vien dalla moltitudine è rispettabile, bench’ella sia composta d’individui tutti disprezzabili. Il pubblico, il popolo, l’antichità, gli antenati, la posterità: nomi grandi e belli, perché rappresentano un’idea indefinita. Analizziamo questo pubblico, questa posterità. Uomini la più parte da nulla, tutti pieni di difetti. Le massime di giustizia, di virtù, d’eroismo, di compassione, d’amor patrio sonavano negli antichi drammi sulle bocche del coro, cioè di una moltitudine indefinita e spesso innominata[27]

   Concetti di natura estetica (grandezza, bellezza) confermano un’analisi di tipo letterario, ma risultano nello stesso tempo legati a voci dalle risonanze d’ambito civile come «giustizia», «virtù», «amor patrio», già discusse in molte pagine del diario del Recanatese. Il termine «popolo» compare poi al secondo posto nell’elenco dei «nomi grandi e belli», portatori di ideali collettivi universali, ovvero validi sempre e ovunque, in quanto derivanti da «un’idea indefinita»: cioè priva di determinazioni restrittive ed individualistiche. Il legame poi con la posterità garantisce il superamento delle barriere del tempo. Il coro antico, presso i Greci, incarnerebbe dunque quei valori culturali, religiosi e politici che, secondo Leopardi, rappresentano lo spirito di una comunità umana ben coesa, pronta ad agire in maniera univoca e con obiettivi comuni.
In ambito romantico sulla stessa questione, ma da una posizione differente, in quanto intessuta perfino di venature etiche, si era espresso, tra gli altri, August Wilhelm von Schlegel. Egli infatti, nel suo Corso di letteratura drammatica (pubblicato in Italia nel 1817), aveva affermato che il coro greco è da

Riguardare come la personificazione de’ pensieri morali che inspira l’azione, come l’organo de’sentimenti del poeta che parla egli stesso in nome di tutta l’umanità intera […] Voleasi che il Coro in ciascuna tragedia […] fosse la prima cosa il rappresentante dello spirito nazionale, e quindi il difensore degli interessi dell’umanità[28]

Si tratta di un pensiero notoriamente vicino a quello di Alessandro Manzoni, contenuto nella celebre prefazione alla tragedia Il conte di Carmagnola. Anche il futuro autore dei Promessi Sposi si poneva infatti in quegli stessi anni il problema teorico della scrittura tragica, chiedendosi se tale genere letterario fosse idoneo (al netto delle innovazioni introdotte da lui medesimo) per rappresentare i sommovimenti della Storia e le passioni-azioni dei suoi anonimi protagonisti. Ma sia il mutato clima sociale del primo Ottocento,[29] che il criterio utilitaristico perseguito, lo pongono in una posizione alquanto defilata nei confronti dei letterati italiani dell’epoca.[30]
Già nella celebre Lettera a Chauvet, a proposito di unità di tempo e di luogo nel dramma, l’autore rivendicava l’importanza inventiva della poesia e la sua superiore capacità, rispetto alla storia, di rappresentare l’interiorità, l’anima vera dei vari individui componenti il popolo. Ma nei Greci e nella loro produzione tragica e lirica vi scorgeva ancora una immediatezza di intenti, una aderenza totale alla concreta realtà storica, fatta anche di tradizioni popolari, senza alcun filtro creativo:

I poeti greci attingevano i soggetti, insieme a tutte le circostanze importanti, alle tradizioni nazionali. Non inventavano i fatti; li accoglievano nella forma tramandata dai contemporanei: accettavano, rispettavano la storia come gli individui, i popoli, i tempi l’avevano fatta[31]

   Rispetto a Leopardi la divergenza consiste nella prospettiva con la quale si guarda al coro dei testi teatrali: esso è visto come spazio affidato non ad una pluralità indistinta, ma alla soggettività di un io lirico che, senza sospendere del tutto l’azione scenica, vi riflette i propri pensieri.[32] Oltre a ciò, non vi è dubbio che i cori delle due tragedie manzoniane «non sono la riproposizione dei cori dell’antica tragedia greca, dai quali si differenziano nettamente, ma costituiscono uno spazio del testo consacrato all’opinione personale, una pausa di raccoglimento durante lo svolgimento del dramma».[33] Tant’è che il lavorio costante, dal punto di vista teorico e linguistico, al quale lo scrittore sottopose i suoi testi drammaturgici, lo portò «alla fondazione di un nuovo tipo di tragedia, alla negazione stessa della tragedia e della forma teatrale in genere»[34]
La «moltitudine indefinita e spesso innominata» di Leopardi ritorna semmai in quel «volgo disperso che nome non ha»: non a caso verso del celebre coro dell’atto terzo dell’Adelchi, dove, complice l’aggettivazione usata, si rilevano consonanze quanto meno letterali. È infatti in questa seconda tragedia manzoniana, scritta tra il 1820 e il 1822, che si può pensare al coro come espressione letteraria di quella vox populi dai profondi significati di natura civile e politica, prefigurando così il neo-nascente clima risorgimentale italiano.[35]  Uno stralcio della prima versione dell’Adelchi, nella quale il protagonista «si fa interprete di un progetto politico unitario»[36] , lo dimostra. Nell’ atto I , secondo il primitivo abbozzo, ai versi 314-330 si leggeva infatti

[...] Questi che al solco,
Che ad ogni opra servil curvi teniamo,
Chi sono? i figli di color che al mondo
Dieder la legge un dì. Gregge di schiavi,
Spesso tremendo, inutil sempre, in fido
Eterno stuolo di guerrier devoti
Trasmutarli, sta in noi. Togliamo i ceppi
Da quelle mani, e rendiam loro i brandi.
Siamo i lor capi, o padre. Ardua è l’impresa,
Sì, ma d’onor, ma di salute è piena,
E di pietà. Dell’itala fortuna
Le sparse verghe raccogliam da terra,
E stringiam nelle mani il fascio antico.
Dei vincitori e dei soggetti un solo
Popol facciamo, una la legge, ed una
Sia la patria per tutti, uno il desio,
L’obbedienza, ed il periglio.
(I, 314-330)[37]

 

Dove spicca evidentemente quell’immagine di popolo soggiogato come «gregge di schiavi». Da un lato dunque una immagine letteraria; dall’altro, come sottolinea l’anafora in poliptoto dei versi finali, il concetto di unità ribadito su più fronti («un solo popolo», «una la legge»,«uno il desio»), che marca, con perentorietà, l’aspirazione politica all’unificazione nazionale.
Anche nel giovanile Proclama di Rimini si parlava di popolo come gregge sperduto (non a caso l’aggettivo adoperato era stato, ancora una volta, «disperso») e di propensione all’unitarismo:

Liberi non sarem se non siam uni:
Ai men forti di noi gregge disperso,
Fin che non sorga un uom che ci radun[38]

   Ma, al di là dei palinsesti linguistici, le interpretazioni politiche della tragedia in questione sono state negli anni oggetto di intenso dibattito critico. Come non ricordare, tra tutte, quella di Vittorio Spinazzola, il quale, in pagine ormai canoniche scrisse che, a differenza del Carmagnola, qui, nel coro Dagli atri muscosi, dai fori cadenti, «ad entrare in scena sono le masse degli oppressi»:[39] specchio metaforico dell’azione collettiva di un intero popolo, soggiogato al dominio straniero. Contrapposto a questo giudizio è il pensiero di Giulio Bollati. Per il critico la trama e i personaggi del testo drammatico manzoniano rivelerebbero invece una distanza inconciliabile tra idealità morali e storia, sancendo di fatto «un commiato dalla politica».[40] In tempi più recenti Giorgio Panizza riprende la tesi sociale, ovvero quella di un sistema improntato all’uguaglianza, con la quale spiega la trasformazione delle varie stirpi in una reale nazione, con conseguente differenza onomastica annessa.[41]
Al di là degli orientamenti critici, è bene ricordare l’ampio respiro verso cui tende la riflessione manzoniana , estesa a riconsiderare, ancora una volta, il rapporto complesso tra senso della scrittura letteraria e veridicità storica, soprattutto per ciò che concerne la raffigurazione (e lo studio) dei popoli appartenenti alle diverse nazioni. E qui vengono in aiuto i maggiori testi in prosa dell’autore.
Nel Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, pubblicato nella sua edizione a stampa proprio quando fu terminata la stesura dell’Adelchi, quasi ne fosse l’appendice saggistico-teorica, oltre ad inserire la parola moltitudine,[42] intesa stavolta col senso quasi leopardiano di massa popolare indistinta, lo scrittore  sembra spostare «in qualche modo il fuoco della sua poetica della verità alla scienza della ricostruzione del passato, e in tal modo aprendo al romanzo».[43] E quindi al mondo della letteratura: la sola, pensa in fondo Manzoni, in grado di dare reale voce e sentimenti agli individui appartenenti al popolo. Ecco quindi che la valenza da attribuire a questa parola non è immediata, né ad essa si devono presto associare tare negative o etichette reazionarie, come ci ha avvertito Ugo Dotti.[44] Ma il termine va opportunamente contestualizzato e specificato. Ricorrendo, se necessario, ad ulteriori immagini o esempi desunti dalla storia per definirlo meglio.
Interessante in questo senso un passo delle Osservazioni sulla morale cattolica dove il nome del popolo è paragonato ad una sineddoche, ovvero a «una figura rettorica, quella che consiste nel prendere una parte per il tutto; figura che applicata alla parola ‘popolo’ fu uno de’più adoperati e de’ più validi istrumenti della Rivoluzione, servendo, in tanti casi di prima importanza, a trasportare, con piena riuscita, tutta l’efficacia di quel gran nome a delle piccole e,spesso, alle più indegne parti del popolo».[45]
Che il problema sul medesimo concetto era stato di natura linguistica da un lato, e strutturale-ideologico (come sarà ancora nel romanzo) dall’altro, lo testimonia anche la composizione dell’ode civile Marzo 1821, nei cui versi centrali alla parola popolo sono preferiti lemmi come gente o volgo, appartenenti ad un repertorio ancora di tipo classicheggiante.[46] Tuttavia questa patente coltre di aulicità linguistico-letteraria non impedisce di scorgere nei versi del componimento significati densi di ideologia religiosa con sfumature politiche.[47]
Per ciò che concerne invece i Promessi sposi, è chiaro come il punto di vista di Manzoni autore all’interno del romanzo diventerà – come ha ricordato Guglielmi – «quello dell’uomo generico che si interroga sul senso della storia, sorge anzi dal contesto della storia, e si pone davanti al popolo reale e al contadino come loro ragione e misura».[48] Lo sguardo razionale sulle masse oppresse, così come sugli umili, al netto del famoso giudizio gramsciano contenuto in Letteratura e vita nazionale,[49] che ha condizionato gran parte della critica novecentesca, resta comunque da attribuire alla cultura e alla formazione ideologica dell’autore; tant’è che tale operazione sull’ideazione e l’elaborazione del genere  romanzo storico risulta essere, in fin dei conti, tutta di matrice letteraria.
Se tuttavia quello di Manzoni nei confronti del popolo può essere considerato in definitiva un atteggiamento lievemente pessimistico e di stampo morale, pure nel solco di una raffigurazione a tratti pittoresca, e dunque letteraria, del reale, non meno letterario e scettico sarà il ritratto tratteggiato dal Leopardi ultimo, quello legato al codice stilistico satirico.
La satira è infatti quel genere antico che consente al poeta di Recanati di imbastire la sua polemica personale nei confronti del presente,[50] per attaccare quelle «distopie o miti degenerati»[51] propri della società del tempo, così fortemente divisa tra ipocrisie progressiste e spiritualiste.
In un passo della Palinodia al Marchese Gino Capponi, testo poetico inserito solamente nell’edizione napoletana dei Canti  (1835), è attaccato il clima culturale  di una società illuminata, nella quale l’aspetto quantitativo domina su quello qualitativo, e dove tutto è ridotto a puro calcolo statistico. In essa non vi è affatto spazio per le singole individualità, ma solo per una sterile omologazione che stordisce le masse nell’apparente, ritrovata, felicità collettiva, costruita in modo artificiale. Artificio creato da certa stampa e certa pubblicistica che gli intellettuali del tempo, oggetto della polemica, promuovono in modo spensierato e acritico[52].
Per cui «non potendo/felice in terra far persona alcuna / l’uomo obbliando, a ricercar si diero/una comun felicitade (…) un popol fanno/lieto e felice: e tal portento, ancora/ da pamphlets, da riviste e da gazzette/ non dichiarato, il civil gregge ammira» (si legge ai vv.198-206). Come dire: la felicità del popolo –paragonato, come poco più tardi avverrà nei Paralipomeni, e come già aveva fatto, come si è visto, il Manzoni, ad un gruppo indistinto di ovini – è avallata dalle letture di certi generi di scrittura o dalla richiesta spasmodica di certi prodotti letterari o editoriali. Una correlazione, questa tra letteratura e grado di felicità/infelicità degli uomini, che alimenta la beffa leopardiana nei confronti del secolo decimo nono.  
Invettiva ben visibile anche nell’opera I Paralipomeni della Batracomiomachia, maturata nell’ambito di un recupero di modelli letterari notevoli, coniugando moralismo antico e moderno, oltre che un sapiente ripristino filologico di Omero.[53] Distanziamenti ironici, velature metaforiche, digressioni umoristiche sono poi i tasselli fondamentali di un tipo di poesia che non rinnega certo, a livello di contenuti, le idee espresse in passato, anzi le potenzia con pungente acredine, vestendole di una nuova facies espressiva, utilizzando procedimenti ed effetti stilistici adeguati.[54]  
Nel poemetto eroicomico composto a Napoli vi sono ottave in cui figura, con voluta deminutio sarcastica, un concetto di popolo come comunità poco coesa e per nulla incline alle unioni solidali, funzionali certo al raggiungimento di obiettivi comuni, o a traguardi di pubblica utilità. In ciò, al di là dello schermo metaforico, è possibile scorgere «l’innata inadeguatezza all’azione e la sostanziale inettitudine nelle valutazioni, peculiarità che il poeta attribuisce impietosamente agli alter ego dei topi, i liberali italiani».[55]
Una delle tante digressioni ironiche e comiche, attraverso cui è sbeffeggiata la coralità popolare, si ha quando, nell’ultima parte del canto III, la narrazione si sposta su Topaia, la città dei roditori, colta alla vigilia delle elezioni del nuovo governo provvisorio, al capo del quale sarà eletto Rodipane. Egli di fatto «darà vita ad una monarchia costituzionale».[56]
Ecco come Leopardi raffigura la massa dei votanti alle ottave 35-36:

[…]
Un infinito popolo m’aspetta,
Che un infinito cicalar di stato
Ode o presume udir, loda o rigetta,
e si consiglia o consigliarsi crede,
e fa leggi o di farle ha certa fede.

Chi dir potria le pratiche, i maneggi,
le discordie , il romor, le fazioni
che sogliono accader quando le greggi
procedono a sì fatte elezioni,
per empier qual si sia specie di seggi,
non che sforniti rifornire i troni?
Tutto ciò fra coloro intervenia,
e da me volentier si passa via[57]

 

   Nei distici finali dell’ottava 35 sono elencati una serie di verbi in leggera opposizione tra loro, indicanti la facile mobilità di pensiero civico da parte dei topi: essa è solo un passeggero fatto mentale: nessuno infatti è in grado di controllare sul serio la malsana prassi politica che sta dietro tale importante momento di decisione collettiva. Nei versi ultimi della strofa successiva invece è emblematica la volontaria rinuncia verbale della voce narrante, decisa a non proseguire oltre nell’allusione, già fin troppo chiara, in cui condanna un certo modo di fare e di intendere la politica proprio delle classi popolari. Quest’ultime, definite, in maniera sprezzante «greggi», sono votate solo al tornaconto personale («per empier qual si sia specie di seggi »). Lo spirito egoistico caratterizzante le moderne società, che Leopardi  aveva descritto nello Zibaldone, trova così una raffigurazione mordace ed esemplare proprio in questi versi, dai quali traspare un spunto di viva denuncia sociale, condotta però con opportuni filtri trasfiguranti.
Il riso leopardiano diventa ancora più icastico quando è menzionato il cuore dello sterile riformismo abbozzato dai piccoli animali. Arbitro designato diviene così Leccafondi, anch’egli neoeletto ministro del regno, il quale prova con la carta dell’istruzione, a risollevare l’oscurantismo culturale accumulatosi in precedenza. Si tratta però di intenzioni precarie, sussulti velleitari e tenui proposte che non trovano immediato riscontro: proprio nel momento in cui dovrebbero invece  tradursi in atto pratico.[58] Scherno derisorio e scarto parodico dominano l’ottica dell’autore, e dipingono un contesto dove dilaga così tanto il malaffare e la corruzione («Il popolo avvilito e pien di spie/di costumi ogni dì farsi peggiore»[59]), che perfino l’organizzarsi in piccole congregazioni assembleari, per ordire complotti e congiure a fini rivoluzionari, è considerato fatto eccentrico, frutto di una momentanea goliardia fanciullesca:

 

Allor nacque fra’ topi una follia
degna di riso più che di pietade,
una setta che andava e che venia
congiurando a grand’agio per le strade
ragionando con forza e leggiadria
d’amor patrio, d’onor, di libertade,
fermo ciascun, se si venisse all’atto,
di fuggir come dianzi avevan fatto
[…]
massime all’età verde era gradito,
perché di congiurar correa la moda,
e disegnar pericoli e sconquasso
della città serviva lor di spasso[60]

 

   Grandi ideali come «amor patrio», «onor» e «libertade» sono quindi in contrasto con la miopia politica dei topi (leggi, fuor di metafora, ‘del popolo italiano agli albori del Risorgimento’) pronti a pontificare importanti azioni solo attraverso vane parole.
Attraverso una vistosa cifra ironica Leopardi denigra le accensioni libertarie dei suoi compatrioti e il loro debole spirito ribellistico. Per fare ciò, nutrito di sapiente classicismo, si avvale di modalità iperboliche, di figurazioni del comico e di immagini del paradosso, utili a filtrare letterariamente la propensione demagogica al populismo, lo spirito falsamente progressista dell’epoca, fondato su un meschino trionfo dell’interesse privato sul bene pubblico. Ne viene fuori una immagine certamente caricaturale, grottesca del popolo e dei suoi costumi politici, che è portata avanti con le vesti della demistificazione sardonica. E, inoltre,  non manca una sottile etica della dissonanza che squarcia, come già suggeriva lo stile delle Operette del resto, le certezze predefinite, facendo esplodere dall’interno tutte le contraddizioni proprie della società moderna.

 

Mario Minarda (Dipartimento di Scienze Umanistiche – Università degli Studi di Palermo)

mario.minarda@unipa.it
mario.minarda@gmail.com

Note:


[1] Si veda in particolare sui Canti il volume di P. V. Mengaldo, Leopardi antiromantico, Il Bologna, Il Mulino,2012.

[2] Nella misura in cui ampi spunti di pensiero politico si trovano, come è noto, nell’intera opera del Recanatese , sebbene , a grandi linee, sia possibile distinguere una prima fase “civile” , che va dal 1815 (anno della giovanile Orazione Agli Italiani in occasione della liberazione del Piceno) fino a metà degli anni Venti: fase definita “attiva”, in quanto legata alle canzoni patriottiche sorte in clima pre-risorgimentale. E una seconda fase, iniziata dalla stesura delle Operette morali fino alle satire dell’ultimo periodo, in cui Leopardi contesta, con riso demistificatorio e corrosivo, i miti progressisti, idealisti e conservatori propri del periodo post-Restaurazione. Per la ricostruzione dettagliata di questo percorso si veda C. Natoli , A Penso, Leopardi politico: la patria, il progresso, la virtù, «Appunti leopardiani», XI, 1, 2016, pp. 39-61. Sulla politica nello Zibaldone si veda il recente volume «Lo Stato libero e democratico». La fondazione della politica nello «Zibaldone», a cura di Vander Fabio, Milano, Mimesis, 2016. Per uno sguardo più approfondito si rinvia all’ormai imprescindibile volume Il pensiero storico e politico di Giacomo Leopardi, Atti del VI Convegno Internazionale di Studi Leopardiani (Recanati, 9-11 settembre 1984), Firenze, Olschki, 1989.

[3] «Per vie diverse e con linguaggi, scelte e temperamenti radicalmente differenti, Manzoni e Leopardi percepiscono quindi che il problema della modernità consiste pure nel chiedersi come la letteratura possa far fronte allo sviluppo di una società nuova» (E. Raimondi, Letteratura e identità nazionale, Milano, Mondadori, 1998, p.50).

[4] «Si pensi ad esempio al differente ruolo della parola popolare e parlata nella poetica di due grandi, come Leopardi e Manzoni, pur avvicinati da una diagnosi per tanti versi comune della crisi linguistica italiana, dal riconoscimento (anche se motivato ben diversamente) del carattere strategico dell’esperienza francese, dall’esigenza di non cercare scorciatoie nel confronto tra dialetti e lingua nazionale» (S. Gensini, Modernità e linguaggio, Leopardi, Manzoni e il caso italiano, Cagliari, Cuec editrice, 1992, p. 50-5).

[5] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, edizione critica e annotata a cura di Giuseppe Pacella, Milano, Garzanti, 1991, I, p.127. Si farà sempre riferimento a tale edizione.

[6] G. Invitto, L’Italia come non nazione nello “Zibaldone” di Giacomo Leopardi, in G. Gioffredi , A.Pisanò (a cura di), Scritti in onore di Antonio Tarantino, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2014, p.325.

[7] F. D’Intino, L.Maccioni, Leopardi: guida allo Zibaldone, Roma, Carocci editore, 2017, p. 105.

[8] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit., p.161.

[9] «La ragione, la pura e astratta ragione, rende egoisti, disintegra le comunità umane, taglia le radici all’eroismo: la ragione è dunque condannata […] perché madre dell’egoismo, perché elemento antisociale e quindi antinazionale» (C. Luporini, Leopardi progressivo, Roma, Editori Riuniti, 1980, p.29-30).

[10] G. Guglielmi, Una scienza del possibile. Studi su Leopardi e la modernità, a cura di N. Lorenzini, Lecce, Manni, 2011, p.17.

[11] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit., p.161 bis.

[12] Ibidem

[13] Ibidem. e p. 162.

[14] G.Leopardi, Orazione Agli Italiani in occasione della liberazione del Piceno, in G. Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di L. Felici e E. Trevi, Roma, Newton, 1997, p. 934.

[15] Sull’argomento si rinvia all’articolo di Saverio Ieva, Amor di patria e misogallismo nel giovane Leopardi, in «Italies, Revue d’études italiennes», Université de Provence, 6, 2002.

[16] G. Getto, Saggi leopardiani, Messina-Firenze, D’Anna, 1977, pp. 28-29.

[17] Così il 17 gennaio 1821: «L’intiera filosofia è del tutto inattiva, e un popolo di filosofi perfetti non sarebbe capace di azione. In questo senso io sostengo che la filosofia non ha mai cagionato né potuto cagionare alcuna rivoluzione, o movimento, o impresa ec.publica o privata» (Ivi., p.368).

[18] Ivi, p.256.

[19] Ha scritto a tal proposito parole memorabili Bruno Biral, in un suo lavoro ormai canonico per tutti quanti gli studi leopardiani: «Il Leopardi con estrema chiarezza intuì che l’individualismo era la caratteristica propria della società borghese mossa dall’esigenza di affermare i diritti individuali; ma egli, che vagheggiava come modello la polis antica, comunità unitaria, vedeva l’individualismo come fatale elemento disgregatore. Il Leopardi, innamorato della civiltà e poesia degli antichi, nell’impetuoso movimento impresso dalla borghesia alla società vede soltanto il comportamento egoistico e spregiudicato che accantona i vecchi ideali, di cui rimangono in vita soltanto i nomi. Le virtù dei grandi eroi repubblicani esaltati da Plutarco si sono dileguate» (B. Biral, La posizione storica di Giacomo Leopardi, (nuova edizione riveduta e ampliata), Torino, Einaudi, 1997, pp.198-199).

[20] «Ma da che il processo dell’incivilimento o sia corruzione, e le altre cause che ho tante volte esposte, hanno estinto affatto il popolo e la moltitudine, fatto sparire le nazioni, tolta loro ogni voce, ogni forza, ogni senso di se stesse, e per concentrato tutto il potere nelle mani del monarca, e messo tutti i sudditi e ciascuno  di essi , e tutto quello che loro in qualunque modo appartiene, in piena disposizione del principe; allora e le guerre son divenute più arbitrarie, e le armate immediatamente cresciute (30 marzo-4 aprile 1821)» (G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit., pp. 545-546).

[21] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit., vol. II, p. 2548-2549.

[22] Ha scritto di recente Alessandra Mirra a proposito di questo passo zibaldoniano: «A literature which celebrates National heroes, National themes and traditions strongly linked to national history is therefore possible only in nations ruled by the areforementioned forms of government, which have in common the essential role played by national sensibilities that can lead to cooperation in ruling the State, as in democracy or popular monarchies , or in fighting the enemy. On the contrary, it is impossible to find this national, passionate and lively literature in nation ruled by an absolute monarchy.» (A. Mirra, «Nazioni senza canti e senza eroi».Politcs and literature in Leopardi’s Zibaldone» in AA. VV., Leopardi: immaginazione e realtà , Venezia, Marsilio, 2015, p.73).

[23] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit., p.549

[24] Scrive Leopardi sulle pagine finali del suo trattato: «I popoli meridionali superano tutti gli altri nella immaginazione e quindi in ogni cosa a’ tempi antichi; e i settentrionali per la stessa immaginazione superano di gran lunga i meridionali a’ tempi moderni. La ragione si è che a’ tempi antichi lo stato reale delle cose e delle opinioni ragionate favoriva tanto l’immaginazione quanto ai tempi moderni la sfavorisce. E però in pratica l’immaginazione de’ popoli meridionali era tanto più attiva di quella de’ settentrionali quanto è ora al contrario, perché la freddezza della realtà ha tanta più forza sulle immaginazioni e sui caratteri quanto essi sono più vivi e più caldi» (G. Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, a cura di M. A. Rigoni, Milano, Bur Rizzoli, 2014, pp.82-83). Si veda a tal proposito recente articolo di Alessandra Tramontana che scrive: «Esuberanti per natura e, grazie a questo, a lungo detentori della palma della cultura e della civiltà, gli italiani di oggi sono preda di un’indifferenza paralizzante, tanto maggiore quanto essi sono stati in tempi diversi i più capaci nell’esercizio dell’immaginazione e dell’illusione, da cui per Leopardi deriva la superiorità di un popolo» (A. Tramontana, Il popolo italiano secondo Leopardi. Intorno al “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani”, in «Griseldaonline» 16 (2016-2017), p.3).

[25] «La rappresentazione leopardiana dell’antico  rientra dunque in quel materialismo antirazionalistico  che […] ne costituisce la proiezione più immediata e profonda: l’antichità è un mondo nel quale non le verità positive della ragione, ma l’immaginazione, il corpo, l’istinto, l’azione, la forza, la bellezza soltanto avevano valore, e da ciò scaturisce la sua imparagonabile grandezza» (M. A. Rigoni, Saggi sul pensiero leopardiano, Napoli, Liguori, 1985, p. 40).

[26] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit., p. 624.

[27] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri,cit.,  pp.1485-1486.

[28] A.W. von Schlegel , Corso di letteratura drammatica, trad.italiana di F. Gherardini, Milano, Molina, 1844, p. 42.

[29] «Quando la nuova situazione sociale […] e il nuovo rapporto fra l’autore drammatico e la realtà e fra lo spettacolo teatrale e il pubblico (nella sua composizione sociale) rendevano sempre meno praticabile nel sistema letterario e teatrale il mondo epico tragico» (R. Ceserani – L. De Federicis, Il materiale e l’immaginario. Volume settimo: società e cultura della borghesia in ascesa, Torino, Loescher Editore, 1979, p. 615).

[30] «Manzoni aveva una scarsa attitudine verso il teatro e la tragedia. Ma come l’epistolario e le dichiarazioni di poetica documentano ampiamente, egli volle cimentarsi in queste due opere perché persuaso dell’utilità della tragedia (idea , questa, ben poco condivisa dai letterati italiani, del suo tempo), e poi per elaborare una drammaturgia romantica e moderna, affrancata dalla tradizione classica e principalmente dalle cosidette regole pseudo aristoteliche: resta cruciale, per questo aspetto, la Prefazione al Carmagnola». (F. De Cristofaro, Manzoni, Bologna, Il Mulino, 2009, p.53).

[31] Cfr. A. Manzoni, Lettere sui Promessi sposi, a cura di G.G. Amoretti, Milano, Garzanti, 1985.

[32] «Ora m’è parso che, se i Cori dei greci non sono combinabili col sistema tragico moderno, si possa però ottenere in parte il loro fine, e rinnovarne lo spirito, inserendo degli squarci lirici composti sull’idea di que’ Cori. Se l’essere questi indipendenti dall’azione e non applicati a personaggi li priva d’una gran parte dell’effetto che producevano quelli, può però, a mio credere, renderli suscettibili d’uno slancio più lirico, più variato e più fantastico. Hanno inoltre sugli antichi il vantaggio d’essere senza inconvenienti: non essendo legati con l’orditura dell’azione, non saranno mai cagione che questa si alteri e si scomponga per farceli stare. Hanno finalmente un altro vantaggio per l’arte, in quanto, riserbando al poeta un cantuccio dov’egli possa parlare in persona propria, gli diminuiranno la tentazione d’introdursi nell’azione» (A. Manzoni, Prefazione a Il conte di Carmagnola, in Tutte le opere, a cura di A. Chiari e F. Ghisalberti, I, Poesie e tragedie, Milano, Mondadori, 1969, pp.289-290).

[33] F. De Cristofaro, Manzoni , cit. p.54.

[34] G. Bollati, L’invenzione dell’Italia moderna. Leopardi, Manzoni, e altre imprese ideali prima dell’Unità, Torino, Bollati Boringhieri, 2014, p.99.

[35] Così ancora De Cristofaro: « Il distico conclusivo (“Si posano insieme sui campi cruenti/ D’un volgo disperso che nome non ha “) è tagliente e potentissimo suggello dell’interrogazione retorica intorno al reale significato politico e umano dell’intervento militare dello straniero in territorio italiano: interrogazione rivolta, s’intende, tanto al popolo latino quanto ai compatrioti del tempo dell’autore» (Ivi, p.61).  

[36] «Aspirando a emancipare le popolazioni latine assoggettate per farne guerrieri alleati delle schiere longobarde contro l’invasore franco» (M. Di Gesù, Tragedia all’italiana:Adelchi, i padri, la patria, in «Inverbis», 2, 2014, p.150 e ss.)

[37] Per la prima stesura della tragedia si fa riferimento a questa edizione: Alessandro Manzoni, Adelchi, ediz. Critica a cura di I. Becherucci, Firenze,  Accademia della Crusca, 1998.

[38] A. Manzoni, Poesie e tragedie, cit.

[39] V. Spinazzola, Introduzione ad A. Manzoni, Inni sacri. Tragedie, Milano, Garzanti, 1984, pp. XXXIV-V.

[40] G. Bollati, Introduzione ad A. Manzoni, Tragedie, Torino, Einaudi, 1965, pp. XII-XVI.

[41] «Il riscatto liberatorio che trasforma il volgo in popolo, che gli dà un nome, non è la costruzione di una nuova sovranità, ma la creazione di quel nuovo spazio egualitario che solo può pretendere il nome di nazione» (G. Panizza, Le due tragedie e l’idea di nazione, in L. Danzi, G. Panizza, Immaginare e costruire la nazione. Manzoni da Napoleone a Garibaldi, Milano, Il Saggiatore, 2012, p. 100).

[42] «Un’immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarci traccia, è un tristo ma importante fenomeno; e le cagioni d’un tal silenzio possono riuscire ancor più istruttive che molte scoperte di fatto» (A. Manzoni, Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, II, in Tutte le opere, cit., II, pp. 2001).

[43] F. De Cristofaro, Manzoni , cit. p.57.

[44] U. Dotti, La critica etico-storica di Manzoni in Id., Il savio e il ribelle. Manzoni e Leopardi, Roma, Editori Riuniti, 1993, pp.70 ess.

[45] A. Manzoni, Opere morali e filosofiche in Tutte le opere, cit., p.345.

[46] Cfr.  M. Di Gesù, Una nazione di carta. Tradizione letteraria e identità italiana, Roma, Carocci editore, 2013, p.91.

[47] «Protesi tutti verso l’immancabile vittoria, i versi di Marzo 1821 non mancano di ribadire ogni momento l’idea unitaria, anche se calati all’interno di una ideologia etico-religiosa di fondazione cristiana, in cui il sentimento politico assume a tratti coloriture universalizzanti» (M. Sacco Messineo, L’Italia nel «succhio della sua primavera» Marzo 1821, in Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor, Atti della Giornata di Studi, 10 marzo 2011, Palermo, :dueounti edizioni, 2013, p.15).

[48] Ovvero, continua il critico, fornendo preziose indicazioni di stile, «nei  Promessi Sposi si trova in forma tipica quell’alternarsi di romanzo e saggio che troviamo come caratteristica strutturale in tutto il grande romanzo realistico dell’Ottocento» (G. Guglielmi, Manzoni, Leopardi e gli Istituti linguistici, in Ironia e negazione, Torino, Einaudi, 1974, p.29).

[49] «Il Manzoni pone il “popolo” nel suo romanzo, oltre che per i personaggi principali […] anche per la massa […] , ma appunto il suo atteggiamento verso il popolo non è “popolare-nazionale”, ma aristocratico» (A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Roma, Editori riuniti, 1991, pp. 83-89).

[50] Così Bonavita: «Talora poi la polemica preferisce risolversi nella satira, dando vita a una variegata serie di manifestazioni di quell’atteggiamento ironico che occupa alcuni importanti tasselli della personalità letteraria di Leopardi» (R. Bonavita, Leopardi. Descrizione di una battaglia, Torino, Nino Aragno Editore, 2012, p.67.

[51] A. Dolfi, Leopardi tra negazione e utopia. Indagini e ricerche sui “Canti”, Padova, Liviana, 1973, p. 35.

[52] «Gli uomini non solo si creano delle false idee intorno a quanto socialmente sono e fanno, ma le utilizzano poi come strumenti di lotta per imporre il proprio dominio, sostituendo tra l’altro la nozione di individuo dotato di un proprio spirito critico, con quella, per loro più confacente in quanto appunto acritica, di “massa”. “Gli individui sono spariti dinanzi alle masse” dice icasticamente Tristano all’amico nel dialogo omonimo.» (U. Dotti, La radiografia leopardiana della società politica e intellettuale italiana in Lo Zibaldone cent’anni dopo.Composizione, edizione,temi, Atti del X Convegno Internazionale di Studi Leopardiani, vol. II, Firenze, Olschki, 2001, p.675.

[53] Cfr. M. A. Bazzocchi, Leopardi, Bologna, il Mulino, 2008, p.141 e ss.

[54] Tra questi, suggerisce Tellini, vi sono «il gusto umoristicamente digressivo del racconto, il diletto inventivo, la comicita fantasiosa […] l’ironia livida e la secchezza caricaturale» (G. Tellini,  Giacomo Leopardi , in Storia della letteratura italiana, diretta da E. Malato, vol. X, Il primo Ottocento, Roma, Salerno, 2000, p. 805).

[55] A. Penso, «Popol, suffragi elezioni» e «cicalar di stato». I miti della politica moderna nei Paralipomeni, in Le mythe repensè dans l’oeuvre de Giacomo Leopardi, sous la direction de Perle Abbrugiati, Aix-Marseille, Presses Universitaries, 2016, p.391.

[56] E. Circeo, La poesia satirico-politica del Leopardi, Roma, Edizioni dell’Ateneo e Bizzarri,1978, p. 80.

[57] G. Leopardi, Paralipomeni della Batracomiomachia, a cura di M.A.Bazzocchi e R. Bonavita, Roma, Carocci, 2002, pp. 108-109.

[58] Esse più che riforme appaiono cavillosità giuridiche e burocratiche o, ancora, contenitori colmi di retorica rivoltati con estro paradossale, come si può leggere alle ottave 39-40 del canto quarto: «E bramò che sapesse il popol tutto / leggere e computar per disciplina/ stimando ciò, cred’io, maggior costrutto,/che non d’Enrico quarto la gallina […] Crescer più d’una cattedra o lettura/ anco gli piacque a ciaschedun liceo, / con più dote che mai per avventura/ non ebbe professor benché baggeo» (Ivi, pp.138-139).

[59] Ivi, p.174.

[60] Così infatti le ottave 15 e 16 del Canto VI (G. Leopardi, Paralipomeni, cit., pp.175-176).

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