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Elisabetta Menetti

Griselda, o l'enigma di Giovanni Boccaccio

Chi è Griselda / La matta bestialità / L'enigma: «senza mutar viso» / Dove si trova Griselda / La critica

I lettori del Decameron incontrano Griselda alla fine del percorso narrativo: nella centesima novella, ossia nella decima novella della decima giornata. In questa ultima giornata di novelle, nate «sotto il reggimento di Panfilo», si riflette su chi «liberalmente o vero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a’ fatti d’amore o d’altra cosa». A narrare è Dioneo che pone al centro del racconto lo strano caso di Griselda: donna plebea, mite e forte, che affronta le crudeli e inspiegabili vessazioni che le sono inflitte dal marito Gualtieri, marchese di Saluzzo.

Chi è Griselda

Griselda è un’umile guardiana di pecore che viene scelta come sposa dal signore del luogo, il marchese Gualtieri di Saluzzo. Le prove a cui l’uomo sottopone Griselda sono crudelissime e spietate, ma coperte dall’inganno: Gualtieri fa credere a Griselda di aver ucciso i loro figli e di averla effettivamente ripudiata, giungendo persino a umiliarla, cacciandola dal palazzo con solo una camicia addosso e richiamandola successivamente come serva della futura seconda moglie. La finzione dura ben tredici anni: i figli in realtà sono stati allevati da una parente e la futura moglie non è che la loro prima figlia. Alla fine il marchese rivela la verità a Griselda e ai sudditi, spiegando le ragioni della sua crudeltà.

La matta bestialità

Fin dall'inizio della novella Dioneo mette in risalto l’estrema crudeltà del marchese, che si contrappone all’enigmatica saggezza della povera Griselda.
Gualtieri è descritto come un uomo protervo, quasi disumano (la sua è «matta bestialità»), che ha paura delle donne e, per questo, tortura la giovane pecoraia con angherie sempre più crudeli. È un uomo di potere, che esercita in modo ingiusto e vigliacco il proprio vantaggio gerarchico. È un marchese che sceglie la plebea Griselda, convinto di poter dominare meglio gli eventuali rischi di un matrimonio. Questa inclinazione alla «matta bestialità» della personalità di Gualtieri emerge immediatamente, quando, in un primo gesto di sopraffazione feudale, il marchese fa spogliare nuda Griselda davanti a tutti. Lo stesso marchese chiarisce le ragioni di tale inaudita crudeltà, quando, nella rivelazione finale, confessa a Griselda il motivo del proprio accanimento: la paura. In particolare: la paura di sposare una donna che non gli si addicesse («quando venni a prender moglie, gran paura ebbi che non m’intervenisse»). La condizione di paura crea le condizioni per il dispiegarsi della matta bestialità, intesa come un desiderio violento, irrazionale e incontrollabile di dominio assoluto di ciò che si teme.

L'enigma: «senza mutar viso»

Se la matta bestialità del marchese dipende dalla paura del matrimonio, Griselda dal canto suo dimostra una fermezza d’animo e un coraggio che annientano, di fatto, la brutalità e la violenza cui viene arbitrariamente sottoposta. Il comportamento della donna risulta incomprensibile ed enigmatico: il suo viso è sempre immobile e imperturbabile. Più volte il narratore si sofferma su questo particolare: Griselda non fa trapelare alcuna inquietudine e sopporta con fierezza ed orgoglio la propria sorte («con fermo viso si dispose a questa dover sostenere»).
Gualtieri resta prima meravigliato, poi addirittura turbato fino alle lacrime. Egli si domanda persino come tutto ciò possa essere possibile, dato che riconosce nella donna una notevole saggezza. E in effetti la saggezza di Griselda si rivela nelle sue reazioni, sempre misurate e composte: a ogni tormento risponde tenendo sempre ben presente la propria posizione sociale («Signor mio», così chiama il marito). Se da un lato ha la capacità di ingentilire i suoi modi e di trasformarsi formalmente in una «domina», dall’altro dentro di sé non dimentica mai le proprie origini. La conferma di tale aderenza alla propria realtà sociale è soprattutto nell’ultima mirabile risposta al crudele Gualtieri: con fermezza e dignità incomparabili Griselda disarma il marchese, sostenendo che la sua unica dote è il proprio corpo, un corpo che chiede orgogliosamente di coprire, nonostante la contraria volontà di Gualtieri. In altre parole Griselda si colloca sempre su un altro piano rispetto al marchese: un piano inferiore dal punto di vista sociale, ma infinitamente superiore (nella conclusione Dioneo definirà Griselda come uno spirito divino) dal punto di vista delle qualità umane.

Dove si trova Griselda

La novella di Griselda è l’ultima novella del Decameron: la centesima. La posizione che ha all’interno del Decameron impone una riflessione generale, che riguarda la macrostruttura dell’intero novelliere. La rilevante posizione di questa ultima novella non era sfuggita a Petrarca, il primo interprete d’eccezione del capolavoro boccacciano. Petrarca, infatti, aveva sottolineato che la novella di Griselda si trova inserita alla fine dell’opera, «dove le norme retoriche impongono di collocare le cose migliori» (Senile XVII, 3).
Nel disegno generale dell’opera Griselda si contrappone al primo personaggio che apre il Decameron: Ciappelletto. In modo assolutamente antitetico rispetto a Ciappelletto, Griselda rappresenta un insieme di virtù che Boccaccio desidera conservare per la rinascita di una nuova umanità, dopo la terribile catastrofe della peste: la fermezza, la costanza, la magnanimità, unite alla grazia e alla mitezza femminili. Contro i protervi e i malvagi (come Ciappelletto ma anche e soprattutto come Gualtieri) Griselda propone una visione del tutto opposta, che rende i due mondi assolutamente incomunicabili. La nuova visione del mondo di Boccaccio rovescia le antiche separazioni feudali: gli spiriti divini possono nascere nelle povere case e – ciò che è peggio – nelle case reali «a volte nascono uomini più degni di guardar porci che d’avere sopra uomini signoria».
Senza dubbio Boccaccio con questa novella intende consegnare ai lettori e alle lettrici un ultimo e importante messaggio. Il suo significato rimane però controverso. Griselda è il polo negativo della femminilità boccacciana, in quanto, diversamente dalle altre eroine, rimane subalterna e sottomessa? Oppure la sua “pazienza” nasconde forza d’animo e coraggio nell’affrontare le avversità? E ancora: perché Gualtieri incrudelisce così ingiustamente? E perché Griselda non reagisce mai? E infine: chi tra i due protagonisti esce davvero sconfitto dopo tredici anni di lotta coniugale?

La critica

Nella seconda metà del Novecento molti studiosi si sono soffermati sulle diverse e contraddittorie sfumature della novella di Griselda, poiché dalla comprensione di essa dipende, tutto sommato, il significato ultimo del Decameron. È lo stesso autore infatti a porre l'accento sull'esistenza di un percorso interno della brigata: da un «orrido cominciamento» ad un «bellissimo piano e dilettevole» (Introduzione 4). E le interpretazioni recenti hanno cercato di scoprire la valenza dell'approdo ultimo dello scrittore, rappresentato appunto dalla novella di Griselda.
Le molteplici letture del personaggio e della novella individuano nel loro insieme una sorta di ambiguità insita nella novella (Bàrberi-Squarotti, L'ambigua sociologia di Griselda, in "Annali della Facoltà di Magistero dell'Università di Palermo", 1970). Griselda è stata interpretata in chiave allegorica, come immagine di Maria (Vittore Branca, Boccaccio medievale, 1956). L'interpretazione religiosa è giunta, persino, a vedere nei tormenti della giovane una sorta di allegoria di Cristo (Cottino-Jones, Realtà e mito in Griselda, "Problemi", 1968). Nello stesso tempo si è tentata un'interpretazione storico-sociologica, centrandola sulla lotta sociale e intellettuale tra un nobile e una plebea (Baratto, Realtà e stile nel Decameron, 1970). Muscetta (Boccaccio, 1965), inoltre, ha contrastato l'idea di una Griselda passiva e sottomessa, mettendo in evidenza quanto questa umile donna sia in realtà cosciente della propria dignità e dei propri diritti. Ma la "Griselda" può anche essere una "novella intellettuale" in quanto la "virtù" della donna consiste nel contrastare la "fortuna" che le si abbatte contro, assumendo un'estrema estraneità e distanza dal mondo, tipica del nuovo intellettuale che Boccaccio vuole rappresentare (G.Savelli, Struttura e valori nella novella di Griselda in "Studi sul Boccaccio", XIV 1984).
Da questa breve e parziale rassegna critica risulta chiaro come Boccaccio abbia voluto concludere il Decameron con una sorta di enigma. Un enigma che lo stesso Petrarca aveva risolto con una propria traduzione della «soave storia» (De insigni obedientia et fide uxoria), optando per una Griselda vista come simbolo della pazienza muliebre, ma soprattutto come esempio di fermezza del buon cristiano, «sottoposto da Dio a dure prove perché diventi consapevole della propria dignità» (L.C. Rossi, La novella di Griselda fra Boccaccio e Petrarca, in G. Boccaccio-F. Petrarca, Griselda, 1991). Una scelta di parte e che imprime una svolta, come ha spiegato recentemente Gabriella Albanese, nella prima ricezione umanistica del novelliere boccacciano. (G. Albanese, La novella di Griselda: "De insigni obedientia et fide uxoria" in Petrarca e il petrarchismo. Un'ideologia della letteratura, a cura di M. Guglielminetti, 1994).

Pubblicato il 10 gennaio 2002
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