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Dibattiti:

La paura siCura. il viaggio di Gabriele Vacis dentro le paure degli italiani

Non sarà che, oggi, la paura della vita
abbia rimpiazzato la paura della morte?

M. Augé, Le nuove paure

La paura siCura è il nome di un progetto nato nel 2010 su iniziativa del Forum Italiano per la Sicurezza Urbana, associazione di oltre 40 città, province e regioni italiane impegnate dal 1996 in politiche di prevenzione e sicurezza urbana, in collaborazione con il Centro Internazionale di ricerca teatrale Inteatro, che del progetto ha curato la realizzazione affidandone la direzione artistica a Gabriele Vacis, drammaturgo, regista, autore televisivo e cinematografico, tra i protagonisti principali del teatro di narrazione in Italia.[1]

Si è trattato di un viaggio sulle tracce delle paure degli italiani che Vacis ha intrapreso in sei città dal nord al sud dell’Italia, Settimo Torinese, Montegranaro, Ravenna, Schio, Genova, Catania. Durante quel viaggio di un anno il regista ha realizzato sei laboratori teatrali, uno per ogni città, nel corso dei quali ha incontrato più di duecento persone chiedendo di che cosa avessero veramente paura e che cosa le facesse sentire al sicuro. Quei laboratori hanno preso forma in un libro e in circa trecento ore di registrazioni video da cui è stato tratto il film documentario dal titolo La paura siCura, per la regia dello stesso Vacis.[2] Il titolo scelto per l’intero progetto, polisemico e in parte ossimorico, rende bene la complessità della questione, sia nel rimandare alla paura che si-cura, che cioè richiede cura e può essere curata, sia nell’accostarla alla sicurezza, altro termine che giocoforza è chiamato in causa nei discorsi sulla paura.

«Più che mai il mondo ha paura»,[3] ha scritto, fra gli altri, Marc Augé in un agile libretto che si interroga sulle nuove paure del mondo contemporaneo. Ci troviamo di fronte ad un «vero e proprio groviglio»[4] di paure: della morte, del dolore, paura di perdere i propri cari, i propri beni, il lavoro, paura dei pericoli legati alle nuove tecnologie, paura dell’inquinamento, dei disastri naturali, paura della guerra, del terrorismo, del fondamentalismo religioso, paura degli stranieri, paura dell’alterità, paura dell’altro che ti priva di ciò che è tuo. Si tratta di paure intime e privatissime oppure di paure causate dalla realtà esterna, tante e varie a seconda dell’età, delle condizioni economiche, del genere, del posto del pianeta in cui si è scelto o si è costretti a vivere, paure tutte diverse e dalle diverse connotazioni emotive. L’inventario delle paure umane non si esaurisce certo qui ed è anzi continuamente alimentato da un intenso, ben calcolato sfruttamento e trattamento mediatico, che ha come effetto immediato quello di produrre un accumulo indistinto dei pericoli che innescano le paure, una sorta di effetto a cascata, una sensazione diffusa di «ubiquità delle paure», le quali possono venir fuori «da qualsiasi angolo o fessura della nostra casa o del nostro pianeta. Dal buio delle strade o dai bagliori degli schermi televisivi. […] Dal posto di lavoro o dalla metropolitana […]. Da coloro che conosciamo o da qualcuno di cui non ci eravamo nemmeno accorti. Da qualcosa che abbiamo ingerito o con cui il nostro corpo è venuto in contatto».[5] Tutti presi dal calcolo dei rischi, stretti nella morsa delle compagnie assicuratrici, alimentiamo dunque la nostra ossessione per la sicurezza con prodotti di consumo e kit contro la paura[6] che il mercato ci offre prontamente e a pagamento. Questa, per esempio, è la percezione di ciò che accade negli Stati Uniti descritta da James Hillman in una bella conversazione con Silvia Ronchey di alcuni anni fa:

L’ossessione della sicurezza elimina ogni evenienza di fatalità o incidente o disastro, ogni possibilità che gli dei si manifestino e agiscano sulle nostre vite. L’ossessione della sicurezza elimina ogni inventio degli dei. Qualunque imprevisto accada, si sporge una denuncia di sinistro e si viene risarciti. […] Abbiamo leggi che rendono obbligatorie le cinture di sicurezza, bottiglie di medicinali che nessuno riesce ad aprire, avvertenze su qualsiasi cosa mangiamo, un proliferare di airbag. Acquistiamo automobili non per il divertimento di guidarle o in base alla loro praticità o capacità di accelerazione, come una Maserati, ma in virtù della protezione all’impatto. Acquistiamo automobili sicure, cioè le compriamo solo in vista dell’incidente. La sicurezza è per noi una specie di patrono invisibile che aleggia sopra ogni cosa; inclusa la stupidità.[7]

E questa stessa percezione, insieme alla consapevolezza del potere di contagio della paura, è stata avvertita per l’Italia anche da Gabriele Vacis, il quale apre il suo docufilm con un’affermazione perentoria e amara: «Gli italiani hanno paura. Da Settimo Torinese a Catania, dal Veneto alle Marche, a guidare le loro scelte non sono più i desideri, ma la paura. La loro aspirazione più grande non è più il benessere […] ma la sicurezza». Come si vede, non c’è discorso sulla paura che non chiami in causa una parallela preoccupazione per la sicurezza, così come non c’è discorso sulla paura che possa ignorare quanto le paure umane siano regimentate dai somministratori e dagli amministratori della paura[8]. Ne è ben consapevole Vacis, quando osserva:

la paura è un supermercato con gli scaffali traboccanti di merci: ci puoi trovare epidemie di influenze cinesi o aviarie, virus sconosciuti e assassini, crisi che fanno cadere le borse, o borse che fanno precipitare crisi economiche per riportarci al medioevo, terremoti, tsunami, vulcani dai nomi impronunciabili sono sempre in offerta speciale, mafia e ladri di polli te li tirano dietro a tre per due, come se fossero esattamente la stessa cosa. Perché questo è il segreto dei trafficanti di paura: confondere, fare di ogni erba un fascio, mettere tutti gli avvenimenti sullo stesso piano. La ҆ndrangheta che comanda a Milano, che decide tutti gli appalti per l’Expo, è uguale al ragazzino rom che ti lava i vetri al semaforo: tutto uguale. Per non parlare dei rumeni stupratori, terroristi arabi, preti pedofili: tutto uguale. È un mercato della paura in presa diretta costante, un traffico internazionale che crea e demolisce governi e patrimoni, e se tanta gente esce con i carrelli pieni dal supermarket della paura, bisogna pure che qualcuno fabbrichi e venda i prodotti che si comprano nel supermarket della paura.[9]

Durante il suo viaggio di un anno dentro le paure degli italiani, in ciascuna delle sei città Vacis ha montato dei piccoli set in cui realizzare i colloqui con le oltre duecento persone incontrate, di età, etnia, vissuto sociale, condizione economica molto diversi: dagli studenti e studentesse delle scuole superiori di Settimo Torinese a quelli giovanissimi delle scuole medie di Montegranaro in provincia di Fermo, molti dei quali figli di immigrati e quasi tutti figli di operai dei calzaturifici del circondario; dai pensionati e dalle prostitute dei vicoli di Genova alla gente di ogni età, professione e condizione sociale della sicura Ravenna; dagli immigrati nella diffidente cittadina veneta di Schio, che fanno paura e hanno paura, a quelli che fanno più paura di tutti, gli abitanti del famigerato Palazzo di Cemento di Librino, quartiere fra i più degradati e turbolenti della periferia sud di Catania.

Non si è trattato di interviste, ma piuttosto di conversazioni, della durata di almeno un’ora ciascuna, nel corso delle quali il regista ha parlato con tutti quelli che liberamente hanno deciso di aderire al progetto, chiedendo loro non di esprimere giudizi o pareri o generiche definizioni dizionariali della paura, ma di guardare dentro di sé e di raccontare i momenti della loro vita in cui hanno avuto più paura e quelli in cui si sono sentiti o si sentono davvero al sicuro. Il documentario non accumula perciò opinioni, ma raccoglie frammenti di storie; Vacis non è interessato a confronti statistici di dati su quanti italiani o immigrati in Italia hanno paura e quanti non ne hanno, non ha bisogno di numeri ma piuttosto di volti, di corpi, di voci, per tentare di comprendere quali paure alimentano lo sguardo, ogni singolo sguardo, dei suoi duecento testimoni. «Un po’ – dichiara il regista svelando una delle fonti del suo progetto – sull’esempio di Pasolini, che all’inizio dei favolosi anni Sessanta se ne andò in giro per l’Italia a chiedere agli italiani cosa pensavano del sesso. I tempi cambiano, quarant’anni fa la cosa importante era il sesso. Adesso è la paura»[10]. Il riferimento è naturalmente ai Comizi d’amore, film documentario girato da Pasolini, microfono e registratore alla mano, in lungo e in largo per l’Italia tra marzo e novembre del 1963 con l’intento di intervistare gli italiani sui temi scottanti della sessualità, la verginità e il matrimonio, la morale, il divorzio, la libertà sessuale, l’omosessualità, la prostituzione. Pasolini aveva deciso di non montare dei set cinematografici, ma di realizzare la sua inchiesta per strada, all’aperto, raggiungendo personalmente gli intervistati nei posti più disparati, all’uscita dalle fabbriche, nelle campagne emiliane o calabresi, sulle spiagge affollate, nelle balere, sui campi di calcio, davanti all’università, nei vicoli, perché varia era l’umanità che intendeva incontrare, proprio come è stato nelle intenzioni di Vacis: contadine e contadini del sud, operai o giovani figli della benestante borghesia del nord, bambini intenti a giocare per strada, studenti universitari, militari, calciatori, proletari, disoccupati, intellettuali, prostitute.

Eppure, nonostante la dichiarata mutuazione dal modello pasoliniano, la distanza tra i due film è marcata, e non solo perché, come ammette Vacis, i tempi sono cambiati, ma anche perché diverso è l’obiettivo dell’indagine dei due autori. Le «interviste di strada sull’amore»[11] di Pasolini, come le ha felicemente definite Foucault, sembrano non restituire nulla di personale, di spontaneo o di esperienziale, né andare davvero al cuore delle cose. E questo non solo a causa dell’intimità dei temi trattati e della prevedibile soggezione nel doverne parlare, ma forse anche per la natura stessa delle domande formulate da Pasolini. Le sue sono, cioè, domande di tipo giuridico, come quella che, dando del lei e con tono molto formale, rivolge a una madre siciliana circondata dai suoi molti figli: «Cosa pensa dello stato di privazione in cui vivono le donne qui in Sicilia?», oppure quando esige dagli studenti dell’università di Bologna una definizione di conformismo in relazione alla vita sessuale, o ancora quando chiede: «Lei è favorevole al divorzio o no?»; «Secondo lei il matrimonio risolve il problema sessuale o no?»; «Il sesso ha molta importanza nel mondo contemporaneo o no?»; «Lei cosa ne pensa della prostituzione? È a favore delle case di tolleranza o no?». Emblematico del registro utilizzato da Pasolini è del resto, proprio in apertura del film, il suo incontro con i bambini siciliani e campani, che replicano alla sua domanda «Come nascono i bambini?» con le risposte che ci aspetterebbe dai bambini - «li porta la cicogna», «li porta Gesù» - accompagnate tuttavia da quel tono canzonatorio, ironico e già smaliziato di chi sa e non vuole o non può dire, da un ridacchiare che scoppia in risata fragorosa quando uno dei bimbi napoletani finalmente smette di fingere e ammette di essere nato «sotto le coperte».

Le domande giuridiche di Pasolini non possono che sollecitare risposte a loro volta giuridiche,[12] astrattamente e goffamente definitorie, per lo più stereotipate o viziate da insincerità, risposte che non rischiano nulla e che sembrano anzi voler prudentemente assecondare la superiorità intellettuale e linguistica dell’illustre intervistatore. La sensazione che affiora, allora, è che quelle domande, dal tono incalzante e quasi frenetico, senza pause o intervalli minimi di silenzio, siano state costruite senza una completa volontà di ascolto, senza una sincera disposizione ad accogliere risposte autentiche e rischiose o punti di vista realmente alternativi, ma con la speranza, forse non del tutto consapevole, di ottenere riscontri o conferme a quanto già in precedenza ipotizzato dall’autore su temi che lo investono personalmente, come uomo e come artista. L’inchiesta pasoliniana, ha osservato Mauro Giori, sembra essere pensata «a partire da un’idea del rapporto tra gli italiani e il sesso che il regista – collocandosi a un livello di superiorità – non dubita di vedere confermata».[13] Ciò che ne risulta, complice anche la centralità della posizione dell’autore all’interno della struttura del documentario, intenzionalmente perseguita anche attraverso una sua pressoché costante inclusione nelle inquadrature, è un interessante «autoritratto in forma di interviste»[14], che già Enzo Siciliano aveva lucidamente riconosciuto scrivendo:

Comizi d’amore è un ritratto spregiudicato dell’Italia che cambia, un modello per tante inchieste televisive che seguirono. Eppure, ciò che colpisce è la presenza sullo schermo di Pasolini medesimo: il film è il suo più spassionato autoritratto. La sua testardaggine pedagogica, la sua mitezza che era violenza e la sua violenza che era mitezza – quell’insistere sulle domande, quel modularle a pennello, a una madre, a una recluta, a un ragazzetto siciliano, a due frequentatrici di balere; quindi il timbro insolito della sua voce, schermato dietro un rigore razionalista […].[15]

La Paura siCura sembra condurci lontano dal modello cinematografico dei pasoliniani Comizi d’amore, perché profondamente diversi risultano il registro stilistico, le strategie linguistiche, il respiro con cui sono montati i colloqui, il tono e la forma stessa dell’interrogarsi di Vacis. Alle domande giuridiche di Pasolini («Cosa ne pensa?»; «È pro o contro?») si sostituiscono quelle narrative di Vacis, che sollecitano come risposta non evasivi punti di vista, ma racconti, testimonianze, esperienze di paura. Il lavoro, ha dichiarato il regista, è stato quello «di metterli nelle condizioni di dire la verità. Se c’è una cosa che credo di poter dire per tutte le persone che ho incontrato è che avevano voglia di dire qualcosa di sé, qualcosa di vero, solo che ci fosse qualcuno che volesse e potesse ascoltarli».[16] Alla frenesia dell’intervista Vacis, sempre escluso dall’inquadratura, sostituisce dunque la dimensione lenta dell’ascolto, senza tentativi di correggere, senza l’imbarazzo di dover riempire i silenzi, lunghi e giusti, senza moti di scandalo.

Sono proprio l’ascolto pudico e discreto, l’attenzione accogliente e un profondo interesse all’umano ad innescare le narrazioni, a conferire ai racconti una dimensione di verità, ad introdurvi una via della tenerezza.[17] Ecco allora che, per tale via, un adolescente di Settimo Torinese riesce a svelare il suo timore dei treni: «per due anni – racconta - ho avuto paura dei treni, perché mio fratello è morto sotto un treno»; molti dei giovani testimoni raccontano invece di quando i genitori o i nonni sono stati molto male e confessano di vivere da allora con la paura di perderli. Si tratta di paure «derivate» o «secondarie», direbbe Bauman, sedimenti di «un’esperienza passata in cui si è dovuta affrontare una minaccia a bruciapelo: sedimento che sopravvive a tale esperienza».[18] C’è poi la storia di Gloria, studentessa liceale di Settimo Torinese che racconta di quando ha temuto di morire a causa dell’anoressia, o meglio «della sua stupidità» come dice lei stessa, e ricorda il ricovero, lo sguardo terrorizzato della famiglia, il sogno sfumato di diventare ballerina. A Schio affiora invece la storia del giovane immigrato del Burkina Faso, senza un lavoro fisso né una casa, il quale racconta che il momento in cui ha avuto più paura è stato quando per disperazione ha tentato di annegare in un lago, mentre quello in cui si sente al sicuro è quando, aspirante scrittore, può riempire le pagine del suo diario. Ci sono poi le storie di ordinaria paura delle prostitute di Genova e quelle degli abitanti del malfamato quartiere catanese di Librino, progettato negli anni ’70 dall’archistar giapponese Kenzo Tange e poi abbandonato a causa dell’occupazione abusiva del Palazzo di cemento, il più pericoloso fra i casermoni del quartiere, di cui tutti a Librino e a Catania hanno paura. Il Palazzo di cemento, simbolo del degrado umano oltre che urbanistico, è diventato presto luogo elettivo per gli affari della criminalità e lì si nascondono droga, motorini rubati, armi. Gli spazi fatiscenti e putridi di quel palazzo custodiscono però anche le storie delle paure causate o subite dai suoi occupanti. Dai racconti degli adolescenti Giuseppe e Christian, ad esempio, emerge viva la loro paura di non farcela, di non essere belli o bravi, di non essere amati, di essere tacciati come quelli «di Librino», insieme al bisogno di essere ascoltati, di essere rassicurati.

Ed è proprio questo che il regista torinese prova a fare: verificare se sia possibile curare la paura aprendosi all’altro e intercettandone l’urgenza di raccontarsi e di essere compreso, più che analizzato o giudicato. In un libro del 1984 intitolato Le storie che curano James Hillman parla di quanto sia importante nella psicoterapia curare non tanto il paziente, quanto le storie che questi racconta su se stesso. E’ vero infatti che una persona inizia un percorso terapeutico portando con sé un problema o un sintomo, ma è altrettanto vero che ciò che il terapeuta ascolta non è il dolore psichico ma la sua narrazione. «Pensai che il racconto di quella donna fosse la sua storia portante»,[19] scrive Hillman richiamando come esempio emblematico la storia di una delle sue pazienti. Le storie dei pazienti, il modo e lo stile dei loro racconti sono per Hillman importanti quanto i sintomi, a patto che non si pretenda di tradurli immediatamente in linguaggio clinico o specialistico, ma ci si sappia porre in attenzione, per poi provare a riraccontarli, arricchendoli o impoverendoli, suggerendo elementi che li completano o che li presentano al paziente sotto una luce diversa da quella data nel suo racconto. Per accostare le narrazioni occorrono la pazienza di ascoltare attentamente, la capacità di proporre un’altra storiache possa aggiungere senso ulteriore a quella presentata e l’umiltà di non essere un analizzatore esterno della storia di un altro. Ascoltare le storie che curano e che hanno bisogno di cura, che rassicurano e che hanno bisogno di essere rassicurate vuol dire sapersi porre «in attento servizio […] entro una realtà immaginativa».[20] Il saper porsi «in attento servizio» di Hillman corrisponde in qualche modo a ciò che Gabriele Vacis, indipendentemente dal mezzo espressivo impiegato, che si tratti di cinema o di teatro, cerca di mettere in pratica nel suo lavoro, ossia una «drammaturgia dell’attenzione»,[21] che consiste nello sforzo costante di stare in ascolto, di osservare la realtà che sta intorno con sguardo solidale, per creare azioni comuni. È un po’ quello che il regista intende con la parola awareness, che non corrisponde soltanto alla consapevolezza, come vorrebbe una prima traduzione del termine dall’inglese, ma implica qualcosa di più, ossia la capacità di essere presenti a sé stessi e alle cose. Nel pensiero del regista la awareness è ciò che tiene insieme la consapevolezza silenziosa, la presenza e la vigilanza, pensando però alla vigilanza non come controllo inquisitorio o censorio, ma come intensa consapevolezza dell’esserci, come disposizione a prestare cura a quello che accade e a chi si ascolta.[22]

È una scelta stilistica e poetica, quella adottata da Vacis nel suo La paura siCura, che gli permette di comprendere, alla fine del suo viaggio sulle tracce delle paure degli italiani, che la paura si cura, cioè può essere curata, non ricorrendo a dispositivi di sicurezza, metal detector, sistemi di allarme, inferriate alle finestre, ma attraverso la disposizione all’ascolto, attraverso «la giusta percezione degli altri».[23] E queste sono le sue parole, persuasive e sollecitanti, poste in chiusura del film, e anche in chiusura di queste brevi riflessioni: «La sicurezza, più che con le telecamere, con le ordinanze, con la polizia, ha a che fare con la verità, con la conoscenza, con la bellezza».

Pubblicato il 21/04/2016
Note:


[1] Difficile riassumere in poche righe la copiosa produzione artistica e le regie, anche di teatro d’opera, di Gabriele Vacis, ma limitandoci alla sola esperienza fondativa del teatro di narrazione, non possiamo non menzionare almeno la sua regia, anche televisiva, e collaborazione alla scrittura del Racconto del Vajont di Marco Paolini e la scrittura, con Laura Curino, dei monologhi Camillo Olivetti, alle radici di un sogno e Adriano Olivetti, entrambi con la sua regia. Per approfondimenti sul ruolo determinante di Vacis e del Laboratorio Teatro Settimo, da lui fondato, nell’affermarsi del teatro di narrazione in Italia cfr. almeno G. Guccini e M. Marelli, Stabat Mater. Viaggio alle fonti del “teatro narrazione”, Castello di Serravalle, Le Ariette-Libri, 2004; G. Guccini (ed.), La bottega dei narratori, Roma, Dino Audino, 2005; G. Guccini, Per una nova performance epica, “Prove di Drammaturgia”, 1, 2004 (numero monografico interamente dedicato al teatro di narrazione); S. Soriani, Sulla scena del racconto, Civitella in Val di Chiana, Zona, 2009; P. Puppa, La voce solitaria. Monologhi d’attore nella scena italiana tra vecchio e nuovo millennio, Roma, Bulzoni, 2010.

[2] Il libro: La paura siCura, testi di Gabriele Vacis, Antonia Spaliviero, progetto grafico Pietro Corraini, www.corraini.com, Ancona, Editore affinità elettive www.edizioniae.it, 2010. Il film: La paura siCura, regia Gabriele Vacis, fotografia Michele Fornasero, scene Lucio Diana, musiche Luigi Ceccarelli, Chill Carrier, J.S.Bach eseguite da Mario Brunello, Diego Lisfera, Italia, 2010, 73’.

[3] M. Augé, Le nuove paure. Che cosa temiamo oggi?, Torino, Bollati Boringhieri, 2013, p. 8.

[4] Ivi, p. 12.

[5] Z. Bauman, Paura liquida, Bari, Laterza, 2012, p. 7.

[6] Ivi, p. 11.

[7] J. Hillman, Un’anima del mondo, Milano, Rizzoli, 1999, pp.  30-31.

[8] Cfr. P. Virilio, L’administration de la peur, Textuel, 2010.

[9] G. Vacis, «La paura siCura». La giusta percezione dell’altro, in Giustizia e letteratura, a cura di G. Forti, C. Mazzucato, A. Visconti, Milano, Vita e Pensiero, 2012, p. 580.

[10] G. Vacis, La paura siCura. Appunti e note di regia, “Engramma”, 91, luglio 2011 (http://www.engramma.it/eOS/index.php?id_articolo=762). Sul docufilm di Gabriele Vacis si vedano anche nello stesso numero di “Engramma” l'intervista al regista a cura di M. Centanni e M. Rizzarelli e il saggio di Stefania Rimini, Schegge di racconto nella giungla delle città.

[11] M. Foucault, Les matins grises de la tolérance, “Le Monde”, 23 marzo 1977, p. 24.

[12]Ibid.

[13] M. Giori, «Parlavo vivo a un popolo di morti». Comizi d’amore, cinema-verità e film a tesi, “Studi pasoliniani”, 6, 2012, p. 102.

[14] Ivi, p. 108.

[15] E. Siciliano, Vita di Pasolini, Milano, Mondadori, 2005, p. 309.

[16] G. Vacis, Miracoli a Librino. Intervista a cura di M. Centanni e M. Rizzarelli, “Engramma”, 91, luglio 2011 (http://www.engramma.it/eOS/index.php?id_articolo=758). 

[17] Di “via della tenerezza” parla nel docufilm lo scrittore algerino Tahar Lamri, mentre racconta la paura provata nel suo impatto con la città di Ravenna, in cui vive dal 1986.

[18] Z. Bauman, Paura liquida, cit., p. 5.

[19] J. Hillman, Le storie che curano, Milano, Cortina, 1984, p. 20.

[20] Ivi, p. 94.

[21] G. Vacis, La drammaturgia dell’attenzione, in L’oralità sulla scena. Adattamenti e transcodificazioni dal racconto orale al linguaggio del teatro, a cura di M. Arpaia, A. Albanese, C. Russo, Napoli, Orientale University Press, p. 288.

[22] G. Vacis, Awareness. Dieci giorni con Jerzy Grotowski, Roma, Bulzoni, 2014, p. 238.

[23] G. Vacis, «La paura siCura». La giusta percezione dell’altro, cit., p. 577.
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