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Fahreneit 151°:

Critica, storia, cultura. Per un ritorno all'interpretazione

La “letteratura” e le altre forme di narrazione / L'istanza di comprensione / Chi ci sta di fronte? / “Solum describere”: dove cade la nostra responsabilità / Dalla descrizione alla discrezione? Una bozza di proposta

Chi ci sta di fronte?

In questo senso, non si dovrebbe parlare, per spiegare l’oggi, di mutazione antropologica, che è espressione forse azzardata, se è vero, con Lévi-Strauss, che di mutazioni, in tutta l’esistenza dell’homo sapiens ce ne sarebbero state solo due: con la scoperta del fuoco e con la rivoluzione industriale. Si dovrebbe invece parlare di mutazione sociologica: chi proveniva dalla piccola borghesia, i figli degli operai, degli impiegati di concetto e degli insegnanti (tutti più o meno con lo stesso stipendio) che si iscrivevano a Lettere erano ancora spinti da una richiesta di trasformazione individuale, di ascesa sociale (spesso figurata e raccontata nei modi della rivoluzione collettiva), che li portava a un continuo esercizio critico nei confronti dei linguaggi dominanti e dei dominatori. Ai nostri giorni, invece, i figli dell’ultima generazione che abbia ancora conosciuto la certezza lavorativa, o almeno la chiarezza dei percorsi che vanno dal mondo della formazione al mercato del lavoro, portano una richiesta di assimilazione e di integrazione alla società: vogliono saperci fare, possedere gli strumenti; oppure, come minimo surrogato, desiderano avere un sogno condiviso, una eccezionalità normalizzata. Capire i linguaggi e i meccanismi sociali sembra più importante che demistificarli o contestarli. Da ciò, la richiesta di descrizioni, piuttosto che di spiegazioni.
Lungi da me l’idea di giustificare l’invalsa pigrizia di critici, studiosi e professori, i quali negli ultimi anni si sono per lo più dedicati alla descrizione piuttosto che impegnarsi a fornire spiegazioni, interpretazioni, quadri d’insieme. Ci tornerò poco più avanti. Quel che però, preliminarmente, m’interessa è ipotizzare un identikit dell’ascoltatore anonimo, del lettore anonimo, del “contattante” dei blog letterari (anch’egli “anonimo”, ma, ahimè, appassionato digitatore e “postatore”). Avere voce, ottenere ascolto, intervenire: la pratica diretta (action directe per riprendere una sigla politica famosa al tempo dei fattacci di Genova 2001) è ciò che assicura la presenza, e dunque, ma solo fantasmaticamente, purtroppo, l’esperienza: e così si passa dal generale (l’astratto, dicono) al particolare (il concreto, dicono). L’esperienza pratica, però, significa innanzitutto omologazione, assoggettamento all’identico. E ciò nella tipica modalità subdola dell’illusione di collaborare, di portare il proprio tassello al bene collettivo. In fin dei conti, ecco là wikipedia, che dimostra la bellezza del kolchoz contemporaneo (e anche l’efficacia: se è vero che vi sono in media meno errori che nelle enciclopedie tradizionali). Solo che il General Intellekt è di per sé quanto di più astratto esista; è il meccanismo che consente l’equivalenza universale del capitale (cioè: tutto è merce, anche io mentre sto scrivendo, e tu mentre stai leggendo). Insomma, chi ci ascolta o legge (quando arriva a farlo) ha innanzitutto una richiesta di rappresentatività sociale, di riconoscimento della propria esistenza nel mondo.
Che cosa fa il critico, lo studioso, il professore, il critico per avallare quella richiesta? Nel migliore dei casi, la boccia. È un suo preciso dovere, peraltro. È il dovere di chi, consapevole della logica dei linguaggi sociali, trasmette l’attitudine del disvelamento, della critica delle ideologie. Ma è socialmente apprezzabile una tale attitudine? La difficoltà è concreta, e riguarda la necessità da parte delle figure di cui stiamo parlando di proporre in maniera differente la propria funzione a quei giovani che, in astratto, sarebbero portatori sulla scena del mondo della loro aggressività e della loro spinta al mutamento, ma che in concreto, almeno qui in Italia, non trovano altro spazio (di azione e di rappresentazione) che non sia quello della dipendenza. Non è un fatto di carattere personale (l’ossequio di questo o quel giovane: anzi, è probabile che questa condizione possa realizzarsi addirittura in contrasto con le precedenti forme di subordinazione simbolica). È un fatto di carattere sociale: essere “uno”, oggi, è davvero essere “come un altro”.

“Solum describere”: dove cade la nostra responsabilità

Detto ciò, mi sembra tuttavia che non si possa ignorare questa richiesta di presenza, di partecipazione, di valorizzazione del proprio vissuto. Non certo, l’abbiamo già detto, per avallarlo ideologicamente. Ma per indirizzarlo opportunamente verso l’acquisizione di strumenti, di metodi, di attitudini inquisitive, se l’espressione non suona troppo da commissario di polizia: e allora diciamo: di conoscenza.
È per questo, dal mio punto di vista, che l’indebolimento del lavoro critico in Italia è da imputare innanzitutto a critici, studiosi e professori. Perché l’attitudine inquisitiva e problematica sarebbe per natura specifica di quelle tre figure. Altrove (Fare cose con i testi, in «il verri», LVI, n. 46, giugno 2011, pp. 27-42) ho provato a dire che in realtà chi si occupa di letteratura da dentro le istituzioni appartiene a uno strano partito che è al tempo stesso “di lotta” e “di governo”, in quanto deve “governare” la continuità col passato (cioè la trasmissione dei valori acquisiti e delle identità collettive condivise: è un gesto conservatore, per eccellenza, per quanto, per eccellenza, necessario) e al tempo stesso deve spingere alla trasformazione “rivoluzionaria”, all’apprezzamento dell’individuum, del fatto d’arte, di ciò che è socialmente ingovernabile perché rientra nello sfera dell’estetico (non in senso percettivo, ma come congiuntura cognitivo-emozionale). Ebbene, non solo i professori vivono in questa difficile contraddizione, ma anche gli studiosi (che devono ragionare tanto sulla eccezionalità quanto sull’orizzonte di riferimento che è la “normalità”), nonché i critici, i quali, occupandosi del concetto di “valore”, devono sempre aver presente quali siano i “valori condivisi”.
Piuttosto che misurarsi con questa difficile, contraddittoria, a volte imbarazzante condizione, professori studiosi e critici hanno optato piuttosto per la descrizione. Dismettendo il loro tradizionale compito di mediatori e selezionatori (krinein: passare al setaccio, ricordava Battistini con Starobinski nell’incontro di fine gennaio a Bologna), queste tre figure, talvolta uni e trini, si sono indirizzati verso una più comoda posizione agnostica.
E poi c’è, soprattutto nel caso dei critici, la questione della moltiplicazione della produzione letteraria, che secondo alcuni (per es. Alfonso Berardinelli una diecina di anni fa a proposito della scrittura poetica in Italia) rende il campo del tutto impraticabile: non si può più fare critica perché si scrive troppo. È una situazione contraddittoria, non troppo diversa da quel che successe all’imperatore Carlo V il giorno della sua incoronazione a Bologna nel 1530. Pare infatti che fosse usanza dei neo-imperatori presentarsi in pubblico per investire ritualmente del cavalierato chiunque venisse loro incontro. Ebbene, sopraffatto dal tumulto, il già gottosto, benché a stento trentenne Carlo, impose la sua spada a destra e a manca, finché, protetto dalla sua guardia, scappò urlando a più riprese «No puedo más, no puedo más» (“non ne posso più”). Ecco, il critico sembra quasi costretto al gesto dell’imperatore cinquecentesco, cambiando solo formula, da todos caballeros a “tutti scrittori!” (continua)

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