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Fahreneit 151°:

Critica, storia, cultura. Per un ritorno all'interpretazione

La “letteratura” e le altre forme di narrazione / L'istanza di comprensione / Chi ci sta di fronte? / “Solum describere”: dove cade la nostra responsabilità / Dalla descrizione alla discrezione? Una bozza di proposta

Dalla descrizione alla discrezione? Una bozza di proposta

Mi scuso per l’attraversamento troppo corsivo di questioni che sono invece del tutto decisive per il nostro lavoro e la nostra identità sociale e che pertanto meritano ulteriori incontri e scambi non solo nel più ristretto circuito di chi si occupa di letteratura in senso professionale, ma anche nel più ampio ambito di tutti coloro che riflettono sullo stato dell’opinione pubblica e sulla formazione dei linguaggi sociali oggi in Italia (e fuori). Un allargamento della discussione di questo tipo potrebbe realizzarsi anche attraverso l’ottimo strumento di griselda on line, che semmai potrebbe diventare un duplice luogo d’incontro, al tempo stesso fisico-concreto (come nel seminario di gennaio a Bologna) e virtuale (on line, appunto). Nello spirito dell’allargamento sarebbe peraltro importante coinvolgere chi proviene da altri settori disciplinari, in particolare storici, sociologi e antropologi. Pur avendo addebitato allo spirito descrittivo parte della nostra responsabilità collettiva, mi pare però necessario aggiungere la necessità di tornare a un lessico ampiamente condiviso e soprattutto ripetibile, trasmissibile, che costituisca lo standard cognitivo di base: per andare oltre la descrizione, ma a partire da descrizioni ben definite (e ben fatte). In questo senso, sono fermamente convinto che la mia generazione, e tanto più le generazioni successive, hanno tutto da guadagnare nel recupero delle categorie provenienti dalla retorica, innanzitutto, e in secondo luogo dall’analisi del racconto. Più dubbi ho invece nei confronti degli elenchi e delle scansioni in cui si accaniscono i metricologi, sebbene abbia una sincera ammirazione per la loro sapienza tecnica (in particolare quando è accompagnata da acuzie interpretativa).
Nella parentesi appena chiusa si annida il mio ulteriore abbozzo di ragionamento, che è poi forse soltanto l’accorato invito a che si torni all’interpretazione. Interpretare è una pratica fondamentale; è quella traduzione o mediazione che ci compete prima di ogni altra. Anche per questo accennavo a un discorso generazionale. Certo non perché mi interessi la prospettiva T-Q (che pure comprendo, ma che non posso condividere del tutto); al contrario, l’interpretazione in quanto pratica è tanto più ricca e promettente quando si presenta come campo nel quale si misurano richieste e istanze diverse, anche dal punto di vista generazionale (al contrario, la verticalità professore-alunni può portare alle declinazioni un po’ coatte su cui si soffermò a suo tempo Stanley Fish: ricordate C’è un testo in questa classe?). Se avanzo un ragionamento che riguarda l’età, la mia età e di alcune delle persone con cui mi confronto è solo per dire che il fatto di essere cresciuti in un’epoca di indebolimento dei modelli teorici forti, in particolare marxismo, strutturalismo e psicoanalisi, può essere stato forse faticoso a suo tempo, quando si apprendevano con fatica concetti e metodi che nel frattempo erano contestati in tutto il mondo occidentale, ma è un paradossale vantaggio oggi, quando ci è possibile valorizzare il nostro eclettismo e adattare i metodi e le prospettive ai testi o alle questioni che più ci interessano.
Gli ultimi due abbozzi di sollecitazioni che mi permetto, forse troppo sfrontatamente, di proporre riguardano in prima istanza i nostri consanguinei, e in seconda i nostri vicini. I primi sono ovviamente i filologi, ai quali è stato attribuito negli ultimi circa venti anni il primato nei nostri ambiti di ricerca e riflessione. Non ho nulla contro la filologia, e addirittura mi possono appassionare la logica stemmatica e le discussioni di teoria ecdotica; ma credo che potremmo finalmente tornare a pensare a quella illustre disciplina come a un’altra delle pratiche interpretative, e non solo come a una rigorosa attività descrittiva. È quel che è stato fatto per troppo tempo, rifugiandosi un po’ tutti nella credenza (che è, appunto, solo una credenza) che manoscritti, edizioni a stampa, grafie e frontespizi siano prodotti sì culturali, che chiedono però innanzitutto la nostra specializzazione tecnica: a me pare invece che, con i suoi strumenti specifici, benintesto, il filologo sia sempre anche un antropologo, e soprattutto un semiologo della cultura, che ragiona per modelli di mondo, per sistemi strutturali, per insiemi di senso; se si limita alla perimetrazione di un unico individuo (testuale), questo, per quanto non ineffabile, come voleva Spitzer, all’orecchio non potrà che sussurrargli poche stente formulette da manuale di storia della letteratura.
I nostri vicini sono invece gli storici. Gli storici positivi. La questione circola da un po’ di tempo tra i letterati, perché un po’ ha bruciato, come un “buffetto” sulla guancia, il fatto che la più recente ricostruzione della letteratura italiana che non abbia solo ambizione scolastica, cioè l’Atlante della letteratura italiana, abbia come co-curatore uno storico, il quale, per quanto eccellente studioso delle sue cose, non aveva specifici meriti nella ricerca letteraria. Non si tratta solo di un problema degli storici della letteratura, anche nel campo della storia del cinema (e in verità spesso facendo guai parecchio più grossi) gli storici “positivi” hanno assunto negli anni un posto di rilievo (e invece, per precedente tradizione, le cattedre di storia del cinema erano ampiamente ricoperte proprio da chi veniva dagli studi letterari...). Il fatto meriterebbe una riflessione seria, ma a me pare di poter dire che, al di là della forza della categoria e del suo radicamento nei mass-media e nell’editoria, gli storici (alcuni storici, beninteso) abbiano oggi tre meriti: 1) di aver continuato a ragionare su categorie ampie; 2) di aver ribadito il valore conoscitivo del loro oggetto e dei loro metodi; 3) di aver sfruttato sagacemente la richiesta di un sapere divulgato e facilmente assimilabile (è il caso dei documentari televisivi, per esempio). Il mio convincimento è che coloro cui parliamo quando parliamo di letteratura desiderino proprio queste tre cose: 1) che la letteratura (l’arte del discorso) sia un modo per accedere a questioni ampie, ancora sentite come vitali (si pensi all’interessante dibattito sul realismo dopo il successo di Gomorra, qualunque sia il nostro giudizio in proposito); 2) che la letteratura costituisca un’occasione di conoscenza, e che pertanto la saggistica, le lezioni, gli articoli critici che ne parlano indirizzino verso una tale conoscenza; 3) che il sapere sulla letteratura sia fruibile anche attraverso canali di più ampio consumo, che però garantiscano l’adeguato livello di competenza (un solo esempio: edizioni di classici che in nota non si limitino a elencare fonti).
Se almeno in parte ho ragione, allora uno dei percorsi che abbiamo innanzi è quello che potrà forse farci passare dallo specialismo troppo ristretto a una forma aggiornata di storia della cultura che legga la letteratura (l’“arte del discorso”) come grande serbatoio e collettore dell’immaginario sociale, nonché come canale di organizzazione, e talvolta addirittura come forma di costruzione, delle emozioni. È un terreno scivoloso, per certi versi, ma che credo dovremmo finalmente deciderci di tornare a praticare; ben equipaggiati certo, e senza abbandonare mai la necessaria descrizione degli aspetti specificamente letterari: ma appunto per impegnarci in maniera consapevole nella nostra prima “missione”: l’interpretazione come mediazione, ossia come uso “discreto” del setaccio.

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