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Fahreneit 151°:

Critica, storia, cultura. Per un ritorno all'interpretazione

La “letteratura” e le altre forme di narrazione / L'istanza di comprensione / Chi ci sta di fronte? / “Solum describere”: dove cade la nostra responsabilità / Dalla descrizione alla discrezione? Una bozza di proposta

«A chi parliamo, quando parliamo di letteratura?»
È forse questa, oggi, la domanda principale che si pongono gli studiosi, i critici e i professori. Una domanda che probabilmente risuona diversamente alle loro orecchie, ma che al tempo stesso sembra armonizzata sulla stessa dominante funebre: “già, a chi parliamo?”.

La “letteratura” e le altre forme di narrazione

In verità, la letteratura, di per sé, non parrebbe godere di cattiva salute, nonostante le riflessioni più o meno pessimistiche che si sono succedute negli ultimi decenni. La letteratura, o come qualcuno preferisce dire l’“arte del discorso” (rimando al saggio di Gabriele Frasca, La lettera che muore, Meltemi, 2005), resiste piuttosto bene all’usura dei linguaggi tradizionali. Non perché si leggano romanzi o poesia quanto lo si faceva uno o due secoli fa. Ma perché le strutture della narrazione, la stessa funzione narrativa, pur assorbita in parte da altre forme d’espressione e d’intrattenimento (in ispecie i video-giochi), sono antropologicamente connesse all’affabulazione, a una sonorità che verrebbe da dire primaria. Certo, oggi i sistemi di comunicazione, piuttosto che affidarsi alle forme tradizionali di lettura, sono per lo più indirizzate a sollecitare la parte occipitale del cervello, lì dove risiede il primato della vista, che oggi prevale per ragioni culturali e per ragioni di economia fisiologica (è infatti la zona più arcaica del cervello e dunque quella che attiva un minor numero di connessioni, col risultato che facciamo meno fatica, ma in compenso realizziamo una performance meno ricca). E tuttavia l’aggancio immaginativo, il salto dal percepito all’allucinato, che è proprio dell’arte, e dell’arte verbale in particolare, non smette di essere necessario nella vita degli esseri umani, occidentali o globali che siano.

L’istanza di comprensione

Altra questione riguarda invece l’istanza di comprensione della letteratura, la sollecitazione epistemica intorno al funzionamento della letteratura. Questa sembra infatti aver cambiato natura, passando da richiesta di uno strumento per capire il mondo attraverso la letteratura, a richiesta di una “semplice” comprensione tecnica, che si richiuda al più sulla stessa testualità letteraria. Lo mostra il successo delle scuole di scrittura creativa, dei manuali di scrittura, dei premi letterari, e ancor più di un «Torneo letterario» come Ioscrittore. In fin dei conti, la cosa non dovrebbe poi tanto stupire gli studiosi, esperti di storia della retorica e delle sue istituzioni pedagogiche: è del tutto normale, nella storia dell’Occidente almeno, che l’arte del discorso preveda il predominio degli “artisti” rispetto ai teorici, o insomma che alla conoscenza generale (il discorso pubblico la definisce però “astratta”) si preferisca la conoscenza particolare (il discorso pubblico la chiama però “la pratica”). Tanto meglio poi se questa conoscenza è veicolata nella forma dell’esperienza e della parità: è anche, senz’altro, un problema di ideologia inconsapevole, ma è evidente che il lavoro diretto e di prima mano su di un proprio testo letterario presenta una commistione di impegno intellettuale e di soddisfazione narcisistica che può risultare piuttosto coinvolgente.
Se è lecito raccontare un episodio autobiografico, ciò è quanto mi capitò di verificare alcuni anni fa quando partecipai all’organizzazione di un seminario che aveva per sottotitolo “Imparare a scrivere per imparare a leggere” (il luogo era l’Università di Napoli, non ricordo se già intitolata a Federico II; gli altri organizzatori furono: Stefano Jossa, Andrea Mazzucchi e Paolo Trama). Si trattava di una serie di incontri protrattisi per circa sette mesi (novembre 1995-maggio 1996), in cui un gruppetto di dottori e dottorandi, di cui nessuno ancora trentenne, sollecitava gli iscritti a riscrivere secondo diverse contraintes alcuni testi narrativi della tradizione, proponendo volta per volta questioni teoriche e problemi tecnici della scrittura letteraria. Come si può facilmente intendere, fu un’occasione piuttosto divertente, per quanto stancante, di cui i coordinatori furono forse i primi a trarre vantaggio, e che consentì di discutere in termini piuttosto inconsueti di rapporto inizio/fine, di livelli della narrazione, di funzione delle descrizioni, e d’altro. Ovviamente il fine era didattico, e lo scopo esplicito, e pervicacemente ricercato, restava solo quello di “insegnare a leggere”, senza alcuna pretesa di fornire strumenti a dei nuovi potenziali scrittori. In verità, uno scrittore poi emerse da quell’esperienza, uno scrittore oggi anche di notevole successo,. Ma di certo non fu merito nostro; né fu nostra la colpa.
Se evoco questo piccolo episodio di volontariato intellettuale giovanile è per insistere sulla domanda di apertura: «a chi parliamo?» In quel seminario si parlava a degli studenti di Lettere, studenti a noi sconosciuti per lo più, coi quali saremmo poi diventati amici, semmai, ma che all’inizio costituivano il tipico pubblico anonimo delle affollatissime lezioni dei corsi di Lettere dei grandi atenei (ci furono più di 100 iscrizioni, la normalizzazione a 30 frequentanti avvenne solo dopo le vacanze natalizie: cioè dopo ben 3 diverse riscritture della novella di Landolfo Rufolo...). Certo, avevamo dalla nostra la giovane età (solo di poco superiore a quella dei frequentanti), un grande desiderio di trasmettere, una forte vocazione alla riflessione teorica (il che comportò interminabili discussioni notturne mentre leggevamo e “giudicavamo” le riscritture realizzate in aula). Ma la vera particolarità era l’applicazione sul corpo vivo dei testi. Lo strategemma della “riscrittura”, e dunque il coinvolgimento della personalità creatrice dei frequentanti, risultò utile per avviare le attività (e per darci la necessaria soddisfazione iniziale), ma restò uno stratagemma, un espediente, un piège per catturare una richiesta implicita che eravamo convinti fosse la ragione prima di chi si era iscritto a un corso di Lettere: capire la letteratura; capire, in generale.
In un recente intervento (Tre cerchi. Critica e teoria, in «il verri», n° 45, febbraio 2011, pp. 17-31), Daniele Giglioli ha osservato, con Bruno Latour, che oggi, «alla tipica profferta del teorico: ti raccontano favole, ora ti spiego come stanno veramente le cose, si sente sempre più spesso rispondere: grazie, preferirei di no». La difficoltà, è evidente, non è dunque solo del critico, dello studioso, del professore; la difficoltà è di chiunque si presenti in un contesto pubblico rivendicando una forte istanza epistemica, conoscitiva, disvelatrice. Di chi, insomma, si propone di contribuire a una critica dell’ideologia, a una critica del pensiero comune, del buon senso. (continua)

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