Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso

Indice

Dibattiti:

Le istanze critiche della contemporaneità

Il realismo è stato per l’Occidente anche una tecnica di potere: invadere imperialisticamente il mondo con riproduzioni della realtà è comodo e conveniente, quando sul mondo abbiamo un totale dominio [1]

Una parentesi, una piccola parentesi, anzitutto; perché la questione della critica e delle sue più recenti configurazioni, figurazioni, e magari anche de-figurazioni (quei metodi e quelle prassi che, più o meno lentamente, qualcuno teme possano sfigurarla), è una domanda aperta che appassiona i critici letterari da tempo, ma certo dal 1993, giusto un ventennio a oggi, quando esce Notizie della crisi di Cesare Segre (finito di stampare: settembre). Guardato da vicino, il volume di Segre è poi una di quelle raccolte di saggi teorici la cui formula egli aveva inaugurato nel 1969, con I segni e la critica (sempre per Einaudi): primo tra i rilevanti esercizi di ricollocazione – in seno a una certa classica tradizione della critica letteraria italiana – dell'impresa semiologica. E infatti, il titolo 1993 di Notizie dalla crisi era seguito da un sottotitolo che rinsaldava il nodo etimologico (krisis come 'passaggio, fase' scaturito da una scarsa inclinazione al krinein, in quanto 'distinguere, analizzare, giudicare'), e metteva in chiaro il carattere interrogativo della riflessione: Dove va la critica letteraria? Tutto giusto; ma poi la vera questione posta da Segre, in linea con la silloge teorico-critica, concerneva l'uso o gli usi che si fanno, in critica letteraria, della teoria della letteratura e della semiologia.
A dibattere del senso di questo uso o di questi usi, a definirne alcuni limiti e alcune derive abusive, e soprattutto a descriverne gli effetti di ipertrofia e spossatezza, e insieme di lento declino delusorio, è adibito il saggio proemiale della raccolta, intitolato Una crisi anomala (pp. 3-19, ripartito in 9 capitoletti numerati); il quale, proprio per scopo e per realizzazione concreta, finisce per mettere se stesso all'incrocio di teoria, critica e militanza. Ovvero, milita a favore di una idea della critica e della teoria. Sulla questione, Cesare Segre è tornato più tardi con il volume che si intitola Ritorno alla critica, sempre einaudiano, del 2001 [2]. E il ritorno non ha comportato un qualche rinnovato ottimismo, ma invece un pessimismo ancora più radicale:

Sono passati sette anni e la stagnazione continua. Anche accompagnata da scoramento, di fronte ai mutati rapporti di forza tra le attività culturali, e al declino del prestigio, entro queste attività, della letteratura, perciò pure della critica, che è al servizio della letteratura, come interprete e valorizzatrice. È anche affievolito quell'impegno etico, che affidava alla critica il compito di spingersi verso le verità del testo. Le interpretazioni possibili, venuto meno il compito della verifica, sono tutte disponibili in un supermarket dell'opinabile. [...] A questo punto il ritorno alla critica può avvenire senza illusioni, in una smagata offerta a lettori sintonizzati anche umanamente. Qualcuno c'è [3].

È noto, ed è stato rievocato anche di recente [4]: tra l'una e l'altra presa di posizione – entrambe negative, ma via via più pessimistiche – si è prodotta da parte di critici e di studiosi una fitta serie di risposte, di nuovi interrogativi, di riflessioni, di analisi e di argomentazioni: sullo statuto, sui fini, sul passato e anche sul futuro della critica letteraria [5]. La quale, come messo in luce da Giancarlo Alfano (proprio qui, sulle pagine di «Griseldaonline») è in fondo una pratica ancipite: perché alla critica in quanto tale si aggiunge – non per regola necessaria, ma per consuetudine che conosce rarissime eccezioni, ormai – quella dell'insegnamento universitario. Il critico, cioè, di qualunque orientamento metodologico sia, o di qualunque posizione rispetto all'oggetto (critico testuale, storiografo, teorico e/o militante; generalista o contemporaneista; lingual-nazionalista o comparatista), è il più delle volte anche un docente; il che comporta una posizione inevitabile, e non per forza agevole, che Alfano qualifica con l'essere «al tempo stesso 'di lotta' e 'di governo'» [6].
Questa la parentesi, che ho aperto; e che in verità non è facile chiudere. Perché, per quanto sia facile comprendere un certo senso di stanchezza nei confronti di un dibattito che dura appunto da vent'anni e che, proprio per questo, tende da un lato a ripetersi intorno agli stessi nuclei tematici o a estremizzarsi sino alle pronunce mortuarie o almeno agoniche, [7] e dall'altro a situarsi a un livello per così dire 'professionale' o magari corporativo («Di poche cose probabilmente il lettore medio è oggi così svogliato, come delle discussioni dei critici tra loro. Il critico che fa la critica del critico, ohibò! Il più ozioso e interminabile gioco di specchi», esclamava e sentenziava – già nel 1937 – Giacomo Debenedetti); [8] ecco, per quanto sia facile comprendere tutto questo, è anche vero che la durata stessa del dibattito, il suo essere aperto o ri-aperto a vicenda secondo la condizione del momento, il suo ramificarsi il mille rivoli non fungibili e tuttavia strettamente intrecciati, e il suo incontrare domande che concernono il presente culturale della società globale (più ancora che quelle nazionali), è esso stesso sintomo e discorso sul sintomo allo stesso tempo. La volontà, voglio dire, da parte di una generazione di critici che si sono accostati alle cose letterarie ben dopo i 'maestri' che hanno aperto e proseguito il dibattito negli anni Novanta, suggerisce che al di là di qualche oziosità sempre possibile, e da qualche questione di lana caprina talora brandita strumentalmente, in effetti la domanda su come si vada riconfigurando il ruolo del critico letterario e di chi insegna letteratura dentro un'università sia tutt'altro che oziosa o 'caprina'. E che, oltretutto, non possa essere seriamente posta senza tener conto che viene al termine, o diciamo magari alla svolta, di una diagnosi di crisi che si agita da anni e anni.
E dunque, se torniamo alla domanda posta nel '93 da Segre (Dove va la critica letteraria?), mette conto rilevare che Giulio Ferroni, recensendo sull'«Indice dei libri del mese» il volume del collega (e la recensione ora si legge anche on-line), indicava come preminente un aspetto sugli altri – dal punto di vista critico – quello che riguardava «l'esaurirsi della vitalità della critica strutturalistico-semiologica, soprattutto per azione dell'estetica della ricezione, del decostruzionismo e della critica 'reader-oriented'». Ma, accanto a questo esaurimento 'endogeno', era in ballo anche un sintomo tutto 'endogeno' di esaurimento, per Segre e per Ferroni, quello che dipendeva «dal generale arretramento della letteratura di fronte ai nuovi aspetti della civiltà multimediale». Stava in questo, in effetti, una differenza di sguardo e di prospettiva: Segre si occupava essenzialmente dei motivi 'endogeni' di esaurimento, riflettendo sulla critica e lasciando da parte le mutazioni della letteratura, mentre a Ferroni proprio queste ultime sembravano altrettanto, se non più, capitali. E così, pur condividendo con Segre la presa di distanza da orizzonti decostruzionistici e simili, egli riteneva necessario

porre di più l'accento sulla crisi "esogena" e sul suo carattere radicale, sul pericolo che per la sopravvivenza della letteratura (e della razionalità critica) rappresentano il distanziarsi del passato, il predominio dei media, il dilatarsi della pervasività pubblicitaria, i crolli e le rovine di questa fine di millennio, la "mutazione antropologica" di cui siamo testimoni. Queste cose agiscono direttamente sul configurarsi dei metodi, sullo svolgersi delle letture e delle teorie: e forse occorrerà rendersi conto del fatto che non ci sono tendenze e orientamenti da privilegiare, ma che l'unica provvisoria risposta alla "crisi" può essere data dal sopravvivere della tensione razionale, della volontà di comprensione, e dall'individuazione di nuovi modi di difesa "postuma" del letterario.

La diagnosi, insomma, conduceva a un quadro del 'letterario' ancora più pessimistico di quanto il ragionamento di Segre potesse far pensare. Di tutto questo, Ferroni si occuperà di lì a poco con Dopo la fine. Sulla condizione postuma della letteratura (del 1996, poi ristampato con nuovo sottotitolo – Una letteratura possibile – nel 2010) [9], e ancora nel 2005, con I confini della critica.



È questo il punto che, cercando ora di chiudere la parentesi, ci riporta un po' a noi, e a questi ultimi anni. Il cerchio, così, si chiude: perché anche quegli studiosi e quei critici che appartengono alla generazione più giovane, gli stessi cioè che si interrogano sulle Nuove posizioni della critica senza recriminazioni, senza lamentare fallimenti e sconfitte e senza l'euforia malinconica di chi si sente passato attraverso una 'fine'; anche costoro muovono dal fatto che la letteratura sembra aver perso socialmente quel privilegio che le avrebbe dato, almeno nella società e nella cultura dell'Italia postunitaria, un ruolo di formazione etica e soprattutto valoriale che oggi non avrebbe più [10]. Ora, non è detto – per l'appunto – che la più giovane generazione di critici prenda per vero questo fatto; o magari non è detto che sia incline a ritenerlo, già in se stesso, un fenomeno di involuzione o imbarbarimento. Il che non permette, d'altra parte, di ignorarlo e di non fare i conti con lui.
E infatti, un po' tutti, studiosi più inclini a coltivare l'erudizione accademica, o invece critici militanti aggiornatissimi e abituali frequentatori di blog e social network, dobbiamo comunque riconoscere che pratichiamo il mestiere entro un orizzonte nel quale la marginalità della critica letteraria, per l'appunto, è ormai conclamata da una serie ampia di interventi in questo concordi, che si fondano su una lunga serie di dati di fatto. Per farsi un'idea di quali siano tali dati di fatto, possiamo ricorrere a un elenco stilato nel 2009 da Giglioli nell'articolo, già citato, che si intitolava Oltre la critica: la concorrenza degli altri media, la disaffezione dell'editoria, il drastico peggioramento della qualità dell'insegnamento universitario e in generale scolastico, l'agonia delle riviste, il progressivo degrado delle pagine culturali dei giornali, la promessa mancata del web, la promozione di una modalità di fruizione culturale tutta incentrata sul criterio dell''evento' (festival e affini), il diffuso senso di fastidio, sufficienza e autosufficienza ostentato dagli scrittori più giovani (romanzieri o poeti che siano) nei confronti dei critici. Questi, in estrema sintesi e privati delle delucidazioni offerte da Giglioli, i motivi di crisi, che basterebbero da soli a motivare il cedimento – rammentato da Giancarlo Alfano nel suo intervento su «Griseldaonline» – di una buona parte della critica accademica contemporanea verso la mera descrizione, che implica la rinuncia a praticare la critica intesa come vaglio, discernimento, ma anche messa in discussione del discorso dominante. E infatti, come Ferroni, anche Giglioli ci invita ad allargare lo sguardo per prendere atto di un più generale declino, quello dello spirito critico:

Proviamo invece ad allargare l'orizzonte, e a formulare l'ipotesi che la crisi della critica letteraria sia solo l'epifenomeno di un processo più vasto, ben altrimenti drammatico e radicale. Un processo che è sotto gli occhi di tutti, e che fatichiamo a nominare proprio perché è di un'evidenza che acceca: la crisi non di una disciplina o di un metodo, né di un'istituzione (qual è stata la critica letteraria nelle forme storiche in cui l'abbiamo conosciuta, militanza e accademia, interpretazione e giudizio), ma dello spirito critico tout-court. Quello spirito critico che si identifica storicamente con la modernità, l'illuminismo, l'aspirazione kantiana a camminare eretti: sapere aude, abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza, rivendica un uso pubblico della tua ragione. Non accettare nulla per dato, per scontato, per garantito da un'autorità, trascendente o mondana; verifica, sospetta, chiedi conto, domandati se non ti tocchi altro e di meglio di quello che ti viene offerto. «Il tempo nostro», ha scritto Immanuel Kant nella prefazione alla Kritik der reinen Vernunft (1781), «è proprio il tempo della critica, cui tutto deve sottostare». Ivi compresa quella ragione, con le sue virtù ma anche con i suoi limiti, che è l'unico strumento di cui l'umanità dispone per compiere le sue verifiche, autolegittimarsi come progetto e non come destino, rifiutare le tutele e gli interdetti che le vengono contrapposti come dati di fatto, e sono invece anch'essi costruzioni umane, contingenti, storicamente divenute e dunque passibili di modificazione.

Per Giglioli, la distruzione dello spirito critico così inteso è il portato della postmodernità, epoca in cui si verifica «la fine dell'egemonia dello spirito critico nel costituirsi della soggettività, individuale e collettiva». Ora: vorrei tentare di mettere in questione questo presupposto storico-culturale; o, meglio ancora, di vedere se in quello che – nel discorso di Giglioli – ha l'aspetto di un passaggio o un transito di senso diagnostico, non sia, effettivamente, un presupposto. L'idea sulla quale vorrei ragionare, invece, deriva da un impressione, che ancora richiede di essere esaminata a fondo, e applicata in modo centrale – almeno per quanto riguarda l'Italia – al dibattito sulla condizione sociale della letteratura e dunque sul lavoro della critica: e l'impressione è che, all'opposto di quanto propone Giglioli, proprio il pensiero postmoderno abbia comportato un certo numero di acquisizioni teoriche che dirigono verso una nuova regione dello 'spirito critico'. Per spiegare meglio cosa intendo, è necessario che indugi ancora un istante sugli argomenti di Giglioli. Il quale, dopo aver disegnato il quadro di un post-illuminismo definitivamente post-kantiano e post-critico, prosegue così:

Non è più la critica il lievito che alimenta il divenire storico e il processo sociale, ma la giustapposizione adialettica tra una razionalità sistemica, che aspira a presentarsi come rigorosamente oggettiva, e una soggettività cui sono richieste prestazioni di tutt'altro genere: passività, obbedienza, suggestione, consumo, accettazione dei miti, adesione ai simulacri, identificazione nei leader, aspirazione a essere governati (mentre «come non essere governati» era secondo Michel Foucault il fondamento di ogni critica possibile). Il tutto condito da uno scetticismo radicale, generalizzato, aproblematico, che ha preso in parola il motto nietzschiano nel mondo vero divenuto favola dimenticando che per lo stesso Nietzsche la liquidazione del feticcio del mondo vero doveva servire a una messa in questione radicale del mondo apparente [11].

La società alla quale apparteniamo è pertanto, congiuntamente, postmoderna e post-critica: in essa «tanto l'autoreferenzialità quanto l'universalità» delle quali discorreva lo strutturalismo, si stavano realizzando già al tempo nel quale Barthes scriveva S/Z, «attraverso quell'aldilà del soggetto (e dell'oggetto) che è la merce» [12]. Ora, cinque anni sono passati da quando Giglioli prendeva questa posizione, ed era il tempo nel quale il dibattito su moderno e postmoderno in Italia non si era ancora esaurito. Oggi, forse, è possibile inquadrare diversamente la questione, e tentare una riflessione e una riformulazione critica di quello che, di apocalittico, persiste nell'immagine che alcuni protagonisti di quel dibattito dipingevano della situazione della critica letteraria, ed evidentemente non soltanto di essa [13].



Il richiamo al nodo Kant/Foucault, nelle righe di Giglioli appena citate (e anche in alcuni passaggi del Manifesto del nuovo realismo di Ferraris, pp. 16-32), giunge utile. E questo perché proprio Foucault, e specialmente quello che ragiona su Nietzsche [14], è uno dei maestri di ciò che, a mio avviso, si può intendere quando si parla di un pensiero postmoderno. Prima di tornare al centro del discorso, sarà necessaria una breve digressione, per intendersi sui termini e sul loro uso, almeno riguardo al dibattito sul postmoderno in Italia, e soprattutto riguardo all'opposizione – recentemente delineata – tra postmodernismo e nuovo realismo.
Premettendo che nel pensiero postmoderno sia da includere – se accettiamo una definizione ampia – il lavoro teorico di quella che negli Stati Uniti si chiama, ormai da tempo, French Theory (per intenderci: Derrida, Deleuze, Foucault, De Certau, Lacan ecc.) [15], e più in generale, di coloro che hanno proposto e articolato una delle acquisizioni maggiori della teoria critica, ovvero la convinzione che la realtà non si dia al di fuori delle sue rappresentazioni, e che dunque essa sia fornita di senso – e dunque costruita – solamente per mezzo e a partire di queste rappresentazioni (che agiscono secondo modalità e termini progressivamente negoziati attraverso le logiche del conflitto e della contrapposizione sociale); ecco, se premettiamo tutto ciò, possiamo affermare che la letteratura per un verso contribuisce a creare la realtà; per altro verso, però, essa stessa non è esente dal conflitto. E se dal conflitto, che la supporta fondamentalmente nella sua pratica di formazione rappresentativa del reale, la letteratura non può essere esente, altrettanto non potrà esentarsene la critica della letteratura: che lavora in uno spazio e insieme si muove su un terreno che – per citare un famoso titolo del 1969 di Ricouer – potremmo qualificare come quello del conflitto delle interpretazioni. Perché l'interpretazione, in critica letteraria, una volta che si sia oltrepassato il confine della mera descrizione (come ci invita a fare Giancarlo Alfano), non può risiedere altrove che nel vaglio delle interpretazioni precedenti o contingenti: il senso del testo, ovviamente, non è già dato. E, anzi, se muoviamo all'indietro, alla ricerca di un terreno saldo formato di dati indiscutibili e certi, regrediamo in una cattiva infinità senza chiusura e senza appello. La storia della critica testuale, da Lachmann in poi, lo testimonia egregiamente. In terra italiana, lo testimonia la vicenda appassionante – ma troppo complicata anche solo da accennare qui – della filologia dantesca di questi ultimi anni: quella che dalla Commedia secondo l'antica vulgata (1966-1967) di Petrocchi passa attraverso l'edizione di Federico Sanguineti della Dantis Alagherii Comedia (2001) e degli studi e delle proposte di revisione dei testimoni, per una nuova e ulteriore edizione, che ne sono seguiti.
Se muovo un passo verso quanto credo possa essere sicuro, saldo, fermo e senza cedimenti di senso, mi ritrovo dunque in una specie di no man's land teori-ca, che non ha nulla di sicuro e di saldo, nulla di fermo e senza cedimenti. Il dato, in verità, non è da nessuna parte. Deriva da qui, la semplice considerazione che è stata anche del postmodernismo, che la rappresentazione e l'interpretazione sussistono prima del mio discorso: che in qualche modo, che io lo voglia o no, già ne patisco gli effetti. E, se già ne patisco gli effetti, non sono libera di scrollarmi di dosso le rappresentazioni o le interpretazioni altrui, con un qualche gesto liberatorio. Non posso, perché le rappresentazioni e le interpretazioni sono reali, storicamente determinate, secondo una catena di discorso che, da un qualche altrove geografico o storico, giunge sino a noi. Questo il punto debole di ogni pretesa di 'nuovo realismo' alla Ferraris: la sottovalutazione della realtà del discorso comunicativo sociale, del suo formare idee e punti di snodo logico, il suo procedimento di effettiva colonizzazione culturale delle coscienze. Devo dunque analizzare queste idee, questi punti di snodo logico, i protocolli di questa colonizzazione delle coscienze, e poi reinterpretarle; e questa, in sede letteraria, è per l'appunto la mansione primaria della critica.
Bene, credo sia già evidente, ma forse conviene esplicitarlo: non interessa qui stabilire se davvero nel corpo del Novecento si sia ma determinata una svolta epocale, un passaggio che, a partire dalla modernità, abbia oggettivamente prodotto qualcosa come la post-modernità. Il dibattito storiografico conviene lasciarlo sospeso, poiché indubbiamente ci sono buone ragioni per sostenere che gli elementi di continuità tra modernità e postmodernità sono rilevanti: primo tra tutti il fatto che i processi di globalizzazione, il post-fordismo e il capitale finanziario che opera a livello sopranazionale, si fondano su un sistema di produzione le cui regole, moderne, non sono mai state stravolte o trasformate, ma che semmai hanno subito una progressiva e graduale modificazione. Invece, il punto sul quale possiamo consentire è che, nella modernità così come la conosciamo, sono in atto trasformazioni collettive e sovranazionali, che ci riguardano: gli imponenti processi migratori, le diffusione radicale e insieme capillare della comunicazione di massa (ora anche attraverso il web); e, in ultimo, ma per noi è cosa di tutto rilievo, la marginalizzazione e la perdita di prestigio – tra i processi della comunicazione socialmente più diffusi – delle discipline umanistiche. È proprio in questa cornice, però, che si è data l'elaborazione di un pensiero costruttivista e postmoderno, il quale ha prima decostruito – e dunque, proprio per effetto di una decostruzione, anche criticato – le contrapposizioni rigide della modernità.
La storia della resistenza alle istanze del postmoderno in Italia è lunga, e si tratta di una storia di plurimi fraintendimenti, come ha notato per esempio Ceserani (in Raccontare il postmoderno, Torino, Bollati Boringhieri, 1997), favoriti peraltro dall'indistinzione cui sono andate soggette le due differenti nozioni di postmoderno e postmodernismo (storiografica e oggettuale l'una, l'altra per l'appunto critica e culturale) [16].
I primissimi commentatori italiani intendevano il postmodernismo (una nozione definita dalle sue relazioni con il modernismo) come coincidente con la postmodernità (un periodo storico o una condizione), formulandone varianti locali, come quella di 'neo-barocco' proposta da Calabrese, o quella di 'manierismo' proposta da Eco [17]. Ma il postmoderno, nella cornice della riflessione di Jameson non è uno 'stile', ma piuttosto una dominante culturale, ovvero una concezione che consente la presenza e la coesistenza di una gamma di caratteristiche anche molto diverse; essa, in quanto dominante culturale, scaturisce da una serie di trasformazioni che, per quello che qui più direttamente ci riguarda, sono: 1) i processi di globalizzazione a livello economico, finanziario, sociale, ecologico, tecnico e comunicativo; 2) l'incremento dell'uso di nuovi media e tecnologie comunicative; 3) la trasformazione dei processi cognitivi e pedagogici e delle preferenze estetiche; 4) l'interazione sempre più dinamica tra i cosiddetti centri e le cosiddette periferie della produzione culturale; 5) la crescente riflessività della cultura, e il tentativo di contrattare orizzontalmente, per via meno chiaramente gerarchica, i rapporti di forza politici, e così quelli culturali che ne derivano.
La parte più interessante della teorizzazione intorno al postmoderno, per questo, mi sembra riguardare la sua pars destruens: decostruire sistematicamente le forme del governo e del dominio; criticare in termini serrati qualunque naturalizzazione di categorie storicamente e dunque socialmente costruite; demistificare le modalità anche differenti con le quali si pratica una qualche essenzializzazione della nozione di identità. Dato che ci sono, osservo che, per esempio, proprio un certo postmodernismo, e la French Theory, ci hanno fornito gli strumenti per prendere la nozione di identità così come essa merita di essere presa: come una falsa nozione, cioè. Come ciò, per dirla in altre parole, di cui non abbiamo mai nozione, che non riusciamo mai a ridurre a un identico se esso non sia già separato necessariamente, logicamente e linguisticamente da una Alterità, che è anche Autorità: la tradizione freudiana, anche nella sua ricapitolazione 'strutturalista' e poststrutturalista in Lacan, è sotto questo aspetto ancora fruttuosa, e tutt'altro che archiviabile in direzione di un certo nuovo realismo psicologico consolatorio e pre-dialettico. In tutto ciò risiede, credo, il più significativo portato critico che accumuna postmodernismo e poststrutturalismo.
In breve, il pensiero postmoderno deriva gran parte della propria forza dallo smascheramento delle strutture sulle quali poggia il dominio: l'imperialismo co-loniale, la dominazione maschile, il controllo tecnico-scientifico, l'essenzializzazione della razza (con i suoi inevitabili – e tutt'al più 'deboli', se politicamente corretti – echi identitari), e via discorrendo. Che molte o alcune delle posizioni in campo possano essere riviste, discusse, rigettate, non tocca il punto fondamentale, e cioè che è questo l'orizzonte problematico con il quale si misura il pensiero postmoderno, e che dunque, al di là delle etichette e delle difficili definizioni, l'importante è intendersi sul fatto che in questa cornice si colloca il dibattito sulla possibilità/impossibilità dell'esercizio di un pensiero critico. Cosa di particolare rilievo proprio oggi, quando il dibattito sul postmoderno vive una nuova stagione, nella quale da una parte sembra che esso sia passato in giudicato anche in Italia, come un fatto certo e abbastanza 'cosalizzato', proprio in virtù di questa sua riconosciuta certezza; e nella quale, dalla parte opposta, contro questa supposta vittoria e certezza del postmoderno si erigono nuove barricate altrettanto aprioristiche e 'cosali'. Sotto questo aspetto, è significativa la presa di posizione di Maurizio Ferraris: nel suo recente Manifesto per un nuovo realismo, che ho menzionato già un paio di volte, il filosofo offre una descrizione capziosa e caricaturale del pensiero postmoderno. La svolta epistemologica che Ferraris gli attribuisce, con Nietzsche alle spalle, ha al suo interno una varietà di posizioni e riflessioni che non si possono comodamente ridurre a una bravata, a un gioco di ragazzini che non capiscono dove davvero risieda il senso delle cose, e il nesso tra parole e cose. Per lui, in sostanza, questo senso e questo nesso starebbero nel 'mondo là fuori': il lungo e un po' tortuoso «esperimento della ciabatta» che, per esempio, Ferraris svolge alle pp. 39-43 del suo Manifesto, è senz'altro affascinante. Non tanto perché riesca a determinare o anche solo a evocare quello che il filosofo pretenderebbe essere una logica eliminabile dell''incontro' tra enti, un aspetto ontologico che lui qualifica come 'inemendabile' e che, in fondo si può riassumere con il buon vecchio adagio che le cose esistono in realtà. Su questo, l'esperimento di Ferraris è assai poco affascinante, e abbastanza elementare: da un lato certifica che Wittgenstein e la sua critica della filosofia del Common Sense di Moore è passata un po' per nulla [18]; dall'altro, che a Ferraris sfugge il banalissimo effetto linguistico del lessema 'ciabatta' (e del fatto che un lessema sussista in un sistema regolato da leggi linguistiche oppositive, per cui 'ciabatta' si oppone 'babbuccia', 'pantofola', 'pianella', e poi a 'scarpa', 'calzatura', 'capo di abbigliamento che riveste il piede' ecc.): ragione per cui l''in-contro' con una ciabatta, da parte di un uomo, evidentemente non è lo stesso 'in-contro' che con essa può avere un cane, un verme, un tralcio d'edera, di un'altra ciabatta e così via (perché lì, banalmente, non c'è più la ciabatta, ma un'altra cosa). O almeno, così siamo costretti noi – esseri politici ovvero, aristotelicamente, parlanti – a credere, perché non abbiamo alcun mezzo (alcun medium) per sapere che ne è di una ciabatta per un cane, per un verme, per un tralcio d'edera o per un'altra ciabatta. Nulla di inemendabile, dunque, nella ciabatta, o di persistentemente ontologico; inemendabile, semmai, è la tendenza del parlante a proiettare sugli enti del suo discorso una interiorità e un senso che sussiste solamente a livello del linguaggio che lo fonda, appunto, come essere parlante (come parlêtre, direbbe Lacan). Il linguaggio, poi, è la questione che riguarda la critica letteraria: che di oggetti linguistici, si può ben dire, si occupa. No, l'esperimento di Ferraris è affascinante per un'altra ragione, che non ha rapporto con il suo supposto contenuto noetico: perché dimostra che ogni tentativo di accantonare la struttura formante del linguaggio, in ordine a quelle che un tempo si dicevano, in filosofia, le 'credenze', è destinata a finire in aporie molto più tortuose, e molto più leziose della semplice assunzione del fatto che il linguaggio è la struttura stessa di ogni percezione, e così di ogni idea.
L'anticostruttivismo radicale di Ferraris è un modo per sgombrare il campo da alcune delle acquisizioni centrali del pensiero postmoderno, ma anche della cosiddetta 'ermeneutica del sospetto', che ha avuto i suoi grandi maestri in Marx, Nietzsche e Freud e che, secondo la prospettiva che stiamo qui delineando, si colloca alle spalle del pensiero postmoderno. Sta in questo, sembra, il vero scopo di certi esperimenti neo-ontologici, i quali, non c'è dubbio, hanno come unica speranza di fallire e di lasciare breve e irrilevante traccia di sé.



Tutt'altra cosa è il 'nuovo realismo' che ha fatto la fortuna di Saviano, anzitutto con Gomorra, e poi con una serie di interventi critici e politici che a Gomorra sono seguiti [19]. E infatti, questo altro genere di nuova prassi del realismo, tanto in termini di racconti, quanto in quelli di discorso sul racconto, ai costumi e alle tendenze del postmodernismo deve molto, come è stato notato da più parti. La scena di apertura di Gomorra (con i suoi richiami al cinema di Tarantino), e quella di chiusura (con i riferimenti, ancora cinematografici, a Papillon, 1973, di Shaffner, con Hoffman e McQueen) costituiscono una specie di alfa-omega rappresentativo e narrativo, entro il quale poi ha incidenza rilevante – per esempio – la denuncia di quanto l'immaginario cinematografico (in quel caso ispirato a Scarface e alla tradizione gangsteristica) abbia effetto sull'idea che i camorristi si formano di se stessi, e sulle interazioni di potere che si strutturano nella loro gerarchia. Ecco, dunque, che Gomorra è un testo narrativo e non solo narrativo plasticamente conformato per mezzo di un modello postmoderno della narrazione; e, nello stesso tempo, un testo che adotta, per criticare il reale che descrive, le strategie demistificatorie che provengono dalla tradizione del postmodernismo [20]. Il che riconduce al doppio nodo, difficile da sciogliere, del postmoderno e del postmodernismo.
In Italia, la situazione è complicata dal legame di queste posizioni con il movimento del Sessantotto: Vattimo e il 'pensiero debole' scaturiscono da quella esperienza e sono diventati facili bersagli polemici, da parte di chi sostiene invece la categoria dell''impegno', che in Italia gode ancora e sempre di grande prestigio, e inevitabile gode ancora di una sua possibile associazione ai fasti culturali e politici del periodo postbellico. L'impegno è connesso con l'idea più o meno direttamente gramsciana di 'egemonia', e rinvia all'idea che scrittori, pittori, registi ecc. lavorino in direzione di un coinvolgimento del popolo entro un qualche genere di progetto politico collettivo. Tuttavia, l'impegno oggi può riemergere – e ciò è sorprendente, è vero – più che altro in un rapporto anche dialettico e conflittuale con le istanze emancipative e con la critica al potere che risulta dalla tradizione del postmodernismo. Il termine 'impegno' può dunque essere risemantizzato, e può così essere iscritto in un orizzonte nel quale non si parli più di un'arte progressiva, latrice di tensioni egemoniche, ma piuttosto di un impegno civile come pratica dell'emancipazione. È questo il senso di un uso, della vecchia insegna dell'engagement, che non vuol essere affatto una provocazione, ma invece una proposta: magari anche sulla scorta di alcune delle riflessioni contenute del bel volume collettaneo curato Pier Paolo Antonello e Florian Mussgnug, che porta appunto il titolo Postmodern impegno (con sottotitolo Ethics and Commitment in Contemporary Italian Culture, Oxford-Bern ecc., Lang, 2009).
Ormai sarà chiaro, ma vale la pena di affermarlo chiaramente: la mia idea consiste nella convinzione che sia necessaria una analisi tutt'altro che 'apocalittica' del clima culturale italiano, e non solo italiano, degli ultimi vent'anni. L'analisi, cioè, non deve in alcun modo sottovalutare le disillusioni e il disimpegno degli anni successivi alla compiuta definizione sociale della grande trasformazione neocapitalista, e quindi dopo il 1977. Sono questi gli anni del ripiegamento sul privato, della radicale mercificazione dei valori e dei prodotti culturali, e in ultimo del berlusconismo: anni nei quali all'utopia segue un radicale disincanto, e alla ripetizione ansiosa e senza speranze del disincanto non segue alcuna utopia [21]. Ma al di là del rischio di sottovalutazioni, e di diagnosi inutilmente ottimistiche, l'analisi critica deve anche guardarsi dal rischio di rubricare a meri segni irrilevanti quelle nuove forme di consapevolezza politica ed etica che, proprio tra le pieghe di questo disincanto, si sono impegnate a descrivere le ragioni del malessere sociale.
La marca che, direi, possiamo attribuire a tutte queste riflessioni, dai Cultural Studies agli studi postcoloniali, dalla nuova antropologia alle recenti proposte dei cognitivisti, che chiamo qui postmoderne, è quella di un pensiero relazionale. A partire dalla relazionalità, dai rapporti di co-figurazione e co-appartenenza, possiamo iniziare a pensare e a praticare il discorso critico, poiché si tratta di un pensiero della prassi, di una forma di impegno che non sia tensione egemonica, che non punti a trasformare la pluralità in un nuovo habitus, bensì pratichi la responsabilità individuale anzitutto in quanto consapevolezza critica [22]. Quello che soprattutto dobbiamo evitare, per imparare a instaurare nuove pratiche relazionali è l'atteggiamento narcisistico e auto-compensatorio spietatamente descritto da Žižek, quello degli intellettuali che:

sono 'multi-etnici' a favore dei bosniaci, rompono con il paradigma cartesiano per ammirare la saggezza dei nativi americani, e così via, nello stesso modo con il quale, nelle decadi passate, erano rivoluzionari ammiratori di Cuba, o 'socialisti democratici' che appoggiavano l'autonomia jugoslava come qualcosa di speciale, una genuina svolta democratica. In tutti questi casi essi hanno continuato a condurre la loro esistenza accademica borghese, mentre svolgevano il loro compito progressivo in favore dell'altro (mia la traduzione).

Siamo così arrivati alla seconda questione, al nostro ruolo dentro l'accademia che ha anche e non secondariamente un aspetto formativo, educativo. Si tratta di termini impegnativi, si vede, ma c'è ragione per credere che, per essi, la nostra collocazione negli studi letterari abbia una sua specificità. La critica letteraria da un lato, e dall'altro l'accademia, hanno reagito in vari modi negli ultimi anni a quello che – per capirci e per sintesi – chiamerò il dominio della cultura visuale, il quale sembra mettere in crisi l'idea stessa di letteratura in quanto modalità di espressione specifica e autonoma. A questo timore di scomparsa dello 'specifico letterario' si accompagnano una strenua difesa della distinzione tra letteratura alta e di massa, un deciso attacco alle ragioni del mercato, e una rivendicazione forte della centralità dell'educazione letteraria come luogo di definizione dell'identità e di formazione dell'uomo colto: forse dell'uomo in quanto uomo tout court. Il nodo è complesso e non si può accennarvi se non semplificando molti degli aspetti che vi si connettono.
Partiamo dalla funzione della letteratura nella formazione dell'identità italiana, un ruolo che, essendo stato fondativo, rende ampiamente comprensibili le riserve e lo scetticismo che si diffonde nella critica accademica dinanzi alla perdita di centralità degli studi letterari nella formazione delle élites. Fino a non molto tempo fa la letteratura e il suo studio avevano pieno diritto di cittadinanza nella polis, e vi occupava un ruolo di tutt'altro indirizzo rispetto al solo intrattenimento, che pure è sempre esistito. Di lì sorgeva per l'appunto una demarcazione netta tra letteratura alta e letteratura di consumo, che ora appare invece quasi cancellata. L'effetto di questa cancellazione, reale o presunta, ci costringe a domandare se possiamo ancora attribuire allo spazio del letterario una mansione sociale che sia 'problematica' (come si diceva negli anni successivi al Sessantotto), o invece se al romanzo anzitutto, e poi al teatro e alla poesia – e dunque, corrispettivamente, alla critica – non resti tutt'al più un ruolo 'consolatorio' e divertente (nel senso pascaliano del divertissement).
A questa impervia domanda, risponderei che sì, si può attribuire alla letteratura una funzione che non la riduca a intrattenere e 'divertire' le masse. E prima di tutto, questa funzione si può svolgere nel caso che essa abbia la capacità e i mezzi per percorrere lo spazio dell'intrattenimento, del divertissement, per l'appunto con lo scopo di demistificarlo, s-gramatizzarne le 'frasi', slogarne il senso, e così di criticarlo. Il che, in breve, significa che la crisi della critica non è il portato di una crisi della letteratura: non è vero, per esempio, che non si scrivano più testi letterari degni di questo nome, come dimostra la straordinaria fioritura letteraria del postmodernismo americano, da Roth a De Lillo e a Foster Wallace e. È vero, semmai, che la funzione del critico – anzitutto rispetto a queste scritture – non è più quella chierico, e senza dubbio non è più quella di un qualche chierico organico.
Di fronte alle pagine di scrittori come quelli che ho menzionato – ma anche di fronte a intere biblioteche o librerie colme di libri meno memorabili e meno significativi presi uno a uno, ma altrettanto se non più significativi dal punto di vista sintomatico, per quello che riguarda la diffusione e il consumo – è il problema del rapporto con la tradizione che va rivisto da capo, tutto intero. Ed è proprio questo problema quello che rende in potenza ragionevole l'esercizio razionale della critica. D'altronde, non può esistere una scrittura senza una tradizione di riferimento: questo riguarda quelle ragioni 'necessarie' della pratica letteraria (anche di quella più massivamente consumistica) che non dipendono da un qualche dover-essere, ma da un essere propriamente detto. Voglio dire, è inevitabile che ogni testo sia implicato in una rete di riferimenti e che, in quanto individuo, si limiti solamente a riformulare un contenuto ideologico che il critico può percorrere e analizzare, può esaminare e, perché no?, giudicare. Che questa rete di riferimenti culturali implichi anche, e magari centralmente, quella che ho chiamato 'cultura visuale' non è poi una cosa che renda inattuale o, peggio, inadeguata rispetto ai suoi compiti, la critica letteraria: intanto perché anche i critici, come gli scrittori e i lettori, sono utilizzatori e produttori di questa stessa cultura visuale; vi sono immersi anche loro, cioè. E poi perché il rapporto di un testo con la tradizione non è un più-di-rapporto, o un meno-di-rapporto, se quella tradizione è anche una tradizione visuale o iconografica. Così, studiando per esempio il romanzo contemporaneo, non solo il critico non potrà fare a meno di misurarsi con la congerie di media extraletterari che ordinano e regolano la comunicazione occidentale [23]; ma in verità potrà trovare in questo sguardo più allargato e meno monologico (o meno monotematico) anche una ragione per riflettere meglio e diversamente su se stesso, sul suo lavoro e sullo scopo della critica, prendendo atto che questi testi dialogano ampiamente con la cultura visuale, che la loro intertestualità è non prevalentemente letteraria.
Restiamo tuttavia al fatto dell'insegnamento, che ha avuto una funzione pedagogica importante per la costruzione del tardivo Stato-nazione, in Italia. La let-teratura serviva per un verso all'unificazione linguistica; per altro verso, in essa era identificato il canone che offriva atteggiamenti e modelli alle classi dirigenti. Oggi questo modello è entrato in crisi. Se io affermo, come faccio e ho fatto, che uno degli spazi di studio più promettenti è investigare le nuove e complesse dinamiche della trasmissione culturale – tenendo conto della formazione di immaginari sempre più interconnessi e di quei contesti diasporici, migranti o nomadi che caratterizzano le nostre odierne società, mettendo in forse il legame tra lingua, nazione e cittadinanza – mi si può con buona ragione imputare che sto chiedendo ai subalterni di fornirmi un nuovo mandato.
Ora che in quanto critici abbiamo perso il legame con un ruolo 'intellettuale' che aveva lo statuto eroico ed esemplare fornitogli dagli usi novecenteschi dell'engagement; ora dunque che l'intellettuale è privo di un vero carisma sociale (e ora che il potere non alcun bisogno di noi e si guarda dal venire a cercare la nostra 'maestria' e il nostro esempio), ora, insomma, che ci è negata la possibilità di svolgere tanto un ruolo rivoluzionario, quanto un ruolo di conservazione e regolamentazione ideale del potere, rischiamo di metterci a rincorrere forsennatamente una parvenza di funzione e di mandato pur restando – come direbbe Žižek – comodamente adagiati nella nostra esistenza di privilegio. Di qui, una serie di domande: chi ce l'ha dato questo mandato? Chi parla in nome del subalterno? Chi ha diritto di parlare per chi non può parlare? [24] Si tratta di domande che dobbiamo ancora porci in termini chiari, facendo effettivamente luce sulla nostra pratica. Torniamo, per tentare di rispondere, all'impegno su di sé e al fatto che cambiare se stessi è già cambiare il proprio campo, se non il mondo. Forse, dando ragione a Giglioli, bisogna radicalizzare la marginalizzazione che abbiamo subito, assumerla come una benedizione e accettare che la fine della funzione pedagogica della letteratura può essere suffragata dall'idea di aprire nuovi spazi di parola e di ragionamento.
Voglio dire che, partecipando in qualche modo della subalternità, possiamo esprimere una parola – anche carica di critica – che sia, di fronte agli altri, una parola davvero nuda. E ciò senza rimpiangere il fatto che non possiamo rincorrere la costruzione di un'egemonia, benché sia indubbiamente la causa di una considerevole perdita di prestigio sociale. Da questo punto di vista, più scema il carisma, più scema il mandato che ti è stato dato comunque dalla relazione con l'esercizio del potere. Per giungere a questo – ammesso che sia questo in qualche modo il mandato che l'oggettiva condizione sociale (al di là di speranze, pretese, desideri e rimpianti) ci fornisce – non conviene perdersi in sterili dibattiti su un qualche nuovo realismo. Più ragionevole cercare di interpretare nel modo migliore possibile, e dunque senza alcun residuo di misticismo, o di sentimentalismo più o meno travestito, ma invece nel modo più materialistico possibile, il buon vecchio comandamento del Nietzsche della Gaia scienza (270): «Che cosa dice la tua coscienza? Devi diventare quello che sei».

Pubblicato il 13/11/2013
Note:


[1] W. Siti, Il realismo è l'impossibile, Roma, Nottetempo, 2013, pp. 76-77.

[2] Se è vero che il diavolo non fa i coperchi, e che – d'altronde – dio risiede nei dettagli, è curioso annotare la portata involontariamente significante di un refuso, nell'Introduzione di questo Ritorno alla critica. Tanto l'autore quanto il proto, infatti, perdono per strada un punto di domanda, nella trascrizione del sottotitolo del libro precedente: «Ritorno alla critica è un titolo simmetrico a Notizie dalla crisi. Dove va la critica letteraria. In quel libro del 1993 m'interrogavo sulla crisi delle attività speculative ecc. ecc.» (p. VII). L'interrogazione, dunque, ora è chiusa: il 'dove va', e il 'quali strade batte' della critica, ormai non è più oggetto di domande, ma di rassegnate asserzioni.

[3] Ivi, pp. VII-VIII.

[4] In G. Alfano et al., Dove siamo? Nuove posizioni della critica, Palermo, :duepunti, 2011, cfr. l'Introduzione collettiva, alle pp. 7-10. È proprio a proposito di questo breve libro, che ha preso avvio il dibattito che da qualche tempo si tiene su «Griseldaonline».

[5] Cfr., tra gli altri, R. Ceserani, Guida allo studio della letteratura, Roma-Bari, Laterza, 1999; A. Casadei, La critica letteraria del Novecento, Bologna, Il Mulino, 2001; C. Segre, Ritorno alla critica, Torino, Einaudi, 2001; C. Benedetti, Il tradimento dei critici, Torino, Bollati Boringhieri, 2002; R. Luperini, Breviario di critica, Napoli, Guida, 2002; F. Brioschi et al., La responsabilità della critica, «L'ospite ingrato», VIII, 1, 2004; G. Ferroni, I confini della critica, Napoli, Guida, 2005; M. Lavagetto, Eutanasia della critica, Torino, Einaudi, 2005. Se il 2005 pare essere stato anno particolarmente produttivo di libri sulla critica, la questione non è stata però accantonata in séguito; e vedi A. Berardinelli, Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione, Macerata 2007; F. La Porta, G. Leonelli, Dizionario della critica militante. Letteratura e mondo contemporaneo, Milano, Bompiani, 2007; A. Berardinelli, La forma del saggio. Definizione e attualità di un genere letterario, Venezia, Marsilio, 20082; F. Curi, Per una teoria della critica, Napoli, Guida, 2012 (il libro fa parte della collana «Idetica» dell'editore, a cura di C. Vitiello, quasi interamente dedicata a riflessioni ed esplorazioni nella regione della critica sulla critica). Ancora più interessante, poi, è il fatto che la generazione di critici formatisi in piena crisi del paradigma strutturalista, e negli anni dell'affermazione del paradigma postmoderno, abbia avvertito la necessità di pronunciarsi sul punto, e di cercare nuove strade; per ciò cfr. D. Giglioli, Oltre la critica; e G. Alfano et al., Dove siamo?, cit.

[6] Di G. Alfano, oltre a questo intervento su «Griseldaonline», cfr. anche Fare cose con i testi, «il verri», LVI, 2011, 46, pp. 27-42.

[7] Lavagetto, citato sopra, dà la critica ormai per degente terminale. E, di qui, pone il problema della «condotta, sia attiva sia omissiva, che abbrevia la vita di un malato gravemente sofferente (v. bioetica). L'eutanasia attiva può realizzarsi, per es., somministrando al paziente un farmaco a dosi letali; l'eutanasia omissiva, o passiva, consiste nella mancata somministrazione delle cure necessarie alla sopravvivenza del soggetto. Poiché l'eutanasia passiva si realizza nella non attuazione di terapie dovute e proporzionate, anch'essa è da considerarsi attiva nell'intenzione di accelerare la morte. Si può dunque dire che le due forme si differenziano nei mezzi impiegati, ma non nelle intenzioni» (così alla voce Eutanasia, a firma di C. Manni, R. Gaddini De Benedetti, in L'universo del corpo, 5 voll., Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1998-2000). Si può ben dire che, per Lavagetto, quello che sta avvenendo è appunto che una condotta omissiva è praticata sulla critica: se ne ricaverebbe, dunque, la necessità di porre e discutere questioni inerenti a una bioetica della letteratura.

[8] In Libera interpretazione di un critico, saggio appartenente alla sezione Verticale del '37 di G. Debenedetti, Saggi critici. Seconda serie (1945), ora Venezia, Marsilio, 19992, p. 119. Riusa la frase quale esergo – si direbbe per monito a se stesso e ai colleghi – A. Tricomi, Rileggendo Roland Barthes, in La Repubblica delle Lettere. Generazioni, scrittori, società nell'Italia contemporanea, Macerata, Quodlibet, 2010, p. 221.

[9] L'andamento di questi 'rescritti' (Segre: Notizie dalla crisi e Ritorno alla critica; Ferroni: Sulla condizione postuma della letteratura e Una letteratura possibile) ha evidentemente qualcosa in comune. Si potrebbe parlare di una sorta di euforia mortuaria, latamente post-nietzscheana: morta la critica o la letteratura, siamo finalmente liberi di fare critica e/o letteratura un po' come vogliamo. Malinconia o ebbrezza, a partire da questa morte dichiarata, non sono in opposizione, ma invece tendono a coincidere, per asintoto magari.

[10] Cfr. per ciò S. Jossa, Ritorno all'ozio? La comunità letteraria tra retorica e prassi, in G. Alfano et al., Dove siamo?, cit., pp. 43-59.

[11] Su alcuni aspetti di questo referto sociale e comunicativo, è evidente l'incontro – anche solo tangenziale – con la posizione di M. Ferraris, in Manifesto del nuovo realismo, Roma-Bari, Laterza, 2012, p. 24, nel quale si discute di un certo realitysmo del postmoderno: «L'esito finale della azione congiunta di ironizzazione, de sublimazione e deoggettivazione si può chiamare "realitysmo" (perché legato al format televisivo del reality) ma che cattura la sostanza di quel "mondo ben perduto" in cui i postmoderni vedevano il tratto positivo dell'epoca. Viene revocata qualsiasi autorità al reale, e al suo posto si imbandisce una quasi-realtà con forti elementi favolistici che poggia su tre meccanismi fondamentali. Il primo e la giustapposizione, per esempio in programmi in cui un servizio sulla fissione dell'atomo può essere seguito o preceduto da una sulla reincarnazione. Il secondo è la drammatizzazione: si prende qualcosa di reale, e lo si drammatizza con attori, trasformandolo in una semifinzione. Il terzo potremmo chiamarlo onirizzazione: la vita del reality che cos'è? Sogno o realtà? In questa strategia, il postmodernismo realizzato si manifesta come un utopismo violento e rovesciato».

[12] La prospettiva di Giglioli prende dunque le mosse dalle pagine di Jameson, e per ciò si può vedere un suo articolo – intitolato Tre cerchi. Critica e teoria – uscito sul «verri» nel 2011, e quest'anno ristampato on-line.

[13] Non è un caso se, lo stesso Giglioli, in un recente intervento bolognese, si è espresso in termini meno negativi, indicando nel totale venir meno del ruolo sociale del critico letterario, ma più in generale nella caduta verticale del prestigio sociale delle discipline umanistiche, una chance positiva: cfr. Saverio Vita (a cura di), Riflessioni sulla letteratura nell'età globale, Bologna, Aspasia, 2013, pp. 51-52 (in corso di stampa).

[14] M. Foucault, Nietzsche, la généalogie, l'histoire (1971), ora in Dits et écrits. 1954-1988, vol I, 1954-1975, éd. établie sous la direction de D. Defert, F. Ewald, Paris, Gallimard, 20012, pp. 1004-1024.

[15] Sulla quale è da vedere la recente, articolata e acuta ricognizione storico-teorica di F. Cousset, French Theory. Foucault, Derrida, Deleuze & Co. all'assalto dell'America, trad. it. di F. Polidori, Milano, il Saggiatore, 2012.

[16] Su questa in distinzione, è molto utile M. Jansen, Il dibattito sul postmoderno in Italia. In bilico tra dialettica e ambiguità, Firenze, Cesati, 2002.

[17] O. Calabrese, L'età neobarocca, Roma-Bari, Laterza, 1987; e S. Rosso, U. Eco, A Correspondance on Post-modernism, in I. Hoesterey (ed. by), Zeitgeist in Babel. The Postmodernist Controversy, Bloomin-gton-Indianapolis, Indiana University Press, 1991, pp. 242-253. Ma di Eco, sul postmoderno, sono sempre utili e divertenti Le postille al «Nome della rosa», ora anche in appendice alla nuova ed., qui e là rivista dall'autore, del romanzo: Milano, Bompiani, 20122, pp. 577-615.

[18] L. Wittgenstein, Della certezza. L'analisi filosofica del senso comune, trad. it. di M. Trinchero, Torino, Einaudi, 19992.

[19] R. Saviano, La bellezza e l'inferno. Scritti 2004-2009, Milano, Mondadori, 2009.

[20] Su questo punto, occorre rinviare anche a New Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro del collettivo Wu Ming (Torino, Einaudi, 2009, in partic. pp. 5-99), in cui realismo ed epos – e dunque una serie di richiami straniati ai modelli narrativi formulari – figurano sin d'all'inizio, e costitutivamente, intrecciati.

[21] Per questi termini, e per le ragioni critiche che vi presiedono, cfr. il primo e l'ultimo capitolo di A. Tricomi, La Repubblica delle Lettere, cit., pp. 15-39 e 467-535.

[22] Cfr. P.P. Antonello, F. Mussnug, Introduction, in Postmodern impegno, cit., pp. 9-11.

[23] E cfr., per ciò, A. Casadei, Stile e tradizione del romanzo italiano contemporaneo, Bologna, il Mulino, 2007, pp., 12-16.

[24] Questo uno degli snodi più problematici dell'intervento ancora di D. Giglioli in Saverio Vita (a cura di), cit., pp. 51-54.
Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION