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Dibattiti:

Umanesimo e modernità

Anche se entrambi i vocaboli del titolo necessiterebbero di infiniti distinguo, di continue puntuali contestualizzazioni, di innumerevoli precisazioni, proverò ad ogni modo a trarre alcune considerazioni generali, nella speranza di costruire un ponte tra il mondo antico oggetto del saggio di Rosa Rita Marchese e quello inerente la situazione della critica contemporanea offerto da Giancarlo Alfano. Circostanziandole di fatti e volti letterari, si tenterà qui di tracciare alcune linee di quello che fu il movimento che, tra Medioevo e Illuminismo, formò l’identità, la cultura e la civiltà dell'Europa, a cui ancora da tante parti, con differenti prospettive ideologiche e con diversi fini ci si appella [1]

Per parafrasare un grande studioso spagnolo e grande amico, Francisco Rico [2], gli umanisti coltivarono uno straordinario sogno, quello  di costruire  una nuova cultura, un nuovo mondo, nuovi orizzonti di sapere, grazie a un'inedita coscienza della misura della realtà, i cui confini sono ridisegnati dalla rinnovata forza della parola acquisita con gli strumenti della filologia, la scienza che pesa le cose, definisce gli ambiti del sapere e le potenzialità dell’uomo. In tal senso aveva aperto la strada la lezione petrarchesca – che recepita nella prima metà del Quattrocento soprattutto dalla genialità di LorenzoValla e consegnata alle espressioni più fertili dell’umanesimo successivo – vede nella parola rifondata lo strumento di ricostruzione degli orizzonti di tutti  i saperi, e nella correttezza linguistica del latino il potenziale fondamento per una rinascita della cultura e della civiltà non solo  delle lettere ma di tutte  le discipline. Un testo “risanato” con le armi filologiche poteva non solo restituire emendate le lezioni degli antichi,  ma anche  sovvertire luoghi comuni, interpretazioni distorte, sillogismi stantii, che si insinuavano tra le righe dei volumi di diritto, di medicina, e di ogni dottrina tramandata dal passato che trovasse posto nel sapere consolidato o addirittura concreta e abituale applicazione nella vita pratica e civile.

In questa “ragione”  filologica è la prima grande espressione della modernità degli umanisti, che è ricerca di un "metodo" che si applichi ai diversi ambiti dell'esperienza, sia essa la realtà materiale e verbale dei testi da emendare, intelligere, explicare, (come si propone il filologo-interpres), sia essa la realtà dei fenomeni della natura da esaminare, descrivere e rappresentare, cercando di trarre delle leggi universali. D'altra parte apparteneva all'umanesimo quella tanto auspicata unità dei saperi a cui ancora oggi continuamente aneliamo, e il termine literatura non era confinato agli studiosi o autori delle discipline di ambito letterario ma di tutti i saperi.

Tale metodo filologico,  applicato all'ambito dei verba o delle res, implica per gli umanisti una ricerca incondizionata della veritas, a partire dai piani microstrutturali del sapere che permettono tuttavia di rettificare e a volte di sovvertire i massimi sistemi. Per Giovanni Tortelli [3], primo bibliotecario della Vaticana e segretario di Niccolò V, appurare la veritas significa ragionare sulla correttezza ortografica delle parole; per il Valla delle Elegantie [4] vuol dire esaminare minuziosamente la correttezza grammaticale dell'uso della lingua latina, e, poniamo, per Leonardo, l'approccio filologico è appurare con l'esperienza autoptica l'anatomia umana [5]. È la veritas il principio di onestà intellettuale che il Valla ribadisce anche negli anni difficili seguiti al terremoto provocato dall'opera sulla donazione di Costantino, come legge in una lettera scritta al Trevisan da Napoli il 19 novembre del 1443: 


At cur De Constantini  donatione  composui? Hoc est quod purgare debeam, ut quod nonnulli optrectent mihi et quasi crimen intendant […] Opus meum conditum editumque est, quod emendare aut supprimere nec possem si deberem, nec deberem si possem. Ipsa  rei veritas se tuebitur aut ipsa falsitas se coarguet. Alii de illo iudices arbitrique iam sunt, non ego. Si male locutus sum, testimonium perhibebunt de malo; sin bene, non cedent me virgis equi iudices [6].


 


L'opera di cui qui si parla è il più celebre esempio della ricerca della veritas  dell’ingenium valliano, volto a dimostrare la falsità di un documento su cui la chiesa fondava suoi privilegi temporali,  alla luce di un serrato esame giuridico, storico, ma soprattutto squisitamente linguistico (e anche in questo, ancora una volta, acuto anticipatore era stato il Petrarca della Senile XVI 5, dove si dimostra infondata l’autenticità di presunti diplomi attribuiti a Cesare e a Nerone) e va letto come applicazione alla realtà storica di un testo di quelle osservazioni minute di cui è intessuto quel monumento del sapere grammaticale e letterario che sono le Elegantie, architettura eretta a solido baluardo contro la forza barbarica e devastatrice  delle tenebre dell’età di mezzo. 

L’acume filologico del Valla, infatti, sposta l’attenzione sull’evidenza delle cose, mette in crisi l’astratto  nominalismo medievale concentrandosi sulla realtà oggettuale e sensibile che si impone e richiede un nome appropriato e conforme alla propria autentica e intriseca identità.

E in fondo la molteplicità e la multiformità dei fenomeni siano essi, come si è detto, nella forma dei testi degli auctores o aspetti della realtà da osservare permette agli umanisti una certa libertà dagli schemi interpretativi troppo rigidi e li pone di fronte alla necessità di rivedere e modificare di continuo le proprie griglie interpretative (altro elemento di modernità).

Ma, d'altra parte, la veritas filogica, il lavoro di collazione ed emendazione critica  porta dalla tecnica del testo alla tecnica dei singoli saperi. E se è vero che dalle Castigationes plinianae  di Ermolao Barbaro [7] e dalla grande attenzione filologica che il Poliziano soprattutto della seconda Centuria dei Miscellanea [8] (o, più in sordina, il Beroaldo delle Annotationes centum) [9] pongono alla  Naturalis Historia  di Plinio prende avvio in qualche modo il cammino autonomo delle scienze moderne, è vero anche che il pensiero politico di Machiavelli e di molti successivi pensatori europei si esercita su quel testo di Livio – come ci ha insegnato Billanovich [10] –  che ancora oggi nel manoscritto londinese Harley 2493 conserva le annotazioni filologiche del Petrarca e del Valla e che aveva dato vita ai sogni rivoluzionari di Cola e del poeta di Laura.

Il corretto apprendimento della grammatica, lo studio filologico del lessico e  della sintassi latina – su cui tanto insistono le Elegantie del  Valla o i sistemi pedagogici di grandi maestri, quali Guarino  Veronese, Gasparino Barzizza, e Vittorino da Feltre – non sono solo i capricci di grammatici pedanti, ma celano la volontà di additare, nella lezione degli antichi, grandi modelli di civiltà, di correttezza e di ordine da emulare e possibilmente riprodurre nei comportamenti individuali e collettivi della cultura e della società [11].

Tutta moderna è anche l’attenzione che gli umanisti pongono all’atto della lettura. Petrarca, non animato da particolare spirito pedagogico, aveva raccontato in una celeberrima lettera, la Fam. XXII 2, 12-14quello che rappresentava per lui, nella prospettiva individuale di lettore-scrittore, questa avventura intellettuale, rivelando quello che fu per, per dirla con Harold Bloom [12], l’angoscia dell’influenza:


Legi semel apud Ennium, apud Plautum, apud Felicem Capellam, apud  Apuleium, et legi raptim, propere, nullam nisi ut alienis in finibus moram trahens. Sic pretereunti, multa contigit ut viderem, pauca decerperem, pauciora reponerem […] Legi apud Virgilium apud Flaccum apud Severinum apud Tullium; nec semel legi sed milies, nec cucurri sed incubui, et totis ingenii nisibus immoratus sum; mane comedi quod sero digererem, hausi puer quod senior ruminarem. Hec se michi tam familiariter ingessere  […] ut etsi per omnem vitam amplius non legantur, ipsa quidem hereant, actis in intima animi parte radicibus, sed interdum obliviscar auctorem, quippe qui longo usu et possessione continua quasi illa prescripserim diuque pro meis habuerim, et turba talium obsessus, nec  cuius sint certe nec aliena meminerim. [13]


Io ho letto una volta sola Ennio, Plauto, Felice Capella, Apuleio, e li ho letti in fretta, in essi soffermandomi come in un territorio altrui. Così scorrendo molte cose vidi, poche notai, pochissime ritenni [...]. Ho letto Virgilo, Orazio, Boezio, Cicerone, non una volta ma mille, né li ho scorsi, ma meditati e studiati con gran cura; li divorai la mattina per digerirli la sera, li inghiottii da giovane per ruminarli da vecchio. Ed essi entrarono in me con tanta familiarità [...] che se anche in avvenire più non li leggessi, resterebbero in me, avendo gettato le radici nella parte più intima dell'anima mia, ma talvolta io dimentico l'autore, poiché per il lungo uso e il continuo possesso quasi per prescrizione essi sono divenuti come miei, e da così gran turba circondato io non ricordo più di chi sono e se sono miei o d'altri [14].


Gli umanisti successivi, maggiormente sensibili alla prospettiva pedagogica, si preoccuparono di fissare un “canone”,  di selezionare gli auctores che fossero modelli formativi in senso ampio. Così Leonardo Bruni nel De studiis et litterisi, composto tra il 1422 e il 1429, illustra un nuovo concetto dell’educazione intellettuale, basata essenzialmente sui classici e sui poeti antichi che non solo consentono l’apprendimento di tutte le potenzialità espressive del linguaggio, ma educano la coscienza morale e civile dei moderni, come capita di riscontrare di continuo anche fra le pagine dei Libri della famiglia dell’Alberti:


[Lectio] Est enim veluti pabulum animi, quo mens imbuitur atque nutritur. Quam ob rem, ut ii, qui stomachi curam habent, non quemvis cibum illi infundunt, ita, qui sinceritatem animi conservare volet, non quamvis lectionem illi permittet. Erit igitur prima diligentia, ut nihil nisi optimum probatissimumque legamus; secunda vero, ut hec ipsa optima probatissimaque nobis acri indicio asciscamus.


[La lettura] è una specie di cibo spirituale, dal quale viene imbevuta e nutrita la nostra mente. Perciò come coloro che hanno cura del loro stomaco, non gli danno qualunque cibo, così chi vuol conservare un animo sano, non gli permetterà qualunque lettura. La prima attenzione  sarà quindi quella di leggere esclusivamente gli scritti migliori e più stimati; la seconda quella di recepirli con acuto giudizio. [15]


Dal momento che dagli autori letti si contrae un’“abitudine” la selezione riguarda necessariamente il doppio piano, quello formale (della lingua e dello stile) e quello dei contenuti, che devono essere lontani dalla mediocrità  per  formare alla grandezza e alla nobiltà. Come si vede, non siamo lontani dagli attuali dibattiti sul canone, o dei quesiti relativi al Perché leggere i classici.

Agli umanisti, a partire dal Petrarca, si deve d'altra parte quell’ideale di otium letterario non più monastico ma laico, che trova forma nei nuovi spazi architettonici della biblioteca dell’intellettuale o del principe (da Petrarca a Bessarione o a Malatesta Novello [16]) tante volte presente nell’iconografia quattrocentesca, o dello studiolo (si pensi a quelli celeberrimi  di Leonello d’Este o di Federico da Montefeltro a Urbino) .

La lettura degli umanisti è dunque una lettura consapevole, o – per usare un’espressione di George Steiner – Una lettura ben fatta [17], come mostrano le postille, i marginalia, i “nota” o i vari segni di attenzione grafica che affollano gli spazi bianchi dei codici, che sono reazioni dialogiche a quanto si legge, e che entra in relazione con l’enciclopedia personale del lettore a volte d’eccezione (da Petrarca al Valla, al Poliziano, e molti altri se ne potrebbero menzionare) o dal volto sconosciuto [18]. Ma spesso, come avviene anche fra i lettori moderni, il libro è anche oggetto materiale con cui si instaura un  rapporto affettivo, fisico, di confidenza e dialogo intimo, come avviene per il Petrarca che annota la dolorosa perdita di Laura e dei suoi più cari amici  sulle carte del Virgilio Ambrosiano [19], o in modo ancor più sorprendente per l’Alberti che con disinvoltura da non bibliofilo e non bibliomane quale fu, traccia oroscopi e quadri astrali (tra i quali il suo) su un codice del De legibus ciceroniano di suo possesso [20] annota date di ricorrenze familiari  e addirittura una ricetta di un «oleum contra vermes puerorum» una pozione contro i vermi dei bambini, su un altro suo codice del Brutus di Cicerone [21],  quasi la memoria privata, le vicende della prosa del quotidiano meritassero di rincantucciarsi accanto alle nobili parole degli antichi.

Non meno moderna, d’altra parte, e molto vicina al concetto di link dei contemporanei  ipertesti, è la dinamica distributiva e interrelazionale tra testo, note, glosse, nello specchio della pagina – manoscritta e a stampa – dei commenti umanistici, in un gioco di rimandi e rinvii – sempre carico di significati – che riguarda anche aspetti grafici, come il corpo dei caratteri delle varie sezioni, o i rapporti fra gli elementi paratestuali. 

I numerosi scolii esplicativi e le fitte  glosse esegetiche di cui si affollano i margini dei volumi degli auctores mirano del resto a fornire paradigmi utili per il presente; i testi letti, emendati, trascritti e tradotti non si limitano ad offrire belle favole da ricordare, ma possono incidere, con il loro esempio, sulla realtà concreta, sullo sviluppo della cultura, sulla vita politica e civile. I paradigmi teorici che gli umanisti assimilano dalla profonda e capillare lettura degli antichi si traducono sempre in concrete forme di vita  e in precisi modelli di comportamento [22]. Per Poggio Bracciolini, che pone anche, anticipato in questo senso dal Petrarca, il problema della chiarezza della scrittura [23] alla base di ogni buona logica comunicativa, potere restaurare il testo di Quintiliano (tante volte pianto da Petrarca come scorretto e lacunoso) significa non solo esercitare il proprio talento filologico, ma, ancor di più, acquisire nuovi fondamenti conoscitivi che additino nuovi modelli e aiutino concretamente la vita del singolo e della collettività, ragionare sulla necessaria forma educativa dell'enkyklos paideia, di un’educazione circolare, completa, come ben sanno anche il Valla e Poliziano che concentrano sul medesimo autore la loro acribia ecdotica [24]. Del resto è proprio la nuova prospettiva storica e filologica con cui si leggono ed emendano i classici a conferire agli umanisti questa forte volontà di azione e di incidenza sulla realtà.  Ogni testo è infatti calato, come l’uomo che lo ha prodotto, nel fluire della storia. Ogni opera e ogni autore sono voci esemplari, irrepetibili, espressioni di una loro specifica individualità (come rivelano la filologia e la critica del testo, attente a cogliere l’unicità del singolo evento).

I più importanti responsabili della cancelleria fiorentina, Coluccio Salutati, Leonardo Bruni, Carlo Marsuppini e Poggio Bracciolini [25] mostrano, già a partire dalla fine del secolo XIV, il volto di quell’umanesimo civile che vede gli intellettuali fortemente impegnati nella vita comunale e nelle istituzioni della repubblica, evidenziando così il forte nesso fra letteratura e società, fra cultura e impegno politico che sarà anche della generazione successiva dei Machiavelli e dei Guicciardini e che tanto affascinerà Antonio Gramsci.

La difesa dell’impegno mondano costituisce un Leitmotiv del pensiero di Coluccio Salutati [26], sulla base della convinzione, di origine ciceroniana, che gli studia humanitatis vadano costantemente correlati all’attività di governo. L’elogio della vita attiva è il presupposto da cui gli umanisti ricavano la necessità di un impegno civile da parte dei dotti. Un’esistenza condotta a contatto con gli altri uomini, nel cuore di una collettività laboriosa e feconda, è scelta più integralmente umana di quella degli eremiti e dei solitari. In tutta la sua opera Coluccio ribadisce l’obbligo che il saggio si dedichi all’azione, all’interno della società, rimarcandone il valore politico. Né lontano da questi principi è Leonardo Bruni, traduttore in latino delle opere di Platone e della Politica di Aristotele, che stimolano il desiderio di operare concretamente nella realtà politica e sociale del proprio tempo, ispirandosi alle norme etiche lasciate in eredità dagli antichi (né meno moderno, fra le altre cose, è il problema teorico che il Bruni si pone nel De interpretatione recta di fronte al lavoro di traduzione da una lingua all’altra, della versione ad verbum o ad sententiam, che gli umanisti si trovano ad affrontare nell’operazione del vertere  le opere degli autori greci in latino) [27]. Il Bruni traduttore della Politica aristotelica, al pari del Salutati assertore convinto del primato della vita attiva su quella contemplativa, sa bene che l’uomo riceve dalla società civile quella compiutezza e perfezione che non ha da sé. L’individuo, dunque, realizza se stesso e la sua vocazione alla felicità non in solitudine, ma nell’ambito delle istituzioni sociali e civili (la città, lo stato). Perciò la scienza politica deve avere un ruolo di prim’ordine nella formazione dell’uomo, come strumento di promozione delle sue virtù civili.

Ogni atteggiamento politico, ogni evento sensibile che incidesse sulla realtà poteva scaturire da modelli teorici assunti dalla lettura di classici, e per i príncipi e i regnanti che ne intuissero abilmente le grandi potenzialità – come fu Alfonso il Magnanimo – la filologia, lo studio della classicità e la presenza dei più prestigiosi intellettuali del tempo si tramutarono in strumenti intelligenti di dominio e di stabilità. D'altra parte gli umanisti offrono ai signori la possibilità della costruzione del mito personale, attraverso operazioni  di dedica di opere encomiastiche, di versioni o edizioni di autori di biografie esemplari, quali fu il Plutarco delle Vite che costituisce una vera e propria ossessione  per domini committenti e per umanisti traduttori, come ben rivela la febbrile attività dell'officina scrittoria di Vespasiano da Bisticci [28].

La parola degli umanisti, dunque, si trasformò in atto non solo nel ridisegnare i confini delle conoscenze, nella prassi politica, nella fondazione o ri-fondazione delle discipline, ma anche nell’aprire nuovi spazi, nell’incentivare nuovi itinerari di ricerca. Lo spazio degli antichi (da Vitruvio a Tolomeo) diventa allora lo spazio del presente nell’architettura e negli interessi geografici. Già in fondo era in nuce nella curiositas  del Petrarca (e del Boccaccio del De montibus), così attento, il primo, ad affollare i margini dei suoi codici di tutti i nomi di luoghi noti e ignoti, e ad esempio, di trovare la corretta ubicazione della mitica isola di Thyle [29]. Così accade più tardi che la pubblicazione della Geografia di Tolomeo contribuisca a incentivare lo smanioso spirito pionieristico dei grandi viaggiatori e che umanisti esperti dell’opera tolemaica (come lo spagnolo Antonio de Nebrija), avessero, di contro, grandi intuizioni di verità scientifiche. Insomma, la letteratura andava verso l’esperienza e l’esperienza verso la letteratura. E di questo andare dai verba alle res e viceversa indiscusso maestro fu l'Alberti, la cui figura e opera sono state da poco notevolmente arricchite grazie ai numerosi contributi riuniti nei volumi dei vari Convegni del VI Centenario della nascita nel 2004 di recente pubblicazione [30]. Il volto dell'Alberti è un mosaico composito (per utilizzare un termine caro a Roberto Cardini [31]) che ha tutti i tratti della modernità [32]: da una parte il volto costruttivo e solare dell’architetto e del teorico dell’architettura (nel De re edificatoria), della pittura e della scultura (De pictura e De statua), del primo autore di una grammatichetta della lingua volgare, e dell’ingegnere di testi concepiti sempre come “mosaici”; alla sua pars construens si riconduce anche la curiosità insaziabile di archeologo e di urbanista (si pensi alla Descriptio urbis Romae) che non sfocia mai nella pedanteria erudita, ma che anzi utilizza i modelli testuali (ad ampio raggio dai classici ai medievali) come stimolo per la sua opera creativa; di contro, invece, il volto umbratile e chiaroscurale, occultato per lungo tempo anche dal trionfante dominio della dignitas hominis del neoplatonismo di Pico e di Ficino, ma riscoperto dalla tenace genialità di Eugenio Garin [33]; questo è il profilo dell’Alberti vicino alla nostra sensibilità di moderni, nel carattere chiaroscurale della “maschera” che dà vita alle pagine delle Intercenales [34] e del Momus [35] e alle folgoranti sentenze corrosive degli Apologi centum [36]. Se Petrarca ammetteva persino nel monumento calligrafico della Posteritati  la sua inquietudine, il suo stare nescius, l’Alberti, spingendosi ben oltre, e non confidando in nessun porto di quiete,  sa che l’uomo è naufragus inserito in un fluxus che è l’esistenza, sottoposto a continua vicissitudo. L’uomo è costretto ad assumere una maschera nel perenne fluire dell’esistenza. Non a caso nel Momus si fa strada proprio un lessico tecnico teatrale, maturato soprattutto alla lettura dei comici, Terenzio e soprattutto Plauto, divenuti paradigmi ermeneutici profondi, come rivelano le formule «sumpta persona» (Proemio) e «desumpta persona» (I libro) (mettersi e togliersi la maschera) o subsellium, il termine che si usa beffardamente sia per gli scranni  dei tribuni che per le seggiole degli spettatori a teatro [37]. E questo evoca tante riflessioni sulla teatralità del potere, che fu già, prima che nostro, problema degli umanisti, su cu, già molti anni addietro, Ezio Raimondi scriveva pagine fondamentali [38]. A giusta ragione dunque è stato detto, che in tal senso l'Alberti è il fondatore di quel pensiero umoristico moderno che passando per Leopardi arriva a Pirandello. L’Alberti, come e forse di più di altri umanisti, sa far vibrare la viva modernità della voce degli antichi, sa dialogare con Vitruvio e altri classici nei suoi scritti, ma sa donare accezioni sempre nuove ai singoli tasselli dei mosaici delle opere degli auctores, recuperati e genialmente ricomposti in caleidoscopici e mai casuali giochi combinatori. Si pensi, ad esempio, come nell’incipit dell’intercenale Naufragus il protagonista afferma che non intende più affidare le proprie sorti alle perfidie di Nettuno, ricalcando le parole della Mostellaria plautina 431-37, ma con una nuova vertigine di senso di chi si sente in balia della forza incessante e ineludibile del fluxus. Ancora nel Plauto della Mostellaria 1110 si trova la battuta del vecchio Teopropide, che, gabbato e depredato dei suoi beni, dice: «[…] etiam cerebrum quoque omne e capite emunxti meo». Nella intercenale Somnium tale battuta si inquadra nella straordinaria invenzione narrativa del mondo onirico, il paese dei sogni (che ha dietro anche il modello del Menippo lucianeo), in cui Libripeta ritrova una parte non piccola del suo cervello (64-65: «partem non minimam mei cerebri offendi») e aggiunge: «eam quidem quam vetula quedam a me amata emunxerat» [39]. L'invenzione albertiana che affascinerà, com’è noto, l'Ariosto dell'episodio di Astolfo sulla luna porta dunque l'eco lontana di una battuta plautina, tessera musiva a cui l’umanista conferisce una nuova straordinaria originalità, con quel meccanismo, che in termini moderni, chiamiamo dell’intertestualità [40]. D’altra parte, Plauto diviene per gli umanisti oggetto privilegiato di indagine filologica, affascinante paradigma linguistico, ma anche, in senso più profondo, paradigma ermeneutico, che riproduce, nella proteiformità lessicale, nel cosmo dei verba, la complessa multiformità delle res. Da questo gioco, che prende avvio dall’approccio filologico e finisce con il plasmare la visione del mondo, rimangono “sedotti” molti umanisti, dal Panormita dell’Hermaprhoditus al Pontano del De sermone, e da qui prende avvio quell’attenzione al genere comico che contribuirà alla rinascita del genere nel Cinquecento con Ariosto e Machiavelli, senza dimenticare il grande insegnamento che i sales assumono nella formazione e nella prospettiva ermeneutica e pedagogica degli umanisti come nuovo modus, misura di una nuova elegantia [41]. Questa  allora è la lezione di elegantia che corre parallela e complementare a quella valliana, il giusto e misurato adeguarsi e rapportarsi dei verba alla mutevolezza delle res e dei gesta, di fronte alla varietà delle indoli e delle circostanze umane, come bene sapeva Erasmo – editore anch’egli, non lo si dimentichi, di Plauto [42] –; ed è questa l'elegantia che sa appunto eligere, scegliere le parole nelle diverse situazioni comunicative – e il pensiero corre ancora ad Erasmo e ai suoi Colloquia – e che apre gradatamente la strada ai modelli di comportamento del Cortigiano cinquecentesco.


Ancora il volto della modernità, o per meglio dire di una costante antropologica e culturale dell'uomo, ha, d'altra parte, il fervore polemico che animò gli umanisti l'un contro l'altro armati, e diede vita a una ricca fioritura del genere dell'Invectiva o addirittura – se pensiamo al Valla – dell'Antidotum. Fu di natura politica la polemica  tra Coluccio Salutati e Antonio Loschi che vide il cancelliere della Repubblica fiorentina difendere la florentina libertas contro il regime signorile e le volontà egemoniche di Gian Galeazzo Visconti; ma ancor più agguerriti sono i toni delle polemiche filologiche (dietro cui si giocano la credibilità e il prestigio dell’intellettuale) quali furono quella fra Poggio Bracciolini e Lorenzo Valla, tra il Valla e il Facio e il Panormita o, più tardi quella fra il Poliziano e il Merula. E per capire la spregiudicatezza del lessico e dei toni, che nulla hanno da invidiare a certe battute di pamphlet o di moderno giornalismo, si pensi ai tratti della penna corrosiva del Bracciolini nelle Invective contro il Valla, ma ancora più graffiante nelle pagine del suo splendido epistolario, anche questo vero monumento di modernità per l’invenzione linguistica, la capacità di osservazione del reale e dei comportamenti individuali e sociali e anche per l’espressione viva e umorale dei propri caratteri di uomo. Scrivendo a Giovanni Tortelli a proposito del Valla, già celebrato per la genialità delle sue Elegantie, che aveva osato – a suo dire – criticare il latino delle sue epistole, Poggio afferma: «Quoad Laurentium vero attinet, efferas illum atque extollas quantum libet; scio enim illum more simie, quo altius ascenderit, eo apertius nates et pudende aspicientibus ostensurum» [43].

Agli umanisti si deve inoltre quella curiositas che cerca di leggere e interpretare  i segni della storia e della civiltà visibili nel paesaggio urbano. Avevano sotto gli occhi i resti imponenti degli antichi splendori ed erano queste le testimonianze monumentali,  tangibili che soprattutto  in Italia facevano avvertire il legame ombelicale che univa generazioni tanto lontane vissute in un identico scenario. Soltanto qui gli umanisti potevano fino in fondo avvertire il senso delle loro radicie rispondere a tali stimoli in modo diverso (dalla riflessione di Poggio che, camminando fra le rovine di Roma, medita sullle alterne vicende degli imperi nel De varietate fortune, alle opere erudite di Biondo Flavio (la Roma Triumphans, la Roma instaurata e l'Italia illustrata – e prima si è ricordata anche la Descriptio urbis Romae dell'Alberti) opere che compiono anche una straordinaria operazione di invenzione linguistica che sappia esprimere con precisi  tecnicismi la novitas rerum, da cui prendono avvio i moderni studi di archeologia e di antiquaria e che condizionano nel complesso le prospettive estetiche dell'arte umanistica e rinascimentale – si pensi solo a Mantegna.

Il lavoro filologico sulla parola degli auctores avviato dal Petrarca e dal Boccaccio, e proseguito dalle successive generazioni di umanisti, pone le fabulae testuali al centro di un sapere specifico che è quello dell'intellettuale e del letterato; alla ricerca della definizione di un'autonomia del sapere letterario da affermare a fatica contro i saperi "forti" quali quello medico o giuridico – anche questo tratto indiscutibile di modernità – mirano i numerosi strali polemici del Petrarca o le difese della sapienza poetica che animano le Genealogie boccacciane o il De laboribus Herculis del Salutati. E di qui, anche, il forte senso di sé come auctores che il Petrarca e il Boccaccio ci consegnano rispettivamente nel primo libro dell'io lirico e nel primo libro di novelle della nostra tradizione, materialmente rivelato dai primi autografi della nostra storia letteraria. E se ai Rerum vulgarium fragmenta  e al Decameron si deve la fondazione dei modelli del genere lirico e novellistico in lingua volgare, di cui non occorre ricordare l'evoluzione e la fortuna, nell'Umanesimo latino e volgare affonda le proprie radici la ricca proliferazione di generi letterari (dal dialogo all'epistolario, dall'apologo alla facezia o al proverbio – si pensi ad Alberti, a Cornazzano, allo stesso Poggio, o alle numerose ed eterogenee forme della narrazione e della storiografia umanistica, e molto altro ancora) che per strade diverse sono giunti ai confini della modernità. Per non parlare di quella che potremmo chiamare la pluralità polifonica delle voci letterarie dell'umanesimo, si pensi a un Pulci che nel Morgante anticipa quel gioco comico del doppio che è costante della sensibilità moderna, o alla ricchezza del pastiche linguistico del Folengo che precorre certe istanze novecentesche [44].

Ma accanto alla centralità dei testi e degli autori e all'autonomia della letteratura, gli umanisti scoprono anche l'importanza dell'interpres e del suo ingenium che media tra il testo e il lettore. Prima con il Valla, e poi, soprattutto, nel secondo Quattrocento, con il Poliziano dei Miscellanea, il valore dell'interprete si manifesta soprattutto nei suoi interventi ope ingenii e la filologia diviene inscindibile dalla critica testuale, o dalla contestualizzazione storica del testo (si pensi, a titolo esemplificativo, all'interpretazione polizianea del celebre carme catulliano del passero di Lesbia [45], o alla ricostruzione della figura storica di Saffo a proposito della epistola delle Heroides ovidiane [46]).

Gli umanisti non hanno inventato solo un lessico filologico, come bene ci ha insegnato Silvia Rizzo [47], in grandissima parte recuperato dalla moderna filologia lachmanniana, ma hanno saputo creare anche un ricchissimo lessico metaforico della filologia, (si può redigere in questo senso un vero e proprio glossario delle aree semantiche: le acque, gli animali, le arti, l’agricoltura, il corpo, il cibo, la guerra, luce e oscurità, le macchie, il nodo, il tesoro, ecc.) che in parte si presenta come una rielaborazione della tradizione classica e medievale, in parte come una creazione originale, ed è destinato a lunga fortuna se pensiamo all’“albero” di Lachmann – mostrando il nesso inscindibile tra filologia, poesia, retorica e diversi campi delle scienze e dell’esperienza [48]. Nei Miscellanea di Poliziano, nelle Annotationes di Beroaldo il vecchio, nei Sermones di Codro [49], e in molti altri luoghi si trovano ampie aree metaforiche in cui viene trasposto il lavoro del filologo.

Ma  forse l’area metaforica più suggestiva, perché giunge alla sensibilità moderna e unisce i volti e le modalità di due poeti e filologi quali furono Petrarca e Poliziano è quella del recolligere; che nel Petrarca riguarda tanto i «frammenti dell’anima» nella voce dell’io lirico, quanto la ricomposizione dei lacerta dei testi degli antichi; ed è in fondo la medesima immagine a cui ricorre il Poliziano nel primo capitolo della seconda centuria dei Miscellanea, intitolato De divinatione, che si presenta come un vero e proprio manifesto della nuova filologia. Qui, l’Ambrogini racconta, a proposito del secondo libro del De natura deorum di Cicerone che si presentava lacer  tanto nei vecchi quanto nei recenti esemplari, come la sua impresa fosse la stessa di Esculapio che, mosso da profonda pietas, raccolse le membra straziate e disperse di Ippolito e diede loro nuova vita e nuovo splendore grazie alla propria arte divina [50]. Il recolligere i membra disiecta del testo, tanto per Petrarca quanto per Poliziano, è dunque ricomporre l’unità di una voce, svelando come la “ricostruzione” filologica della parola porti con sé anche la legittima fondazione di un io poetico.

Molto altro ci sarebbe da dire ancora e molto è stato inevitabilmente tralasciato, in questo excursus sulla modernità dell’umanesimo, come il peso delle ri-scoperte di certi classici per il pensiero occidentale – si pensi soltanto a Lucrezio – o l’accenno tanto ovvio quanto dovuto all’invenzione della stampa, sul finire del secolo XV, che mutò nel profondo le modalità di trasmissione e di circolazione del sapere, fenomeno in certa misura paragonabile alla nostra rivoluzione telematica, con certi atteggiamenti degli umanisti (come cambiare il destinatario o il dedicatario di un’opera, qualora se ne presentasse l’opportunità) che ricordano alcune usuali tecniche contemporanee del “copia e incolla”.

Ma si ricordi infine come un aspetto di indubbia modernità della sensibilità umanistica fu nel suo sentirsi spesso inattuale, nella mancanza di intima adesione ad un’età che non incarnava quei valori di cultura e civiltà che solo un corretto dialogo con gli antichi poteva far rivivere. Nei suoi Appunti filosofici redatti tra il1867 e il 1869 Nietzsche  scriveva: «Non per il semplice fatto che sia accaduta si ha il diritto di fare ricerche su una cosa, ma perché questo passato era migliore del presente e quindi funge da modello» [51].

In queste parole del filosofo tedesco sembrano risuonare certe riflessioni del padre dell’Umanesimo. Alla straordinaria statura degli antichi, dice il Petrarca in un passo dei Rerum memorandarum, corrisponde la mediocre misura dei contemporanei, e ai grandi auctores del passato corrispondono i miserevoli pudores del presente. La sua età, dice ancora il Petrarca sembra curiosissima – il termine latino è petrarchesco – di tutto ciò che è superfluo e non ha valore, e incuriosa invece delle oneste discipline, dei grandi valori della cultura, dell’etica e della morale [52]; e forse, qualche volta, da moderni, potremmo  condividere queste lamentele.



Pubblicato il 31/10/2012
Note:


[1] Fra i numerosissimi contributi  che si potrebbero menzionare in questo senso, si ricordi almeno il recente volume di G.M. Anselmi, L’età dell’Umanesimo e del Rinascimento. Le radici italiane dell’Europa moderna, Roma, Carocci, 2008.

[2] F. Rico, Il sogno dell’Umanesimo, Torino, Einaudi, 1998.

[3] Sulla figura del Tortelli si veda M. Rego­lio­si, Nuove ricerche intorno a Giovanni Tortelli, «Ita­lia Medioevale e Umanistica», 9, 1966, pp. 123-189 e A. Onorato, Gli amici bolognesi di Giovanni Tortelli, Messina, Centro Interdipartimentale di Studi Umanistici, 2003, a cui si rinvia per altri ragguagli bibliografici.

[4] All'infaticabile lavoro di Mariangela Regoliosi e della sua scuola, impegnate nella realizzazione dell'Edizione Nazionale delle Opere del celebre umanista, si devono i contributi più rilevanti sul Valla e sulle Elegantie, tra i quali si ricordino almeno M. Regoliosi, Nel cantiere del Valla. Elaborazione e montaggio delle  Elegantie, Roma, Bulzoni, 1993 e Linee di metodo, in Pubblicare il Valla, a cura di M. Regoliosi, Firenze, Edizioni Polistampa, 2008, pp. 7-24.  Mentre sono in corso di stampa gli atti dei numerosi convegni internazionali organizzati di recente dalla stessa Regoliosi in occasione del VI Centenario della nascita di Lorenzo Valla. Ancora un imprescindibile punto di riferimento per gli studi valliani è costituito da Lorenzo Valla e l'Umanesimo italiano, a cura di O. Besomi e M. Regoliosi, Padova, Antenore, 1986.

[5] Su tali questioni riflessioni illuminanti si trovano in M. Feo, Umanesimo italiano e umanesimo universale (da Firenze all'Europa), in Confini dell'Umanesimo letterario. Studi in onore di Francesco Tateo, a cura di M. De Nichilo, G. Distaso, A. Iurilli, Roma, Roma nel Rinascimento, 2003, vol. II, pp. 591-602.

[6] Laurentii Valle epistole, ediderunt O. Besomi M. Regoliosi, Padova, Antenore, 1984, p. 247. L'opera fu  pubblicata nella primavera del 1440, ma edita solo nel 1506 a Strasburgo: cfr. M. Rossi, Il censimento delle edizioni a stampa, in Pubblicare il Valla cit., p. 173. Fra i contributi rilevanti relativi alla celebre opera valliana si vedano almeno V. De Caprio, Retorica e ideologia nella Declamatio di Lorenzo Valla sulla donazione di Costantino, «Paragone-Letteratura», 29, fasc. 338, aprile 1978, pp. 36-56; R. Fubini, Contestazioni quattrocentesche della Donazione di Costantino: Niccolò Cusano, Lorenzo Valla, in Costantino il Grande: dall'antichità all'umanesimo: colloquio sul cristianesimo nel mondo antico (Macerata 18-20 dicembre 1990), a cura di G. Bonamente e F. Fusco, Macerata, Università degli Studi, 1992-1993, vol. I, pp. 385-431. In anni più recenti di grande interesse è la prospettiva critica espressa da Carlo Ginzburg nel suo Lorenzo Valla sulla donazione di Costantino in Id., Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Milano, Feltrinelli, 2000, pp. 69-84; sempre a Ginzburg si deve la Préface a L. Valla, La donation de Constantin, traduit et commenté par J. B. Giard, Paris, Les Belles Lettres, 1993, pp. X-XXI. Sulla fortuna europea della Donatio ancora imprescindibile è A. Sottili, Notizie sul “Nachleben” di Valla tra Umanesimo e Riforma, in Lorenzo Valla e l'Umanesimo italiano cit., pp. 329-364.

[7] Le Castigationes alla Naturalis Historia di Plinio furono pubblicate tra il 1492 e il 1493. Per il rapporto tra quest'opera del Barbaro e la stesura del Corollarium si veda F. Rico, Il sogno dell'Umanesimo, cit., pp. 79-84. Per l'edizione moderna del testo cfr. Hermolai Barbari castigationes Plinianae et in Pomponium Melam, editit G. Pozzi,Patavii, in aedibus Antenoreis, 1973.

[8] Cfr. V. Branca, La incompiuta seconda centuria dei "Miscellanea" di Angelo Poliziano, «Lettere Italiane», 13, fasc. 1, 1961, pp. 137-177. Per l'edizione critica: Angelo Poliziano, Miscellaneorum centuria secunda, ed. critica per cura di V. Branca e M. Pastori Stocchi, Firenze, Fratelli Alinari, Istituto di edizioni artistiche, 1972. Sul  metodo filologico del Poliziano si vedano inoltre A. Mancini, Il Poliziano filologo, in Poliziano e il suo tempo, Atti del 4° Convegno internazionale di studi sul Rinascimento, (Firenze, Palazzo Strozzi 23-26 settembre 1954), Firenze, Sansoni, 1957, pp. 57-67; C. Dionisotti, Discorso sull’umanesimo italiano, Verona, Stamperia Valdonega, 1956, poi in Id., Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1967, pp. 179-199; G. Zappacosta, Poliziano filologo, «Cultura e scuola», 12, 1973, pp. 5-21; V. Branca, Il metodo filologico di Poliziano, in Tra latino e volgare per Carlo Dionisotti,I, Padova, Antenore, 1974, pp. 211-243. Per una prospettiva complessiva sulla figura del Poliziano cfr. inoltre: V. Branca, Poliziano e l’umanesimo della parola, Torino, Einaudi, 1983; Agnolo Poliziano poeta scrittore e filologo, Atti del convegno internazionale di studi, (Montepulciano, 3-6 novembre 1994), a cura di V. Fera e M. Martelli, Firenze, Le Lettere, 1998.

[9] Filippo Beroaldo the Elder, Annotationes centum, edited with introduction and commentary by L.A. Ciapponi, Binghamton, Medieval & Renaissance texts & studies, 1995.

[10] G. Billanovich, La tradizione del testo di Livio e le origini dell'Umanesimo. II. Il Livio del Petrarca e del Valla British Library, Harleian 2493 riprodotto integralmente, Padova, Antenore, 1981.

[11] Contributi fondamentali in tale direzione sono offerti da E. Garin (a cura di), Il pensiero pedagogico dell'Umanesimo, Firenze, Coedizioni Giuntine Sansoni, 1958; Id., Educazione umanistica In Italia, Bari, Laterza, 1975; C. Vasoli, Tra «maestri», umanisti e teologi : studi quattrocenteschi, Firenze, Le Lettere, 1991.

[12] H. Bloom, L’angoscia dell’influenza: una teoria della poesia, Milano, Feltrinelli, 1983.

[13] F. Petrarca, Le Familiari, edizione critica a cura di Vittorio Rossi, 4° vol. a cura di U. Bosco, Firenze, Sansoni, 1933-1942, IV, p. 106.

[14] F. Petrarca, Familiari, traduzione a cura di E. Bianchi, in F. Petrarca, Opere, a cura di M. Martelli, Firenze, Sansoni, 1975, pp. 1139-40.

[15] Testo e traduzione sono in L. Bruni, Opere letterarie e politiche, a cura di P. Viti, Torino, UTET, 1996, pp. 252-253.

[16] Sulla biblioteca di Malatesta Novello si vedano, ad esempio,  i contributi  in Libraria Domini. I manoscritti della Biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni. Atti del Convegno (Cesena, 1989), a cura di F. Lollini e P. Lucchi, Bologna, Grafis 1995 e Il dono di Malatesta Novello. Atti del Convegno (Cesena, 21-23 marzo 2003), a cura di L. Righetti e D. Savoia,Cesena,  Il ponte vecchio, [2006].

[17] G. Steiner, Una lettura ben fatta, in Id., Nessuna passione spenta, Milano, Garzanti, 2001, pp. 7-27.

[18] Molti e affascinanti spunti sono contenuti in tal senso nei volumi Talking to the text: marginalia from papyri to print. Proceedings of a conference held at Erice, 26 September-3 October 1998, as the XII course of International school for the study of written records, edited by V. Fera, G. Ferraù, S. Rizzo,Messina, Centro Interdipartimentale di Studi Umanistici, 2002 e Testimoni del vero: su alcuni libri in biblioteche d'autore, a cura di E. Russo, Roma, Università degli Studi di Roma La Sapienza, 2000.

[19] Le postille sono oggi finalmente disponibili in F. Petrarca, Le postille del Virgilio Ambrosiano, a cura di M. Baglio, A. Testa e M. Petoletti, presentazione di G. Velli, Roma-Padova, Editrice Antenore, 2006 (Studi sul Petrarca promossi dall’Ente Nazionale Francesco Petrarca, 33), 2 voll. Inutile qui ricordare i numerosissimi contributi che si sono susseguiti sul Petrarca in occasioni delle Celebrazioni del Centenario: si menzioni qui almeno, a titolo esemplare, M. Feo (a cura di), Petrarca nel tempo. Tradizione lettori e immagini delle opere, Catalogo della mostra (Arezzo, Sottochiesa di San Francesco, 22 novembre 2003 – 27 gennaio 2004), Roma-Firenze, VII Centenario della nascita di Francesco Petrarca (Pontedera Bandecchi & Vivaldi), 2003.

[20] Il codice è a Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Conventi Soppressi I 9 3. Gli oroscopi autografi si trovano alla c. Ir: cfr. Leon Battista Alberti. La biblioteca di un umanista. Catalogo della Mostra (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana 8 ottobre 2005 - 7 gennaio 2006), a cura di R. Cardini, con la collaborazione di L. Bertolini e M. Regoliosi, Firenze, Mandragora, 2005, p. 396.

[21] Il manoscritto è a Venezia, Biblioteca  Nazionale Marciana, Lat. XI, 67 (3859): cfr. Leon Battista Alberti. La biblioteca di un umanista, cit. p. 404.

[22] Tali termini si riconducono alla nomenclatura titolatoria dei capitoli di F. Rico, Il sogno dell'umanesimo, cit.

[23] Per la rivoluzione della scrittura umanistica si ricordino almeno L.B. Ullman, The Origin and Development of Humanistic Script,Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1960 e A. Petrucci, Libri, scrittura e pubblico nel Rinascimento, Bari, Laterza, 1975.

[24] Le postille petrarchesche a Quintiliano sono state pubblicate da M. Accame Lanzillotta, Le postille del Petrarca a Quintiliano (Cod. Parigino lat. 7720 ), «Quaderni petrarcheschi», 5, 1988; le postille autografe del Valla a Quintiliano sono contenute nel Parigino latino 7223 e hanno avuto  ben due edizioni (anche se non complete) la prima dovuta al diligente lavoro di Lucia Cesarini Martinelli e di Alessandro Perosa, Padova, Antenore, 1996 (ma anticipata da un celebre saggio apparso nel 1986 negli Atti del Convegno su Lorenzo Valla e l'umanesimo italiano, cit.); la seconda uscita in Spagna a cura di Jorge Fernánd López in un volume di ampio respiro dal titolo Retórica, Humanismo y Filología: Quintiliano y Lorenzo Valla, pubblicato a Logroño nel 1999. Sulle postille del Poliziano redatte su un’edizione a stampa si veda A. Daneloni, Poliziano e il testo dell’Institutio oratoria, Messina, Centro Interdipartimentale di Studi Umanistici, 2001. Per la centralità di Quintiliano nella ricezione umanistica, mi permetto di rinviare anche a L. Chines, La parola degli antichi. Umanesimo emiliano tra scuola e poesia, Roma, Carocci, 1998, pp. 207-210.

[25] Su queste figure di umanisti e per un relativo e aggiornato quadro bibliografico si rinvia a I cancellieri aretini della Repubblica di Firenze. Catalogo della Mostra tenuta a Arezzo nel 2003, a cura di R. Cardini e P. Viti,Firenze, Pagliai Polistampa, 2003.

[26] Si vedano Coluccio Salutati e l'invenzione dell'Umanesimo (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, 2 novembre 2008- 30 gennaio 2009), a cura di T. De Robertis, G. Tanturli, S. Zamponi, Firenze, Mandragora, 2008 e Coluccio Salutati e Firenze. Ideologia e formazione dello stato (Firenze, Archivio di Stato 9 ottobre 2008-14 marzo 2009), a cura di R. Cardini e P. Viti, Firenze, Edizioni Polistampa, 2008; Le radici umanistiche dell'Europa. Coluccio Salutati cancelliere e politico, a cura di R. Cardini e P. Viti, Firenze, Pagliai Polistampa, 2012.

[27] Di quest'opera bruniana, collocabile nel 1420, si veda ora l'impeccabile edizione L. Bruni, Sulla perfetta traduzione, a cura di P. Viti, Napoli, Liguori, 2004.

[28] Cfr. a questo proposito L. Chines, Tra libri ed erudizione: la varietas del gusto letterario di Malatesta Novello,  in Libraria Domini, cit. pp. 95-102.

[29] Cfr. V. Pacca, De Thile insula (Fam. III 1), in Motivi e forme delle  Familiari di Francesco Petrarca. (Gargnano del Garda 2-5 ottobre 2002), a cura di C. Berra, Milano, Cisalpino, 2003, pp. 592-610 e  L. Chines, Per Petrarca e Claudiano, in Verso il Centenario. Atti del Seminario di Bologna 24-25 settembre 2001, «Quaderni petrarcheschi», 11, a cura di L. Chines e P. Vecchi Galli, Firenze, Le Lettere 2004, pp. 43-71.

[30] Leon Battista Alberi umanista e scrittore. Filologia, esegesi, tradizione. Atti del Convegno internazionale del Comitato Nazionale VI Centenario della nascita di Leon Battista Alberti (Arezzo, 24-26 giugno 2004), a cura di R. Cardini e M. Regoliosi, Firenze, Edizioni Polistampa, 2007, tt. 2; Alberti e la tradizione. Per lo "smontaggio" dei "mosaici" albertiani. Atti del Convegno internazionale del Comitato Nazionale VI Centenario della nascita di Leon Battista Alberti (Arezzo, 23-25 settembre 2004), a cura di R. Cardini e M. Regoliosi, Firenze, Edizioni Polistampa, 2007, tt. 2; Alberti e la cultura del Quattrocento. Atti del Convegno internazionale del Comitato Nazionale VI Centenario della nascita di Leon Battista Alberti (Firenze, 16-18 dicembre 2004), a cura di R. Cardini e M. Regoliosi, Firenze, Edizioni Polistampa, 2007, tt.. 2.

[31] R. Cardini, Mosaici. Il "nemico" dell'Alberti, Roma, Bulzoni, 1990, 20042.

[32] Sull'importanza dell'Alberti come fondatore del pensiero umoristico moderno europeo che giunge fino a Leopardi e Pirandello, esemplari sono i  contributi  di R. Cardini, Alberti o della nascita dell'umorismo moderno, «Schede umanistiche», n.s. 1, 1993, pp. 31-85; Id., Paralipomeni all'Alberti umorista , «Moderni e antichi», 1, 2003, pp. 73-86; Id., Alberti oggi, «Moderni e antichi», cit. pp. 61-72.

[33] Cfr. E. Garin, Venticinque intercenali inedite e sconosciute di Leon Battista Alberti, «Belfagor», 19, 1964, pp. 377-396 (poi in E. Garin, L’età nuova. Ricerche di storia della cultura dal XII al XVI secolo, Napoli, Morano, 1969, pp. 217-234); la scoperta portò a un’edizione provvisoria dell’opera: L.B. Alberti, Intercenali inedite, a cura di E. Garin, «Rinascimento», s. II, 4, 1964, pp. 125-258 (in seguito ristampato in «Quaderni del Rinascimento», Firenze, 1965).

[34] Cfr. L. Battista Alberti, Intercenales, a cura di F. Bacchelli e L. D’Ascia, Bologna, Pendragon, 2003. Per il quadro della situazione testuale ed editorale e sui lavori preparatori a una nuova edizione critica delle Intercenales si veda R. Cardini, Le Intercenales di Leon Battista Alberti. Preliminari all’edizione critica, «Moderni e Antichi», 1, 2003, pp. 98-142. Per una recente sintesi antologica dell’opera albertiana con traduzione e commento cfr. L.B. Alberti, Autobiografia e altre opere latine, a cura di L. Chines e A. Severi, Milano, Bur, 2012.

[35] Per una recente ed. dell’opera cfr. L.B. Alberti, Momo, a cura di F. Furlan, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007.

[36] Cfr., tra le ultime  edizioni, L.B. Alberti, Apologhi, a cura di M. Ciccuto, Torino, Aragno Editore, 2003.

[37] Sul rapporto fra l'Alberti e la commedia latina si veda L. Chines, Plauto e Terenzio nell’opera albertiana, in Alberti e la tradizione, cit. pp. 141-55. 

[38] E. Raimondi, Politica e commedia. Dal Beroaldo al Machiavelli, Bologna, il Mulino, 1972.

[39] Cfr. L.B. Alberti, Intercenales, cit. p. 234.

[40] Cfr. L. Chines, Plauto e Terenzio nell’opera albertiana, cit. pp. 152-153.

[41] Per la portata ermeneutica che la filologia sui testi della commedia plautina ebbe nell'umanesimo cfr. L. Chines, La parola degli antichi, cit. pp. 116-124.

[42] È l'edizione delle commedie plautine che esce a Venezia, per i tipi di Aldo Manuzio, nel 1522.

[43] Cfr. P. Bracciolini,  Epistolarum  familiarium libri, a cura di H. Harth, Firenze, Olschki, 1987, t. III, p. 215.

[44] Si veda, fra i numerosi contributi in questo senso, G. Folena, Il linguaggio del «Caos», in Cultura letteraria e tradizione popolare in Teofilo Folengo, Atti del convegno di studi promosso dall'Accademia virgiliana e dal Comitato Mantova-Padania 77, Mantova 15-16-17 ottobre 1977, a cura di E. Bonora e M. Chiesa, Milano, Feltrinelli, 1979, pp. 230-248.

[45] Nel capitolo VI della I centuria dei Miscellanea: «Quo intellectu Catullianus passer accipiendus […]», in Omnia Opera Angeli Politiani, Roma, Bibliopola, 1968 (ed. anast. Venetiis, 1498).

[46] Cfr. A. Poliziano, Commento inedito all'epistola ovidiana di Saffo a Faone, a cura di E. Lazzeri, Firenze, Sansoni, 1971.

[47] S. Rizzo, Il lessico filologico degli umanisti, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1973.

[48] È in stato di elaborazione un mio contributo che indaga proprio questo rapporto tra lessico filologico e lessico metaforico dell’Umanesimo.

[49] Su cui si vedano E. Raimondi, Codro e l'umanesimo a Bologna, Bologna, Zuffi, 1951, rist. Bologna, il Mulino, 1987, a cui mi permetto di aggiungere L. Chines, La parola degli antichi, cit. pp. 125-139.

[50] «Ciceronis liber secundus de deorum natura non minus lacer in omnibus novis, vetustis etiam exemplaribus reperitur quam olim fuerit Hyppolitus turbatis distractus equis; cuius deinde avulsa passim membra, sicuti fabulae ferunt, Aesculapius ille collegit, reposuit, vitae reddidit; qui tamen deinde fulmine ictus ob invidiam deorum narratur. Me vero quae nam deterrebit invidia, quod fulmen, quo minus restituere ipsum sibi coner romanae vel linguae vel philosophiae parentem, nescio equidem a quo rursus Antonio truncatum capite e manibus? Fecimus idem antea in ipsius epistolis, eaque nostra quasi dixerim redintegratio iam recepita est, quantum intellego, videlicet excusis passim voluminibus in eam formam quam nos de vetustis exemplaribus praescripseramus»: cfr. A. Poliziano, Miscellaneorum centuria secunda, cit. II 1, p. 3.

[51] F. Nietzsche, Appunti filosofici, Milano, Adelphi, 1993, p. 131.

[52] Rer. mem. I 19, 2-3: «Sed quot preclaros vetustatis auctores, tot posteritatis pudores ac delicta commemoro […] dolorem meum potius effundens et etati, curiosissime in quibus non oportet, rerum tamen honestarum prorsus incuriose»: cfr. F. Petrarca, Rerum memorandarum libri, ed. critica per cura di G. Billanovich, Firenze, Sansoni, 1943, p. 19.
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