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Indice

Dibattiti:

Sulla penetrazione di tratti neo-standard nell’italiano degli studenti universitari
Primi risultati di un’indagine empirica*

Negli ultimi tempi lo stato di salute dell’italiano, soprattutto nelle generazioni più giovani, è stato al centro di un dibattito molto acceso, che ha visto definire posizioni largamente condivise nella diagnosi dei problemi e delinearsi, invece, soluzioni assai difformi per quello che concerne la terapia. In particolare, si sono colte posizioni di un certo estremismo (anche ideologico), a cui è mancata in genere una visione lucida e competente sulle ragioni che possono aver condotto a questa situazione di presunta decadenza della nostra lingua. [1] La letteratura sul tema è vastissima e nota e non ha senso, quindi, ripercorrerla qui. Basti ricordare il quadro delineato da Tullio De Mauro in Storia linguistica dell’Italia unita (1963) per cogliere gli elementi che rendono peculiari le vicende della nostra lingua e che, in un certo senso, fanno apparire quasi inevitabile l’insieme di processi cui stiamo assistendo. [2]

Alcuni punti fermi, tuttavia, è necessario vengano richiamati sinteticamente, ma esplicitamente, per delineare lo sfondo di quanto sta accadendo alla nostra lingua, soprattutto a beneficio di chi si abbandona alla tentazione di giudicare i fatti linguistici decontestualizzandoli rispetto alle coordinate sociali cui essi sono invece inscindibilmente associati.


L’italiano ha avuto una storia complessa, nella quale hanno spesso giocato un ruolo dominante dinamiche sociolinguisticamente un po’ innaturali. [3] Lo standard ha coinciso, come noto, con una varietà di lingua scritta, formale, decisamente orientata verso il polo alto (‘colto’) sull’asse diastratico. Per molti decenni, lo scritto ha esercitato una forte pressione sul parlato: nelle situazioni formali, la prassi auspicata era quella di ‘parlare come un libro stampato’. Lo scritto formale è stato il polo di prestigio e quindi di attrazione, il modello a cui conformarsi, soprattutto nel parlato ‘pubblico’. Per il gruppo sociale oggetto di questo contributo, gli studenti, in particolare quelli universitari, [4] lo scritto è stato a lungo per definizione formale: esso si concretizzava tipicamente nei componimenti scritti redatti in contesto scolastico e universitario (temi, tesine, relazioni, ecc.). Le situazioni nelle quali usare lo scritto in modo informale si contavano, invece, sulle dita di una mano: la cartolina dalle vacanze (e forse neppure quella, visto che il testo è visibile e firmato, dunque in qualche modo pubblico e quindi potenzialmente fonte di giudizi con un qualche impatto sociale), le lettere private, i bigliettini furtivamente scambiati a scuola, poco altro. Insomma, nel repertorio individuale dello studente universitario medio, fino a un paio di decenni or sono, la scrittura era tipicamente il mezzo per veicolare testi formali, soggetti a correzione, quindi a sanzione, che occupavano la posizione più alta sull’asse diafasico.

Se la presenza di tratti tipici dello scritto formale nel parlato era non solo accettata, ma addirittura incentivata, la penetrazione di tratti del parlato nello scritto rischiava di determinare al contrario una vigorosa sanzione sociale; sanzione che diveniva certa in contesto scolastico.


Tutto questo ha determinato una marcata divaricazione tra la norma in senso prescrittivo e quella determinata statisticamente (e socialmente). La prima è quella stabilita a priori dai testi di riferimento, appunto normativi, e dalle autorità preposte al controllo dell’uso della lingua. La seconda è quella de facto, ciò che Ammon ha definito «standard by mere usage» o «uncodified stadard». [5] Nella storia della nostra lingua, la forbice tra l’uso privato, non sorvegliato della lingua e quello pubblico è sempre stata molto ampia (arrivando per altro a coinvolgere spesso altri sistemi linguistici, come i dialetti). E gli usi non sorvegliati, spontanei della lingua sono per decenni rimasti confinati a realtà difficili da cogliere, monitorare e analizzare in modo sistematico.

In questo quadro, la norma, cioè di fatto la formalizzazione della varietà standard, non è neutra, né stilisticamente, né geograficamente. E neppure statisticamente: essa non corrisponde, cioè, alla varietà che la maggioranza degli scriventi usa o che è in grado di dominare con una certa padronanza. [6] La norma, dunque, a lungo non è stata normalità. [7]

Da alcuni anni a questa parte stiamo assistendo ad alcuni cambiamenti significativi nell’uso dell’italiano. Dal punto di vista sociolinguistico, alcune delle generalizzazioni proposte sopra risultano oggi meno attuali e vengono (almeno in parte) smentite dai dati.

Le cosiddette ‘nuove tecnologie’ mettono ora a disposizione degli utenti di una lingua canali di trasmissione fino a pochi decenni or sono del tutto ignoti: chat, sms, forum, ecc. Ciò ha aperto scenari imprevisti, che obbligano a ridiscutere, talora radicalmente, alcuni dei tradizionali parametri dell’analisi sociolinguistica. Chi avrebbe potuto prevedere, anche solo venti anni fa, che un adolescente avrebbe comunicato per iscritto, quotidianamente, con la maggior parte dei membri del suo gruppo dei pari? Chi avrebbe potuto prevedere che un adolescente avrebbe trasmesso la maggioranza delle proprie comunicazioni informali, non sorvegliate, per iscritto? Questo scenario, largamente inatteso, ha portato alla ribalta una modalità d’uso della lingua che è stata definita ora parlato-scritto, ora parlato grafico, ora italiano digitato. [8] Essa ha evidenti contatti con il parlato dal punto di vista della cosiddetta ‘concezione’, ma continua ad attivare il medium grafico/visivo (in luogo di quello fonico-acustica). Dà l’illusione del sincronismo, ma è in realtà asincrona a differenza del parlato (almeno rispetto a quello dialogico). Il legame preferenziale tra scrittura e formalità è stato, dunque, sovvertito: oggi i giovani comunicano per iscritto soprattutto in contesti non formali. [9] Lo scritto non è più caratteristicamente formale ed episodico, ma diviene abituale e tipicamente informale. La diffusione del ‘parlato grafico’ ha avuto una serie di effetti collaterali. Il principale tra essi è indubbiamente quello di aver traghettato una quantità crescente di tratti del parlato nello scritto, non però limitandosi a quello informale, ma giungendo ad intaccare anche quello formale. Il meccanismo di passaggio è evidente: i tratti penetrano dal parlato nello scritto (meglio, nel parlato grafico) sfruttando la via dell’informalità, cioè della stessa varietà diafasica; transitano dal parlato grafico allo scritto formale sfruttando la via della modalità visiva, del mezzo, cioè della stessa varietà diamesica:



Ciò ha portato alla ribalta in modo prepotente una serie di costrutti che c’erano anche prima, ma covavano sottotraccia e che ora sono invece chiaramente e direttamente osservabili, possono essere raccolti in corpora senza eccessivo dispendio di energie, ecc. Ed è questa la ragione per cui oggi troviamo, con frequenza crescente, tratti chiaramente non standard non solo in testi d’esame e tesi di laurea, ma anche, per ampliare il raggio, in articoli di quotidiani e periodici, cioè in quella tipologia di testi che, secondo Berruto, sono considerati il veicolo principale del neo-standard: [10]


2) a. Gli generalizzato [11]

Pistoia. Militanti Forza Nuova alla messa di don Biancalani: prete gli stringe la mano: “Ragazzi, tranquilli eh...”. Applauso di solidarietà al prete pro-migranti. Schierate forze ordine. Fischi e grida contro il gruppo di destra: “Buffoni”

«Repubblica», 27 agosto 2017


b. Ci ridondante

Vettel ci crede ancora nel secondo posto

«Repubblica», 29 luglio 2018


c. Dislocazioni

CR7 lo allenerà Dolcetti, ma nessuno può vederlo

«Repubblica», 28 luglio 2018


E, tornando al punto da cui siamo partiti, è questo che fa increspare la fronte davanti alle abitudini linguistiche di un numero sempre più elevato di parlanti e accresce l’allarme per lo stato di salute della nostra lingua.

Si considerino altri due esempi, assai significativi. Entrambi provengono da libri di testo di scuola primaria:


 


3)   a.


      b.


Il primo mostra come una forma analogica, comparirono, sia ormai talmente acclimatata nell’uso da sfuggire a tutti i controlli cui è sottoposto un volume prima della pubblicazione. Per altro, questo fenomeno può essere indubbiamente favorito anche dalla scarsa dimestichezza con il passato remoto da parte di una porzione significativa della comunità di parlanti, altro tratto degno di menzione del processo di ristandardizzazione dell’italiano. [12]

La seconda è, evidentemente, una correzione... teoricamente errata di un insegnante: dimostra l’inesorabile eclissi di proprio, che determina la soluzione del dualismo con suo anche nei contesti in cui l’occorrenza di proprio era funzionale ad una disambiguazione.

Sono situazioni di questo tipo che sanciscono de facto l’ingresso nella (o, nel caso di proprio, l’uscita dalla) nella norma reale di forme linguistiche che (r)innovano il sistema.


Lo stesso percorso è stato compiuto in precedenza da forme che oggi ci paiono del tutto ‘normali’, che accettiamo senza batter ciglio, come l’uso di lui in posizione di soggetto, un tempo stigmatizzato:


4) Decisamente più misteriosa è stata la prestazione di Raikkonen. Lui aveva sin dall’inizio le gomme “full wet”, quelle giuste. Eppure non è mai stato davvero in gara.

Repubblica 2 settembre 2017 [13]


Insomma, oggi è il parlato che esercita una forte pressione sullo scritto. Il rapporto di forza tra i due poli dell’asse di variazione diamesico pare essersi ribaltato. Anzi, potremmo chiederci addirittura se, dopo questa rivoluzione tecnologica, abbia ancora senso parlare di variazione diamesica; o se, piuttosto, non sia opportuno ricondurre tutto a diafasia e diastratia. [14] La domanda cruciale è se il mezzo (o canale) sia davvero un discrimine netto, uno spartiacque e sia ancora in grado di farci operare previsioni attendibili sull’occorrenza e sulla distribuzione dei tratti linguistici. [15]


La norma, dunque, cambia nel tempo. Per questo Luca Serianni l’ha paragonata al comune senso del pudore, che – pur definito da una legge dello Stato – muta rapidamente in quanto legato al mutare dei costumi e della sensibilità collettiva. Quella della norma linguistica è un’evoluzione continua ma lenta; il che vale particolarmente per l’italiano, fino a un passato recente una lingua quasi esclusivamente scritta, e per questo molto conservativa. [16]


Siamo dunque di fronte a un evidente cambiamento di norma, in senso statistico e sociale. Oggi paiono largamente accettabili, per una porzione significativa di membri della nostra comunità linguistica, costrutti linguistici in precedenza considerati errori. Le nozioni di norma ed errore sono in effetti inestricabilmente legate: «Se si vuole avere un’idea più chiara di cosa si debba intendere per norma linguistica, sarà bene partire dalla nozione di errore, considerando l’errore come quella violazione della norma che provoca una sanzione sociale. Ebbene: bisogna abituarsi all’idea che, in fatto di lingua, l’errore è un concetto molto relativo». [17]

Se consideriamo alcuni dei casi appena citati, possiamo vedere come essi pongano i parlanti di fronte a un’alternativa:


5)   gli                                loro

comparirono                comparvero

egli                              lui


«La situazione di concorrenza tra forme dovrebbe essere un’ovvietà, prima di tutto per chi osserva una lingua viva: la presenza di doppioni nella lingua, a tutti i livelli (fonetico, morfologico, sintattico) è evidente in ogni lingua». [18] Le due forme in concorrenza sono entrambe coerenti e spesso rispondono a tendenze tipologiche molto diffuse tra le lingue del mondo (anzi, non è scontato che la forma percepita come corretta sia quella tipologicamente più coerente o più diffusa). La situazione di concorrenza pone il parlante di fronte ad una scelta. Due frasi come


6)   a.         Militanti Forza Nuova alla messa di don Biancalani: prete gli stringe la mano

b.         Militanti Forza Nuova alla messa di don Biancalani: prete stringe loro la mano


hanno la stessa efficacia comunicativa: trasmettono il medesimo significato, sono sostanzialamente sinonime e sovrapponibili. Se la ragione della differenza tra esse non è da ascrivere a fattori di ordine linguistico, essa va cercata al di fuori del sistema lingua: un parlante sceglie non in base alla struttura dei costrutti linguistici, ma in base all’impatto sociale che essi possono avere. Quindi, non in base ad una competenza strettamente linguistica, ma, piuttosto, in base ad una competenza essenzialmente comunicativa. In questo quadro,


si può dire che un errore non è generato dal mancato rispetto di una regola, ma da un’altra regola: chi sbaglia secondo una certa norma è perché applica una regola non prevista da quella norma linguistica. La nozione di errore di lingua non dipende quindi dalla nozione di regola in quanto concetto operativo in linguistica, ma dipende dalla nozione di regola come sinonimo di ‘norma’. L’errore deriva sempre dal confronto con una norma, intrinseca od estrinseca. [19]


Nella gran parte dei casi, la forma innovativa, che incalza e si prepara (magari nel giro di qualche secolo) a scalzare quella precedente, è percepita come un “errore”, cioè come una violazione del buon uso […]. “Errori”? Così si chiamano le innovazioni prima di imporsi [Beccaria 2010, 39]. Se l’“errore” s’imporrà, non sarà più considerato tale. L’aspetto che assume per il parlante il cambiamento linguistico è quello di una progressiva avanzata di errori, con il risultato della sensazione di una “decadenza” della lingua. Si capisce quindi che per secoli la grammatica classica abbia messo tra i suoi scopi la tutela della “buona lingua”, cioè la sua difesa dagli errori, e, cosa che fa tutt’uno, dal cambiamento. [20]>


E siamo dunque giunti al nocciolo della questione. L’attuale ‘decadenza’ della lingua italiana percepita da molti e per molti motivo di allarme sembra tuttavia preoccupare meno i linguisti: essa va infatti contestualizzata nel quadro di dinamiche del tutto naturali nella storia di ogni lingua. Anzi, l’allarme sul deterioramento dei costumi linguistici risuona periodicamente, da secoli, ogni volta che un cambiamento pare emergere da quel ‘magma sociolinguistico’ che cova sotto lo standard. [21]

Perché proprio il comportamento degli studenti universitari desta così scalpore, tra gli strenui difensori della norma? La ragione è evidente: l’attenzione si è concentrata sulle presunte lacune degli studenti universitari perché si tratta di quel segmento della cosiddetta generazione dei ‘giovani’ dal quale ci si aspetterebbe in realtà una competenza linguistica più solida. Se è vero che le giovani generazioni sono spesso il motore del cambiamento linguistico, vedere le presunte innovazioni (che, si è detto, si configurano inizialmente come errori e dovrebbero innescare una sanzione sociale e un rigetto) attecchire nel segmento teoricamente più colto di questo gruppo sociale indica una loro profonda penetrazione nel repertorio linguistico della comunità. E, dunque, lascia presumere che il cambiamento sia prossimo alla meta, cioè a raggiungere il centro del sistema.

Come si è detto sopra, la questione, complessa ed intricata, trova ampia eco sugli organi di stampa, dove viene però spesso rappresentata in modo eccessivamente semplificato. Innanzitutto, è necessario chiedersi su quali dati chi lamenta un presunto declino della lingua abbia operato questa diagnosi. Che tipo di fenomeni sono stati osservati? Su che campione di studenti? In che tipo di produzioni linguistiche? La sensazione che emerge è quella di diagnosi formulate più su singole esperienze personali che su uno scenario nel quale tutti i sintomi siano collocati in un quadro d’insieme armonico e omogeneo.

Occorre poi sgombrare preliminarmente il campo da un altro equivoco: il cambiamento linguistico è in realtà una sorta di rimescolamento. Cambiano i rapporti di forza tra strutture in competizione all’interno di un sistema dove tutto si trasforma, ma ben poco si crea e si distrugge:


This reflects one of the main restandardization dynamics of contemporary Italian: restandardization does not lead so much to true innovations, but rather to the acceptance into the norm of linguistic traits which, though rejected by the literary standard, have remained a constant feature in the historical development of Italian. [22]


Il cambiamento si configura dunque nella maggior parte dei casi come una variazione di marcatezza sociolinguistica: un costrutto sociolinguisticamente marcato, cioè confinato in situazioni particolari o in specifiche varietà di lingua, diviene sociolinguisticamente neutro, cioè espande il proprio ambito di occorrenza ad altre situazioni e ad altre varietà di lingua, superando il vaglio dell’accettazione sociale e divenendo, in un certo senso, impermeabile rispetto al contesto («i cambiamenti interni, propriamente linguistici, sono innumerevoli, ma è solo quando sono accettati dalla società che acquistano uno status stabile nella lingua» [23]); o, viceversa, un costrutto sociolinguisticamente neutro riduce il proprio raggio d’azione e accresce la propria marcatezza, divenendo peculiare di specifici contesti:


Most of these phenomena, which usually imply a considerable degree of variation, are interpretable as a change in the sociolinguistic value of the traits themselves. Only a small number of phenomena can be considered cases of true innovation. Forms and structures already existing in sub-standard Italian lose their markedness as elements characterizing low, only spoken, social and situational varieties, becoming, at least to a certain extent, common also in the usage of educated people and in written language (particularly by the newspapers, an important vehicle of standardization today). Such a shift in the sociolinguistic position of linguistic items is altogether analogous to the well-known process that, in historical linguistics, is often called «markedness shift». [24]


Tutto ciò pare del tutto coerente con il processo di ristandardizzazione che l’italiano ha subito negli ultimi decenni e che ha avuto in sostanza l’effetto di spostare dalla periferia al centro del sistema alcuni costrutti e, viceversa, di far compiere ad altre strutture il percorso inverso (e questo fenomeno è stato forse più trascurato in letteratura). Per altro, quello che sta accadendo oggi in italiano è la manifestazione di quella pressione dal basso che ha caratterizzato la storia della maggior parte delle lingue dell’Occidente. Si tratta, in fondo, di un processo socialmente ‘sano’ e ‘democratico’:


se accettiamo che nella ristandardizzazione che sta avvenendo siano assorbiti man mano dallo standard i tratti che qui abbiamo riunito sotto l’etichetta di neo-standard, è indubbio che la base sociale dello standard stia allargandosi [...], il che coincide anche con un abbassamento e un consolidamento della nuova norma, leggermente variata in diatopia, più vicina al parlato [...], e più prossima agli stili non aulico-burocratici in diafasia. [25]


In molti casi, chi ha sostenuto un generale degrado della lingua nell’uso che i giovani (e non solo essi) ne fanno ha mescolato fenomeni completamente diversi, che spaziano da meri errori di ortografia (ad esempio un uso molto incerto dell’apostrofo dopo un, che determina in alcuni scriventi una sua generalizzazione anche al maschile e in altri una sua omissione anche al femminile) a fenomeni più sostanziali, legati cioè alla struttura della lingua (ad esempio l’uso dell’indicativo in luogo del congiuntivo in alcune frasi dipendenti, la frequenza crescente del cosiddetto che polivalente, la ristrutturazione del sistema pronominale, ecc.). Si tratta in genere di costrutti del tutto coerenti e grammaticali – spesso legati a tendenze tipologiche frequenti e altrettanto spesso largamente rappresentati nella storia della nostra lingua anche in testi letterari – che sono da tempo diffusi nelle varietà substandard della lingua e che, ora, fanno capolino anche in contesti nei quali ci si aspetterebbe il ricorso ad alternative considerate più ‘colte’. In questo caso dunque non ci troveremmo di fronte a errori veri e propri, quanto piuttosto ad una mutata sensibilità rispetto all’appropriatezza di varietà diverse in relazione ai parametri della variazione diafasica.


La letteratura sui tratti che maggiormente paiono caratterizzare l’italiano neo-standard è ricchissima. [26] Questi tratti vengono però spesso considerati come un insieme del tutto omogeneo almeno riguardo alla loro propagazione e condividono dunque lo stesso peso come ‘test diagnostici’ per caratterizzare sociolinguisticamente una produzione linguistica. In realtà, pare assai improbabile che essi possano essere equiparati per diffusione; è invece plausibile che si siano propagati in modo disomogeneo e che dunque anche la percezione dei parlanti nei loro confronti possa variare. Lo scopo di questo contributo è proprio quello di testare la sensibilità dei parlanti rispetto ai tratti tipicamente associati al neo-standard, per capire quali, tra essi, possano essere considerati gli esponenti più tipici del processo che l’italiano ha subito negli ultimi anni. L’attenzione si è concentrata sugli studenti universitari, sia perché la loro competenza linguistica è stata, di recente, al centro di un vivace dibattito, come si è detto sopra, sia perché, trattandosi di parlanti ‘colti’, essi sono spesso assunti a riferimento per stabilire cosa possa o meno essere considerato standard nell’uso della lingua. E proprio per questa ragione eventuali devianze registrate nella loro produzione paiono più eclatanti.

L’indagine è stata condotta attraverso un’intervista strutturata, cioè attraverso un questionario che è stato distribuito a circa 200 studenti dell’Università di Bologna. Il questionario, riportato in appendice, comprendeva una prima parte finalizzata a raccogliere le informazioni relative agli informanti, secondo alcuni tradizionali parametri dell’analisi sociolinguistica:



  • età

  • genere

  • luogo di nascita

  • corso di laurea frequentato

  • numero di libri letti in media all’anno (meno di 5, da 5 a 10, più di dieci)

  • consuetudine con la lettura di un quotidiano cartaceo e/o on line

  • eventuali luoghi di residenza diversi da quello di nascita

  • lingua imparata per prima

  • eventuali altre lingue conosciute

  • lingua prevalentemente utilizzata per comunicare con i genitori

  • lingua prevalentemente utilizzata per comunicare con gli amici del luogo in cui si è cresciuti

  • titolo di studio dei genitori


 


La seconda parte del questionario era invece più specificamente linguistica. In questa sezione, alcuni tratti tipici del neo-standard sono stati inseriti in due set di 23 frasi ciascuno, uno di carattere sostanzialmente formale ed uno di carattere più spiccatamente informale. Le prime frasi sono state attribuite ad un docente e contestualizzate in una normale lezione universitaria; le secondo sono state attribuite ad amici o coetanei e collocate in uno scambio informale. In ogni frase è stato collocato un solo tratto neo-standard.

Sono stati considerati i seguenti tratti:



  • A me mi

  • Che polivalente o, meglio, introduttore invariabile di relativa in varie posizioni della gerarchia di accessibilità di Keenan e Comrie [27]

  • Uso del presente indicativo in luogo del futuro in frasi principali

  • Uso dell’indicativo in luogo del congiuntivo in frasi dipendenti

  • Uso dell’imperfetto in luogo di congiuntivo e condizionale nel periodo ipotetico

  • Uso del passato prossimo in luogo del passato remoto

  • Uso del futuro epistemico [28]

  • Piuttosto che con valore disgiuntivo inclusivo

  • Uso ridondante di ne

  • Uso di lui, lei, loro in posizione di soggetto

  • Uso ridondante di ci

  • Accordi a senso

  • Gli generalizzato


 


Agli informatori e alle informatrici è stato chiesto di indicare quali, tra le frasi presenti nei due set, risultassero incongrue in rapporto a contesto e mittente e di specificare quale forma all’interno della frase motivasse questo giudizio di incongruenza. In entrambi i set sono state inserite frasi perfettamente standard, cioè di norma già per lo standard tradizionale, per evitare di forzare gli informatori a cercare necessariamente in ogni frase un elemento anomalo. [29]

Lo scopo dell’indagine è appunto quello di capire quali tra i tratti caratteristici neo-standard (cioè dell’italiano dell’uso medio) [30] siano ormai realmente e pienamente acclimatati nello standard letterario o meglio, con Berruto, nella «lingua di livello letterario, appoggiata sulla tradizione letteraria», [31] al punto da essere percepiti come sociolinguisticamente neutri da un gruppo che, si è detto, gioca un ruolo strategico nella diagnosi dei fatti linguistici. Ovviamente, i tratti che non sono stati riconosciuti come anomali nelle due situazioni comunicative sono quelli che possono a buon diritto essere annoverati tra le peculiarità tipiche del neo-standard; mentre le risposte difformi (tratto segnalato come anomalo nella situazione formale, ma passato inosservato nella situazione informale; o viceversa) indicano un processo di acclimatamento ancora incompiuto. Infine, i tratti che in entrambe le situazioni immaginate innescano una reazione di rigetto restano saldamente collocati alla periferia del sistema e possono essere dunque classificati come marginali anche rispetto al neo-standard.

Dei duecento questionari compilati, circa quaranta sono stati scartati perché contenevano errori di compilazione o lacune che hanno impedito di comparare i dati con quelli raccolti tra gli altri informatori. Non sono stati elaborati neppure i pochissimi questionari compilati da studenti non italofoni.

I dati sono stati elaborati secondo questi parametri:



  • regione di nascita

  • numero di libri letti

  • lettura di un quotidiano (on line e/o cartaceo)

  • corso di studio frequentato

  • titolo di studio dei genitori

  • risposte inattese


 


Per risposta inattesa si intende una risposta imprevista al momento della progettazione del questionario. In breve si tratta di tratti normativamente standard che sono stati invece indicati come bizzarri da alcuni informatori. Su questo aspetto tornerò in seguito.

In questa sede mi limiterò a presentare il computo generale delle risposte, senza soffermarmi sugli altri parametri, che a prima vista però non mostrano correlazioni significative. [32] I valori percentuali nella tabella che segue corrispondono ai giudizi di incongruenza rispetto alle frasi stimolo:



La tendenza generale è quella facilmente prevedibile: la percentuale di giudizi di incongruenza cala quando si passa dalla situazione formale a quella informale. In sostanza, come era logico supporre, in contesto informale la soglia di tolleranza si alza sensibilmente e la quantità di fenomeni tacitamente accettati aumenta. In alcuni casi la differenza è davvero significativa.

Vi sono due situazioni che vanno controtendenza. Una, quella relativa al costrutto a me mi non adiacente (per il contesto formale: a me che impariate a memoria quello che dice il libro non mi interessa; per il contesto informale: a me questa birra non mi piace proprio), viene giudicata inusuale in contesto formale circa dal 52% degli informatori, mentre nel contesto informale il dato cresce al 66%. Cosa può spiegare il fatto che uno costrutto di questo tipo venga considerato più adeguato ad una situazione formale (dove, per altro, a me mi adiacente, cioè a me mi piace il modo con cui il manuale affronta il problema, viene ‘sanzionato’ dal 90,38% degli informatori)? A me mi è notoriamente una dislocazione a sinistra, una frase segmentata, cioè un costrutto marcato sintatticamente. [33] La mancata adiacenza tra i due elementi a me e mi rende evidente la natura segmentata della costruzione; la vicinanza tra i due elementi, invece, viene percepita come una fastidiosa ripetizione o come un pleonasmo. Proprio la marcatezza sintattica dei costrutti con a me mi non adiacente può forse contribuire a farli percepire adeguati a ‘testi’ orientati verso il polo alto sull’asse diamesico. Al contrario proprio il fastidio che spesso accompagna le ripetizioni potrebbe contribuire a rendere a me mi del tutto inadeguato al contesto formale.

L’altro caso controtendenza è quello di piuttosto che con valore disgiuntivo inclusivo, riconosciuto come anomalo dal 39,1% degli informanti nelle situazioni formali e dal 67% degli informanti nelle situazioni informali. In questo caso la spiegazione è semplice: la diffusione di piuttosto che [34] è annoverata da De Santis [35] tra quelli che Renzi definisce ‘snobismi’, [36] cioè cambiamenti dall’altro (changes from above in Labov): [37] un tratto penetra nella varietà standard, sociolinguisticamente neutra, non emergendo dal substandard, ma calando dal ‘suprastandard’, cioè da varietà colte e formali. Ed è naturale, dunque, che nella fase intermedia del processo esso resti preferenzialmente legato ai contesti di origine.

È molto interessante disporre i fenomeni in ordine crescente di giudizi di scarsa accettabilità da parte degli informanti:



Si nota immediatamente come le due colonne abbiano un’uniformità forse minore del previsto:



In sostanza, osserviamo un accordo maggiore rispetto alle forme ancora lontane dall’essere accolte nello standard, cioè per quelle forme con la percentuale più alta di giudizi di scarsa accettabilità. Se la posizione di a me mi non meraviglia, visto che si tratta di un costrutto contro il quale più si sono accaniti i puristi, stupisce invece la posizione occupata dal che polivalente usato, con pronome di ripresa, in luogo di a cui:


8)   Il collega che gli avevo chiesto l’aula non me l’ha concessa, quindi devo rinviare l’esame


Avete notizie di quella tipa che le ho prestato la bici?


Si tratta di un costrutto che, a sensazione, parrebbe avere invece una frequenza piuttosto alta [38] e che, dunque, dovrebbe godere, almeno a intuito, di una più ampia accettazione sociale. In più occupa la terza posizione nella gerarchia di Keenan e Comrie (1977) e questo, in termini generali, rende sorprendente che venga ritenuto meno accettabile, ad esempio, del che polivalente in luogo di di cui (e anche di per cui):


9)   Ieri ho ricevuto una mail da una signora che suo figlio è stato mio studente. Non mi era mai successo prima


La vedi quella ragazza? È quella che il suo ragazzo se ne è andato con Marta


10) Quello che vi interessa è l’esame. In fondo è quello il motivo che siete qui


Io voglio chiarire questa cosa, è l’unica ragione che sono qui, sennò potevo restare a casa!

Per quanto riguarda il che introduttore invariabile di relativa, il distacco nei giudizi di scarsa accettabilità è nettissimo tra le forme precedenti e quelle in (11), dove che sta per in cui con valore temporale:


11) Chi era assente il giorno che ho spiegato come si svolgerà l’esame?


Ti ricordi il giorno che siamo andati al mare in bicicletta?


Come è noto, [39] il che con valore temporale è diffusamente attestato nella tradizione letteraria (già nell’italiano antico) e tollerato nelle grammatiche di impostazione normativa. Secondo Serianni, nel diasistema dell’italiano contemporaneo esso caratterizza in ugual modo varietà piuttosto diverse tra loro: il parlato colloquiale/familiare, scritture legate a modelli letterari e la «narrativa che ricerca espressamente la mimèsi del linguaggio orale». [40]

Questi dati andranno dunque valutati con più attenzione e con un supplemento di indagine che tenga conto anche degli elementi di ripresa. Per il momento basti evidenziare come il che polivalente sia ancora percepito con un certo disagio dal campione analizzato.

Per quello che riguarda la posizione più alta della classifica, le due rilevazioni concordano sul futuro epistemico, che la quasi totalità degli intervistati non associa ad alcuna sanzione. C’è poi una sostanziale omogeneità per quello che riguarda l’accettazione del nuovo sistema pronominale (lui, lei, loro), per l’uso del passato prossimo a scapito del passato remoto (ormai ai margini del sistema) e per gli accordi a senso (costrutti nei quali, dunque, la testa del sintagma nominale viene di fatto rianalizzata come una sorta di quantificatore).


Sulla parte centrale della classifica i risultati sono variabili.

È evidente, dunque, come le due rilevazioni non consentano di formulare un giudizio unitario sul grado di penetrazione nella norma, intesa in senso statistico e sociale, dei parametri oggetto di indagine. Il gap rilevato tra il contesto formale ed il contesto informale è in alcuni casi molto netto e la disomogeneità tra le due classifiche è spiccata. Per rispondere, dunque, all’interrogativo che abbiamo posto sopra conviene soffermarsi sulla sola rilevazione operata nella situazione formale, nella quale il rigore del giudizio e l’attenzione da parte degli informatori dovrebbero essere maggiori. Possiamo suddividere le forme analizzate in cinque gruppi, in base alle percentuali di giudizi positivi:



Rispetto al campione analizzato, i tratti che potremmo definire più tipici del neo-standard sarebbero dunque il futuro epistemico, il nuovo sistema di pronomi soggetto e, seppure a un livello inferiore, gli accordi a senso (quindi lo sviluppo di un nuovo sistema di quantificatori), il passato prossimo in luogo del passato remoto e il ne ridondante; leggermente più staccati l’uso generalizzato di gli e l’uso di piuttosto che con valore disgiuntivo inclusivo (per il quale però si rimanda a quanto detto sopra).

Si tratta di una conclusione forse non del tutto conforme alle aspettative iniziali, secondo le quali, in base alle premesse generali poste sopra, ci saremmo aspettati una più ampia e profonda penetrazione di alcuni tratti più innovativi tra quelli che suscitano un numero molto basso di giudizi di scarsa accettabilità. Ci sono comunque alcuni fattori che possono condizionare il risultato di questa indagine.

Innanzitutto, qui si sta ragionando su giudizi immediati, ma comunque consapevoli su costrutti linguistici collocati in situazioni fittizie e, soprattutto, prodotti da altri. Per inciso, non è scontato che i costrutti che determinano il minor tasso di rigetto siano  quelli che hanno iniziato prima il percorso dalla periferia verso il centro del sistema lingua, quindi che per primi hanno intrapreso il processo di perdita di marcatezza sociolinguistica. [41] Il quadro sarebbe forse diverso se analizzassimo la produzione spontanea degli informatori, quindi la loro competenza attiva. È infatti dall’uso non sorvegliato e inconsapevole della lingua che possiamo trarre i dati più utili per poter tracciare una sorta di ‘gerarchia’ tra i tratti del neo-standard. Il compito ai quali sono stati sottoposti i parlanti in questa piccola indagine ha senza dubbio attivato quella competenza metalinguistica che resta spesso silente nelle nostre produzioni spontanee e che invece diviene esplicita quando ci viene richiesto di dare giudizi di grammaticalità.

C’è tuttavia un ultimo dato che è interessante analizzare. Si tratta delle risposte inattese fornite dagli informatori. Come detto, il questionario conteneva otto frasi standard, quattro per la serie delle frasi riconducibili al contesto formale e quattro per la serie delle frasi collocate in contesto informale. In teoria, gli informatori non avrebbero dovuto marcare come inusuali o inconsuete queste frasi. Ma in molti casi il riscontro è stato assai diverso da quello atteso. Ben 57 studenti, quindi oltre il 30% del totale, ha evidenziato come ‘strana’ la frase domani sarò sostituito da un collega di cui sono decisamente più anziano riferita ad un contesto formale, indicando nella forma relativa la ragione della ‘stranezza’. La frase hai visto quel ragazzo il cui motorino è parcheggiato qui fuori? (appartenente al set delle frasi informali) è stata segnalata da oltre 40 studenti, quindi poco meno del 27% del totale. La frase al primo anno di Lettere studiai Storia romana e mi piacque molto ha risultati analoghi: 42 informatori l’hanno annoverata tra i costrutti bizzarri se collocata in un contesto informale; al contrario, la frase due anni fa partecipai a uno scavo in Siria e trovai una statua di marmo molto preziosa, che era inclusa nella lista di frasi da associare al contesto formale, è stata marcata come inconsueta da meno del 10% del campione (12 studenti).

La spiegazione è evidente: tanto il passato remoto (al netto di variabili diatopiche), quanto le frasi relative riconducibili alle posizioni basse della gerarchia di Keenan e Comrie [42] sono forme associate preferenzialmente a situazioni comunicative diafasicamente ‘alte’, che, di fatto, non hanno mai davvero trovato collocazione al centro del sistema. Hanno sempre mantenuto e tuttora conservano quindi una posizione periferica. Proprio per questo, la loro occorrenza nell’uso quotidiano della lingua è relativamente bassa. Sono, cioè, forme che appaiono solo occasionalmente nell’input a cui un parlante medio di italiano è esposto e questo determina la scarsa dimestichezza che gli studenti mostrano con tali costrutti. [43]

In conclusione, in termini generali, i dati presentati in questa sede suggeriscono di affrontare con prudenza – e senza pregiudizi ideologici – la questione della lingua che è prepotentemente riemersa negli ultimi mesi e rivelano, in modo inequivocabile, come le manifestazioni del presunto declino dell’italiano siano internamente piuttosto articolate e vadano adeguatamente proiettate sullo scenario sociolinguistico che fa da sfondo alla loro diffusione. Il quadro infatti è tutt’altro che omogeneo, soprattutto nell’individuazione dei tratti linguistici utilizzabili come test diagnostici per misurare la competenza, da parte dei giovani, della varietà alta (o, come si è detto sopra seguendo Berruto, [44] dello standard letterario). Per quanto concerne la competenza passiva e forse anche la competenza metalinguistica del campione analizzato, i dati sono molto netti per quanto concerne lo spostamento dal centro verso la periferia del sistema: le frasi relative riconducibili alle posizioni più basse della gerarchia, il passato remoto e forse il futuro nella sua funzione di tempo verbale paiono ormai avviati a collocarsi ai margini del sistema, cioè vedono sancita nei fatti quella marcatezza sociolinguistica che è stata a lungo negata dalla grammatica ufficiale. Si tratta a ben vedere di costrutti che non hanno mai davvero attecchito nella lingua reale, dell’uso medio, nonostante fossero imposti dalla grammatica normativa.

Sul percorso inverso i dati non permettono conclusioni altrettanto nette: i tratti che non innescano alcuna manifestazione di intolleranza (lui, lei, loro; il futuro epistemico, ecc.) corrispondono a costrutti ai quali di fatto nessuno oggi si sognerebbe di negare pieno diritto di cittadinanza nello standard. Su altri, sembra emergere, almeno a sensazione, una certa frattura tra uso reale, non sorvegliato della lingua e competenza metalinguistica esplicita. In altre parole: si può supporre che molti dei tratti che i parlanti interrogati stigmatizzano siano in realtà ben frequenti nella loro produzione spontanea (e questo rende urgente una analisi sulle loro produzioni spontanee). La natura dell’indagine condotta può aver fatto riemergere il retaggio di una formazione linguistica che, almeno in contesto scolastico, è spesso saldamente ancorata ad una immagine prescrittiva della norma e che può aver condizionato fortemente i giudizi di accettabilità.

C’è un altro aspetto che va considerato nella lettura dei dati qui proposti: questa indagine ha toccato gli estremi del continuum, cioè una situazione decisamente formale come una lezione e una situazione decisamente informale come un’interazione con il gruppo dei pari. Si tratta di situazioni molto polarizzate, che non occupano le posizioni statisticamente prevalenti nell’uso medio della lingua. In più sono stati individuati due mittenti differenti: un professore e uno studente. Vi è dunque una variazione diastratica, oltre a quella diamesica. Questo può ovviamente aver radicalizzato e quindi condizionato i giudizi, che potrebbero mutare se venissero presi in esame anche i mesoletti, cioè le varietà di fatto prevalenti nell’uso, talora ibride rispetto alla dicotomia formale/informale.


 


nicola.grandi@unibo.it

(Alma Mater Studiorum – Università di Bologna)




Appendice

Il questionario


 


1. Parte generale

Età:

Genere:

Dove sei nato/a?

A che corso di laurea sei iscritto/a?

Quanti libri leggi all’anno?



  • Meno di 5

  • Da 5 a 10

  • Più di 10


Leggi abitualmente un quotidiano cartaceo?

Leggi abitualmente un quotidiano online?

Hai sempre vissuto dove sei nato/a?

Se no, dove hai vissuto (prima di trasferirti a Bologna)?

Che lingua hai imparato per prima?

Quali altre lingue conosci?

Che lingua parli con i tuoi genitori?

Che lingua parli con gli amici/le amiche del luogo in cui sei cresciuto/a?

Titolo di studio dei tuoi genitori:

Licenza elementare|Licenza media|Licenza media superiore|Laurea

Mamma

Papà


 


2. Parte linguistica

Rispondere senza pensarci troppo!!!

1) Indica quale o quali delle seguenti frasi troveresti strana/e se fosse/fossero pronunciata/e da un professore/una professoressa durante una lezione. Segna (cerchiando o sottolineando o enfatizzando) quale forma ti sembra ‘sbagliata’ nelle frasi che indichi come ‘strane’:



  • Dell’esame ne abbiamo già parlato, quindi do per scontato che abbiate capito

  • Ho chiesto al vostro collega di restituirmi il libro, ma lui non si è presentato

  • Il professor Rossi insegna Letteratura italiana contemporanea

  • L’esame si tiene tra due settimane in aula 5

  • Gli studenti dell’anno scorso si sono stupiti quando gli ho detto che l’esame sarebbe stato scritto

  • Due anni fa partecipai a uno scavo in Siria e trovai una statua di marmo molto preziosa

  • All’appello del mese scorso si sono presentati una gran quantità di studenti

  • Ragazzi, se studiavate di più, passavate l’esame!

  • Umberto Eco ha scritto Il nome della rosa

  • Loro hanno deciso di non frequentare il corso

  • Bianchi non si è presentato all’esame, avrà cambiato idea

  • Chi era assente il giorno che ho spiegato come si svolgerà l’esame?

  • A me mi piace il modo con cui il manuale affronta il problema

  • Mi raccomando: studiate la fonetica, perché è un argomento a cui ci tengo davvero!

  • Quello che vi interessa è l’esame. In fondo è quello il motivo che siete qui

  • All’orale potete partire da un argomento a vostra scelta: la fonetica, piuttosto che la morfologia, piuttosto che la sintassi

  • Ieri ho ricevuto una mail da una signora che suo figlio è stato mio studente. Non mi era mai successo prima

  • Domani sarò sostituito da un collega di cui sono decisamente più anziano

  • Venti anni fa sono andato negli Stati Uniti

  • A me che impariate a memoria quello che dice il libro non mi interessa

  • Il collega che gli avevo chiesto l’aula non me l’ha concessa, quindi devo rinviare l’esame

  • Siete  sicuri che avete capito?

  • Oggi molti diplomati si iscrivono all’Università


 


2) Indica quale o quali delle seguenti frasi troveresti strana/e se fosse/fossero pronunciata/e da un tuo amico/una tua amica quando siete fuori assieme. Anche in questo caso segna (cerchiando o sottolineando o enfatizzando) quale forma ti sembra ‘sbagliata’ nelle frasi che indichi come ‘strane’:



  • Non voglio scuse: domenica prossima andiamo al mare!

  • Vieni alla mia festa, perché è una cosa a cui ci tengo davvero!

  • Marco ha finalmente detto a Lucia che la ama!

  • Di quella storia ne abbiamo già discusso, quindi non parliamone più!

  • Ti ricordi il giorno che siamo andati al mare in bicicletta?

  • I miei mi hanno guardato con due occhi così quando gli ho detto che avrei fatto l’università!

  • Dovevo vedermi con Marco alle 17, ma lui non si è visto

  • A me questa birra non mi piace proprio

  • Marta non arriva, andiamo via. Avrà avuto un contrattempo

  • Hai visto quel ragazzo il cui motorino è parcheggiato qui fuori?

  • Al primo anno di Lettere studiai Storia romana e mi piacque molto

  • Oh, è mezzora che ti aspetto: se arrivavi prima mi facevi un favore!

  • Ormai tutti hanno le stesse abitudini!

  • Sabato possiamo andare al cinema, piuttosto che in discoteca, piuttosto che a casa mia

  • La vedi quella ragazza? È quella che il suo ragazzo se ne è andato con Marta

  • Alla fine loro sono rimasti a casa

  • Ma sei sicura che hanno ricevuto il messaggio?

  • Al concerto c’erano un sacco di persone!

  • Avete notizie di quella tipa che le ho prestato la bici?

  • In prima elementare siamo stati in gita allo zoo di Verona

  • Questa piada a me mi piace davvero!

  • Spero che Natale arrivi presto!

  • Io voglio chiarire questa storia, è l’unica ragione che sono qui, sennò potevo restare a casa!



Pubblicato il 27/09/2018
Note:


[*] Ringrazio Cristiana De Santis, Chiara Gianollo, Yahis Martari, Emanuele Miola, Ledi Shamku-Shkreli e l’anonimo revisore della rivista per aver letto, commentato e discusso con me una precedente versione del testo. Ovviamente l’autore resta il solo responsabile per ogni imperfezione che esso contenga.


[1] Si veda C. De Santis, Cristiana, G. Fiorentino, La carica dei 600: la campagna mediatica sul declino della lingua italiana, «Circula. Rivista di ideologie linguistiche», in stampa, per una ricostruzione della ‘nuova questione della lingua’ esplosa nel 2017, dopo la morte di Tullio de Mauro, con la cosiddetta ‘lettera dei 600’ e le repliche successive.

[2] A complemento, va segnalato anche T. De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana. Dal 1946 ai nostri giorni, Roma-Bari, Laterza, 2017. Sui processi di ristandardizzazione dell’italiano, si veda M. Cerruti, C. Crocco, S. Marzo (eds) , Towards a New Standard, Berlin-New York, De Gruyter, 2017.

[3] ‘Innaturale’ in riferimento alla netta ‘sfasatura’ tra standard stilistico/normativo e standard statistico o, meglio, all’assenza di una qualunque varietà linguistica prevalente in modo significativo all’interno della neonata Italia politica (e all’assenza di quelle pressioni dal basso, che invece si manifestano nel processo di ristandardizzazione). Per un quadro generale dei rapporti tra standard e dialetti nella formazione dell’Europa linguistica si rinvia a P. Auer, Europe’s sociolinguistic unity, or: a typology of European dialect/standard constellations, in N. Delbecque, J. van der Auwera, D. Geeraerts (eds.), Perspectives on variation. Sociolinguistic, historical, comparative, Berlin-New York, Mouton de Gruyter, 2005, pp. 7-42.

[4] La letteratura sull’italiano degli universitari è vastissima. Basti qui ricordare C. Lavinio, A.A. Sobrero (a cura di), La lingua degli studenti universitari, Firenze, La Nuova Italia, 1991.

[5] U. Ammon, On the social forces that determine what is standard in a language and on conditions of successful implementation, «Sociolinguistica», 17, 2003, pp. 1-10.

[6] Un conto, dunque, era la lingua che si doveva usare. Un altro conto era la lingua che effettivamente si usava.

[7] G. Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Bologna, il Mulino, 20162, p. 43.

[8] Si vedano, per un quadro generale, E. Pistolesi, Il parlar spedito. L’italiano di chat, e-mail e sms, Padova, Esedra, 2004 e F. Rossi, Internet, lingua di, in R. Simone (a cura di), Enciclopedia dell’italiano, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2010.

[9] Cfr. E. Miola, L’italiano dei nativi digitali, Milano, RCS Corriere della Sera, 2013.

[10] G. Berruto, What is changing in Italian today?, in M. Cerruti, C. Crocco, S. Marzo (eds.), Towards…, cit., pp. 31-60.

[11] La generalizzazione di gli non è in realtà, come nota G. Berruto (Sociolinguistica dell'italiano contemporaneo, Roma, Carocci, 2001 [1a ed. Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1987), un fenomeno del tutto omogeneo. Essa vale soprattutto per il plurale, come nell’esempio (2a) (R.A. Hall  segnala come questo fenomeno abbia, nello scritto, radici profonde; cfr. Statistica grammaticale: l’uso di gli, le e loro come regime indiretto, «Lingua nostra», XXI, 1960, pp. 58-65). Meno uniforme è invece al singolare, dove l’uso di gli in luogo di le incontra ancora qualche sacca di resistenza (Io a lei gli do sempre carta bianca quando mi deve tatuare perché posso stare tranquillo, da un post di Faceook; «Io l’ho chiamata a Imma [...] e gli ho detto “ma tu lo tieni sotto controllo”.. perché cioè... lascia la mia storia.. è assurdo vabbè”» articolo su «La città di Salerno» del 9 febbraio 2018, che riporta un’intercettazione telefonica; in questo caso è evidente anche una certa ‘coloritura diatopica’). Mentre nel plurale la neutralizzazione del genere è, oltre che tipologicamente molto frequente, già attestata in loro (e questo può favorire la diffusione di gli), nel singolare è l’estensione di gli che di fatto annulla la distinzione di genere, sebbene, come nota lo stesso G. Berruto, Sociolinguistica..., cit., p. 75, i casi obliqui di terza persona siano «meno connessi coi partecipanti» e questo potrebbe rendere meno saliente la piena marcatezza delle categorie morfologiche.

[12] In altri termini: la generale emarginazione del passato remoto (a favore del passato prossimo) dà a comparirono più possibilità di affermarsi rispetto agli ipotetici sono compariti/e e erano compariti/e. Una semplice ricerca con Google (21 luglio 2018) restituisce in effetti oltre 17.000 risultati per comparirono e poche centinaia per sono compariti/e e erano compariti/e.

[13] In questo contesto, lui soppianta ovviamente egli (il fenomeno è forse ancora più evidente con la sostituzione di ella con lei). Mentre in italiano standard/letterario egli ha di fatto sia valore contrastivo (come nell’esempio 4), sia valore di topic continuity, in italiano neo-standard lui pare specializzarsi in funzione contrastiva, mentre l’omissione del soggetto, in coerenza con il carattere pro drop dell’italiano, pare preferita nei casi di topic continuity (e in effetti la riformulazione di (4) con omissione del soggetto nella seconda frase è scarsamente accettabile). Per altro, come segnala G. Berruto, Sociolinguistica..., cit., p. 74, è sempre più frequente l’uso di lui in riferimento a sintagmi nominali inanimati.

[14] Incidentalmente, ciò rappresenta forse un elemento di criticità per il principio di uniformità (W. Labov, Sociolinguistic Patterns, Philadelphia, University of Pennsylvania, 1972, p. 275: «the forces operating to produce linguistic change today are of the same and order of magnitude as those which operated in the past five or ten thousand years»), che per la sociolinguistica potrebbe non essere valido sempre o per tutte le epoche. Sul tema si vedano Ph. Baldi, P. Cuzzolin, ‘Uniformitarian Principle’: dalle scienze naturali alla linguistica storica? e I. Putzu, Il principio di uniformità: aspetti epistemologici e di storia della linguistica, entrambi in P. Molinelli, I. Putzu (a cura di), Modelli epistemologici, metodologie della ricerca e qualità del dato, Milano, FrancoAngeli, 2015, pp. 37-49 e 13-36.

[15] Sulla questione, si veda E. Pistolesi, Aspetti diamesici, in S. Lubello (a cura di), Manuale di linguistica italiana, Berlin-New York, Mouton De Gruyter, 2016, pp. 442-458.

[16] G. Antonelli, L’italiano nella…, cit., p. 43.

[17] Ibid.

[18] L. Renzi, Come cambia la lingua. L’italiano in movimento, Bologna, il Mulino, 2012, p. 113.

[19] G. Berruto, Le regole in linguistica, in N. Grandi (a cura di), La grammatica e l’errore, Bologna, Bup, 2015, p. 48.

[20] L. Renzi, Come cambia…, cit. p. 39. Il testo citato da Renzi è G.L. Beccaria, Il mare in un imbuto. Dove va la lingua italiana, Torino, Einaudi, 2010.

[21] «I parlanti sono portati a chiedere una norma e, anche se i ribelli non mancano, chiedono poi che sia seguita, soprattutto nell’enorme quantità di atti scritti che accompagnano la vita sociale della comunità che si serve di quella lingua. Ci si scandalizza se la norma è violata troppo palesemente in occasioni pubbliche o, per es., oggi, in sede televisiva. La norma esplicita, depositata nelle grammatiche, diffusa dalla scuola, è, sarebbe, normalmente destinata a essere appresa dagli scolari, e poi usata tale e quale dagli adulti [...]. La più efficace difesa della norma avviene quindi nella società, nella lotta quotidiana che i parlanti combattono con i cambiamenti in atto, nella forma di accettazione e rifiuto che abbiamo provato a delineare. Questa difesa non appare, nessuno se ne accorge e ne scrive, poco gli specialisti, niente i profani. Anche i profani si occupano di lingua. Dopotutto dottori o profani siamo tutti utenti della lingua, parlanti. Ora succede che alcuni profani, alle volte esperti in altre discipline, si impegnino nella difesa di quella che credono che sia la lingua italiana, mentre in realtà è la sua norma antiquata. Questa difesa è vistosa, alle volte addirittura rumorosa, perché invade i media, dai giornali a Internet, ecc. I linguisti italiani, tutti, o quasi tutti, «liberali» in fatto di buona norma, si tengono invece alla larga. Laissez faire, laissez passer: ben pochi, tra quelli che sarebbero autorizzati dalle loro conoscenze e dal loro mestiere, trattano tali questioni e si azzardano a dar consigli in fatto di lingua» (ibid., p. 170).

[22] M. Cerruti, Changes from below, changes from above: relative constructions in contemporary Italian, in M. Cerruti, C. Crocco, S. Marzo (eds.), Towards…, cit., p. 79.

[23] L. Renzi, Come cambia..., cit., p. 7.
[24] G. Berruto, What is..., cit., p. 32.

[25] Id., Sociolinguistica..., cit., p. 24.

[26] Basti qui citare G. Berruto, Sociolinguistica..., cit. e What is..., cit.Tra i principali tratti, vanno certamente annoverati l’estensione ‘modale’ degli impieghi dell’imperfetto (es. se venivi prima, trovavi ancora posto; volevo un chilo di pere, ecc.), l’espansione del passato prossimo anche nel Centro-Sud in luogo del passato remoto, la notissima, presunta riduzione dell’uso del congiuntivo nelle frasi dipendenti (mentre nelle frasi principali l’uso del congiuntivo non pare subire contrazioni significative), la semplificazione del sistema dei pronomi soggetto (egli, ella, esso, essa, essi, esse, lui, lei, loro > lui, lei, loro), accordo ‘a senso’ del tipo un gruppo di ragazzi si allenano sotto il sole, la generalizzazione e l’estensione degli usi di gli (senza ormai distinzione di genere e numero, cfr. esempio in 2), diffusione di frasi segmentate (dislocazioni, frase scissa, ecc.), uso di cosa interrogativo in luogo di che cosa, ristrutturazione del sistema dei pronomi relativi, con estensione della forma che ed eventuale pronome di ripresa, uso non canonico di tempi verbali (soprattutto presente pro futuro), generalizzazione di suo e riduzione del dominio di proprio (es. 3), ecc.

[27] E. L. Keenan, B. Comrie, Noun phrase accessibility and universal grammar, «Linguistic Inquiry», 1977, 8, pp. 63-99.

[28] L’inserimento del futuro epistemico in questa lista va motivato. Il fatto che esso sia realmente in tratto neo-standard è tutt’altro che scontato. Esso non compare tra i tratti esaminati da G., Berruto, Sociolinguistica..., cit. e What is..., cit. P.M. Bertinetto, Tempo, aspetto e azione nel verbo italiano. Il sistema dell’indicativo, Firenze, Accademia della Crusca, 1986, alle pp. 491-498, ipotizza addirittura che il valore epistemico sia primario, rispetto a quello deittico-temporale e supporta questa ipotesi con una serie di considerazioni legate sia alla storia dell’italiano, sia a una più ampia comparazione interlinguistica (p. 496). Tuttavia in una porzione significativa della letteratura di natura non strettamente accademica, ma più accessibile al pubblico non specialista (ad esempio agli insegnanti) in quanto disponibile soprattutto sul web, il futuro epistemico viene sovente annoverato tra i tratti dell’italiano neo-standard. Nell’articolo di Natalino Fioretto L’italiano neo-standard. Per parlare l’italiano di oggi,comparso sul portale Altritaliani, si afferma che «l’uso del futuro diviene epistemico, vale a dire che viene utilizzato per indicare azioni sulle quali si nutrono dei dubbi o su cui si fanno ipotesi». Sul sito Linguisticaitaliana.blogspot il futuro epistemico è indicato tra i tratti morfosintattici caratteristici dell’italiano neo-standard. Il futuro epistemico è considerato un tratto neo-standard anche in L. Coveri, A. Benucci, P. Diadori, Le varietà dell’italiano. Manuale di sociolinguistica italiana, Roma, Bonacci, 1998, p. 157. Per questo si è ritenuta utile una ricognizione anche di questo tratto. I risultati che discuteremo alla fine del lavoro, per altro, mostrano una percentuale assolutamente schiacciante di giudizi di assoluta accettabilità del futuro epistemico da rendere davvero implausibile l’ipotesi che sia una innovazione recente.

[29] Il questionario è stato somministrato da un gruppo di studentesse e studenti del mio corso di Sociolinguistica nell’a.a. 2016/17, sotto la mia supervisione. La somministrazione del questionario è stata presentata come finalizzata ad una ricognizione sull’evoluzione dell’italiano. Si è scelto inoltre di non utilizzare le etichette ‘giusto’ e ‘sbagliato’ per evitare che il questionario venisse interpretato come un’indagine sulle competenze degli intervistati. La formulazione e la modalità di somministrazione sono state pensate per limitare al minimo le conseguenze di quello che G. Berruto, L’italiano impopolare, Napoli, Liguori Editore, 1978, a p. 45, definisce ‘effetto da esame’ sull’intervistato o sull’intervistata, con conseguenti reazioni ansiogene.

[30] Cfr. tra gli altri F. Sabatini, Francesco, L’“italiano dell'uso medio“: una realtà tra le varietà linguistiche italiane, in G. Holtus, E. Radtke (Hrsg.), Gesprochenes Italienisch in Geschichte und Gegenwart, Tübingen, Narr, 1985, 154-184.

[31] Sociolinguistica..., cit., p. 23. Berruto prosegue affermando che «si tratta della lingua che è descritta e regolata dai manuali di grammatica; in linea di principio, è non marcata né diatopicamente né socialmente». Vista la natura dei dati, viste le dinamiche del processo in corso e, soprattutto, visti i tempi di reazione che le grammatiche, soprattutto normative, hanno rispetto al riconoscimento e alla legittimazione degli effetti del mutamento, forse conviene attenuare questa affermazione, stabilendo come parametro di riferimento non solo la presenza dei tratti nelle descrizioni grammaticali, ma anche l’assenza di una esplicita ‘condanna’ e la tendenza a una mancata correzione/sanzione in contesti adeguati (come gli elaborati prodotti in ambito scolastico).

[32] Per quanto concerne la distribuzione su scala regionale, il campione non è stato costruito tenendo conto di questo parametro, quindi la somministrazione dei questionari è squilibrata a vantaggio dell’Emilia Romagna (un terzo esatto dei questionari elaborati) e in generale del Nord. Questa è una premessa che va tenuta presente nel commento ai dati che seguiranno.

[33] G. Berruto, Sociolinguistica..., cit. p. 77. Si veda anche M. Cortelazzo, Perché “a mí me gusta” sì e “a me mi piace” no?, in G. Holtus, E. Radtke (Hrsg.), Umgangssprache in der Iberoromania. Festschrift für Heinz Kröll, Tübingen, Narr, 1984, pp. 25-28.

[34] Sul tema si veda anche C. Mauri, A. Giacalone Ramat, Piuttosto che: dalla preferenza all’esemplificazione di alternative, «Cuadernos de Filología Italiana», 2015, 20, pp. 49-72.

[35] C. De Santis, L’uso di piuttosto che con valore disgiuntivo, «Studi di Grammatica Italiana», XX, 2001, pp. 339-350 e Cinque cose da sapere sulla lingua che parliamo ogni giorno, in F. Masini, N. Grandi (a cura di), Tutto ciò che hai sempre voluto sapere sul linguaggio e sulle lingue, Cesena-Bologna, Caissa, 2017, pp. 177-180.

[36] L. Renzi, Come cambia…, cit.

[37] W. Labov, The study of change in progress: Observations in real time, in Principles of linguistic change; Internal factors, Oxford, Blackwell, 1994, pp. 73-112.

[38] Si veda Cerruti, Changes from..., cit. per alcuni dati quantitativi. Per un quadro generale, si rimanda anche a G. Fiorentino, La relative debole. Sintassi, uso, storia in italiano, Milano, FrancoAngeli, 1999.

[39] Cfr., tra gli altri, F. Sabatini, L’“italiano dell’uso medio”..., cit., p. 164, L. Serianni, Grammatica italiana: italiano comune e lingua letteraria, Torino, Utet, p. 318 e G. Berruto, Sociolinguistica..., cit., p. 69.

[40] L. Serianni, Gramatica italiana..., cit., p. 318. Possono essere ricondotte a quest’ultima varietà le numerosissime occorrenze di che pro in cui ad esempio in Manzoni (ma anche in Verga).

[41] Questo vale, ad esempio, per il futuro epistemico che, come si è detto, potrebbe addirittura essere il valore primario del futuro in italiano. In questo caso, quindi sarebbe stata la grammatica normativa ad imporre come principale in sincronia un valore secondario in diacronia ‘alterando’ artificialmente in segmento del sistema. Il legame tra profondità temporale di attestazione e percentuale di giudizi di scarsa accettabilità non è però automatico. A me mi, ad esempio, è saldamente attestato nella storia della nostra lingua, ma nonostante questa partenza di rincorsa non ha mai di fatto superato il vaglio dell’accettazione sociale, anche perché, come si è scritto sopra, resta uno degli obiettivi preferiti dei ‘puristi’ e uno dei costrutti tipicamente bollati come sbagliati dalle grammatiche scolastiche. Invece, il numero di giudizi di scarsa accettabilità di piuttosto che, che un minor radicamento nella storia della nostra lingua, è più basso delle aspettative probabilmente perché di esso le grammatiche normative non si sono (ancora?) occupate e, quindi, è meno stigmatizzato.

[42] E. L. Keenan, B. Comrie, Noun phrase…, cit.

[43] Per quanto riguarda la situazione delle relative che rimandano a posizioni basse della gerarchia, è evidente lo spostamento in posizione marginale delle frasi relative introdotte da un elemento complesso, cioè dal relativo flesso e dalla proposizione (da cui, con cui, ecc.). Ma i dati analizzati sopra mostrano che il percorso inverso non è stato compiuto dalle relative ‘innovative’ con che polivalente e pronome di ripresa. C’è dunque un ‘vuoto’ per le posizione basse della gerarchia e la sensazione è che i parlanti, a livello soprattutto informale, ma non solo, preferiscano costrutti alternativi alle relative, strutture relative più articolate (es. grazie al(la) quale/cui, rispetto al(la) quale/cui; cfr. M. Cerruti, Changes from..., cit.) e l’ormai diffusissimo dove (S. Ballarè, S. Micheli, Usi di "dove" nell’italiano contemporaneo: costruzioni relative e dinamiche di ristandardizzazione, in Linguistica e Filologia, 38, in stampa). Si tratta comunque di un ambito nel quale ulteriori indagini sarebbero auspicabili.

[44] G. Berruto, Sociolinguistica..., cit.
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