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Indice

Tema n.5:

Addio giovinezza!
Analisi di un topos crepuscolare

Chi del crepuscolarismo s'interessi tanto da frequentarne anche i minori e i minimi facilmente potrà notare come quei giovani poeti - pressoché tutti - una volta almeno abbiano compianto la fine della loro giovinezza, con termini simili e analoghe riflessioni, laddove abbiano tentato di esprimere, oltre ai lamenti, le cause del loro precoce sfiorire. Né mancano, in quegli stessi anni, pagine simili in opere d'autori estranei al crepuscolarismo: vi doveva dunque essere una più diffusa ragione, dietro questo sentirsi così repentinamente vecchi, al di là delle singole vicissitudini biografiche e dell'appartenenza ad una certa "scuola".

Purtuttavia, anche restringendo l'analisi ai soli crepuscolari, sarebbe troppo ingenuo ridurre questo fenomeno ad una posa o ad una moda passeggera, se davvero ogni movimento letterario è l'espressione di un più profondo movimento spirituale, come a tal proposito scriveva già il Petronio, uno dei primi studiosi del crepuscolarismo.:72).



Scopo di questa indagine è analizzare le origini storiche, i modelli letterari e – sia pur solo per un breve tratto – l'evoluzione di un tema così frequente e caratteristico.

Per delineare un primo quadro di quell'epoca, e soprattutto della "condizione giovanile" d'allora, si leggeranno con profitto le parole di un poeta che fu per certi versi precursore del crepuscolarismo: Arturo Graf.



Una prima, autorevole, conferma dell'attendibilità di questa analisi viene addirittura da un testo scientifico, opera di quel Paolo Mantegazza che fu il primo antropologo d'Italia: costui, già nel 1887 – dunque vent'anni prima di Ecce homo – pubblicò un saggio intitolato Il secolo nevrosico, in cui analizzava gli effetti del vivere moderno sul sistema nervoso, primo dei quali il pessimismo, per cui tutti – ma i giovani in particolare – divengono scettici e si perdono d'animo[1].

Nel compianto sulla fine della giovinezza potremmo dunque fissare una prima distinzione, tra ciò che riguarda la decadenza fisica e quanto invece debba riferirsi alla perdita dell'entusiasmo, alla sfiducia nel futuro ed in se stessi. Ma tale distinzione non sarà mai netta e decisiva, sempreché sia vero quello che, per l'appunto, si legge negli aforismi di Arturo Graf: "Se l'anima tua invecchia innanzi tempo, invecchierà innanzi tempo anche il tuo corpo[2]".

Ma per comprendere come il passo citato esprimesse appieno la condizione giovanile d'un secolo fa, basterebbe la testimonianza di Carlo Calcaterra, che fu in quegli anni allievo del Graf e, per così dire, condiscepolo di Gozzano. Nell'introduzione ad una sua nota raccolta di saggi, Con Guido Gozzano e altri poeti, il Calcaterra si servì appunto di quelle stesse parole del suo antico maestro[3], per far comprendere ai lettori i dubbi, le amarezze e i disinganni di un'intera generazione.

L'invettiva d'Arturo Graf, pur così accessa, coglie nel segno e trova conferma nel successivo giudizio dei critici. A ben vedere, i suoi strali sono rivolti non tanto verso la civiltà "cupa e feroce" (nella cui analisi concordava sostanzialmente col Mantegazza) quanto verso quelle fonti ideali da cui si attendeva invano una "parola di vita": religione e filosofia, scienza ed arte. Certo la crisi del positivismo ed il rifiuto della poesia decadente ebbero in quegli anni un valore determinante – e tanto più dovettero averlo per un poeta che si rivolgeva ai suoi discepoli – ma altri hanno invece insistito sulla natura storica e sociale di quello smarrimento.


Allo stesso modo Umberto Bosco e Nino Tripodi insistevano sulla crisi dei vecchi partiti[4] e sulla desolante politica italiana tra Otto e Novecento; crisi che faceva sentire ancor più stridente il contrasto della realtà d'allora cogli ideali della poesia carducciana[5]. Al di là dei sistemi filosofici e dei movimenti letterari forte era dunque l'incidenza della vita quotidiana, con tutte le sue ipocrisie e le sue piccole miserie.

Non tutti i testi, però, lasciano trasparire il fastidio dell'autore per la società in cui vive; alcuni parrebbero compiangere, molto più semplicemente, la fine della giovinezza – la sua fine "biologica" – senza riferimenti esterni: è il caso del testo più celebre di questa rassegna, I colloqui [I] di Guido Gozzano, la lirica che apre e dà il nome all'intero volume del 1911:

Venticinqu'anni!... Sono vecchio, sono

vecchio! Passò la giovinezza prima,

il dono mi lasciò dell'abbandono[6]!


Venticinqu'anni! Ecco il termine della "giovinezza prima", su cui il poeta insiste qui ed anche altrove, sia parlando in prima persona (come In casa del sopravvissuto[7]) sia celandosi dietro la figura di Totò Merumeni, il quale a sua volta "ha venticinque anni[8]".

I colloqui avevano, però, un precedente illustre, poiché la stessa situazione, ma più cupamente disperata che malinconica e lieve come in Gozzano, si trovava già nel Praga di Desolazioni[9], il componimento con cui il poeta nel 1864 volle chiudere la raccolta Penombre (anche in questo caso, dunque, una posizione "forte" all'interno del volume):

Il marchio aspetto delle bianche chiome,

a cinque lustri errando nella vita,

vecchio come una quercia e affranto come

un sibarita,[10]




Sempre nello stesso volume, pubblicato a venticinque anni, torna in almeno altri due passi questo presagio – dunque non occasionale – sulla precoce fine della giovinezza: in Dama elegante il poeta ricorda "la noia che precede gli anni[11]"; mentre così si legge nei versi A Vittor Hugo:

O giovinezza che già muti nome,

una pura armonia spirami ancora,

un inno alato!

Pria che il verno dal cor salga alle chiome,

prima che tutta la mia bionda aurora

m'abbia lasciato! [12]



Ma Praga non sembra considerare il decadimento fisico: egli attende ancora il "marchio delle bianche chiome" giacché la noia in lui "precede gli anni" e il "verno" che gli opprime il cuore non è ancora salito ad incanutirgli il capo; ed infine, proprio nelle ultime strofe di Desolazioni, inveisce contro "un odiato involucro ventenne" che ancor trattiene in vita "un'anima di cento anni[13]". La coincidenza tra i due poeti si direbbe allora casuale, limitata alla fatidica età di venticinque anni: Praga lamenta piuttosto la sua insoddisfazione d'artista per una meta non raggiunta, per tutti i disinganni che gli han tolto il "coraggio" e la "fede" (son parole sue) di poterla raggiungere ancora, quella meta.

Riprendendo però la lettura di Desolazioni vi si può ravvisare, per Gozzano, la fonte di un'altra possibile reminiscenza, ispirata dai versi in cui Praga accennava alla causa del suo rammarico per il passare degli anni; rammarico determinato dalla lunga e vana attesa di un suo non meglio specificato ideale, che il poeta chiama "fantasma".



Ma non sono forse queste le parole di Totò Merumeni, il quale, appunto, "sognò per anni l'amore che non venne"? L'interpretazione del "fantasma" di Praga semplicemente come amore sarebbe certo restrittiva; ma quello che più importa, e che avvicina le due poesie, è il comune destino di una giovinezza trascorsa nell'attesa – fiduciosa ma forse troppo inerte – di un bene che non sarebbe mai giunto. La suggestione, anzi, era ancor più antica, e la si trova espressa in termini difficilmente equivocabili già nel Responso, compreso nella precedente Via del rifugio:



Come una sorte trista è sul mio cuore, immagine

(se vi piace l'immagine un poco secentista)



d'un misterioso scrigno[14] d'ogni tesoro grave,

ma ne gittò la chiave l'artefice maligno […]



Se al cuore che ricusa d'aprirsi, una divota

Rechi la chiave ignota dentro la palma chiusa,



per lei che nel deserto farà sbocciare i fiori,

saran tutti i tesori d'un cuore appena aperto […]



Nel cuore senza fuoco già l'anima è più stanca,

più d'un capello imbianca, qui, sulla tempia, un poco.



Ogni sera più lunge qualche bel sogno è fatto:

aspetta il cuore intatto l'amore che non giunge[15].




Qui l'attesa era ancora in atto – il verbo è al presente – ma, in compenso, i primi segni dell'invecchiamento sembrano aver già fatta la loro comparsa. Al di là di questa variazione, possiamo comunque tracciare una linea che da Praga vada fino a Gozzano: individuati il punto d'arrivo e il punto di partenza, restano da tracciare alcuni punti intermedi.

Sicuramente noto a Gozzano perché anch'egli torinese, Enrico Thovez in molti versi giovanili aveva prima di lui mostrata una certa affinità con Praga[16], intrecciando nuovamente quei due temi che già si trovavano uniti nei versi del poeta scapigliato.

Thovez pubblicò il suo Poema dell'adolescenza nel 1901, quand'egli aveva già superata la trentina, ma lo aveva in gran parte composto tra i diciotto ed i ventiquattro anni[17]. Ricorre in lui, fin quasi all'ossessione, il compianto sulla prematura fine della giovinezza: "Me non ventenne già opprime la sconsolata vecchiaia[18]" e per questo giunge fino ad invocare la morte, dal cui desiderio neppure il pensiero della madre potrebbe distoglierlo (mentre si ricorderà come Gozzano, nel giorno esatto del ventesimo compleanno, pubblicasse in rivista la sua Laus Matris, che si chiude proclamando la propria gioia di vivere e l'anelito ad una impossibile immortalità).

Anche il tema dell'attesa (attesa dell'amore, attesa casta e quasi religiosa) ricorre spesso nel poema: "E mi chiedevo: verrà l'amore? Troverò mai / l'anima che mi comprenda in questi aneliti?[19]" Domande alle quali lo stesso poeta, più avanti, darà la sua sconsolata risposta: "Son vecchio. Passano gli anni. Io lotto, gemo ed aspetto. / Sento che scendo una china donde più non tornerò / […] / e sogno, palpito, e attendo l'amore che non verrà[20]". Come Totò Merumeni, il quale – ripetiamolo– "sognò per anni l'Amore che non venne".

Questo tema dell'attesa è a sua volta un piccolo topos crepuscolare[21] di cui si trovano attestazioni anche molto diverse: può essere appena accennato, circoscritto ad un episodio minimo, come nella Domenica di Moretti, dove "l'amante pieno d'ardore, / che attese presso una chiesa / si logorò nell'attesa / tutto il suo giovane cuore[22]"; oppure ispirare il titolo e l'argomento di un'intera poesia. È il caso dell'Attesa di Corazzini.



Tornando ai versi di Enrico Thovez possiamo osservare altri elementi che lo avvicinano a Gozzano, giacché al semplice lamento sulla fine della giovinezza si aggiunge il rimpianto[23] di non essere vissuto, così come in Gozzano la "non assai goduta giovinezza" viene assimilata ad "un bel romanzo che non fu vissuto[24]".

Tuttavia il caso di Gozzano è molto più complesso, perché termina nella contrapposizione già pirandelliana[25] tra "vivere" e "vedersi vivere", che manca affatto nel giovane Thovez[26]: per lui resta sempre centrale il problema dell'amore, del grande amore sognato nell'adolescenza, ingenuo e quasi estraneo alla passione erotica. Nel poema, a seconda degli stati d'animo, egli esalta o ripudia questa suo antico orgoglio di serbarsi "puro e leale[27]"; ma alla fine respinge sempre i facili piaceri (Nell'ombra, in Il poema dell'adolescenza, vv. 8-10 e 18-20[28]).



Questo lo avvicina ancora una volta ad Emilio Praga che in Libreria, dopo la confessione d'aver anch'egli "libato al calice / dei godimenti umani" esclama "O maledetta, inutile / se tutta è qui la vita![29]". E a ben vedere neppure Stecchetti, gaio cantor dei teneri peccati, aspirava al solo appagamento della voluttà, quando scriveva versi come questi: "Io mi volea l'amore / non la lussuria al fianco, / io ci volevo un core / sotto al tuo seno bianco[30]".

Sorprende allora un poco vedere come – sia pur in un solo passo –Thovez accusi proprio l'amore del suo repentino invecchiarsi; ma non si tratta, in questo caso, di un effetto degli stravizi, bensì del dolore per esser stato lasciato, che lo ha reso (ancora una volta) "un vecchio inutile e vile[31]".

Se il Thovez, nato nel 1869, si sentiva già vecchio a neppur vent'anni, un altro poeta ben più illustre di lui aveva detto lo stesso, ma per la ragione opposta. Gabriele D'Annunzio, nel primo di due sonetti apparsi sulla "Cronaca Bizantina" del 1° Maggio 1883 così spiegava la ragione del suo precoce deperimento:



Non più dentro le grige iridi smorte

lampo di giovinezza or mi sorride.

La giovinezza mia barbara e forte

in braccio de le femmine si uccide[32].




D'Annunzio, insomma, al contrario degli altri non aspettò molto; ma invecchiò prima: al di là di quanto veridico sia l'autobiografismo dannunziano, torna a delinearsi, in questo parallelo tra due poeti ventenni, l'antitesi tra invecchiamento fisico ed invecchiamento spirituale, che s'era già intravista con Gozzano e Praga.

Tuttavia, in questo percorso che va dalla scapigliatura al crepuscolarismo, D'Annunzio dev'essere menzionato per un testo ben più noto, compreso nel Poema paradisiaco (opera il cui influsso sulla poesia crepuscolare è risaputo): O Giovinezza! Composto nel 1890, nell'architettura del Poema venne poi collocato nell'Epilogo, ancora una volta per il valore di bilancio che assume la riflessione sullo scorrere del tempo.



Anche questo sonetto come l'altro scritto a vent'anni sembra avere un'origine tutta letteraria, forse derivata da modelli francesi; ma se l'immagine della corona ed il tema della bontà trovano riscontro nel Journal intime di Frédéric Amiel, l'apostrofe alla giovinezza avrebbe un immediato precedente nei versi del Praga A Vittor Hugo: "O giovinezza che già muti nome, / una pura armonia spirami ancora, / un inno alato![33]" Del resto D'Annunzio stesso, nel primo capitolo del libro secondo del Piacere, trattando dello Sperelli poeta, scrive che "quasi sempre, per cominciare a comporre, egli aveva bisogno d'un'intonazione musicale datagli da un altro poeta".

Va detto, inoltre, che della propria giovinezza sfiorita s'era già rammaricato anche lo Stecchetti:



Amico mio, se il fato in me ripose

Qualche forza d'ingegno, or m' è fuggita;

La giovinezza mia giace sfiorita,

Giace e visse un mattin come le rose[34].




Alla luce di questi versi il sonetto dannunziano sembra quasi una risposta: Stecchetti, nella sua simulata disperazione[35], si sentiva ormai privo d'ogni "forza d'ingegno"; mentre D'Annunzio già dalla seconda quartina si riscuote, "sa piegarsi e resistere", come dice della propria anima. Certo non bastano questi pochi elementi per stabilire una derivazione diretta, né D'Annunzio pare il tipo da voler alludere ad autori come Praga e Stecchetti. Comunque sia, più che per i possibili modelli, O Giovinezza! si segnala per il costante influsso esercitato sui poeti crepuscolari.

Cominciamo allora da Giulio Gianelli, che in due distinte liriche, compiangendo la fine della giovinezza, mostrò di ricordarsi le parole del Vate. La prima fu pubblicata in rivista nel 1907, all'età di ventisette anni, quanti ne aveva D'Annunzio ai tempi del sonetto incriminato:



O giovinezza, spirito giocondo,

ch'oggi ti sfiori nel dolor del mondo,

dalla viltà che stagna,

d'una scossa ti svincola, guadagna

il culmine ch'è tuo, e colà, dea

solitaria, dissolviti ma crea[36].




Si nota anche in Gianelli l'apostrofe iniziale alla giovinezza, l'uso del verbo sfiorire in riferimento ad essa e, quel che più conta, l'esortazione a "svincolarsi" ed a "creare", in cui emergono di nuovo – come di riflesso – i versi del Praga A Vittor Hugo, dove il poeta chiedeva alla giovinezza d'ispirargli ancora "una pura armonia […], / un inno alato[37]" (anche se là quello che viene chiesto non appare come il frutto d'una maturazione, bensì come una capacità propria degli anni giovanili, che minaccia di venir meno coll'andar del tempo: qualcosa da recuperare dal passato, anziché da conseguire nel futuro).

Anche l'immagine della "corona di giovinezza" viene puntualmente ripresa da Gianelli, tramutata però in un serto di spine (e le spine altro non sono che le precoci rughe del poeta) .



Anche i poeti che del sonetto dannunziano non mostrano puntuali reminiscenze compiangono la fine della giovinezza partendo sempre da un'apostrofe. Carlo Vallini pubblicò nel 1907, a ventidue anni, il poemetto Un giorno; e proprio nella sesta sezione (intitolata L'amore) si leggono queste parole, che il poeta rivolge a una donna.



Ancor più precoce di lui, Nino Oxilia pubblicò nei Canti brevi del 1909 un sonetto in cui lamenta l'aridità poetica (e non sentimentale) dei suoi ventun anni, rivolgendosi prima al suo passato, poi alla madre) [38].



Carlo Chiaves, torinese come Gianelli, Vallini ed Oxilia, nel Richiamo[39] pubblicato a venticinque anni in Sogno e ironia verseggia addirittura il proprio dialogo colla giovinezza morente, cui si rivolge come si sarebbe rivolto ad un'amante: davvero un'amante "che s'apprezza / solo nell'ora triste del congedo", per dirla con Gozzano (che forse da questi versi trasse la nota immagine dei Colloqui, dati alle stampe l'anno seguente) .



Ultimo in ordine di tempo a riprendere O Giovinezza! – e a riprenderla direttamente, fino a citarne i primi due versi – fu Marino Moretti con La corona di giovinezza. La poesia si legge nella raccolta Diario senza le date, comprensiva di versi scritti dal 1926 in avanti ma pubblicati solo quarant'anni dopo, nel volume mondadoriano di Tutte le poesie.



Dopo tanti giovani che per cause anche molto diverse si sentivano già vecchi, ecco un uomo di mezza età che dice di tornar giovane, che sembra anzi stupirsi di come proprio non siano sfiorite assieme la sua giovinezza e la sua poesia. Senza volerne discutere, ora, il valore artistico, nei versi di Moretti vediamo come la fede nell'arte potesse redimere questa generazione di sfiduciati; o, se non proprio la fede nell'arte, più in generale la fede nelle proprie azioni, perché dalla fede nelle proprie azioni risorgeva la fede nella vita e nella stessa giovinezza.

Fu questo il caso di Vallini e di Oxilia, entrambi volontari nella Grande Guerra, entrambi Ufficiali ed entrambi decorati al Valor Militare. Della loro ritrovata fierezza abbiamo testimonianza nelle poesie composte al fronte: del primo ricordiamo l'ode Per un'altezza; del secondo, che era stato – come s'è visto – uno dei più precoci lamentatori della giovinezza finita, abbiamo una vera e propria palinodia di quel suo poco virile lamento (Secondo intermezzo, in Gli orti, vv. 7-14).



Egli che aveva scritto "Non mi giova aver vissuto / o mamma, non mi giova aver sofferto / e neppure mi giova ora morire[40] " più avanti, nello stesso componimento, afferma che "Vivere giova tra padre e fratelli. / La vita è buona a chi la morte veda[41]" Questi versi sembrano anche contrapporsi a due celebri emistichi di Gozzano: quello in cui si domanda "Giova che si viva?[42]" e quello dove si afferma che "Buona è la morte[43]". Del resto, l'intera poesia di Oxilia, si chiude dichiarando "l'infinita / felicità d'esistere nel mondo![44]"

Anche Gozzano, a suo modo, scrisse una "palinodia" dopo lo scoppio della guerra: certo egli, già minato dalla tisi, non avrebbe potuto neppur volendo prendervi parte; purtuttavia nell'Agosto del 1915 sentiva bene che "nessuna sorte è triste / in questi giorni rossi di battaglia: / fuorché la sorte di colui che assiste…[45]". Sentimento sincero e ben comprensibile da parte di chi, solo pochi anni prima, si doleva "d'essere nato troppo tardi" ed avrebbe preferito "vivere al tempo sacro del risveglio, / che al tempo nostro mite e sonnolento![46]": una dichiarazione in cui – scriveva Sanguineti – "pare riconoscersi, in qualche modo, il lamento di un'intiera generazione di poeti[47]".

Gozzano, che non poteva vivere in sé questa metamorfosi, la fece vivere al protagonista di alcune sue novelle, Tito Vinadio[48].

Tito Vinadio, per quanto venga descritto come un "buon epicureo un poco scettico", presenta più d'una somiglianza con Totò Merumeni, caratterizzato da "tempra sdegnosa, / molta cultura e gusto in opere d'inchiostro, / scarso cervello, scarsa morale, spaventosa / chiaroveggenza": aspetti che fanno di lui "il vero figlio del tempo nostro[49]", proprio come vien detto di Tito Vinadio.

Questa è forse la miglior conferma di quanto scriveva Umberto Bosco, secondo il cui giudizio la generazione di Gozzano non aveva "nulla in cui credere; eppure un disperato bisogno di credere[50]". Anche altri autori, che crepuscolari non erano, trovarono in fondo al proprio scetticismo uno di quegli opposti ideali elencati da Tito Vinadio.

Si prenda Saba, ad esempio, che fu anche accostato – suo malgrado – al crepuscolarismo; si prenda una delle sue liriche più famose, A mia moglie risalente agli anni 1909-1910, e se ne legga la penultima strofa.



Sapendo che il poeta si sposò a venticinque anni, ne ricaviamo che a quell'età anch'egli si sentiva già vecchio, fintantoché l'amore per la sua donna non gli annunciò "un'altra primavera" [51].

Risalente a quello stesso periodo, ma ben diverso, il caso di Papini, giacché per lui il problema dell'amore fu del tutto marginale e quasi inavvertito[52].

Egli aveva trentun anni quando pubblicò Un uomo finito: titolo ed opera sono autobiografici; ma è noto come l'autore, negli ultimi due capitoli, voglia poi smentirlo: "Il titolo di questo libro è sbagliato: poco male. Qui dentro c'è un uomo ch'è disposto a vender cara la sua pelle e che vuol finire più tardi che sia possibile[53]". Cionondimeno, in tutte le pagine precedenti è diffusa l'ansia per l'avanzare dell'età: l'autore afferma d'essere giunto "a metà della vita probabile, dopo parecchie prove e una lunga quarantena di solitudini[54]"; ed un intero capitolo, La fine del corpo, è dedicato alla preoccupata analisi della propria decadenza fisica, in particolare all'indebolimento della vista, col presagio della cecità che da vecchio lo avrebbe effettivamente colpito. Giunge perfino – proprio lui! – a definirsi "un povero poeta sentimentale[55]". Altrove giudica "non più giovani" gli uomini di trenta e quarant'anni di fronte ai "veri giovani", ai "freschi giovani" di vent'anni[56]; e rimpiange lo sfuggire della propria giovinezza.[57] Teme una misera fine, eppure lo riscuotono da questo timore la consapevolezza di avere un'opera da compiere e la volontà di lasciare il proprio segno[58].



Tanta sicurezza ben dimostra come l'aver trovata una fede, sia essa nei destini della Patria (Oxilia, Vallini) o nell'amore per una donna (Saba) o nella propria missione d'artista e d'intellettuale (Moretti, Papini), potesse finalmente affrancare da quello strato di prostrazione, da quella "malattia della volontà" così comune – come s'è visto – nei giovani del primo Novecento[59].

In una più serena visione della vita anche i termini della giovinezza sembrano allora dilatarsi e andar ben oltre i venti o venticinque anni prescritti da tanti poeti, fino ai quaranta almeno.

L'elogio della quarantina è – strano a dirsi – un altro piccolo topos crepuscolare. Un primo accenno, riferito alla bellezza femminile, si può cogliere nello stesso Gozzano di Un'altra risorta: il poeta, raggiunto per via da una donna che da molto non rivedeva, ma alla quale un tempo dovette essere legato, osserva che "La quarantina la faceva bella, / diversamente bella[60]" (e qualche bella quarantenne s'incontra anche nelle sue prose: basti citare Il bel segugio).

Ma il vero elogio della quarantina si trova in autori come Moretti, che quando scrisse Contento di me sembrava già proiettarsi tranquillamente verso i novanta e passa anni da lui vissuti.

Ancor più convinte appaiono le parole di Moretti se davvero, come si direbbe, vogliono polemicamente alludere a due distinti modelli: I colloqui di Gozzano ed Il corvo[61] di Arturo Graf. Nel primo il poeta, rammaricatosi d'aver già venticinque anni, paventava nell'ordine "la trentina / inquietante", "la quarantina / spaventosa" e, subito dopo, "l'orrida vecchiezza"[62]; mentre nel secondo, rivolgendosi al corvo del titolo, si riflette sulla longevità della sua specie.

Un altro elogio della quarantina si legge nella Lanterna di Diogene. di Alfredo Panzini, autore che, ancor vivente, fu definito poeta crepuscolare in prosa[63]. Descrivendo la partenza di quel celebre viaggio che lo avrebbe portato, in bicicletta, da Milano a Bellaria, egli si compiace di ritrovarsi, non senza sua sorpresa, ancor giovane in corpo ed in spirito sulla soglia dei quarant'anni.



Panzini, nato nel 1863, era coetaneo del D'Annunzio; ma oltre alla classe nient'altro sembra accomunarli. Anche l'atteggiamento del Vate verso la quarantina è del tutto differente. Egli, che s'era detto vecchio a vent'anni per scherzo e a ventisette anni per letteratura, a quarant'anni, nel giorno esatto del compleanno celebrò sul serio, in una sua favilla, le Esequie della giovinezza:



Bisogna dunque che io imbalsami alfine il cadavere della giovinezza, che fasciato di bende io lo chiuda tra quattro assi e ch'io lo faccia passare per quella porta, ove lo spettro della vecchiaia è apparso tra i battenti socchiusi e con un cenno quasi familiare m'ha augurato il buon giorno. È apparso e scomparso. Nulla sembra mutato, in me, fuori di me. Non sento alcuna diminuzione vitale, se spio le mie arterie i miei muscoli i miei polmoni il mio cervello. Tuttavia so che lo spettro abominevole è ora nascosto in qualche angolo della casa, dentro un di quegli armadi tarlati, dietro quel mucchio di cartapecore, forse tra quell'oriuolo da polvere e quel cero lacrimoso, nell'ombra perfida. È il nuovo ospite. Scacciarlo non potrò; ma domani forse lo dimenticherò vestendomi di quell'acciaio che ogni mattina suol fabbricarmi il mio coraggio; ché ogni mattina, come Alfonso di Ferrara, ei fabbrica « un bonissimo acciaio ».

Ma stamani m'ha abbandonato. È la peggiore delle tristezze per un combattente. L'ho provata due o tre volte nella vita; e, se la preghiera mi giovasse e se io fossi per pregare il mio dio, non gli domanderei se non di risparmiarmela[64].



E lo scritto prosegue più che nel rimpianto della giovinezza passata, nel pensiero costante della morte; come se fosse proprio "l'altra meta" (per dirla con Gozzano) ad inquietar D'Annunzio.

Ma non vorrei terminare con una nota così lugubre: preferisco porre qui, a conclusione, il più bell'elogio della quarantina che io conosca, scritto da Luigi Orsini. Egli non fu precisamente un crepuscolare, ma era tra i più cari amici del Panzini (altrimenti non poteva essere: entrambi romagnoli, entrambi poeti, entrambi allievi del Carducci[65] ed entrambi insegnanti a Milano). Pertanto, dopo aver citato Panzini, non sarà fuori luogo citare anche "il suo amico poeta Gigino[66]":



Quarant'anni. L'età più bella. Bisognerebbe dire al tempo: fermati lì. I vent'anni sono per lo più scipiti, perché privi di quel tanto d'interiorità che insapora la vita. L'esercizio fisico attrae e distrae verso forme di attività esterna. Non parliamo poi dell'amore. A quell'età non ci si pensa, o ci si pensa poco. Se si ha la morosa è perché bisogna averla, altrimenti non s'è uomini.

Ma più si cammina con gli anni e più le cose mutano. I fiori prendono un altro colore, le nuvole un'altra forma, l'amore un altro gusto. Gli occhi vedono più chiaro, il sentimento più fondo, il pensiero più lontano.

E anche il palato ci ha la sua parte: buona cucina, buon sigaro, buona compagnia acquistano un'importanza sempre maggiore fra i piaceri terreni. E anche un po' di poesia, forse: che non fa male[67].

Note:


[1] Cfr. Paolo MANTEGAZZA, Il secolo nevrosico, Pordenone, Studio Tesi, 1995, pp. 53-54 e 73-74.

[2] Arturo GRAF, Ecce homo. Aforismi e parabole, Milano, Treves, 1908, p. 163.

[3] Carlo CALCATERRA, Con Guido Gozzano e altri poeti, Bologna, Zanichelli, 1944, pp.VIII-IX.

[4] Cfr. Umberto BOSCO, Dal Carducci ai crepuscolari, in Realismo romantico, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1959, pp. 213-214.

[5] Cfr. Nino TRIPODI, I crepuscolari, Milano, Edizioni del Borghese, 1966, p.10-12.

[6] Guido GOZZANO, I colloqui [I], in I colloqui, vv. 1-22.

[7] Cfr. Guido GOZZANO, In casa del sopravvissuto, vv. 43- 48: "Mah! Come l'io trascorso è buffo e pazzo! / Mah…" – "Che sospiri amari! Che rammenti?" / "Penso, mammina, che avrò tosto venti- / cinqu'anni! Invecchio! E ancora mi sollazzo / coi versi! È tempo d'essere il ragazzo / più serio, che vagheggiano i parenti".

[8] Guido GOZZANO, Totò Merumeni, in I colloqui, vv. 17-20.

[9] Che Gozzano conoscesse bene le opere del Praga stanno ad attestarlo i molti luoghi simili, tra i quali forse il più notevole è la dichiarata vergogna d'essere poeta, vero e proprio topos crepuscolare che già si riscontrava nei versi dello scapigliato: "Tanta vergogna mi mordeva il cuore / d'esser poeta" (Rivolta, in Penombre, vv. 19-20). La vicinanza dei due autori è, per altri versi, già da tempo nota alla critica: cfr. Giovanna SCARSI, Gozzano e gli scapigliati, in AA.VV. Guido Gozzano. I giorni, le opere, Firenze, Olschki, 1985, pp. 220-222.

Anche la società in cui si trovarono a vivere presentava sostanziali analogie, pur essendo il Praga più vecchio d'oltre quarant'anni e cresciuto si può dire in pieno Risorgimento. La sua Milano, infatti, all'indomani della seconda guerra d'indipendenza appariva sostanzialmente distaccata dalla vita nazionale e dai generosi ideali d'allora, tutta "intesa alla moneta" (per dirla con Gozzano) o, meglio, al "biglietto di banca" (per dirla col Praga). Cfr. Angelo ROMANO', Introduzione a Emilio PRAGA, Tavolozza e Penombre, Bologna, Cappelli, 1963, pp. 5-6).

[10] Emilio PRAGA, Desolazioni, in Penombre, vv. 1-4 (corsivo mio).

[11] Emilio PRAGA, Dama elegante [Costei, la bionda dagli occhi procaci], in Penombre, v. 11.

[12] Emilio PRAGA, A Vittor Hugo, in Penombre, vv. 5-10.

[13] Emilio PRAGA, Desolazioni, in Penombre, vv. 41-42.

[14] L'immagine del cuore come uno scrigno chiuso deriva invece da un altro poeta ben conosciuto da Gozzano, Lorenzo Stecchetti : "Il mio cuore è uno scrigno di velluto / che con sette sigilli è sigillato" (Lorenzo Stecchetti, Il mio cuore, in Adjecta, vv. 1-2, corsivi miei).

[15] Guido GOZZANO, Il responso, in La via del rifugio, vv. 35-64.

[16] Per inciso si noti come il titolo di Fantasma accomuni tre componimenti del Poema dell'adolescenza, a cominciare da quello con cui s'apre l'opera: nei primi due casi il termine allude alla donna invano amata, mentre nel terzo si riferisce alla morte: Praga, come s'è visto, aveva designato collo stesse termine l'oggetto della sua lunga attesa.

[17] Cfr. Carlo CALCATERRA, Con Guido Gozzano e altri poeti, Bologna, Zanichelli, 1944, p. 145.

[18] Enrico THOVEZ, Notte d'estate, in Il poema dell'adolescenza, v. 5. Cfr. anche Veglie, v. 7: "Ed io d'un tratto mi vidi, mi sentii vecchio per sempre".

[19] Enrico THOVEZ, Sul ponte, in Il poema dell'adolescenza, vv. 17-18. Cfr. anche la chiusa di Grido in Aprile, che termina al v. 5 col grido "Mi manca l'amore!"; nonché Il giorno, v. 17: "Son anni ed anni che spasimo, che agogno d'essere amato".

[20] Enrico THOVEZ, Ansie, in Il poema dell'adolescenza, vv. 1-2 e 11 (corsivo mio). Cfr. anche L'autunno, v. 17.

[21] Ma se ne può forse scorgere la traccia anche nella Canzone d'Aprile di Giovanni Pascoli: "Ogni anno a te grido / con palpito nuovo. / Tu giungi: sorrido; / tu parti: mi trovo / due lagrime amare / di più" (vv. 13-18). Il poeta vi si rivolge al cuculo, il cui arrivo segna l'inizio della primavera, la stagione degli amori. Dietro vi era già, prima di Pascoli, una piccola tradizione letteraria; ma egli mostra d'attendere "ogni anno" la sua venuta, foriera di speranze poi sempre deluse: se per un estremo pudore egli non dice nulla d'esplicito, l'interpretazione resta comunque agevole.

[22] Marino MORETTI, Domenica, in Poesie scritte col lapis, vv. 29-32.

[23] Cfr. anche Rimembranze, vv. 1-5: "Come fu austera la nostra adolescenza! Trascorse / arida e grave, deserta di tenerezza e di gioia, / in un oblio solitario. Trascorse tutta in attesa di un puro bene lontano, di un premio degno del nostro / santo fervore di vita; perennamente delusa".

[24] Guido GOZZANO, I colloqui [I], in I colloqui, v. 23.

[25] La sua più celebre formulazione si legge nella novella La carriola, data alle stampe nel 1929; tuttavia la tematica del "vedersi vivere" era già presente nel primo dei Dialoghi tra il Gran Me ed il piccolo me, pubblicato in rivista già nel 1895: Pirandello precede pertanto Guido Gozzano, che scriveva attorno al 1910.

[26] È però notevole vedere come egli annoveri tra le cause del suo precoce sfiorire il fatto stesso d'essere poeta (e forse in questo potrà cogliersi il segno di quel ricorrente rifiuto della poesia e del nome stesso di poeta, comune a tanti crepuscolari): "Veniva stretta al mio fianco, a testa china, tacendo. / Vedevo i piccoli piedi vicini ai miei sulla neve. / Mormorò piano: vorrei essere anch'io poeta. - / Oh, non dir questo, le dissi, non sai che cosa vuol dire: / non sai che angoscie, che febbre, e come accorcia la vita!" (Colloqui, in Il poema dell'adolescenza, vv. 23-26, corsivo mio).

[27] Enrico THOVEZ, Sulla neve, in Il poema dell'adolescenza, v. 18. Cfr. anche L'autunno, vv.- 15-16.

[28] Cfr. anche Aneliti e L'errore: "Fu così grande l'errore! Fu così dolce respingere / ogni lusinga non degna, serbarsi intatti all'atteso / austero sogno!" (vv. 9-11).

[29] Emilio PRAGA, Libreria, in Tavolozza, vv. 108-109 e 122-123.

[30] Lorenzo STECCHETTI, T'ho fatto il precettore, in Postuma, vv. 5-8.

[31] Enrico THOVEZ, Amici [II], in Il poema dell'adolescenza, v. 3. Cfr. anche Miseria, v. 6.

[32] Gabriele D'ANNUNZIO, Sed non satiatus, in Intermezzo, vv. 1-4.

[33] Emilio PRAGA, A Vittor Hugo, in Penombre, vv. 5-7.

[34] Lorenzo STECCHETTI, A Raffaele Belluzzi, in Postuma vv. 5-8.

[35] È abbastanza noto il giudizio che dello Stecchetti e della sua credibilità di malato diede Gozzano (che malato era veramente) in una lettera a Giulio De Frenzi del 28 Giugno 1907 (cfr. Guido GOZZANO, Poesie e Prose, Milano, Garzanti, 1961, p. 1254).

[36] Giulio GIANELLI, Carità, in Poesie, vv. 1-6). Di questo stesso concetto troviamo qualche velato accenno anche in Pascoli, nell'esortazione rivolta ad una giovane: "Prega! Pregate che sfiorisca il fiore, / che il bello passi ma che lasci il buono" (I filugelli, in Nuovi poemetti, I VIII 6-7).

[37] Emilio PRAGA, A Vittor Hugo, in Penombre, vv. 6-7.

[38] Nino Oxilia fu anche autore, con Sandro Camasio, della celebre commedia Addio giovinezza!, dove però la giovinezza è quella dei laureandi che al termine degli studi si accingono, loro malgrado, ad integrarsi nella società borghese.

[39] Carlo CHIAVES, Richiamo, In Sogno e ironia. Considerazioni analoghe si riscontrano anche nei versi Ad un compagno di scuola.

[40] Nino OXILIA, Addio, passato, sogni, tenerezza!, in Canti brevi, vv. 9-11.

[41] Nino OXILIA, Secondo intermezzo, in Gli orti, vv. 58-59.

[42] Guido GOZZANO, La signorina Felicita, in I colloqui, v. 366.

[43] Guido GOZZANO, L'analfabeta, in La via del rifugio, v. 155.

[44] Nino OXILIA, Secondo intermezzo, in Gli orti, vv. 69-70.

[45] Guido, GOZZANO, La bella preda, in Poesie sparse, vv. 54-56.

[46] Guido GOZZANO, Torino, in I colloqui, vv. 39-42.

[47] Edoardo SANGUINETI, Guido Gozzano. Indagini e letture, Torino, Einaudi, 19661 (19754) p. 16.

[48] Guido GOZZANO, Un addio, in I sandali della diva. Tutte le novelle, Milano, Serra e Riva, 1983, p. 287. In una precedente novella si leggeva invece questa riflessione: "A trent'anni si ricordano i venti con lo strazio della giovinezza che non si rassegna a morire. E forse in nessun'età della vita è tanto triste volgersi indietro" (L'eredità del volontario, in I sandali della diva. Tutte le novelle, Milano, Serra e Riva, 1983, p. 269).

[49] Guido GOZZANO, Totò Merumeni, in I colloqui, vv. 17-20.

[50] Umberto BOSCO, Dal Carducci ai crepuscolari, in Realismo romantico, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1959, p. 214.

[51] Un'altra riflessione sulla giovinezza si legge nei versi della Serena disperazione, scritti tra il 1913 ed il 1915, dove la "prima giovanezza" viene definita come l'età "che poco fa, che a tutto fare aspira", affermando ancora una volta lo squilibrio fra le semplici aspirazioni e le opere compiute (Dopo la giovanezza. La vista d'una palma giovanetta, v. 13).

[52] Cfr. Giovanni PAPINI, Un uomo finito, Firenze, Vallecchi, 1956, p. 151.

[53] Giovanni PAPINI, Un uomo finito, Firenze, Vallecchi, 1956, p. 325.

[54] Giovanni PAPINI, Un uomo finito, Firenze, Vallecchi, 1956, p. 310

[55] Giovanni PAPINI, Un uomo finito, Firenze, Vallecchi, 1956, p. 145

[56] Cfr. Giovanni PAPINI, Un uomo finito, Firenze, Vallecchi, 1956, p. 103.

[57] Cfr. Giovanni PAPINI, Un uomo finito, Firenze, Vallecchi, 1956, pp. 215 e 220.

[58] Giovanni PAPINI, Un uomo finito, Firenze, Vallecchi, 1956, p. 322 (corsivo mio). Cfr. anche pp. 323-324.

[59] S'è preferito circoscrivere l'indagine ad un periodo ben definito; la propensione a compiangere anzi tempo la fine della giovinezza era comunque diffusa anche prima, specie in pieno Romanticismo, come attesta quella satira del Giusti intitolata Il giovinetto. Personalmente il Giusti collocava il limite della giovinezza verso il "mezzo del cammin di nostra vita" come si desume dal sonetto I trentacinque anni e da una lettera alla marchesa D'Azeglio (Giuseppe GIUSTI, Epistolario, Firenze, Le Monnier, 1932-1956, vol. II, p. 332). Attorno a quell'età sembrano poi concordare anche Svevo e Pirandello, se possiamo interpretare in chiave autobiografica (e le date di composizione lo consentono) rispettivamente l'incipit di Senilità (un bilancio dei trentacinque anni di Emilio Brentani) e la prima pagina della novella Prudenza, che si legge tra i Racconti aggiunti di Novelle per un anno (Milano, Mondadori, 19624, vol. II, p. 1055).

[60] Guido GOZZANO, Un'altra risorta in I colloqui, vv. 40-41.

[61] Arturo GRAF, Il corvo, in Le rime della selva. Canzoniere minimo, semitragico e quasi postumo, vv. 25-44 (corsivi miei). L'iterata affermazione "cento son troppi" avrà suggerito il ritornello di Moretti, per il quale invece "son pochi" sia quarant'anni che cinquanta, sessanta e così via. Che il poeta di Cesenatico conoscesse i versi del Graf lo provano alcune citazioni vere e proprie tratte dalle Rime della selva e contenute nel Diario senza date (da Al muscolo incontentabile in Perché picchi?; da Al novo giorno nel Mattino e da Parole d'artista in Noi di dopo). Tali citazioni sono frutto di una lettura "tardiva" di quell'opera, come avverte lo stesso Moretti in una nota all'edizione mondadoriana di Tutte le poesie.

[62] Guido GOZZANO, I colloqui [I], in I colloqui, vv. 10-15.

[63] "Può il Panzini, anzi, classificarsi l'anti-d'Annunzio per la linearità dell'arte sua, per la casta esilità della dizione, per il suo spirito provinciale. La sua prosa tardò ad affermarsi appunto per la singolarità dolorosamente e ingenuamente introspettiva dello scrittore, per il desiderio lancinante di guardarsi allo specchio, di essere estimatore di piccole, viete, dolci cose familiari, le "buone cose di pessimo gusto" dello spirito, spesso così inutili, che egli però ha avuto il merito di renderci interessanti. Da questo punto di vista, Alfredo Panzini rientra fra i crepuscolari: è il poeta crepuscolare in prosa" (Giuseppe MORMINO, Alfredo Panzini, Milano, Mondadori, 1930, p. 72 [corsivo mio]).

[64] Gabriele D'ANNUNZIO, Esequie della giovinezza, in Faville del maglio (ora in Prose di ricerca, ecc., Milano, Mondadori, 1950, vol. II., p. 532).

[65] In verità Orsini fu allievo di Carducci come Gozzano sarebbe poi stato allievo di Graf: disertava le lezioni di giurisprudenza pur d'ascoltarne la parola.

[66] Alfredo PANZINI, Il viaggio di un povero letterato, in Sei romanzi fra due secoli, Milano, Mondadori, 19548, p. 147.

[67] Luigi ORSINI, I tre sentimentali, in Itinerari Romagnoli, Milano, Editrice "Albore", 1948, p. 95.
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