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didattica:

Appunti per un corso di scrittura poetica

Il poeta secondo Pessoa


Oltre ad aver fatto l'impiegato tutta la vita, uno dei poeti maggiori del secolo, il portoghese Fernando Pessoa, coltivò l'abitudine di concepire e di firmare le sue opere con nomi diversi, e in accordo a forme, lingue, poetiche diverse. Uno di questi eteronimi, termine più forte di pseudonimo proprio perché il mutare dello stile implica un mutamento dell'identità artistica, è quello di Alvaro de Campos, teorico di un'avanguardia "sensazionista" e portatore di una critica feroce ai potentati letterarî dell'epoca. Appartiene a lui, ad esempio, questa definizione etica delle personalità poetiche, che sembra anche oggi tutta da sottoscrivere: "Il poeta superiore dice ciò che effettivamente sente. Il poeta medio dice ciò che decide di sentire. Il poeta inferiore dice ciò che ritiene sia suo dovere sentire."


"Un ritmo artificiale"


Non è stato possibile risalire alla data di questo appunto. Al 9 aprile del 1930, invece, risale la pagina - firmata dal medesimo alter ego straniato di Pessoa - che a mio parere è in assoluto più efficace a dire la necessità del testo poetico di suddividersi in "versi", spezzando il fluire "naturale" del discorso in righe che non coincidono con la fine materiale della riga tipografica. La trascrivo per intero perché, semplicemente, non si può dire meglio: "La poesia è una forma di prosa con un ritmo artificiale. Questo artificio, che consiste nel creare continuamente pause speciali e innaturali, diverse da quelle segnate dalla punteggiatura, seppure a volte con queste coincidenti, è ottenuto dalla composizione di un testo formato di linee separate, chiamate versi, che iniziano di solito con la maiuscola quasi a indicare che sono periodi assurdi, pronunciati separatamente. Si creano, attraverso questo procedimento, due tipi di suggestione inesistenti nella prosa: una suggestione ritmica, di ogni verso in se stesso, come persona indipendente; una suggestione di accentuazione, che incide sull'ultima parola del verso, dove si produce una pausa artificiale, o su un'unica parola, se il verso è formato da una parola sola, che così guadagna stacco e isolamento, senza bisogno di essere in corsivo."


La rima


E' per una ragione di questo tipo, naturalmente, che l'identità assoluta di suono e quindi di lettera (in italiano) a partire dalla vocale tonica fino alla fine, tra due parole poste alla fine di due o più versi contigui o comunque abbastanza vicini perché tale identità rimanga impressa nella memoria di chi legge, abbia per molti secoli costituito una delle prerogative fondanti di ogni testo poetico. Tale fenomeno di parallelismo è più noto infatti con il nome di rima, che non a caso - al plurale - è stato spesso titolo di interi libri di poesie.


"Cantare parlando"


Ma la pagina di Alvaro de Campos alias Fernando Pessoa continua: "Si chiederà: che bisogno c'è di un ritmo artificiale? Si può rispondere: perché per esprimere un'emozione intensa la semplice parola non è sufficiente: essa deve abbassarsi al grido o alzarsi al canto. E, poiché dire è parlare, e non si può gridare parlando, è necessario cantare parlando, e cantare parlando significa mettere musica nella parola. E dato anche che alla parola la musica è estranea, si dà musica alla parola disponendo ogni singola parola in modo da formare una musica che non le appartenga, cioè che sia artificiale. E' questa la poesia: cantare senza musica. Per questo i grandi poeti lirici, nel senso migliore dell'aggettivo 'lirico', non sono musicabili. Come potrebbero esserlo, se sono musicali."


I versi


Chi desideri allora impegnarsi nella poesia, magari per esercitarsi a scriverne qualcuna (sarebbe molto meglio, però, che leggesse almeno qualche decina di veri poeti, prima di cimentarsi a sua volta), deve imparare alcune regole per l'uso. E magari anche il funzionamento di qualche accorgimento tecnico. In poesia, infatti, le frasi sono divise secondo la punteggiatura comune, ma anche secondo una scansione interna, in senso lato "ritmica", che impone appunto a chi scrive di interrompere la riga tipografica prima della sua fine naturale. Questo andare a capo, questo tornare indietro della scrittura, in latino versus, fa sì che la conseguente frammentazione del testo poetico (versificato, appunto, diviso in versi) lo distingua da ogni altra forma linguistica scritta, dove tutto lo spazio tipografico offerto dalla pagina viene invece di norma occupato dalla scrittura.


La metrica tradizionale


Che poi la durata ritmica di ogni singolo verso sia o meno fissata a priori corrisponde a un fattore storico: fino almeno alla rivoluzione romantica dell'Ottocento, gli schemi metrico-ritmici erano regolamentati e prefissati secondo norme tramandate fin dagli inizî della cultura romanza (vale a dire dal Medioevo) e quindi il poeta applicava a ogni suo nuovo testo un sistema determinato di regole. Il sonetto, ad esempio, la forma lirica inventata nel Duecento da Jacopo da Lentini all'interno della cosiddetta Scuola Siciliana e diffusissima nella tradizione poetica occidentale e in particolare in quella italiana, era ed è pressoché automaticamente composto di quattordici versi endecasillabi ripartiti in due quartine (collegate tra loro da due rime ricorrenti che si succedono in forma alternata o incrociata: ABAB o ABBA) e in due terzine, che possono variamente alternare due o tre rime, a seconda dello schema prescelto.


Versi liberi


In tempi successivi, invece, e soprattutto a partire dal Novecento, la durata ritmica di ogni singolo verso e di ogni periodo, raggruppamento di versi (strofe) è andata progressivamente liberandosi, rimanendo affidata alla sensibilità del poeta e anche alla sua capacità di impartire a se stesso regole costruttive pronte a variare ad ogni singolo testo. E tale nuovo destino formale della poesia viene tuttora definito con la definizione ricavata dal francese di verso libero, piuttosto che con quella, tutto sommato più corretta, di metrica libera.


Significante e significato


La poesia, poi, non diversamente dalle altre forme di invenzione letteraria ma diversamente da tutte le altre forme di espressione artistica, dispone come proprio codice compositivo di una lingua naturale, che - come tale - combina le lettere del proprio alfabeto in insiemi (le parole, poi le frasi) che designano gli elementi del mondo, dell'esperienza, della percezione, siano essi astratti o concreti. Questi segni sono tratti convenzionali (altrimenti esisterebbe un'unica lingua, comune a tutti gli esseri umani) che sono divisibili in due parti fondamentali: il significante, vale a dire l'involucro materiale, insieme sonoro e grafico, delle parole; e il significato, vale a dire il corrispettivo "reale" della parola stessa, l'oggetto o la sensazione o il concetto che essa designa. Nel linguaggio comune, di tenore informativo o scientifico che sia, il significante ha una funzione di puro veicolo del significato, mentre in poesia gli si combina, sommandogli la forza materiale, fisica, pulsionale delle sue componenti, al fine di produrre un effetto complessivo (e naturalmente amplificato) di senso.

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