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Indice

Didattica:

Esclusione dal Centro, esclusione dal mercato:
una lettura della Caverna di Josè Saramago

Introduzione / Il punto di partenza / Il lavoro: echoes from the past / Il lavoro come piacere / Il lavoro contemporaneo: gerarchie / La gerarchia dei luoghi / Il controllo / Un mondo senza confini / Il contratto con i cittadini / Una nuova spiritualità / Il centro: dalla realtà alla letteratura / Il linguaggio del Centro: tra marketing e controllo / Il Centro come centro urbano / La scomparsa dei diritti / Eliminazione di diritti nella società contemporanea / Conclusioni

Il lavoro: echoes from the past

Non è certo questo il primo romanzo in cui Saramago mette al centro dell'attenzione il mondo dei lavoratori, basta ricordare Una terra chiamata Alentejo, che narra le condizioni di vita nonché le rivolte degli agricoltori nei latifondi, fino alla rivoluzione dei garofani. Inoltre, facendo un balzo in avanti di parecchi anni, possiamo ricordare che al momento della sua morte, avvenuta il 18 giugno 2010, Saramago si stava dedicando alla scrittura di un nuovo romanzo che, nei progetti, aveva come titolo Alabardas! Ababardas! Espingardas! Espingardas!, e trattava della vita di un operaio che lavorava in una fabbrica di armi[6].
Tuttavia, con il romanzo La caverna, è la prima e ultima volta in cui Saramago affronta direttamente il tema del lavoro nel capitalismo contemporaneo.
Cipriano Algor e Marçal Gacho sono i primi due personaggi che incontriamo all'interno del romanzo e sono due dei protagonisti, ai quali si aggiunge Marta Algor, figlia di Cipriano e moglie di Marçal . Non è un dato irrilevante il fatto che ci vengano forniti i nomi dei personaggi; nel 2000, infatti, Saramago ha già scritto il suo primo romanzo senza nomi, Cecità, e molti dei successivi romanzi saranno privi di personaggi con nomi propri. Saramago scrive immediatamente i significati di questi nomi. Il primo è quello di Cipriano: «algor, algore, significa freddo, intenso del corpo, preannuncio di febbre»[7]. Cipriano è infatti il padre di famiglia, di sessantaquattro anni. È il più anziano personaggio del romanzo, forse anche per questo Saramago gli dà un nome che può sembrare, forzando solo leggermente il significato letterale, macabro: a essere fredda spesso è la morte e il corpo di un anziano può essere visto come un corpo molto vicino alla morte. Tuttavia forse non è a causa dell’età che Saramago sceglie il nome del suo personaggio, bensì a causa del suo lavoro. Cipriano Algor è un vasaio abituato a lavorare a mano i suoi materiali, senza alcun utilizzo di nuove tecnologie[8], produce piatti, anfore e brocche di ceramica. Il suo metodo di produzione è ormai antiquato, così come i suoi stessi prodotti. Il Centro decide quindi, sulla base dei consumi in netta diminuzione, di non far più richiesta dei prodotti di Cipriano.
Il titolo di un saggio di David Frier (The novels of José Saramago: echoes from the past, pathway into the future)[9] rende ragione del mondo in cui Cipriano si ritrova a vivere, un mondo in cui il suo lavoro, i suoi strumenti, i suoi metodi appartengono ormai al passato, mentre il Centro e la vita che in esso si svolge sono, per contrappeso, rivolti verso il futuro.
Nel mondo descritto da Saramago questo tipo di lavoro è un echo from the past e non può trovare spazio. I prodotti devono adeguarsi al mercato, in caso contrario devono essere eliminati. Questa dicotomia tra passato e futuro ha influenza su altri due elementi: lo stile di vita e la gerarchia dei rapporti tra i personaggi.
Per quel che riguarda lo stile di vita è facile fare un’osservazione sul tempo. Se c’è una cosa che contraddistingue l’attività del Centro è la continuità: all’interno del Centro nulla si ferma, i lavori proseguono, anche di notte, anche invisibili, nelle fondamenta del Centro lavorano delle gru che non conoscono sosta. L’attività di Cipriano invece prevede della pause. Nei lunghi e numerosi capitoli dedicati all’attività lavorativa, Cipriano e Marta infornano le forme dei prodotti che poi dovranno essere vendute al Centro. Inoltre l’attività lavorativa di Cipriano è fonte di soddisfazione. Per Cipriano il lavoro non è lo strumento con cui ottenere reddito (perlomeno non solo), ma è anche motivo di orgoglio[10]. Il lavoro è il modo attraverso cui Cipriano determina la sua posizione nel mondo, non è concepibile, per lui, un altro modo di vivere[11], tanto che, in alcuni momenti, quando il fallimento dei suoi affari gli appare una possibilità certa, arriva a meditare il suicidio.

Il lavoro come piacere

La soddisfazione data proprio lavoro è però legata esclusivamente ai lavori tradizionali, che potremmo definire “echi del passato”. Marçal , che è un guardiano del Centro, non mostra mai soddisfazione per il proprio lavoro, anzi, di fronte alle battute o alle critiche di Cipriano, la sua difesa si articola sull’onore e sull’etica, mai sul piacere.
Il capoufficio con il quale Cipriano discute della possibilità di vendere al Centro statue di terracotta, ammetterà di essere utile solo nella misura in cui il Centro ha bisogno di lui e che quando tale bisogno cesserà, anch’egli sarà gettato, proprio come un prodotto.
Isaura Madruga, la donna di cui Cipriano si innamorerà, è costretta a trovare un lavoro, a causa della sua condizione di vedova. Va a lavorare in un piccolo negozio, fuori dalla città, in cui vende e impacchetta articoli, e quando Marta le domanda se le piace il suo nuovo lavoro la risposta di Isaura appare particolarmente laconica: «Ci si abitua». A questo si aggiunge il commento del narratore\autore[12] che fa emergere quanto sia alto il costo di questo sacrificio[13].
Questi elementi ci permettono di capire come il piacere del lavoro e di conseguenza la soddisfazione per il proprio lavoro, si collegano solamente ai “lavori del passato”, sviluppatisi in un mondo che non conosceva la pervasività del Centro. Non solo, l’affetto tra le persone è un legame distante dalla logica del Centro e pertanto legato a questi echi del passato. Non è un caso che la famiglia Algor, in cui padre e figlia (e madre, quando era in vita) hanno sempre lavorato nella fornace, abbiano un legame molto più forte di quello, quasi inesistente, tra Marçal (che lavora nel Centro) e la sua famiglia, ossia persone che hanno il desiderio di andare a vivere nel Centro. Il mondo dei lavori tradizionali, il mondo della famiglia Algor ormai appartiene solo al passato, ormai è freddo, vicino alla morte.

Il lavoro contemporaneo: gerarchie

Il secondo nome ad apparire è quello di Marçal Gacho, ossia «né più né meno, che la parte del collo del bue su cui si poggia il giogo»[14].
Marçal Gacho è un guardiano del Centro, un guardiano senza residenza, che vive fuori dalla città, in attesa di una promozione che gli dia diritto ad una casa nel Centro. Come mai Saramago decide di dare questo cognome a una guardia, la cui funzione è di mantenere l’ordine? La risposta è abbastanza immediata: la guardia è il ruolo su cui si poggia il giogo, la costrizione, la pena, a cui il bue (la società) è condannata per portare avanti l’aratro (il mondo, lo sviluppo). In altre parole, il ruolo della guardia è il gancio che consente alla società di essere sfruttata, se alla società mancasse questo ruolo, non potrebbe conoscere alcuno sviluppo economico. Saramago riprende l’immagine dell’aratro per definire la società che produce: come il bue viene sfruttato dal contadino, anche la società viene sfruttata, non più dal contadino, ma da quell’insieme di poteri che Saramago racchiude nel Centro.
È importante notare che il rapporto di vicinanza\lontananza dal centro crea dei livelli di gerarchia: chi svolge attività nel Centro è comunque più potente di chi è nella periferia, può prendere decisioni che influiranno sulla vita di chi è fuori (per avere idea del giudizio etico di Saramago, basta leggere l’incipit del discorso tenuto a seguito della consegna del Nobel).All’interno del complicato rapporto tra Marçal e Cipriano, è Marçal a prendere le decisioni (Marta funge da filtro ai due), tanto che quando Marçal viene trasferito, gli altri lo seguono e non potrebbero fare altrimenti. Chi ha i legami più stretti con il Centro detiene il potere decisionale. Se Cipriano riuscisse a trovare una nuova forma di commercio, se le statuine prodotte da Cipriano trovassero un mercato che gli consentissero di proseguire la sua attività, il rapporto tra i due sarebbe probabilmente paritario e Cipriano avrebbe la legittimità (la forza) per rifiutarsi di andare a vivere nel Centro.
Ecco una delle più significative differenze tra 1984 e La Caverna: chi è che decide nel romanzo di Orwell? Nessuno: per avere delle zone di decisione le persone devono fuggire dal partito (tanto che Julia e Winston per incontrarsi vanno in campagna, in un campanile). Nel romanzo di Saramago si ha l’illusione della decisione, dell’autonomia della propria vita, ma in realtà questa possibilità di decisione, questa autonomia dipende dal legame con il Centro. Se in 1984 si sta al di fuori dei dettami del partito, è obbligatorio rientrarvi[15]. Se nella Caverna, non si hanno contatti con il Centro, banalmente l’individuo non è considerato, non esiste. Al di fuori del “due più due fa quattro” non c’è niente. (continua)



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Note:


[6] Dall’intervento di Pilar del Rio, Granada, 26/04/2011. In occasione della settimana di eventi organizzata dall’Universidad de Granada, intitolata Recordando a Saramago.

[7] José Saramago, A caverna, trad. it. La Caverna. Einaudi, Torino, 2000, p. 3.

[8] Un intero capitolo è dedicato a descrivere tutti gli strumenti che Cipriano potrebbe avere per far funzionare meglio nel suo forno e che vengono utilizzati negli stabilimenti

[9] David M. Frier, The novels of José Saramago: echoes from the past, pathway into the future, University of Wales Press, Cardiff, 2007

[10] Il discorso sulla soddisfazione è valido anche per Marta: «Di sicuro non vorrai continuare a lavorare come vasaia per il resto della tua vita, Sì, a me piace quello che faccio». José Saramago, La Caverna, p. 23.

[11] In un dialogo, Marcal dice alla moglie queste parole: «La cosa più importante per tuo padre è il lavoro che fa, non la sua eventuale utilità, se gli togli il lavoro, qualsiasi lavoro, gli toglierai, in un certo senso, una ragione di vita, e se gli dirai che quello che sta facendo non serve a niente, sarà molto probabile, pur avendocelo ben evidente davanti agli occhi, che non ti creda, semplicemente perché non può». Ibid., p. 218.

[12] In diversi interventi Saramago dichiara che nei suoi romanzi il narratore non esiste, a parlare è direttamente l’autore, senza alcun filtro tra lui e il lettore. La critica non si è espressa su questo tema, tuttavia ci sentiamo di poter dire che la tecnica narrativa di Saramago porta ad un assottigliamento notevole della distanza tra autore e lettore, come raramente si può trovare in altri autori

[13] «Ci si abitua. Sì, tante volte lo sentiamo dire, o lo diciamo a noi stessi, Ci si abitua, lo diciamo, o lo dicono, con una serenità che sembra autentica, perché in realtà non esiste, o ancora non si è scoperto, altro modo di manifestare all’esterno con tutta la dignitò possibili le nostre rassegnazioni, quello che invece nessuno domanda è a costo di cosa, ci si abitua». José Saramago, La Caverna, p. 234.

[14] José Saramago, La Caverna, p. 3.

[15] In realtà, durante il dialogo fra Winston e O’Brien, quest’ultimo dice chiaramente «Tu non esisti» al suo prigioniero. Riteniamo che questa frase sia più un affronto, un tentativo di minare la sicurezza di Winston, piuttosto che una realtà. I cittadini, infatti, i sudditi del Grande Fratello, pur non avendo alcuna possibilità di voce in capitolo, sono costantemente vigilati. Tutta la costruzione del Mondo del Grande Fratello è basata su questi dispositivi di controllo, che vigilano sulle possibili anomalie, ossia su chi non vuole sottomettersi al Grande Fratello. Viceversa, come vedremo, chi non vuole sottomettersi al Centro, chi non ha rapporti con il Centro non è assolutamente sottoposto a disciplinamento. Il Grande Fratello è costantemente preoccupato dalle anomalie dei pensieri dei suoi cittadini. In questo senso è possibile dire che la loro esistenza (e quindi il controllo su di loro) è tanto forte, tanto più è forte la resistenza al regime di pensiero imposto.

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