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Indice

Didattica:

Esclusione dal Centro, esclusione dal mercato:
una lettura della Caverna di Josè Saramago

Introduzione / Il punto di partenza / Il lavoro: echoes from the past / Il lavoro come piacere / Il lavoro contemporaneo: gerarchie / La gerarchia dei luoghi / Il controllo / Un mondo senza confini / Il contratto con i cittadini / Una nuova spiritualità / Il centro: dalla realtà alla letteratura / Il linguaggio del Centro: tra marketing e controllo / Il Centro come centro urbano / La scomparsa dei diritti / Eliminazione di diritti nella società contemporanea / Conclusioni

La gerarchia dei luoghi

Nei primi due capitoli del romanzo Saramago fornisce una descrizione dei paesaggi che sono al di fuori della città. Lo schema che ci viene offerto è molto semplice, si tratta di una struttura a strati circolari, del tutto simile a una cipolla: all’esterno c’è quella che viene chiamata la Cintura Verde, dove ci sono gli spazi della coltivazione, serre ingrigite, arrugginite, costituite da lastre al di sotto delle quali ci sono spazi coltivati; a seguire si trova la Cintura Industriale, anch’essa molto grigia (il grigio è il colore che domina in quasi tutto il romanzo), in cui con l’avanzare del tempo le costruzioni sembrano essere sempre più grandi, mentre i tubi delle industrie sembrano moltiplicarsi; subito dopo abbiamo una zona nella quale non si svolge nessuna attività se non quella del furto: i camion, che corrono sulla strada che taglia in maniera trasversale la struttura a strati, vengono bloccati e derubati, e più aumentano i furti, più le baracche di questa zona si avvicinano alla strada; infine abbiamo una zona di nessuno che divide le baracche dalla città e quindi dal Centro, dove ci sono i centri commerciali, i luoghi del divertimento, le zone abitate, i magazzini in cui viene raccolta la merce in arrivo. All’esterno di questi strati (a una trentina di chilometri dalla città), c’è un centro abitato, a volte definito campagna, altre volte indicato come un insieme di case vicino alle quali c’è un ruscello maleodorante. Qui è dove vivono Cipriano e Marta.
Abbiamo scritto precedentemente che la gerarchia delle relazioni tra le persone si fonda nel rapporto di vicinanza\lontananza con il Centro. Per i luoghi vale la medesima regola: le persone che vivono nelle periferie non hanno nessuna rilevanza per il Centro stesso. La zona abitata (che non a caso Saramago descrive solo alla fine del secondo capitolo) è un luogo dimenticato, addirittura meno importante della zona delle baracche in cui si nascondo i ladri.
Per capire il potere che viene esercitato è necessario partire dall’interno di questa struttura ed evidenziare la qualità del rapporto tra la città e il Centro. Si tratta di un legame indissolubile, che lega le due entità: non c’è, non può esistere una città senza il Centro. La città è totalmente subordinata all’attività del Centro per quel che riguarda la vita, i ritmi, i divertimenti[16] e, non ultimo, il controllo.
Si è detto che Marçal è una guardia: se il Centro fosse una semplice azienda come le altre, solo un po’ più grande, sarebbe lecito pensare che il Centro possa assumere delle guardie per la propria difesa, come qualsiasi azienda che possiamo vedere camminando in una qualsiasi città europea. Però ci sono due elementi da analizzare: le mansioni di controllo delle guardie e la presenza della polizia e dell’esercito.

Il controllo

Le guardie del Centro non devono limitarsi a salvaguardare un’azienda, questo è evidente dall’inizio del romanzo. Il ruolo di Marçal è quello di uno strenuo controllo sulla vita sociale. Negli ultimi capitoli, quando Marta, Cipriano e Marçal salgono al trentaquattresimo piano del Centro con un ascensore e guardano l’interno del centro, dove ci sono le discoteche, i centri commerciali, i luoghi della vita sociale, Marçal dice esplicitamente che anche l’ascensore è uno strumento di controllo, ossia che la vita, all’interno del Centro, deve essere controllata. Non sono quindi gli ingressi dei centri commerciali a essere vigilati per controllare che nessuno rubi la merce; è la vita sociale del Centro che viene controllata. Quando Cipriano segue la famiglia per andare a vivere nel Centro e si dedica a lunghe passeggiate in cui scopre, di giorno in giorno, le innumerevoli realtà del Centro, viene subito notato da un guardiano che ne controlla i documenti e lo avvisa di lasciar perdere la curiosità e di dedicarsi ad altre attività.
A ciò si aggiunge l’esistenza della polizia e dell’esercito, di cui si parla solo poche volte o in riferimento ai controlli stradali che Cipriano subisce (o teme di subire), o in riferimento alla situazione delle baracche.
Mentre guida il suo furgone per andare nel Centro, Cipriano vede un camion ribaltato e incendiato, con esercito e polizia si recano nelle baracche limitrofe, probabilmente per arrestare i presunti ladri e incendiari. Quando Cipriano ritorna col pensiero all’avvenimento ha un’illuminazione: i presunti ladri non possono aver incendiato il camion, sono stati esercito e polizia a farlo, per avere un motivo valido per poter saccheggiare nelle baracche.
È un ragionamento che Saramago utilizza anche nel Saggio sulla Lucidità per denunciare le stragi di stato avvenute nell’ultimo secolo. Tuttavia c’è qualcosa in questo ragionamento che rimane nel sottofondo e che il lettore può intuire: chi prende la decisione dell’assalto alle baracche?
Nel Saggio sulla lucidità a prendere la decisione è un uomo di governo, appartenente ad un organismo statale, ma nella Caverna a occuparsi di ogni decisione è sempre il Centro: non viene mai citato un apparato statale, né tantomeno un governo. Di conseguenza, seguendo questa logica, è dal Centro che partono gli ordini e quindi anche le decisioni riguardo alle forze di polizia e esercito.
Perché il Centro avrebbe interesse nel distruggere le baracche? A causa del furto delle merci? In realtà il furto di merce sembra essere un problema più per chi viene derubato.
Ciò è evidente se si fa riferimento alle condizioni contrattuali imposte dal Centro: non c’è nessun diritto per chi stipula il contratto, tanto che chi vende e trasporta la merce si assume la responsabilità totale sui prodotti. Non è quindi un problema del Centro se la merce viene rubata e non possono essere i furti le ragioni che scatenano l’assalto alle baracche. A conferma di ciò, è il fatto che questi furti sono sopportati: nel primo capitolo Saramago accenna ad alcuni commenti affranti da parte di uomini della polizia, in cui si riconosce la bravura dei ladri nell’organizzazione dei furti. Ma non c'è nulla che testimoni un’azione di controllo o di repressione da parte delle forze dell’ordine, a eccezione di qualche controllo stradale, di tanto in tanto. Tuttavia anche in questo caso i controlli non sono svolti su potenziali ladri, bensì su chi trasporta la merce.
L’incendio del camion descritto da Cipriano, sembra essere più un casus belli, una scusa per poter allontanare le baracche dalla strada e fare spazio all’allargamento della Città, del Centro e della Cintura Industriale.
Al contrario del furto, la presenza scomoda delle baracche non è tollerabile perché blocca le attività del Centro. È un problema che deve essere risolto. Il casus belli è la scintilla perfetta per mettere in atto lo sgombero delle baracche.

Un mondo senza confini

C’è un altro elemento, che è l’elemento più inquietante di tutta il romanzo è che più fa emergere il carattere totalizzante di questa distopia: il fatto che il Centro cresce.
Il Centro è un’entità viva, che si espande, in larghezza, in altezza, nei suoi sotterranei si continua a scavare, ma la sua massa si espande verso l’esterno, verso la zona di nessuno. Il Centro e le baracche, ci viene raccontato, si fronteggiano, perché il destino del Centro è quello di inglobare ogni cosa. L’unica zona che resisterà, forse, è la Cintura Industriale, giacché anch’essa, scrive Saramago, va crescendo.
Il fatto che il Centro sia in continua espansione comporta che nessuno può ritenersi fuori dalla sua sfera di potere, tant’è vero che la scelta finale dei protagonisti sarà quella di fuggire, lontano. Tuttavia, vista la potenza che il Centro esprime per tutto il romanzo, siamo portati a credere che da questa sfera di potere non esista un “fuori”.
Riguardo all’esistenza (o piuttosto all’inesistenza) di un “fuori” dal capitalismo neoliberale c’è una bibliografia sterminata[17]. Tuttavia forse è utile guardare a un breve commento di Wu Ming a proposito della vicenda che ha riguardato il contratto di Saviano con la casa Editrice Mondadori:

un “fuori dal sistema” non esiste. Il sistema è il capitalismo, ed è ovunque, nel micro e nel macro, nei rapporti sociali e nelle coscienze, nelle giungle e in cima all’Everest. Noi abbiamo sempre detto – e ancora diciamo – che tutti quelli che combattono “il sistema” lo fanno dall’interno, dato che l’esterno non c’è. Il potere non è fuori da noi, è un reticolo di relazioni che ci avvolge, un processo a cui prendiamo parte, Ma ovunque vi sia un rapporto di potere, là è anche possibile una resistenza.[18]

Questo è del resto il carattere del capitalismo contemporaneo secondo Saramago.
All’interno di questo immenso potere, è chiaro che si danno dei meccanismi di disciplinamento. In che modo un mondo dominato dall’economia può determinare il assoggettamento? Tramite contratti, contratti basati sull’unico bene concepibile, il bene del Centro. (continua)



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Note:


[16] «Ogni qualvolta guardo il Centro da fuori ho l’impressione che sia più grande della stessa città, cioè, il Centro sta dentro la città, ma è più grande della città, come parte è più grande del tutto, probabilmente sarà perché è più alto dei palazzi che lo circondano, più alto di qualsiasi palazzo della città, probabilmente perché fin dall’inizio ha continuato a inghiottire strade, piazze, isolati interi». José Saramago, La Caverna, p. 244.

[17] Riteniamo di aver già dato notevoli spunti richiamando alla Nascita della biopolitica, di Michel Foucault, in particolare in riferimento al carattere di apertura del liberalismo che continua a sviluppare il proprio mercato e che può concepire se stesso solo in termini di crescita. Ci limitiamo a segnalare un altro commento, molto sintetico. Miguel Benasayag e Sabatino Annecchiarico, in Florence Aubenas e Miguel Benasayag, Resistere è creare. L’idea e la pratica della nuova resistenza nel neoliberalismo: «Penso che è molto difficile definirsi anti sistema, poiché il sistema è tutto. Il sistema include la propria contestazione. Credo che all’interno di una società esistano zone di resistenza, di creazione, di libertà e zone di oppressione e di morte. Non mi sembra molto proficuo porsi in un modo o nell’altro fuori dalla società o fuori dal sistema. Bisogna pensare in termini più complessi. Per esempio, quali possono essere i canali di emancipazione esistenti dentro il sistema e non personalizzare la cosa».

[18] Wu Ming, estratto da Saviano libero. Appunti sulla contraddizione-Mondadori, 18/04/2010, http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=157.

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