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Indice

Didattica:

I giochi degli eroi: la gloria agonale nell’epica classica
(Spunti per un percorso didattico di letteraratura greca e latina)

Doni bellissimi chiese tua madre agli dei
e in mezzo all'arena li pose, per i più forti dei Danai.
(Omero, Od., XXIV 85-86, trad. di M.G. Ciani)

Il percorso proposto rientra nella programmazione del secondo biennio del liceo classico e, considerati gli autori presi in esame (Omero e Virgilio), può essere realizzato in una classe del terzo anno, anticipando in parte Virgilio, o del quarto, riprendendo Omero. L’approccio didattico per temi è senza dubbio accattivante, purché gli argomenti trattati siano opportunamente contestualizzati dal punto di vista storico-letterario e gli autori scelti inseriti in una rigorosa trattazione, attenta anche a fornire le precise coordinate del genere letterario. L’argomento non è, di primo acchito, di particolare originalità, ma rimane, a mio avviso, ingiustamente trascurato nella pratica didattica e solo citato in classe in modo superficiale nelle sintesi dei poemi epici classici. Se approfondito, invece, con letture e confronti, questo motivo permette di riflettere su uno degli aspetti più interessanti, dal punto di vista antropologico, del mondo classico, quello agonale, declinato nella pratica dei giochi degli eroi in specifiche occasioni. I testi presentati ben si prestano alla lettura e all’analisi in classe e possono offrire lo spunto per ulteriori approfondimenti ad opera degli stessi alunni in attività di ricerca per gruppi secondo il modello della Flipped Classroom.


                                                          



Introduzione


L’etica greca antica si fondava, fin dalle origini, sulla kalokagathia, ovvero sull'ideale della bellezza fisica come specchio del coraggio e della nobiltà interiore, e sulla competizione, che di quell’ideale costituiva la conseguente espressione. Come ha efficacemente sottolineato Eva Cantarella:

Le fonti più antiche che consentono di ricostruirla (scil. l’etica greca) - l’Iliade e l’Odissea – non lasciano dubbi in proposito. Nel mondo descritto dai poemi le qualità positivamente valutate erano quelle che consentivano di emergere sugli altri consociati, per non dire – se necessario – di sopraffarli. L’ideale omerico era quello dell’uomo che aveva successo in qualunque attività si cimentasse: vincere, imporsi, essere superiore agli altri era quanto veniva insegnato a un ragazzo greco sin dalla più tenera età. [1]

L'agonismo era dunque la dimensione costitutiva di una civiltà che valorizzava le doti e l'affermazione del singolo in tutti i campi, da quello di battaglia al tribunale, dall'arena politica a quella sportiva, dalla scena teatrale a quella dell'oratoria epidittica. Si appunterà qui l'attenzione su un aspetto specifico della dimensione agonale del mondo greco, quella relativa ai giochi funebri in onore di un eroe morto [1], con un breve intermezzo odissiaco sui ludi come momento, invece, di mera festa e di svago. Si passerà poi ad analizzare questa consuetudine in un autore latino, Virgilio, che, pur con le differenze dettate dalla sua sensibilità, ha ben presente il modello omerico; da ultimo, si farà riferimento a una ripresa nella poesia italiana del Novecento.

Se è vero che «l'eroe è cacciatore per sopravvivere in tempo di pace; è guerriero per sopravvivere in tempo di guerra; è 'atleta' per affermarsi nella pace e nella guerra» [3], nasce così il culto dell'eroe, anzi, nel nostro caso, il «culto agonistico funebre, che si trasferirà...dal mondo degli eroi [4] a quello degli dei, e che sfocerà nei grandi culti agonistici, tanto cari ai Greci, ma anche così intricati nella loro genesi» [5]. In questa breve e non certo esaustiva analisi non saranno analizzati i giochi di Olimpia, di Nemea, Istmici, ma, per così dire, la loro 'preistoria', interrogando testi solitamente non letti estesamente a scuola, ma non per questo meno affascinanti.



Omero: giochi funebri in tempo di guerra...


Senza addentrarci nella complessa questione omerica, è innegabile che Omero, pur con riferimenti a periodi diversi per la stratificazione epica, sia una fonte preziosa sulla tipologia delle prime gare praticate, sulle tecniche, sulle regole e sulle occasioni in cui esse si svolgevano. Tralasciando altri riferimenti rapidi a giochi presenti nei poemi [6] e al costante allenamento dei 'campioni [7], è innegabile che i ludi per la morte di Patroclo siano un momento integrante della vicenda iliadica. Per molti studiosi [8] questa descrizione, vivace e plastica, è una sorta di vangelo dell'agonistica greca. Doverosa, a questo punto, una precisazione: in queste gare, come nelle altre, in palio non c'è la vita, come invece nel duello [9], ma l'onore (time) e i premi (athla). La 'pedagogia omerica' stimola, infatti, costantemente al primato, secondo l'espressione aien aristeuein, ovvero «essere sempre il migliore»; con buona pace del barone De Coubertin, per i Greci l'importante non era pertanto partecipare, ma vincere.

In quale atmosfera Achille indice i giochi funebri per Patroclo e qual è la loro valenza profonda a questo punto del poema, ovvero nel penultimo libro dell'Iliade? Ad Achille addormentato sulla riva del mare, sfinito dal suo smisurato e brutale dolore per la morte di Patroclo, compare in sogno l'amico che lo rimprovera per non avergli ancora dato sepoltura e gli comanda di deporre le loro ossa insieme nell'urna d'oro donata al Pelide dalla madre Teti. Al risveglio Achille compie il rito funebre sacrificando con ferocia sulla pira dell'amico due cani insieme a dodici giovani nobili troiani [10] e indice i giochi funebri in un clima in diminuendo [11] , che rinnova il piacere della narrazione e ripristina, dopo l'immensità dell'angoscia di Achille e lo scempio (aikia) da lui fatto sul cadavere di Ettore, la sfida agonale nel rispetto delle regole. Essi si svolgono, infatti, in un momento di tregua, presso il tumulo dell'eroe, vicino al mare. Gli spettatori sono i Greci, i Troiani sono assenti. «I giochi appaiono così come forma di generosità principesca, in cui i premi vengono direttamente forniti da chi organizza la gara» [12]. È, pertanto, Achille ad offrire le ricompense che, prima di essere assegnate ai vincitori, sono ammassate senza padrone al centro nell'agon, il cerchio sacro delimitato dagli spettatori [13]. Gli aspetti che rendono i giochi un evento terribilmente serio sono il carattere pubblico dei premi, posti in mostra, e la performance dei concorrenti, sotto lo sguardo attento del pubblico, nei termini di verifica dei risultati ottenuti con un'appropriazione sempre individuale del premio stesso. Non si deve dimenticare, del resto, che nelle competizioni «quell'alternativa tra vita e morte, che è peculiare della guerra, si ritraduce in termini edulcorati come alternativa tra vittoria e sconfitta, rappresentando con ciò un momento di ricomposizione per la vita del gruppo» [14].

Il programma dei ludi per Patroclo è ampio e comprende otto specialità: la corsa dei cocchi, la cui descrizione è la più ampia e ricca di particolari, il pugilato, la lotta, la corsa a piedi, il combattimento con l'asta, il lancio del disco, il tiro con l'arco; da ultimo, la prova di scagliare la lancia non ha luogo perché Achille considera Agamennone il migliore senza bisogno di dimostrazione. Cronista d'eccezione Omero con il suo avvincente racconto in presa diretta, che non ha nulla da invidiare ai resoconti attuali della Gazzetta dello Sport. Fra tutte le gare si prende ora in esame la corsa a piedi [15](vv. 740-797), non ancora distinta nelle varie tipologie, che ha tre premi e tre concorrenti: Aiace Oileo, Odisseo e Antiloco, il figlio di Nestore. Per sua deliberata volontà, Achille ‘piede rapido’ non vi partecipa. È stato felicemente osservato [16] che «dopo l'aspetto agonistico, quello che più sta a cuore, è mostrare come, anche nella cerimonia dei ludi, i vari eroi greci rivelino la medesima indole che li caratterizza in situazioni più serie»: il polytropos Odisseo, infatti, chiede aiuto astutamente ad Atena, il cui intervento fa volare e, quindi, vincere l'eroe, mentre fa scivolare Aiace mettendolo fuori gara. È la volontà degli dei a decidere l'esito, pur nell'importanza attribuita alle capacità dei concorrenti, in questo caso a Odisseo e Aiace, il valore dei quali è riconosciuto anche da Antiloco. Ritorneremo sull’aspetto della vittoria riportata con mezzi non proprio corretti [17] anche a proposito dei giochi descritti da Virgilio. Un ultimo accenno va fatto per la prova dell'asta in cui si fronteggiano Aiace Telamonio e Diomede: questo agone viene presto interrotto perché il gioco iniziale della battaglia cede il posto a una progressiva e troppo stretta identificazione con il duello; i confini, del resto, che separano finzione e realtà bellica sono molto labili in quanto «sudore, polvere e sangue coprono l'atleta come il guerriero» [18]. I Greci temono per la vita di Aiace, e la gara, vinta da Diomede, viene sospesa (vv. 822-825).


 


...e il piacere dei giochi in tempo di pace

Nel libro ottavo dell'Odissea, dopo il banchetto in onore di Odisseo, arrivato naufrago presso i Feaci, il re Alcinoo invita tutti a gare all'aperto in onore dell'ospite, che si è appena commosso al canto di Demodoco sulla sua contesa con Achille (vv. 71-103). Questi giochi si svolgono, quindi, in un'atmosfera di pace, e non prevedono premi in palio, ma devono solo indurre in Ulisse ammirazione per la valentia di questo popolo. Le prove comprendono corsa, lotta, salto (assente nell'Iliade), lancio del disco, pugilato e sono descritte in modo rapido e stilisticamente perfetto nei vv. 110-130. Alla fine [19] Laodamante, figlio di Alcinoo, interpella Odisseo circa la sua conoscenza di qualche agone in particolare e lo descrive, nonostante le sventure passate in mare, come un atleta perfetto. L'ospite conferma il suo triste destino e il giovane Eurialo, vincitore nella lotta, lo irride dubitando delle sue doti atletiche. Odisseo le dimostra [20] con il lancio di un disco massiccio ben oltre quelli lanciati dagli altri e afferma la sua eccellenza anche nelle altre specialità, tranne che nella corsa perché troppo fiaccato dal mare. Il clima si rasserena per intervento del re, il quale sottolinea la dimensione piacevole e ludica dell'esistenza dei Feaci [21], gente pacifica e consapevole del proprio ideale di vita, ai confini tra sogno e realtà, presso la quale «il mondo eroico della guerra non ha posto se non come memoria del passato altrui» [22].



Virgilio: giochi per omaggiare il padre


Nel poema nazionale di Roma, l'Eneide, non poteva mancare, riprendendo la tradizione omerica, la sezione riservata ai giochi con l'intento di prefigurare un aspetto della vita nazionale romana, i ludi funebres [23]. La competizione non doveva avere carattere esornativo, ma essere parte integrante dell'architettura dell'opera. La scelta di Virgilio del personaggio in onore del quale svolgere le gare, ricade, dunque, e non a caso, su Anchise, padre del protagonista Enea che, a sua volta, ricopre il ruolo di Achille come promotore e organizzatore dell'evento. L'occasione per la commemorazione della morte di Anchise nel l. V è il ritorno dell'eroe, a causa di una tempesta, dopo la parentesi cartaginese e la relazione con Didone, in Sicilia ad Erice, dove il padre era morto un anno prima. Enea, lasciatosi alle spalle l'infelix Elissa, morta suicida per l'abbandono, ha ripreso il ruolo dell'eroe portatore della volontà del fato alla ricerca dell'Italia come 'terra promessa'. In tale rinnovata spinta all'adempimento della missione, il ricordo solenne della figura paterna si riveste della dimensione agonale, sebbene la descrizione del poeta latino, che occupa i vv. 104-603, si distingua da quella del poeta greco per alcuni aspetti. Analizziamone due in particolare.

La prima differenza è puramente numerica: Virgilio riduce il numero delle prove da otto a quattro, la regata (che sostituisce la corsa dei cocchi nell'Iliade), la corsa a piedi, il pugilato, il tiro con l'arco. La parte finale (vv. 545-602) invece non è una vera e propria gara, ma un'esibizione, il Troiae ludus: fanciulli e giovani non ancora capaci di portare le armi danno vita, infatti, a una sorta di parata a cavallo, capitanati dal figlio di Enea, Ascanio, usanza che si tramanderà attraverso gli abitanti di Alba Longa fino alla Roma dei tempi del poeta. In secondo luogo, mentre Omero, come si è ricordato in precedenza, nei ludi per Patroclo aveva il vantaggio di presentare eroi noti con la stessa personalità dimostrata in guerra, i campioni virgiliani devono essere creati e caratterizzati per quest'occasione. Alcuni dei comandanti delle navi sono capostipiti di illustri famiglie romane, ma il fascino degli eroi iliadici risultava indiscutibilmente superiore all'erudizione genealogica. La sensibilità di Virgilio riesce, tuttavia, a dar vita a personaggi dai tratti indimenticabili, in particolare in due casi, la corsa e il pugilato. Alla prima (vv. 291-361) partecipano alcuni giovani [24], tra i quali due si distinguono sopra gli altri: Eurialo, straordinario per bellezza ed età giovanissima (v. 295 forma insignis viridique iuventa), e Niso, noto per l'amore pio del ragazzo (v. 296 amore pio pueri). I due giovani saranno i protagonisti, durante la guerra in Italia, della sventurata sortita notturna del nono libro per avvisare Enea, lontano dal campo troiano, della difficile situazione, e moriranno insieme, cadendo l'uno sul corpo dell'altro, splendido e patetico esempio di amicizia e di amore. Già nel nostro contesto, lontanissimo dal pathos della loro fine, Virgilio caratterizza la prova con il particolare risalto psicologico dato a Niso e al suo affetto per l'amico più giovane. Niso, il più veloce, ormai prossimo al traguardo, scivola, ma non dimentica l'amore per Eurialo (v. 334 non ille oblitus amorum) e fa cadere il secondo concorrente, Salio, permettendo così al ragazzo, terzo, di arrivare per primo. Alle proteste di Salio, seguite di conseguenza da quelle di Niso per il risultato perduto, Enea risponde assegnando a entrambi premi di consolazione. La bellezza (v. 344 pulchro...in corpore) e la grazia delle lacrime (v. 343 lacrimaeque decorae) di Eurialo, del resto, hanno incontrato subito il plauso del pubblico, nonostante la discutibile mossa dell'amico in suo favore. Rispetto alla vittoria di Ulisse con l’aiuto di Atena nella corsa omerica, il tocco virgiliano presenta al lettore l'episodio come preludio [25] dell'epilogo tragico del rapporto così assoluto e forte tra i due giovani.

La terza gara in ordine, e sicuramente quella tratteggiata da Virgilio in modo più drammatico, è il pugilato (vv. 362-484), per il quale si presenta inizialmente il solo Darete che, non vedendo nessuno sfidante, reclama il premio. Mosso dai rimproveri di Aceste, il re siculo ospite, si fa, però, avanti l'anziano Entello, gloria locale, pronto a sfidare la boria dell'avversario, gettando in mezzo, con gesto teatrale, due cesti pesantissimi (v. 401 in medium geminos immani pondere caestus), appartenuti al suo maestro, il dio Erice, e mostrando il corpo ancora possente. Il figlio di Anchise, a fronte della paura sorta in Darete, fornisce ad entrambi cesti pari e, dopo una gara avvincente, per sottrarre il malconcio Darete all'ormai impari lotta con l'ancora vigoroso Entello, dichiara il knock out tecnico del perdente. Il vincitore conclude il suo cimento con l'offerta al dio Erice del toro posto come premio, spaccandogli il cranio e pronunziando il suo addio definitivo: «...qui vincitore i cesti e l'arte depongo» (v. 484… hic victor caestus ar-temque repono). Virgilio lascia, quindi, l'ultima scena e l'ultima parola per la più bella delle sue vittorie al vecchio pugile in piedi presso la sua vittima.

Dopo il tiro con l'arco che conclude la competizione vera e propria, si svolge l'inattesa sfilata e il carosello equestre dei fanciulli, il ludus Troiae, in un quadro gioioso e sereno, nel quale la tensione agonistica cede al piacere della contemplazione. I giovani compiono con agile grazia la loro esibizione con uno spettacolo che rappresenta insieme la speranza del futuro nei suoi esecutori, la coscienza dell'unione della comunità e la spiegazione eziologica di un rito trasmesso fino all'età di Augusto.



Postilla: una ripresa moderna


L'episodio di Entello ha ispirato molti secoli dopo il grande poeta novecentesco Umberto Saba (1883-1957), che con la lirica Entello, dedicata all'anziano eroe virgiliano, apre la raccolta del 1946 Mediterranee mentre con Ulisse la chiude. Il poeta triestino, che ha superato i sessant'anni, rivive il saggio gesto del pugile antico e ad esso guarda come a un modello da imitare.

Per una donna lontana e un ragazzo

che mi ascolta, celeste,

ho scritto, io vecchio, queste

poesie. Ricordo,

come in me lieto le ripenso, antico

pugile. Entello era il suo nome. Vinse

l’ultima volta ai fortunosi giochi

d’Enea, lungo le amene

spiagge della Sicilia, ospite Anceste.

Bianche si rincorrevano sull’onde

schiume che in alto mare eran Sirene.

Era un cuore gagliardo ed era un saggio.

‘Qui – disse – i cesti, e qui l’arte depongo’.

Come ben sottolinea Bàrberi Squarotti [26], il poeta dichiara di concludere con Mediterranee l’‘arte’ della scrittura poetica. Nella sua vita ha davanti a sé, ugualmente e contraddittoriamente, in modo ideale e altresì reale, le due forme dell’amore che ha perseguito per tutta la sua attività di poeta e di uomo, la donna lontana e il ragazzo celeste, che lo ascolta mentre pronuncia le parole della poesia. I «cesti» deposti non sono solo quelli degli incontri sportivi e dell’arte poetica, ma anche l’emblema dell’arte amorosa con le battaglie del rapporto sessuale. Il poeta è «antico pugile» come Entello, non solo in quanto lottatore che ha superato le difficoltà, sempre vinte, della vita, ma anche perché si è battuto con i poeti, i critici e i lettori sui detrattori, riuscendo vincitore. Come Entello, anche Saba è saggio, non deve più farsi irretire dalle tentazioni delle Sirene, perché vivere e scrivere ancora, dopo l’ultima vittoria, sarebbe hybris.

La raccolta, tuttavia, si chiude con l’opposto di Entello, con il personaggio di Ulisse, che non aspira alla pace, ma che, spinto dal «non domato spirito» della poesia, riprende il viaggio per mare e l’avventura della parola poetica e della vita, della poesia e dell'amore. Per dare voce a queste due opposte tensioni, Saba ha scelto l’esemplarità di due figure del mito classico, base quest’ultimo non solo della sua poesia, sì anche di gran parte della letteratura europea.  E se la vita aggiunge sé a sé, il poeta che ne accetti il ‘gioco’ non potrà scrivere l'ultima poesia, ma ancora una poesia [27].


 


Conclusione

Come tutte le proposte di percorso letterario, anche questa è suscettibile di ampliamenti, cambiamenti, approfondimenti, divagazioni e direzioni altre da intraprendere o da far intraprendere agli studenti stessi in lavori guidati di ricerca. Mi preme, tuttavia, sottolineare al termine di questo breve intervento che la finalità principale di ogni scelta didattica deve rimanere sempre la ricerca di senso, quindi di motivazione, di ciò che si richiede di studiare agli alunni, senso che si andrà sempre più chiarendo fino a costruire per loro un sapere - mi sembra riduttivo il termine ‘programma’ - ricco di rimandi e di non scontate connessioni. L’obiettivo primario dell’insegnamento delle letterature classiche nel senso più ampio del termine (lingua, autori, testi, civiltà) è proprio quello di accompagnare gli studenti lungo un cammino che li vedrà diventare progressivamente lettori e fruitori autonomi degli scrittori greci e latini, qualunque siano gli studi da loro intrapresi dopo il liceo. Lucidamente Federico Condello ha di recente affermato che:

latino e greco non costituiscono mere integrazioni di ’ordine ‘umanistico’, con conseguente rischio di sovradosaggio; piuttosto latino e greco contribuiscono a mutare o orientare il carattere di discipline quali italiano o storia o filosofia, di cui a loro volta si nutrono; non integrano tali saperi per via meramente additiva, aggiungendo qui un segmento storico, là qualche nozione etimologica o qualche bel testo letterario: piuttosto li amplificano, perché ne allargano gli orizzonti e le possibilità didattiche e perché rinforzano le procedure e le pratiche, oltre che arricchirne i contenuti [28].

Una bella sfida per noi docenti a cui non ritengo ci si possa sottrarre.

Pubblicato il 27/09/2018
Note:


[1] Si vedano le considerazioni di E. Cantarella in E. Cantarella, E. Miraglia, L’importante è vincere Da Olimpia a Rio de Janeiro, Milano, Feltrinelli, 2016, pp. 31-35.

[2] Ibidem, p. 19: «Oltre al passaggio di età che segnava l’inizio di un’unione matrimoniale, sin dai tempi antichi i greci usavano solennizzare con gare atletiche anche il passaggio dalla vita alla morte».

[3] M. Di Donato, A. Teia, Agonistica e ginnastica nella Grecia antica, Roma, Studium, 1989, p.19.

[4] Alcuni eroi greci erano considerati inventori di alcuni generi agonistici, ad es. Perseo del lancio del disco, attrezzo con cui aveva ucciso, durante una gara, il nonno Acrisio, Bellerofonte, padrone del cavallo alato Pegaso, della corsa a cavallo, i Dioscuri, Castore e Polluce, rispettivamente della corsa e del pugilato.

[5] Di Donato, Teia, Agonistica…, cit., p. 20.

[6] Ad es. quelli a Tebe per la morte di Edipo in Il. XXIII 679.

[7] In Il. II 773-775, i Mirmidoni di Achille, ritiratosi dalla battaglia, si dilettano al lancio del disco, delle frecce e dei giavellotti.

[8] Ad es., B. Bilinski, L'agonistica sportiva nella Grecia antica, Roma, Signorelli, 1959.

[9] Il duello, come ben sottolineato in Di Donato, Teia, Agonistica…, cit., pp. 33 sgg., si svolge spesso mescolando più generi dell'agonistica, quali il lancio dell'asta e del masso.

[10] Rispettivamente Il. XXIII 57-92 e 174-176; da notare come Achille debba promettere sacrifici splendidi ai venti di Borea e Zefiro perché il rogo di Patroclo arda, a significare l'atmosfera insolita, di «eccesso in crescendo» (cfr. R. Di Donato, Esperienza di Omero, Pisa, Nistri-Lischi, 1999, p. 86, che riprende gli studi di N.J. Richardson)di questa scena, nella quale occorre l'intervento richiesto dei venti per lo svolgimento regolare del rituale.

[11] ID, Esperienza …, cit., p. 87.

[12] Omero, Iliade, trad. di M.G. Ciani, commento di E. Avezzù, Venezia, Marsilio, 1990, p. 545.

[13] Ibidem, p. 546.

[14] Ibidem, pp. 546-547.

[15] Si ricorda una particolare, ma struggente gara di corsa tra Achille e Ettore nel l. XXII dell'Iliade (vv. 188-201), in cui prevale la dimensione onirica del 'sogno di blocco': Ettore non riesce a seminare Achille (la sua morte, infatti, è segnata), Achille non riesce a raggiungere Ettore (una volta che lo avrà raggiunto e ucciso, toccherà a lui morire).

[16] R. Heinze, La tecnica epica in Virgilio, Bologna, il Mulino, 1996, p. 187.

[17] Per un’interessante analisi sui brogli e sulle scorrettezze eroiche e olimpiche, si veda E. Cantarella, E. Miraglia, L’importante…, cit., pp. 42-46.

[18] Omero, Iliade, cit., p. 547.

[19] Questa sezione piuttosto ampia comprende i vv. 131-255.

[20] Nella sua difesa Odisseo sottolinea la sua bravura con l'arco, seconda solo a quella di Filottete, come dimostrerà al suo ritorno a Itaca travestito da mendicante nella gara con i Proci nel canto XXI. Interessante a tal proposito la ripresa nella virtuosistica descrizione del torneo di Ashby nel cap. XII del romanzo di W. Scott, Ivanhoe, a cui partecipa in incognito vincendo Robin Hood.

[21] In questi versi (246-253) si nota, come sottolineato da B. Bilinski, L'agonistica, cit., p. 19, uno spirito nuovo, che si evidenzia anche nel tipo d'eroe stesso, dotato non solo di qualità fisiche, ma anche di raffinata versatilità intellettuale e di amore per i piaceri della vita.

[22] Omero, Odissea, trad. di M.G. Ciani, commento di E. Avezzù, Venezia, Marsilio, 1994, p. 397.

[23] R. Heinze, La tecnica…, cit., p.181.

[24] Come è stato giustamente notato da G. Monaco, Il libro dei ludi, Palermo, Palumbo, 1972, p. 31, questo agone «segna il trionfo della giovinezza».

[25] R. Heinze, La tecnica…, cit., p. 189.

[26] G. Barberi Squarotti, Entello, Ulisse La matrona e la fanciulla, Rende (CS), Gammarò, 2015, pp. 141-151, con un'analisi fine e dettagliata di Entello e di Ulisse come aspetti opposti e complementari di Saba.

[27] Un’ampia trattazione in E. Tatasciore, Letture da “Mediterranee” di Umberto Saba, «Soglie», a. XVI, n. 1, Aprile 2014.

[28] F. Condello, La scuola giusta In difesa del liceo classico, Milano, Mondadori, 2018, p. 151-152.
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