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Medea - dal Primo Atto [1]

Medea al primo incontro con Creusa è colpita dalla sua gentilezza e la segue nel palazzo; Giasone racconta a Creonte le vicissitudini che lo indussero a sposarla.

MEDEA         Il tuo sguardo è mite, dolce e buono, come te. Ma attenta, credimi sta’ in guardia! La strada è scivolosa e per cadere basta un passo. Credi di saper condurre sempre bene la tua barca, solo perché sinora hai potuto scendere con tanta leggerezza lungo il fiume, tenendoti ai rami fioriti sulle sponde e cullata dalle onde lucenti come argento? Là fuori, poco più oltre, infuria il mare e se osi staccarti dalla fidata riva la corrente ti strapperà e trascinerà via, laggiù in quelle grigie lontananze. Perché mi guardi così, perché quel brivido? Un tempo anch’io avrei rabbrividito con orrore dinanzi a qualcuno come me...”

(nasconde il viso nel collo di Creusa)

CREUSA       Non è una selvaggia. Guarda padre, piange.
MEDEA         Poiché sono straniera, venuta da un paese sconosciuto e ignara degli usi e dei costumi di questa terra, eccomi disprezzata, umiliata, guardata come una barbara selvatica, l’ultima, infima fra tutti, io che nella mia patria ero la prima, la regina. Farò volentieri quello che mi dite, ma ditemelo presto ciò che devo fare, anziché essere in collera con me. La tua natura è mite, onesta, lo si vede, sei sicura di te, unita e in pace con te stessa, in armonia. Questo bene, questo dono un dio me l’ha negato, ma voglio essere anch’io così e imparare da te, con gioia. Tu che sai cos’è che piace a Giasone, che lo allieta; dimmelo, insegnamelo e te ne sarò sempre grata.

[Creusa porta con sé Medea e i bambini, lasciando soli il padre Creonte e Giasone]

IL RE     E lei è tua moglie? Avevo già sentito dire tante cose su di lei, ma non volevo crederci e adesso che lo vedo con i miei occhi mi sembra ancora più impossibile. Lei, tua moglie!
GIASONE     Tu vedi solo la vetta e non puoi giudicarla se non conosci anche i gradini. Quand’ero giovane, nel fiore della mia forza, sono partito attraverso mari ignoti, per l’impresa più ardita e temeraria che gli uomini abbiano mai veduto. La vita, il mondo erano spariti, non c’erano più, non c’era più niente, solo quel vello luminoso, che splendeva infuocato nella notte, come una stella nella tempesta. Nessuno pensava più al ritorno, solo alla meta, come se l’attimo della vittoria fosse l’ultimo, l’estremo della nostra vita. Così, pronti alla lotta, nell’esaltazione della sfida e dell’azione, abbiamo attraversato mari e terre, vincendo le insidie della notte, delle tempeste e degli scogli infidi, con la morte, solo la morte, davanti e dietro a noi. Ciò che prima ci faceva orrore, sembrava lieve, dolce e buono, perché la natura era più aspra, più selvaggia d’ogni cosa.
Nella guerra con essa e con i barbari incontrati nel cammino, anche il cuore più tenero, più mite si tramutava facilmente, diveniva aspro e selvaggio. Ogni misura delle cose era perduta e ognuno misurava solo a se stesso le immani cose che incontrava. E infine accadde ciò che a tutti sembrava impossibile, la magica terra della Colchide apparve ai nostri sguardi. Oh, se tu l’avessi vista, avvolta nelle nebbie! Laggiù il giorno è notte e la notte è orrore e gli uomini son più tenebrosi della notte. E là ho trovato lei, lei che ti fa rabbrividire e che invece, credimi, era il raggio di sole che entra nella prigione da una fessura delle chiuse mura. Se qui vedi in lei la tenebra, là era luce, nella notte che le era tutta intorno.
IL RE     Il torto non è mai giustizia, non c’è luogo dove il male possa far del bene.
GIASONE     Un dio, dall’alto, volse a me il suo cuore e mi fu accanto in più d’un pericolo della mia impresa. Vedevo nascere, crescere il suo affetto per me, ma lei caparbia lo teneva in freno, senza lasciare trapelare nulla nei gesti e nelle parole. Allora quella follia afferrò in un turbine anche me e io, provocato proprio da quel suo silenzio, incline alla sfida com’ero, accettai quella sfida, le diedi guerra, mi gettai nell’amore come un avventuriero, finché lei mi cedette.
Maledetta perciò da suo padre, adesso lei era mia, anche se non l’avessi voluto. E’ a lei che devo la conquista di quel vello misterioso, è lei che mi ha portato in quella caverna spaventosa, dove l’ho strappato al drago. Da quella notte, ogni volta che incontro il suo sguardo, vedo il grande serpente che mi fissa con occhi di fuoco e tremo, rabbrividisco d’orrore a chiamarla mia moglie. Poi siamo partiti, e suo fratello è morto.
[…]
Per quattro anni un dio ci prolungò il ritorno, facendoci errare per mari e per terre. Sulla nave, in quella vicinanza e in quella promiscuità continua, sempre di fronte a lei, per ore e ore, il morso di quel brivido si è placato, quel che era accaduto era accaduto e lei era adesso mia moglie.
IL RE     Ma e poi in patria, a Jolco, dallo zio?
GIASONE     Il tempo aveva sbiadito il ricordo, l’immagine di tutti quegli orrori quando io, a fianco della mia donna barbara, e per metà barbaro anch’io, sono finalmente tornato, orgoglioso delle mie imprese, nella città dei miei padri. Ricordavo bene l’entusiasmo del popolo alla mia partenza e speravo, mi attendevo, che l’accoglienza sarebbe stata ancor più festosa, visto che tornavo vincitore. Ma le strade, quando sono arrivato, erano vuote, silenziose e la gente che incontravo mi evitava, quasi scontrosamente. Tante dicerìe, tante voci erano giunte alle pavide orecchie dei nostri cittadini, tutto ciò che era accaduto laggiù, in quel paese di tenebra, era risaputo, anzi era stato infiorato e ingigantito di fantasie raccapriccianti. Mi sfuggivano e la mia donna, mia moglie, la disprezzavano... lei era mia e dunque lo scherno verso di lei colpiva e oltraggiava me. E mio zio sapeva bene alimentare quello stato d’animo, oh, era abile, sì. Così, quando ho reclamato l’eredità dei miei padri, che lui si era presa e continuava perfidamente a sottrarmi, mi rispose imponendomi di allontanare da me mia moglie, che per lui, diceva, era un incubo con tutte quelle sue arti oscure, altrimenti avrei dovuto andarmene, lasciare il suo paese, la terra dei miei padri.
IL RE     E tu?
GIASONE     Io? Era mia moglie, si era affidata a me, perché la proteggessi. E lui che chiedeva la sua testa, era mio nemico. Neanche se le sue pretese fossero state molto più modeste, per gli dèi, non avrebbe avuto niente. Tantomeno questo. Ho rifiutato.

Nota

[1] Euripide, Grillparzer, Alvaro, cit. , pp. 81-85, con tagli.

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