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Medea - dal Quinto Atto [1]

Scena finale del dramma: Creusa e i bambini sono morti; Medea e Giasone si incontrano per l’ultima volta.

GIASONE       Dove sono i miei figli?
MEDEA          Sono miei, miei!
GIASONE       Ma dove sono?
MEDEA          In un luogo dove stanno meglio di te e di me.
GIASONE       Sono morti, morti!
MEDEA          A te sembra che la morte sia il peggiore dei mali, ma io ne conosco uno molto più crudele: l’infelicità. Se tu non avessi dato alla vita più valore di quanto essa ne abbia, la nostra sorte oggi sarebbe diversa. E perciò dobbiamo sopportarla. Ma ai bambini essa è risparmiata.
GIASONE       Parli così e resti tutta tranquilla?
MEDEA          Tranquilla? Tranquilla? Se tu potessi leggere nel mio cuore, come non hai mai saputo e non sai fare neanche adesso, vedresti un dolore che infuria senza fine, come un mare in tempesta, inghiottendo a uno a uno i brandelli della mia sofferenza, coprendoli nell’orrore della devastazione e trascinandoli con sé nell’incommensurabile. Non piango perché i nostri figli non ci sono più, ma piango perché hanno vissuto, perché sono esistiti, e perché noi esistiamo e siamo vivi.
GIASONE       Me infelice, che strazio!
MEDEA          Tu sopporta ciò che ti ha colpito, perché in verità non ti colpisce senza tua colpa. Come tu adesso sei qui davanti a me, steso sulla nuda terra, anch’io un tempo, nella Colchide, stavo così ai tuoi piedi e ti supplicavo di aver pietà di me, ma tu non ne hai avuto. Con cieca empietà hai steso la mano per ghermire la sorte, sebbene io ti dicessi, ti gridassi: bada, tu stendi la mano verso la morte! E così adesso hai quello che, con la tua temeraria caparbietà, hai voluto: la morte.
Ora però ti lascio, e per sempre. E’ l’ultima volta che ti parlo, mio sposo, l’ultima volta per tutta l’eternità. Addio! Dopo tutte le gioie dei nostri antichi giorni, ti dico ora addio, mio sposo, in tutte le sofferenze che ci avvolgono di tenebre, in tutta la pena che sta in agguato nel futuro. Per te inizia una vita piena di dolore, ma qualunque cosa possa accadere, resisti e cerca di essere, nella sopportazione, più forte di quanto non lo sei stato nell’azione. E quando ti sembrerà di perire nello strazio, pensa a me e consolati al pensiero del mio, che è più grande, perché io ho fatto il male e la tua colpa è l’omissione.
Io me ne vado, portando via con me nel vasto mondo questa infinita pena. Una pugnalata sarebbe un sollievo, ma non sarà così. Medea non può morire per mano di Medea. La mia vita d’un tempo mi rende degna di morire per mano d’un giudice più alto di me stessa. Andrò a Delfi. Deporrò il vello sull’altare da dove un tempo Frisso lo aveva portato via, restituendo così al dio oscuro ciò che è suo, quel vello che nemmeno le fiamme hanno offeso e che è emerso perfetto, intatto, dal rogo sanguinoso della principessa di Corinto.
Là mi presenterò ai sacerdoti, e chiederò loro se accettano il mio corpo in sacrificio o se invece decidono di mandarmi nei deserti più remoti a patire una pena più lunga con questa lunga vita.
Riconosci quest’insegna per la quale hai tanto lottato? E che per te era la fama e la felicità? Ma cos’è la felicità sulla terra? Un’ombra. E la fama è un sogno.
Misero, che hai solo sognato delle ombre! Il sogno è finito, ma la notte non ancora. Io vado, addio, mio sposo! Noi che ci siamo incontrati per essere infelici, ci separiamo nell’infelicità! Addio.
GIASONE       Sono solo, abbandonato... Figli miei!
MEDEA          Devi sopportare!
GIASONE       Sono perduto!
MEDEA          Impara a sopportare!
GIASONE       Vorrei morire!
MEDEA          Devi espiare! ora vado e non mi vedrai mai più!

(mentre si volta per andar via, cala il sipario)

Nota

[1] Euripide, Grillparzer, Alvaro, cit., pp.151-153.

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