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Medea - dal Secondo Atto [1]

Creusa ha insegnato a Medea una canzone che Giasone amava da ragazzo, ma l’eroe, sopraggiunto nella sala, con un pretesto allontana la moglie e rievoca con Creusa gli anni della giovinezza. La tensione tra i due coniugi esplode al ritorno di Medea.

CREUSA       Come gli anni possono tanto cambiare un uomo! Che mite eri un tempo e come sei aspro adesso. Io, per parte mia, sono uguale a com’ero. Ciò che volevo un tempo, lo voglio ancora, ciò che allora mi sembrava buono, buono mi sembra ancora, ciò che biasimavo, lo biasimo ancora. Ma sembra che per te non sia così.
GIASONE     Sì, hai ragione, è proprio questo il punto. La sventura più grande, nella sventura, è che raramente l’uomo in essa si mantiene puro. Ora deve darsi a oscure manovre, ora piegarsi, ora piegare gli altri; qui il diritto si sposta di un filo e lì di un granello e si arriva alla fine della corsa diversi da come si era alla partenza, il mondo non ti stima più e hai perso l’unico conforto, la stima di te stesso. Io non ho fatto nulla di malvagio in sé, ma ho voluto, desiderato, progettato il male e sono rimasto in silenzio quando vedevo gli altri fare il male. Talora non volevo nulla di male, ma mi gettavo nell’azione senza pensare che da essa nasceva il male e ora sono qui, travolto da un mare di sventura e non posso neanche dire che non sono stato io, che non è colpa mia!
O giovinezza, perché non duri in eterno? Beato vaneggiare, felice oblio, quando l’attimo è insieme la culla e la tomba di ogni anelito! Com’era dolce il mormorìo del fiume avventuroso, quando il forte petto fendeva le sue onde! Ma poi giunge a grandi passi, grave, l’età virile, l’illusione svanisce, la nuda realtà s’insinua a poco a poco, inavvertita, e cova le sue pene. Il presente allora non è più un albero ricco di frutti, alla cui ombra si gode di riposare, ma è un seme inafferrabile, che si sotterra sperando che ne germogli un futuro. Che farai, ti chiedi allora, dove andrai, che ne sarà di te, di tua moglie dei tuoi figli? Questo è il destino piombato su di noi, che ora ci tormenta senza posa.
[…]
Sai, sono passato per il mercato, pieno di folla e di rumore, per le strade della vostra città, così lunghe, così ampie e... ma dimmi, ti ricordi ancora con quale orgoglio e gloria le avevo attraversate quando ero venuto a salutarvi, prima di partire coi miei Argonauti? Oh, quelle strade, allora, traboccavano di gente, di carri, di cavalli, era tutto un inneggiare, un brulichìo variopinto, un ondeggiare della folla che spingeva e si accalcava. Fin sui tetti, sulle torri erano saliti per guardare e si contendevano il posto come se fosse un tesoro. L’aria echeggiava dei cembali e delle grida del popolo in giubilo che ci acclamava e si stringeva, si pigiava intorno alla nobile schiera scintillante nelle luminose corazze fastosamente adornate. Anche l’ultimo di loro era un re, un eroe e tutti circondavano, pieni di devozione e di rispetto, il loro nobile condottiero, ed ero io quel condottiero, ero io che li guidavo, ero io la loro corona, quel popolo esultante osannava me, Giasone.
Ma adesso, quando sono passato per quelle stesse strade, nessuno che mi salutasse, che mi rivolgesse la parola, che mi degnasse d’uno sguardo, nessuno! Ah sì, quando mi sono fermato, a guardarmi intorno, uno ha detto che non era buona educazione stare là, in mezzo alla strada e disturbare gli altri.
CREUSA       Ti risolleverai, basta che tu lo voglia.
GIASONE     No, per me è finita. Non mi rialzerò più.
CREUSA       Conosco un rimedio grazie al quale ce la puoi fare.
GIASONE     Anch’io lo conosco bene, quel mezzo, ma sapresti procurarmelo? Se tu sapessi far sì ch’io non avessi mai lasciato la terra dei miei padri e fossi rimasto qui, a Corinto, con voi, che non avessi mai visto né il vello né la Colchide né quella che adesso è mia moglie, e che lei se ne ritornasse nel suo paese maledetto portandosi via con sé anche il ricordo della sua venuta qui, allora sarei di nuovo un uomo tra uomini.
CREUSA       Tutto qui? Io conosco un altro rimedio: un cuore semplice e uno spirito tranquillo.
GIASONE     Sì, ma solo per chi sapesse impararli da te, dalla tua bontà!

[Giasone e Creusa rievocano i momenti felici della loro giovinezza; intanto ritorna nella sala Medea]

MEDEA (che è andata in silenzio a prendere la lira)          Sai, ho imparato una canzone.
GIASONE     E poi la torre! ti ricordi quella torre, là in riva al mare, dove te ne stavi con tuo padre, e piangevi, quando io sono salito sulla nave, per andare così lontano? Io non avevo occhi per le tue lacrime, perché il mio cuore aveva solo sete di agire, di grandi imprese. Ma d’un tratto una folata di vento ti ha sciolto e strappato il velo e l’ha gettato in mare e io mi sono slanciato a prenderlo e l’ho portato con me, per avere un tuo ricordo.
CREUSA       Ce l’hai ancora?
GIASONE     Sono passati non pochi anni, da allora, e si son portati via quel tuo pegno; il vento lo ha disperso.
MEDEA         Ho imparato una canzone, ti dicevo.
GIASONE     Quella volta mi hai gridato, mentre partivo: addio, fratello!
CREUSA       E ora grido: fratello mio, sii  benvenuto!
MEDEA         Giasone, ho imparato una canzone che...
CREUSA       Lei conosce una canzone. Una canzone che tu cantavi un tempo, ascolta, adesso la canterà per te.
GIASONE     Ah sì, bene, bene. Ma dov’ero rimasto? Sai, è da quando ero giovane che mi è rimasta questa mania che mi rende ridicolo, tutto questo sognare e straparlare di cose vane, inesistenti, e che non esisteranno mai. Eh già, da giovani si vive nel futuro e quando si è maturi si vive nel passato, ma nessuno sa vivere, veramente vivere il presente. Ecco, adesso ero già un eroe, un valente eroe, avevo un’amata sposa e tesori e ricchezze e un luogo dove i miei figli potevano trovare esilio e... (a Medea) ma tu, cosa vuoi?
CREUSA       Vuole cantarti una canzone che da giovane tu cantavi qui da noi.
GIASONE     E tu la sai cantare?
MEDEA         Beh, farò quello che posso.
GIASONE     Ma sì, ma sì! E tu credi, con una povera canzone di quella volta di potermi ridare la mia giovinezza, con la sua felicità? Ma lascia stare! Restiamo insieme, visto che le cose sono andate come sono andate e ormai stanno così, ma lasciamo perdere, per favore, le canzoni e tutte le altre tiritere del genere!
CREUSA       Fagliela cantare. Ha tanto penato finché non l’ha imparata e ora...
GIASONE     E va ben, muoviti, su, canta.
CREUSA       E’ la seconda corda, te lo ricordi?
MEDEA (passandosi una mano sulla fronte con un gesto doloroso)... non lo so più...
GIASONE     Vedi, cosa ti avevo detto, non va, non va. La sua mano è abituata ad altre corde, a tirar fuori altri suoni, come quel canto stregato con cui ha fatto cadere il drago nel sonno... ah, era un’altra melodia, te lo assicuro, altro che questa tua canzone così limpida, così pura...
CREUSA       (sussurrando) Oh Dèi... oh Dèi supremi...
MEDEA         (andandole dietro) Oh Dèi, oh sublimi, giusti, severi Dèi!

(la lira le cade a terra e lei si copre gli occhi con le mani)

CREUSA       Sta piangendo. Ma come puoi essere così duro, così brutale.
GIASONE (trattenendola) Lascia stare! Bambina mia, tu non puoi capirci... E’ la mano degli dèi che lei ora sente su di sé, che scava e strazia con artigli sanguinosi. Oh, non metterti in mezzo al giudizio degli dèi! Se tu l’avessi vista, là, nella tana del drago, a sfidarlo mentre saettava veleno d’ogni parte con la sua lingua biforcuta e odio e morte sprizzavano dai suoi occhi di fiamma, ah, se tu l’avessi vista allora, il tuo cuore sarebbe corazzato contro le sue lacrime. Prendi piuttosto la lira e cantami tu quella canzone, per scacciare il demone che mi dilania e mi afferra alla gola, tu forse puoi farlo, ma quella là certo no.
CREUSA       Molto volentieri (vuole prendere la lira)
MEDEA         (afferrandole il braccio un po’ più in alto della mano e trattenendola)        Ferma!

(lei solleva la lira con l’altra mano)

CREUSA       Molto volentieri. Vuoi suonarla tu?
MEDEA         No.
GIASONE     Allora, non gliela vuoi dare, quella lira?
MEDEA         No!
GIASONE     Neanche a me?
MEDEA         No, neanche a te!
GIASONE     (avanzando verso di lei e afferrando la lira) E io la prendo.
MEDEA         (senza allontanarsi dal suo posto e tirando la lira verso di sé)         Non ce la fai!
GIASONE     (inseguendo con le sue mani quelle di Medea che si tira indietro)    Dammela!
MEDEA         (tirando e stringendo così forte la lira, che questa si spezza con un sonoro scricchiolìo)    Eccotela! Fatta a pezzi!
(gettando a Creusa la lira spezzata)              La tua bella lira in pezzi!
CREUSA (indietreggiando inorridita)          La lira adesso è distrutta, morta!
MEDEA (guardandosi rapidamente intorno)           Chi? Io sono viva, viva!

(resta ferma, in piedi, guardando fissa davanti a sé. Dall’esterno si sente uno squillo di tromba)

GIASONE     Che cos’è, cosa succede? E tu, cosa fai lì, con quell’aria di vittoria? Te ne pentirai, di questa scena, credo proprio che te ne pentirai.

Nota

[1] Euripide, Grillparzer, Alvaro, cit., pp. 94-100, con tagli.

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